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Full text of "Archivio storico italiano"

ARCHIVIO 

STORICO ITALIANO 

FONDATO DA G. P. VIEUSSEUX 



E CONTINUATO 



A CURA DELLA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



PER LE PROVINCII 



DELLA TOSCANA, DELL'UMBRIA £ DELLE MARCHE 



S£:ri£] terza 



Tomo XIX - Anno 1874 




IN FIRENZE 



PRESSO ! TIP. GALILEIANA 

U. P. VIEUSSEUX 1 DI M. CELLINI E C. 



1874 



UN DOCUMENTO DANTESCO 

DELL' Alieni VIO I\1:ET>ICE0 (1) 

88 Yhs. 

Magnifico viro e magior tnio onorandissimo , 

V ò inteso , per lettera di costì , come lo 'nbasciadore veniziano s' è 
tornato a casa. Il perchè , ricordandomi quello che la Magnificenza Vo- 
stra mi disse una sera , tornando da visitarlo , poco dopo l' esequie di 
Matteo Palmieri , circa casa Antonio di Puccio , voglio che Voi inten- 
diate che Voi v'apponesti ; e per un piacere a' mia dì , non so quale io 
mi potessi averlo magiore , che vedere ripatriare queir ossa , che per 
la Magnificenza di detto ambasciadore dopo la tornata sua vi furono 
promesse : massime perchè io mi rendo certissimo , che con quella gra- 
titudine e magnificenza per Voi si preparerà , che , per quanto si può 
fare , merita uno uomo tanto eccellente , circa ricevere quelle degnissi- 
me ossa , la corona , la sepoltura e luogo. Al magnanimo s'appartengono 
le gran cose : ma qual può essere magiore che questa ? Raccomandomi 
a la Magnificenza Vostra in ogni caso ; che Dio felice vi conservi. 

In Santo Giovanni, a' dì xiij d'aprile 1476. 

Antonio Manetti Vicario. 

Di fuori : Magnifico et generoso viro Lorenzo di Piero de' Medici , 
magiore suo singularissimo , ec. In Firenze. 



Il documento ch'io presento ai lettori à.e\\' Archivio Storico, 
mantenendo una promessa fatta loro alquanto tempo addietro (2), 

(1) Archivio fiorentino di Stato. Carteggio Mediceo avanti il Princi- 
pato : filza XXV, e. 114. 

(2) Vedi Archivio Storico Italiano ^ Serie III, toni. XII, part. II, di- 
spensa IV del 1870, pag. 150. 



4 UN DOCUMENTO DANTESCO 

aggiunge un episodio del tutto ignoto, e degnissimo di essere 
conosciuto, ad una storia che nell'anno di dantesca celebrità 1865 
ebbe tanti raccontatori : la storia delle vicende incontrate dalle 
ossa dell'Alighieri ; e può , per conseguenza , risguardarsi come 
curiosa e importante appendice a ciò che su questo argomento 
dettarono i ravennati Martinetti Cardoni, Cappi, Uccellini, 
Borgognoni (1) , non che alla Relazione pubblicata per cura del 
Municipio ravegnano dopo le feste centenarie (2), le quali, 
come ciascun ricorda, furono in quella città fatte più solenni 
e più splendide dallo essere ritornati, per singolare ventura, 
alla luce del giorno, gli avanzi mortali, che pur troppo si 
sospettavano trafugati e dispersi , del divino poeta. Trafugati e 
dispersi non per malevolenza settaria da alcuno de' tanti nemici 
ch'egli ebbe , contemporanei e postumi ( il furibondo cardinal Del 
Poggetto avea dovuto contentarsi di dare al rogo il libro De 
Monarchia), ma da' custodi medesimi di quel sacro deposito; 
venuti in timore che le istanze de' Fiorentini, i quali fin 
dal 1396 ne aveano desiderata la restituzione, e nel 1429 
chiestala a Ostasio da Polenta, sortissero finalmente l'effetto, 
quando non più erano rivolte a Ravenna, ma al Pontefice, 
e a un pontefice che si chiamava Leone X, ed a lui pre- 
sentate dai più illustri e autorevoli fra' suoi concittadini, 
offerendosi scultore pel monumento Michelangelo Buonarroti. 
Sembra infatti (3) che sin da' tempi di quella istanza famosa i 
frati di San Francesco di Ravenna « sottraessero le ossa dal- 
« l'urna e secretamente entro al convento le nascondessero »; 
e che cosi « due secoli abbiano durato a vagare or qua or là 
« nel convento >; finché nel 1677, cessato già da tempo qual- 
siasi pericolo , giudicando di potere « ridar ad esse una sede 
« più stabile », prima regolarmente le riconobbero, e poi « collo- 
« caronle nell'umile incavo , dove dopo due secoli le si sono 



(1) G. Martinetti Carboni , Dante Alighieri in Ravenna ; Ravenna , 
1864. -A. Cappi, Dante in Ravenna; a pag. 813-819 del libro Dante e il 
suo secolo; Firenze, Tip. Galileiana di M. Cellini e C, 1865-66. - P. Uc- 
cellini, Relazione sulla scoperta ddle ossa di Dante Alighieri; Raven- 
na, 1865. - A. Borgognoni , Il sepolcro di Dante; Firenze, 1865. 

(2) Della scoperta delle ossa di Dante , Relazione con documenti per 
cura del Municipio di Ravenna ; Ravenna , 1870. 

(3) Reiasione cit. , pag. 26. 



DELL ARCHIVIO MEDICKO O 

« rinvenute » (1). Ma nei frati né i cittadini di Ravenna seppero 
forse mai d'aver un'altra volta corso pericolo, e gravissimo, 
di perdere quelle ossa sì caramente e nobilmente dilette; non 
seppero che ad esaudire la supplica dell'Accademia fiorentina pote- 
va forse papa Leone essere indotto dal pensiero, ch'egli avrebbe 
in pari tempo adempiuto un desiderio e un segreto proposito 
del magnifico Lorenzo suo padre. 

Del quale e degli altri Medici , Ugo Foscolo , ghibellineggiando 
a suo talento, parla in modo da farli per poco nemici giurati 
di Dante , e del nome e della discendenza di lui (2) : né però 
quel ch'e'dice può recar maraviglia a noi, intronati, su cotesto 
argomento delle iniquità medicee e del feroce ghibellinismo di 
Dante, da declamazioni lunghe e noiose tanto, che crediamo 
ne diventerebbe, se toccasse a lui d'ascoltarle, guelfo e pallesco 
anche il Foscolo. Certo è che il documento da noi qui pubblicato 
lo farebbe avveduto, come il professarsi, pe'loro fini, «devoti 
« della Chiesa, della Francia, e della plebe », non impediva 
a' Medici di amare e venerare l'avversario implacabile di Bo- 
nifazio Vili , e di desiderare e procurare alla patria il ritorno 
di « quelle degnissime ossa. » Tutti sanno che nel 1483, sette 
anni dopo la data di questa lettera, Bernardo Bembo, padre 
del famoso cardinale e prosatore, ristauròasue spese, trovandosi 
in Ravenna potestà pe' Veneziani , l'antico e primitivo sepolcro 
di Dante; ed è noto altresì, che in Firenze, dove il Bembo venne 
oratore più volte, e per non brevi ambascerie, fra il 70 e l'SO, 
e' fu tutto cosa di Lorenzo , e co' suoi platonici e poeti e filologi 
intrinseco, massime col Ficino. Ora il documento ci addimostra 
probabilissimo, che il primo pensiero e stimolo ad onorare 
comecchessia la memoria di Dante venisse in lui dalle conver- 
sazioni col magnifico Lorenzo, il quale sentiamo che gli avea 
persino fatta promettere addirittura la restituzione delle ossa, 
E se questa promessa fu data senz'altro, si vede che l'orator 
veneziano o prometteva più di quello credesse in effetto poter 
mantenere, desideroso di piacere a Lorenzo; o confidò un 
po' troppo nella padronanza assoluta che di quel tempo la 
Serenissima esercitava in Ravenna: ma nell'uno e nell'altro 



(1) Relazione cit., pag. 27. 

(2) Discorso sul testo del poema di Dante ^ § 177. 



6 UN DOCUMENTO DANTESCO 

caso, apparisce che in Lorenzo il desiderio di rivendicare la 
tomba di Dante alla sua Firenze non era minore della gelosa 
fermezza di Ravenna in conservarla. A' Ravennati poi tanto 
più alto merito e lode, per questo pio affetto, è dovuta, e 
tanto più grave vuol esser riconosciuto il pericolo corso, che 
Firenze dalla potente Venezia ottenesse allora ciò che pochi 
lustri dipoi Leone X non si assicurò di concederle , in quanto 
vediamo non molti anni innanzi, nel 1457, atterrarsi in Ra- 
venna, per comando ed opera de' Veneziani , come « una 
grande antigaia » e nulla più, buona solo a fornir pietre per 
la nuova cittadella, la chiesa di Sant'Andrea de' Goti, edifi- 
cata da Eutarico nel 517, « famosa e ab antico carissima 
« a' cittadini », e dagli Statuti del Comune protetta e privile- 
giata che non potesse essere distrutta mai (1), E pertanto cosa 
mirabile, che la promessa del Bembo a Lorenzo de' Medici re- 
stasse pur tuttavia inadempiuta ; ancorché data a tale che né le 
altrui promesse dimenticava così facilmente , ed a cui tutti vo- 
lentieri si studiavano di attenere assai più di quello avessero 
promesso. Noi ignoriamo come il Potestà veneziano in Ravenna 
si adoperasse a mantenere la parola data dall' Oratore venezia- 
no in Firenze: ma eh' e' dovesse tentare a tal proposito, presso 
il ravegnano magistrato de' Savii, quelle pratiche che avrà sti- 
mate meglio conducenti al fine vanamente sperato , non ne dubi- 
tiamo ; sebbene , ed è pur agevole ad intendersi , ei le menasse 
con tal segretezza e circospezione , che nulla ne trapelò alla cit- 
tadinanza , nulla ai sospettosi frati , e nessuna memoria , che si 
sappia, ne rimase. La quale nostra induzione circa siff"atti tenta- 
tivi di Bernardo Bembo ci par confermata dal fatto , che delle 
ossa di Dante egli ad ogni modo si pigliasse pensiero, procu- 
rando ad esse la onoranza d'un più cospicuo sepolcro, poiché 
non poteva quella del rimpatrio, augurata con parole tanto 
piene di affetto e di commozione sincera nella lettera del nostro 
messer Antonio di Tuccio Manetti. 

Questa, esemplata dal signor Carlo Pini fra gli originali do- 
cumenti , ond'egli riproduce, mediante la fotografia, la Scrittura 
degli artisti italiani dal sec. XIV al XV II, ha in cotesta Rac- 

(1) P. D. Pasolini, Delle antiche relazioni fra Venezia e Raienna, 
lX,'xi-xu;nelV Archivio Storico Italiano, Serie li!, tom. XVIII, disp. V 
del 1873. 



dell'archivio mediceo 7 

colta raccompagnamento d' una notizia intorno all'autore , det- 
tata da Gaetano Milanesi, la quale ci facciamo un pregio di 
unire anche qui al documento medesimo (1). In esso né Ber- 
nardo Bembo né Dante sono espressamente nominati : ma come, 
a forci certi che « lo 'nbasciadore veniziano » é proprio il 
padre del futuro legislatore della volgar lingua, basta il raf- 
fronto della data con la storia e coi documenti, così che il 
« ripatriare di quelle degnissime ossa » accenni a Dante e 
all'antico desiderio della pentita Firenze, ci par tanto poco 
dubitabile, che ad argomentarvi sopra e a dissertarne crede- 
remmo di far torto non meno al senno che alla pazienza 
de' nostri lettori. Piuttosto ricorderemo loro come il fiorentino 
Matteo Palmieri, delle cui esequie si parla in sul principio 
della lettera, ambasciatore più volte e magistrato per la sua 
città , non solamente fu autore d'una di quelle cronistorie uni- 
versali in latino, alle quali con tanto volenterosa arditezza 
si accingevano i poligrafi quattrocentisti , e di altri scritti sto- 
rici pure latini, che possono vedersi presso il Muratori negli 
Scripiores rerum italicarum, e li citano il Vossio, lo Zeno 



(1) « Antonio , della nobile famiglia fiorentina dei Manetti , nacque da 
« Tuccio di Marabottino , ai 6 di luglio del 1423. Il suo nome è noto agli 
« studiosi della Divina Commedia per quel Dialogo circa il sito , forma e 
« misura dell'Inferno di Dante Alighieri, raccolto dalla sua bocca da Gi- 
« rolamo Benivieni e fatto stampare in Firenze dai Giunti nel 1506. Oltre 
« la matematica e l'astronomia , che furono- le sue principali professioni , 
« come si può conoscere dall'opera sopra citata e da alcuni manoscritti 
« nella Magliabechiana intitolati Trattato delle stelle e dei pianeti - Teorica 
« dei pianeti ^ ebbe conoscenza anche dell'architettura , senza che si sappia 
« se mai l'esercitasse. E fra gli architetti comparisce a giudicare in quel 
« memorando concorso per la facciata di Santa Maria del Fiore , aperto 
« dal magnifico Lorenzo nel gennaio del 1490. Ebbe il Manetti varii ufficii 
« nella Repubblica. Nel 70 fu de'Bonomini; nel 75 Vicario del Valdarno di 
« sopra; de'Signori nel 76, e nel 1481 Vicario di Valdinievole. Fu Gonfalo- 
« niere di Giustizia nel novembre e dicembre del 95, e Potestà di Colle 
<£ nel 96. Morì ai 26 di maggio del 1497 ». Altre ricerche del medesimo 
nostro amico e collega hanno restituita ad Antonio Manetti la paternità di 
quella graziosissima scrittura che è la Novella del Grasso legnaiuolo, rima- 
sta fin oggi d' ignoto od incerto autore, e della Vita di Brunellesco, scritta 
a mo' di continuazione della detta novella. Vedi il Catalogo dei Novellieri 
italiani in prosa, raccolti e posseduti da Giovanni Paranti; Livorno, Vi- 
go, 1871 ; II , 11. Scritto di propria mano da Antonio Manetti nel 1462 è uà 
Manoscritto ma.g\ìa.\)QGhìàQO dQÌla, Divina Commedia: palch. I, cod. 33. 



8 UN DOCUMENTO DANTESCO DELL'ARCH. MED. 

e il Tiraboschi; ma inoltre dettò in volgare il trattato della 
Vita Civile, una' delle non molte prose italiane che ci riman- 
gono del secolo XV, e meritevole, per giudizio di molti, di 
fama maggiore; e le biblioteche fiorentine e l'Ambrosiana 
conservano tuttora inedito il suo poema Città di vita, di me- 
tro e tessitura dantesco, e per certi teologizzamenti sul- 
l'anima, mezzo pitagorici e mezzo origeniani, condannato dalla 
Chiesa. Né inopportuna qui a rammentarsi specialmente è 
una leggenda dantesca, che il Palmieri introdusse in quella 
sua Vita civile , e che col titolo « Dante e il morto-vivo dopo 
la battaglia di Campaldino » torna a luce in questi giorni , per 
cura d'un ingegnoso e diligentissimo illustratore di Dante 
secondo la tradizione e i novellatori (1). I funerali di messer 
Matteo, morto a settant'anni nell'aprile del 1475, furono, se- 
condo ci attestano i contemporanei, magnifici e sontuosi. 
Celebraronsi in San Pier Maggiore; lesse lunga e solenne 
orazione latina un letterato solenne , Alamanno Rinuccini : sulla 
coltre funebre, esposto in segno d'onore, era il manoscritto, 
forse uno dei tre che soli oggi rimangono, del teologico poema. 
Assistevano alla cerimonia i poeti, i filosofi, gli eruditi dell'Atene 
toscana. Ben si conveniva adunque , che uscendo da quelle ese- 
quie in mezzo ai consorti , agli amici , ai clienti , per recarsi a 
visitare il gentiluomo veneziano, Lorenzo de' Medici, distolto 
alquanto lo spirito irrequieto dalle cure travagliose e moleste 
delle pubbliche faccende , data tregua agli stimoli della vecchia 
ambizione medicea, si sentisse fra cittadini cittadino, e nel fondo 
dell'anima malinconica artista e poeta, e vagheggiasse per la 
sua città la riparatrice onoranza d'un monumento al più grande 
de'suoi poeti. 

Isidoro Del Lungo. 

(1) Dante secondo la tradizione e i novellatori ; Ricerche di G. Papan- 
Ti ; Livorno , Vigo , 1873. 



SOPRA LE DATE E IL CONTENUTO 

DI 

ALCUNE CONSULTE DI DINO COMPAGNI 

DEGLI ANNI 1293 E 1294. 

Lettera dichiarativa al Prof. ISIDORO DEL LUNGO 
Mio caro Isidoro, 



U egregio dott. Paul Scheflfer-Boichorst , che sta ora occupandosi in- 
torno a Dino Compagni ( non so se per difendere l'autenticità della sua 
Cronica, o per rompere anch' egli una lancia contro il « padre della 
nostra storia »), mi scriveva da Berlino, non è ancora un mese, do- 
mandandomi due cose a sussidio dei suoi presenti studi. La prima era 
di procurargli , se fosse possibile , la continuazione e fine del tuo com- 
mento sopra la Cronica, del quale diceva larghissime e meritate lodi: 
e a questa dimanda (che ti comunicai) avrai risposto tu stesso, rife- 
rendogli , spero , che non per colpa tua , che già da parecchio tempo 
hai terminato il lavoro , ma sibbene dell' editore milanese , la stampa 
del tuo Dino è dovuta rimanere in tronco. L'altra dimanda del signor 
Scheffer-Boichorst era per avere alcuni schiarimenti sopra un passo (che 
riferirò più sotto) del noto opuscolo del sig. Giusto Grion. A questa 
credo bene di rispondere pubblicamente per le stampe , perchè non 
solo l'illustre critico tedesco e l'amico Del Lungo (che specialmente si 
occupano di Dino) ma in generale il pubblico studioso sia largamente 
illuminato sulla veracità di certe citazioni e sul valore di certe critiche. 

Ecco il passo del Grion , p. 16-17 : « Negli anni 1293 e 1294 trovia- 
« mo nel libro di consulte dal 1292 al 1298 esistente negli Archivi fio- 
« rentini , e partendo da carte 64 , Dino Compagni consigliare frequenti 
« volte la buona pace e concordia : cosi il 12 febbraio , il 3 marzo , il 
« 10 marzo , in Consilio capUvxlinum XII maiorum artiicm et aHorv.m 



10 SOPRA LE DATE E IL CONTENUTO 

« sapientum congregatonim coram potestate , capitudinibus , prioribus 
« et vexilUfero justìtie in domo Circlorwn , e poi il 29 giugno far par- 
« lare di pace ai Cerchi , mediante il priore agostiniano Francesco , e poi 
« consigliarla ancora il 12 febbraio e 1' 8 maggio e il 14 ottobre 1294 ». 

Tutto insieme il discorso non è molto chiaro ; ma , in sostanza , le 
asserzioni del sig. Grion sono queste : I. Che Dino Compagni parlò di 
buona pace e concordia nei Consigli il 12 febbraio , il 3 marzo e il 
10 marzo 1293; II. Che il 29 giugno 1293 fece parlare di pace ai Cer- 
chi mediante il priore agostiniano Francesco ; III. Che consigliò nova- 
mente la pace il 12 febbraio, l'S maggio e il 14 ottobre 1294. E par- 
lando l'autore di « buona pace e concordia » , senz'altra determinazione, 
pare che si debba intendere la pace e concordia tra le diverse fazioni 
della città. 

Or vediamo quanto e' è di vero nelle date sopra riferite e nell'as- 
serto tenore dei citati documenti. Non uscirò , in queste mie ricerche , 
dai limiti del mio ufficio d'archivista : a te poi , e al sig. Scheffer-Boi- 
chorst , spetterà il dedurne le conseguenze, che meglio gioveranno ai vo- 
stri intendimenti. 

Il codice che contiene le citate consulte di Dino Compagni sta nel 
nostro Archivio di Stato , sezione della Repubblica , segnato già , secondo 
r oi^linamento del Brunetti , di classe XI , distinzione 5 , num. 68 ; pre- 
sentemente , Consulte e Pratiche , num. 4. È cartaceo , in foglio piccolo , 
di cinque quaderni numerati , con paginazione unica , da ciac. 126. 

Il primo quaderno va da carte 1 a 28 ; sulla prima carta ha questo 
titolo : In Bei nomine , amen. Anna sue salutifere incarnationis mil- 
lesimo ce. Lxxxxij, ind. sexta. Liber , in quo breviter et summarie 
notata et scripta sunt que in Coìisiliis Centum Yirorimi , et etiam in 
Consiliis d[o}mni] Defmsoris et Capitanei pì'oposita, provisaet delibe- 
rata ac etiam acta sunt. [ . . . . die~] iovis primo mensis ianuarii , 
tempore regiminis domini Conradi de Sorec[ina'\ , defensoris et capita- 
nei ciaitaiis Florentie. Il primo consiglio è del 3 gennaio (1293, stile 
comune); e la serie continua con regolare progressione cronologica fino 
al 7 gennaio (1294). 

Il secondo quaderno , e. 29-44 , contiene consulte fatte nei Consigli 
del Cento e del Capitano , dal di 8 gennaio al di 23 febbraio , senza data 
d'anno. Ma , considerata la successione progressiva e non interrotta dei 
giorni e dei mesi , rispetto alle date del primo quaderno ; e quella , pa- 
rimente progressiva e non interrotta, della paginazione (che in questi 
due primi quaderni ò originale ) ; e la stessa natura degli atti ; non può 
rimanere dubbio che nel secondo quaderno si continui la medesima serie 
di Consigli del primo ; e che le dato registrate in questo second9 ap- 
partengano ai primi due mesi dell'anno 1294, stile comune. Le carte 34-44 
sono bianche. 



DI ALCUNE CONbULTK DI DINO COMPAGNI 11 

Il terzo quaderno va da carte 45 a 63 , 63 bis , numerazione moder- 
na , e ha tracce d'una numerazione primitiva, che comincia colla carta 35. 
Sulla prima carta del quaderno , cioè 4ó.^, è questo titolo : M Dei no- 
mine , amen. Anno sue salutifere incarnationis millesimo ce. lxxxxij , 
ind. vj. Liber contiìiens ea que in Consilio (jenerali Comunis Florentie 
proposita et firmata fuerunt, sub brevibus verbis notata et scripta, tem- 
pore regiminis nobilis viri domini Tebaldì de Bruxatis de Briscia , 
honorabilis potestatis Florentie. Gli atti incominciano col 5 gennaio (1293, 
stile comune ) e vanno , con regolare successione di date , fino al 26 feb- 
braio (1294). Sono bianche le carte 61-63. La cai'ta 63 bis non fa parte 
integrale del quaderno , ma v' è stata incollata dopo : contiene una ri- 
formagione del 2 dicembre 1294, per l'elezione di alcuni potestà del 
dominio fiorentino, coli' estratto dei voti ottenuti da ciascun candidato. 

Il quarto quaderno va da e. 64 a 81 , con tracce d' un'antica nume- 
razione, che comincia colla carta 51. Non ha titolo ; ma in principio della 
carta 64 è lasciato un mezzo decimetro di spazio bianco , per iscriver- 
celo. Le consulte hanno questi titoli : In Consilio quamplurium sapien- 
tum congregatorum coram Prioribus. . . . In Consilio Capitudinum xij 
maiorum Artium. . . . In Consilio quamplurium sapientum et Capitu- 
dinum. . . . In quodam magno Consilio m,ilitum et magnatum. . . . In 
Consilio Capitudinum xij maiorum Artium et aliorum sapientum. . . .; 
e simili. Queste consulte vanno dal 26 gennaio al 3 dicembre , senza 
data d'anno ; ma che appartengano allo stesso 1293 , che è il principio 
anche delle serie precedenti , si desume da due nomi di Priori , che vi 
s' incontrano. Nel Consiglio del 29 giugno (a e. 69) la proposta è pre- 
sentata da dominus Dogius de Burgo, che appunto fu priore da mezzo 
giugno a mezzo agosto 1293; e in quello del 22 agosto (a e. 70 t), da 
dominus Oddo Altoviti , che fu priore da mezzo agosto a mezzo otto- 
bre dell'anno stesso (l). Le carte 73-81 sono bianche. 

Il quinto quaderno , e. 82-126 (e anticamente 1-41 , aggiuntivi tre 
carticini non numerati) contiene consulte degli anni 1297 e 98 , e non 
entra nelle nostre ricerche. 

Riepilogando , questo Registro (non considerato il quaderno ultimo e 
la carta 63 bis, aggiunta al terzo) si divide in tre serie. La prima (car- 
te 1-44) comprende le radunanze dei Consigli del Cento e del Capitano 
(ai quali aggiungevasi quello delle Capitudini delle xii Arti maggiori , 
le cui consulte talora , anche in questa prima serie , si registrano se- 
paratamente) , dal 3 gennaio 1293, stile comune, al 23 febbraio 1294; la 
seconda (carte 45-63) , quelle del Consiglio generale del Comune , pre- 
sieduto dal Potestà , dal 5 gennaio 1293 al 26 febbraio 1294 ; la terza 

(I) Cfr. Prioiùsta Ridolfi , nis. nel Regio Archivio di Stato in Firenze, 
a e 21. 



12 SOPRA LE DATE E IL CONTB^"UTO 

(carte 64-81), quelle delle Capitudini delle Arti maggiori , e di savi cit- 
tadini , aggiunti al Consiglio delle dette Capitudini , o congregati sepa- 
ratamente , dal 26 gennaio al 3 dicembre 1293. Prese le tre serie in- 
sieme , la più antica data è del 3 gennaio 1293 , stile comune ; la più 
recente , del 26 febbraio 1294. 

La prima serie (Consigli del Cento e del Capitano) ha tre consulte 
di Dino Compagni: 9 maggio e 14 ottobre 1293 , e 12 febbraio 1294. La 
terza (Consiglio delle Capitudini e dei savi ) ne ha ^pur tre , anteriori 
di data alle precitate ; cioè , 12 febbraio , 3 marzo e 10 marzo 1293. 
Eccoti ora , più particolarmente e colle opportune citazioni , l' elenco di 
questi Consigli , che mi par bene di disporre per ordine cronologico. 

A) (a e. 64). 1293 , febbraio 12 : « die xij mensis februarii ». Con- 
siglio di savi congregati dinanzi al Potestà, al Capitano e ai Priori. Si 
propone « quid videtur Consilio previdero et respondere ambaxiatoribus 
« Comunis, tractatoribus pacis et concordie ». Dino Compagni consiglia : 
« .... quod scribatur ambaxiatoribus , quod super articulo tractent , et 
« sentiant et sciant finalem voluntatem predictorum Pisanorum et alio- 
« rum eis adherentium , ita quod quilibet articulus reducatur ad con- 
« venientem modum , sicut melius fieri poterit , ita quod eorum volun- 
« tas et etiam nostra super hiis aperte sciatur ». Ed. Saltini, in Arch. 
Sior. Rai, serie III , tomo XIII , p. 16 , attribuendogli Tanno 1294. 

B) (a e. 65). 1293 , marzo 3 : « die tertio mensis martii ». Con- 
siglio di savi e delle Capitudini , radunato nella casa dei Cerchi , dinanzi 
al Potestà, al Capitano e ai Priori, « super facto tractatus pacis fa- 
« ciende inter Pisanos intrinsecos et extrinsecos et alia comunia Tu- 
« scie , auditis hiis que responsa sunt ultimo per Pisanos intrinsecos ». 
D. C. consiglia : « quod, in nomine Domini, in tractatu pacis procedatur ». 
Ed. Saltini , loc. ciL, colla data 1294. 

C) (a e. 66-66 1). 1293, marzo 10: « die x mensis martii ». Consiglio 
di Capitudini e savi, congregato come sopra. Il Potestà propone che 
si provveda sopra vari capitoli necessari per concludere il trattato 
« pacis faciende inter comunia societatis Tuscie ex una parte et comune 
« Pisanorum et ghibellinos exiticios ex alia parte ». D. C. consiglia : 
« quod Potestas , Capitaneus , Priores et Vexilifer iusticie et ambaxia- 
« tores tractatores provideant in predictis omnibus , et secundum eorum 
« dispositionem et voluntatem in omnibus procedatur et fiat». Ed. Sal- 
tini , loc. cit., colla data 1294. 

D) (a e. 8t -9). 1293 , maggio 8. Riferisco il documento per in- 
tero , essendo inedito : 



DI ALCUNE CONSULTE DI DINO COMPAGNI 13 



Bie viij mensis maii. 

Conradus de Sorìcina, secunda vice capitaneus (1). 

In Consilio C virorum proposuit dominus Capitaneus , si videtur di- 
ete Consilio utile fore prò Comuni teneri Consilium super approbandis 
quibusdam provisionibus et ordinamentis, editis per Priores, super forti- 
ficatione populi et etiam super aliis ibidem expressis. - Presentibus te- 
stibus d. Aloysio iudice Capitanei et ser Benincasa de Altomena notarlo 
Priorum et aliis. - Ser Gianni de Syrninettis consuluit secundum propo- 
sitam predictam. - Facto partito per Capitaneum ad pissides et ballot- 
tas , placuit Ixxvj secundum propositam , nolente facere j solum. 



Eodem die et testibus. 

In Consilio speciali domini Defensoris et Capitudinura xij maiorum 
Artium proposuit dominus Capitaneus predicta omfiia. - Migliaccius pel- 
liparius consuluit secundum propositam predictam. - Dominus Tadeus de 
Bosticis consuluit idem. - Factis partitis per Capitanenm, placuit Iviiij 
secundum propositam , nolentes fuit j solum. 



Die viij mensis maii. 

In Consilio generali domini Defensoris et speciali et Capitudinum 
xij maiorum Artium , proposuit idem Capitaneus predicta. - DiNUS 
Compagni consuluit secundum propositam predictam. - Placuit quasi 
omnibus secundum propositam. 



(\) « Dominus Corradus de Sorecina de Mediolano , defensor etc. prò 
« sex mensibus initiatis primo novembris 1292, ind. 6, et confirraatus prò 
« aliis sex mensibus , initiatis primo maii 1293». Offtciales forenses civitatis 
Florentiae , ms. Strozziano, nel R. Archivio fiorentino, a e. 81. 



14 SOPRA LE DATE E IL CONTENUTO 

A illustrazione di questo documento , aggiungerò che la proposta , 
appena accennata nel titolo del Consiglio del Cento , fu poi , a' dì 11, 
presentata al Consiglio generale del Comune in questa più larga forma : 
« Quid videtur dicto Consilio previdero super aprobatione Ordinamen- 
« torum iustitie , noviter editorum et fìrmatorum die viij eiusdem 
« mensis , excepto ordinamento quod loqitur quod bona destructa non 
« rehedifficentur et quod depositum fiat de x" libris » : dove, facendosene 
sostenitore messer Barclus de Amiratis, fu approvata con quasi unani- 
mità di voti. ( Registro nostro , a e. 48 t. Ed. Bonaini in Ardi. Stor. 
Ital., serie II , tomo I , parte I , pag. 81 ). 

£■) (a e. 20). 1293, ottobre 14: « die xiiij mensis octobris ». 
Consiglio delle Capitudini e di altri savi. Si propone « quomodo electio 
« futurorum Priorum fieri debeat ». D. C. consiglia , « quod quilibet Capi- 
« tudo eligat unum per sextum , et sapientes de quilibet Arte dent 
« unum per sextum ». Ed, Bonaini , loco cit. , pag. 88 ; Saltini , loc. 
cìL, pag. 14. 

F) (a e. 32-32 t.) 1294, febbraio 12 : « die xij mensis februarii ». 
Consiglio come sopra. Proposta simile. Borglius Rinaldi consiglia, « quod 
« capitudines et sapientes sextus Ultrarni eligant sex bonos viros de 
« sextu Burgi , et illi de sextu Sancti Petri Scradii eligant sex de sextu 
« Porte Sancti Petri , et illi de sextu Porte Domus eligant sex de sextu 
« Sancti Pancratii , et e converso ; et postea fiat scruptineum , ut dictum 
« est ». D. C. consiglia secondo il detto del precedente , « salvo quod 
« Priores et Vexilifer possint previdero qualis sextus debeat eligere in 
« alio sextu ». Ed. Saltini, loc. cit., pag. 15 (1). 

Che resta ora delle citazioni e delle asserzioni del sig. Giusto Grion ? 
Quelle , che ho distinte coi numeri I e III , sono già sentenziate : due 
date vi sono erronee (8 maggio e 14 ottobre 1294, invece di 93); e il 
contenuto non corrisponde al cenno datone da quello scrittore ; impe- 
rocché la semplice e generica locuzione « buona pace e concordia » 
non può mai far supporre che in quelle consulte si discorra di cose tanto 
varie tra sé, come sono la pace col comune di Pisa, l'afforzamento degli 
Ordinamenti di giustizia , e l'elezione dei Priori. 

Rimane il n. II : « che D. C. il 29 giugno 1293 fece parlare di pace 
ai Cerchi, mediante il priore agostiniano Francesco ». E qui, debbo 
pur dirlo, non c'è un iota di vero. A e. 68 t.-69 del nostro Registro 

(1) Debbo notare che non molto esatte sono le citazioni date dal si- 
gnor Karl Hillebrand {Bino Compagni., pag. 39S ) in quanto alle consulte 
di D. C, che si contengono in questo Registro. Oltre ai due Consijrji che 
ho distinti colle lettere E , F, il eh. Autore ne cita altri a e. 12, 26 t. , 
47, 50. Ma nei due pi-imi il consulente è Dino Pecora ; negli altri due non 
v' è alcun Dino. 



Bl ALCTKE CO^;SULTE DI DIKO COMPAGNI 15 

trovasi un Consiglio di parecclii savi , « inter quos fuerunt milites et 
« populares in magna quantitate » , adunato dinanzi al Potestà vecchio e 
al nuovo , al Capitano , ai Priori e Gonfaloniere , « in domo Circlorum », 
dove de' Cerchi non è altra menzione , nò ha niente che fare con essi 
quel buon priore agostiniano , tante volte citato. 

In detto Consiglio si discorre , secondo il solito , sopra la pace tra la 
lega guelfa toscana e il comune di Pisa e i fuorusciti ; e specialmente so- 
pra un « tractatu pacis facto per fratrem Franciscum de ordine S. Au- 
« gustini priorem provincialem et per x sapientes comunis Luce, ad 
« hoc per comune Luce deputatos » ; trattato , che il Potestà fa leggere e 
propone all'approvazione degli adunati. Nove furono i cittadini che parla- 
rono sopra questa proposta; ma tra questi non è Dino nostro, bensì Bi- 
nus Pecora , il quale si mostra favorevole al trattato fatto dai Lucchesi , 
e consiglia « quod petatur et procuretur quod negotia ludicis ( Gallure ) 
« et exititiorum (pisanoìnmi ) meliorentur prò eorum securitate , sicut 
« melius fieri poterit ». Il Consiglio infine rimise la definizione della cosa 
nell'arbitrio del Potestà , del Capitano e della Signoria ; e così furono 
concordi anche i Consigli del Cento e del Capitano , a dì 30 di giugno 
(a e. 13 t.-14 del nostro Registro) e il Consiglio generale del Comune 
a dì 1.0 di luglio (a e. 51). 

Il mio modesto compito è terminato. Spero che le cose fin qui esposte 
basteranno a schiarire i dubbi del dotto critico tedesco ; e forse in te con- 
fermare quell'ottimo divisamento (del quale mi hai tenuto più volte 
parola) d'illustrare a suo tempo il tuo Dino con un compiuto codice 
diplomatico. 

Abbiti i miei più sinceri augurii per l'anno appena incominciato , e 
credimi di cuore 

tuo affmo amico 
Cesare Paoli, 

Firenze, d'Archivio, il 3 del 1874. 



I MANOSCRITTI TORRIGIANI 



DONATI 



AL R. ARCHIVIO CENTRALE DI STATO 

DI FIRENZE 



DESCRIZIONE E SAGGIO 



Venuto a morte l' egregio Senatore Carlo dei Marchesi 
Torrigiani Vìi d'aprile del 1865, si lesse nel suo testamento 
olografo del 2 dicembre 1863 questa disposizione : 

Non posso astenermi inoltre dal lìianifestare per r ul- 
tima volta il desiderio ripetutamente espresso al mio fra- 
tello Luigi, di offrire al R. Ar chimo centrale di Stato i 
Manoscritti e le Pergamene di provenienza Del Nero-Ar- 
dinghelli, di cui tni son reso depositario. Documenti di 
tale e tanta importanza nelle mani di un privato riman- 
gono quasi sempre inosservati ed improduttivi ; e corrono 
il rischio di andar dispersi, o di divenir preda delle tar- 
me e dei topi. Affidati ad un pubblico Archivio , saranno 
esplorati e studiati a fondo, ne saranno con tutta proba- 
bilità ricavate notizie storiche di molto valore con rag- 
guardevole profitto degli studiosi e del pubblico, e rice- 
vendo una ragionata classazione , resteranno benissimo 
conservati in luogo condegno a far parte del patrimonio 
nazionale. Io non posso disjooì^re liberamente dei Mano- 
scritti e Pergamene secondo le mie intenzioni, perchè non 
ne ho il possesso che per metà. Qualora a queste mie in- 



I MANOSCRITTI TORRIGIANI EC. 17 

tenzioni si associasse V altro compossessore , cui ne porgo 
fervorose istanze, proporrei che il dono fosse fatto, in 
conformità del mio primitivo progetto, colle seguenti con- 
dizioni, cioè : 

1° Che dentro due anni dal di della consegna sia 
portato a compimento dagli uffiziali più esperti dell'Ar- 
chivio centrale di Stato un esame accurato dei documenti 
summentovati e ne sia reso conto con apposita pubblica- 
zione, in cui sian notati i nomi dei Donanti. 

2° Che tutti i documenti d'interesse privato ed 
amministrativo siano restituiti alla Famiglia Torrigiani. 

3.° Che le ne siano pur rilasciati a scelta alcuni 
interessanti meramente coyne autografi di cospicui perso- 
naggi storici, quali sarebbero, per modo d'esempio, quelli 
con la firma deW imperatore Carlo V, della regina Maria 
Stuarda, e simili (1). 



(1) I documenti che , in forza di questa disposizione , furono ritenuti 
dal Marchese Torrigiani , secondo che apparisce da ricordi che trovammo 
sopra i vari inserti , sono i seguenti : 

Carlo V, imperatore. Due lettere a papa Leone X. 

Lo stesso. Lettera spagnola al Papa, data di Madrid nel 1547. 

Filip'po II, principe di Spagna. Lettera e. s. 

Francesco /, re di Francia. Tre lettere a Leone X. 

Cosimo I. Tre lettere , 1542-43 , concernenti alla erezione del Magi- 
strato de' Dodici Buonomini per l'ospitalità degli orfani abbandonati. 

Piccolomini Giovanni , arcivescovo di Siena. Obbligazione fatta a 
Leone X. 

Baldassar Castiglione. Documento da lui sottoscritto , concernente alla 
condotta di Federigo Gonzaga generale di S. Chiesa. 

Ammiraglio di Bonnivet. Lettera a Leone X. 

Luisa di Savoia, madre di Francesco I. Lettera al suddetto. 

Margherita d'Austria, figlia di Massimiliano imperatore. Lettera al 
Papa , data di Bruges , luglio 1518. 

Maria regina di ScoHa (Stuarda). Lettera al Papa. 

Filiberta di Savoia. Due lettere a Leone X , in francese. 

La stessa. Tre lettere al cardinale Giulio de' Medici , in francese- 
La stessa. Una lettera a M.r Bounant , in francese. 

Ardinghelli Pietro. Nota di mandati pontificii firmati da lui , dal 1514 
al 1520. Sette pagine scritte. 

Ardinghelli Famiglia. Carte relative a onorificenze , interessi e studi 
letterari. 

Arch , .3. a Serie , Tom. XIX. 2 



18 I MAKOSCRITTI TORRIGIANI 

Piacque al marchese Luigi ratificare la fraterna dispo- 
sizione, e nell'aprile del 1866 consegnò alla Soprinten- 
denza generale degli Archivi Toscani le Pergamene e i 
Manoscritti , che furono tosto ordinati e riposti nell'Archi- 
vio centrale di Firenze. 

A Pietro e Niccolò Ardinghelli appartennero per la 
massima parte questi documenti , che pel matrimonio di 
Luisa di Luigi Ardinghelli con Filippo del Nero [an. 1629] 
passarono nella loro discendenza. Gerbone del Nero , ultimo 
della linea di Filippo, morendo nel 1816, chiamò suo erede 
il cognato marchese Pietro Torrigiani , e a lui vennero 
con la eredità i documenti Ardinghelli. Sui quali pare che 
nessuno ponesse gli occhi, fino a tanto che verso il 1850 
potè studiarvi Francesco Palermo, bibliotecario Palatino, 
a cui premeva di rintracciare notizie dei codici manoscritti 
raccolti da Pier del Nero nel secolo XVI, acquistati poi 
da Gaetano Poggiali , e finalmente andati ad arricchire la 
Libreria del Granduca, Vide quel letterato la importanza 
delle carte che si trovavano presso i Marchesi Torrigiani ; 
i quali lasciarono che pure l'esaminasse il conte Luigi 
Passerini, da cui n'ebbe officiale, rapporto il Soprintendente 
degli Archivi Toscani fino dal 1853. A que' giorni un altro 
patrizio , il marchese Lorenzo Ginori , deponeva nell'Archi- 
vio centrale di Stato , recentemente istituito , una copiosa e 
pregevoHssima raccolta di documenti ; e di questo dono par- 
lando un corrispondente fiorentino del giornale II Mediter- 
raneo (articolo ristampato nel num. 38 del Corrieì^e del- 
l' Aìiio de' Il febbraio 1853), fece pur cenno delle carte re- 
centemente ritrovate in casa Torrigiani : cenno breve e non 
troppo accurato, ma tale da destare la curiosità degli 
uomini studiosi, annunziandovisi la « collezione dei mi- 
« nutarii di Leone X dal 1514 al 1520 », scritti « di 
« mano del suo segretario Pietro Ardinghelli » , non senza 
« postille e correzioni dello stesso Pontefice ». Al che si 
aggiungeva , trovarvisi documenti relativi « alla missione 
« in Francia di Giovanni Rucellai , il gentile poeta fioren- 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI TIRENZK 19 

« tino » ; alla legazione del cardinale Campeggio in In- 
ghilterra per causa del divorzio d'Arrigo YIII con Caterina 
d'Aragona, e alla legazione del cardinale Gaetano in Ger- 
mania per le cose della Riforma. Quello che siano vera- 
mente questi Manoscritti , apparirà manifesto dalla descri- 
zione che ne anderemo facendoj, minuta e accurata quanto 
più sarà possibile , e dai saggi che ne daremo ; cosi per 
sodisfare a una condizione apposta al legato , come per 
meglio additare agli eruditi questa nuova fonte di storia 
più europea che itaHana. 

Pietro di Niccolò Ardinghelh, nato verso il 1470, si 
trova mandato compagno di Braccio Martelli a Genova 
nel giugno del 1498; secondo l'usanza de' Fiorentini , che 
ai giovani davano un primo avviamento nelle faccende 
pubbliche col mettergli accanto ai vecchi pratici. Ex lege 
nuper lata (dice la deliberazione dei Signori e Collegi ) 
elegerunt iuveneni qui comitaretur in ea legai ione lega- 
timi , quiqiie adesset illi, et cuius opera legatus multa 
sine labore suo perficeret , et ad regendam tractandam- 
que rem publicaìn paulatim assuefìent (1). Tornò dalla lega- 
zione genovese a' 6 febbraio del 99; ne più si vede compa- 
rire ne' pubbhci documenti, fino a che nell'estate del 1502, 
essendo dei Dodici Buonomini , lo troviamo nelle Consulte , 
e in quelle specialmente che trattarono la elezione del 
Gonfaloniere perpetuo ; dove molto s'adoperò per Piero 
dei Sederini. A' 9 di settembre del 1502 lasciò Firenze 
per andare commissario di Castiglione Aretino ; e in 
quell'ufficio rimase sino al feljbraio del tre , passando im- 
mediatamente al commissariato del Borgo San Sepolcro. 
A' 27 di giugno dello stesso anno tornò in patria ; ne 
(quantunque aderente al Gonfaloniere , come lo mostrano 
i documenti) lo troviamo più adoperato in uffici d' impor- 
tanza. Il che fa ripensare a quello scrive di lui il Guic- 
ciardini , che nocque egli stesso al suo avanzamento ; 
probabilmente per essersi fatto partigiano de' Medici esuli , 

(1) Cioè , i giovani. 



20 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

il cui ritorno in patria poteva presagire dalle stesse di- 
scordie interne , ma non prevederne la prossima grandez- 
za. Leone X lo fece Cavaliere di san Pietro e suo Segre- 
tario ; indizio di antecedenti e non piccoli servigi ; ai 
quali avrebbe potuto sperare più larghe ricompense nel 
pontificato di Clemente VII , se la morte non lo avesse 
colto a' 15 di giugno del 1526. 

Erede della paterna fortuna fu Niccolò , nato nel 1503 
da Alessandra di Bernardo Segni , che fu zia dello sto- 
rico , seconda moglie di Pietro Ardinghelli , il quale in 
prime nozze s' era congiunto con Oretta di Giovanni Ar- 
righi. Niccolò, dall'ufficio di cameriere di Leone X nel 1515, 
pervenne fino al cardinalato sotto papa Farnese : ma dopo 
soli tre anni, a' 24 d'agosto 1547, passò all'altra vita ; e 
in Santa Maria sopra Minerva , dove fu sepolto , se ne 
vede il deposito con amplissimo elogio postogli nel 1601 
da Alessandro Ruspoli , che nasceva da un' Ardinghelli. 
Delle cariche ecclesiastiche onde fu insignito dai due Pon- 
tefici di Casa Medici e da Paolo III , degli uffici in cui 
fu adoperato , e delle sue relazioni co' letterati di quella 
età , parla diffusamente Salvino Salvini ; e la sua scrit- 
tura fu pubblicata dal Lami (1). 

Basti l'aver dato dei due Ardinghelli questo cenno bre- 
vissimo : altri particolari della loro vita si avranno dalla 
stessa illustrazione dei documenti. Dei quali daremo , di 
tratto in tratto , qualche brano ; ove ci sembri che le no- 
tizie importino alla storia generale , o chiariscano le cose 
interne della Repubblica fiorentina. 

Entrò pure in Casa del Nero nel 1571 la Ginevra di 
Leone da Ricasoli ; il quale nato nel 1515, e tenuto a 
battesimo da papa Leone , servì sempre i Medici , e nello 
spegnere la libertà di Siena fu grande strumento nelle 
mani di Cosimo (2). Poche sono, ma di molto rilievo, 

(1) Sanctae Ecclesiae Florentinae Memorabilia ; l, 303-8. 

(2) Passerini , Genealogia e Storia della famiglia Ricusali ; Firen- 
ze, tip. Galileiana, 1861; Tav. XV, pag. 196-198. 



DONATI AL R. ARCHIVIO J>1 FIRENZE 21 

Io carte che la figliuola di Leone portò nella famiglia del 
marito Nero del Nero ; le quali passate nei Torrigiani , 
vennero anch'esse a formar parte del prezioso legato. 

In tre parti dunque divideremo questi documenti nella 
descrizione che siamo per farne , cioè : 

I. Provenienza Ardinghelli - Del Nero. 

II. Provenienza Ricasoli - Del Nero. 

III. Provenienze incerte. 

Dal R. Archivio centrale di Stato , 
il gennaio del 1874. 

Cesare Guasti. 



PROVENIENZA ARDINGHELLI - DEL NERO 



A) Commissaria di Pietro Ardinghelli per il Comune di Firenze 
A Castiglione Aretino e a Borgo San Sepolcro. 

t Yhs Mdij. 

Registro di lettere scripte per conto della Commesseria 
di Castiglone alla S. a' X. et varie persone , cominciando 
questo di 12 di septembre 1502. 

Quattro grossi quaderni di carte 50 scritte , e 6 bianche in fine ; di forma quasi 
quadrata. Si aggiunge una carta sulla quale è cominciata a scrivere una lettera. Per 
la maggior parte è autografo ; ma talora si vede un'altra mano , che dev'essere 
quella dtl Cancelliere. 

Francesco Guicciardini , al capitolo ventesimo quinto della Storia Fio- 
rentina {Opere inedite, III, 282), dopo aver narrato per quali modi 
si vinse ne^li Ottanta e poi nel Consiglio grande la provvisione di no- 



22 1 MANOSCRITTI TORRIGIANI 

miliare un Gonfaloniere a vita (agosto 1502), dice che « acquistovvi, 
« fra gli altri che la favorirono, gran laude Piero di Niccolò Ardin- 
« ghelli , giovane di trentuno o trentadue anni , che era de' Dodici ; il 
« quale avendovi per conto de' compagni parlato su più volte, satisfece 
« tanto a ognuno , che pochi dì poi fu creato dagli Ottanta commessa- 
« rio a Castiglione Aretino ; e si fece una via da dovere avere tanto stato 
« quanto uomo di Firenze , se non se l'avesse poi tolto da se medesi- 
« mo ». Ribellatosi Arezzo con tutta la Valdichiana per opera di Vitel- 
lozzo , Cortona , Borgo a San Sepolcro , Anghiari , Castiglione Aretino , 
la Pieve a San Stefeno , il Monte a San Savino , e insomma tutta quella 
provincia caddero in mano di lui ; il quale ( tranne Arezzo che si riven- 
dicò in libertà) tutto occupò facilmente , valendosi così del terrore che 
metteva nelle terre toscane il nome di Cesare Borgia , come del favore 
che il contado serbava ai Medici banditi. Soldato del Valentino e fautore 
di Piero de' Medici , chi stimava che facesse per l' uno , e chi per l'al- 
tro : ma fu pure creduto (così il Guicciardini ; III , 263 ) che , valendosi di 
queir inganno , pensasse a farne uno stato per sé. La Signoria entrata 
col primo di luglio , pigliando animo per le promesse e i fatti del Re 
di Francia , scongiurò quel pericolo. Il Valentino , temendo i Francesi 
che venivano a gran giornate , domandò di trattare ; e , al medesimo 
effetto , Alessandro VI desiderò che i Fiorentini gli mandassero un ora- 
tore. Andò l'oratore a Roma; si trattò a Urbino, dove Cesare si tro- 
vava: ma giunti i Francesi in Toscana, alle parole successero i fatti. 
Vitellozzo si ritirò in Arezzo ; rese tutte le terre , e similmente conse- 
gnò anche la città , che voleva conservarsi libera , ai capitani francesi. 
Questi , adempiuti dalla Repubblica certi patti , ne diedero ai Commis- 
sari fiorentini il possesso ; i quali furono Piero Sederini e Luca d'Anto- 
nio degli Albizzi. Erano questi tuttavia in ufficio di Commissari gene- 
rali in Arezzo (quantunque all'Albizzi ammalatosi fosse sostituito An- 
tonio Giacomini ) allora che Pietro Ardinghelli giunse a Castiglione ; e ad 
essi scrive la prima lettera. 



12 settembre. - A Piero Soderini et Antonio Giacomini 
comissari generali, Arezzo. 

« .... Ho trovato in questo principio questi huomini molto pronti et 
ubidienti , ma disordinati et sanza capo. Qui non si fa guardia né dì né 
notte , né fuori né drente : qui s'apron le porte ad ogni bora della 
notte , alla fede d' un famiglio : qui infine può stare et passare ognuno 
a suo modo. Io , subito visto questo , presi le chiavi delle porto ; ho or- 
dinato guardie in su le mura et alle porte , l'ascolto fuori , et qualche 
spia in varii luoghi : ho comandato che chi capita qui , di forestieri , si 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 23 

rapresenti a me subito : ho visitato la munitiono et l'artiglierie ; et pre- 
sone inventario , inandone copia a' nosti'i Signori , parendomi cose de- 
bolissime. Non posso ben rassegnare li huomini né l'arme rispecto a 
quelli son costì ; che qui pare spogliato la terra. Quelli che costì avan- 
zassino , hare' caro ha\erli qui , non vi servendo voi di loro. Hone ri- 
tenuto 2 che hieri veiinono ; perchè non ne pigliate admiratione ; che 
sono Archangelo di messer IMatteo e Peraccino di lac." . — Hoggi ho 
parlato a uno che fu huomo d'arme di Moi'ghante (1), et hora sta col 
fratello; et dice che Giovanpaolo , oltre a l'ordinario, ha comandato uno 
huomo per fuoco. Bench' i' creda voi ne siate avisato , pur mi è parso 
scriverlo : et così mi è confermato , Vitellozzo raghunar gente. Questi 
Priori m'ànno , in presentia del Consiglio , promesso che nessuni di questi 
praticherà ne' luoghi de'nimici nostri , et preghato che chi contrafarà , 
io ne facci dimostratione. Starò vigilante ; et di quello mi parrà che 
sopporti la spesa , ve ne darò notitia : et così priegho facciate voi , che 
di verso Firenze resto al buio d'ongni cosa. Né altro , ec. ». 



13 settembre. - A'magniflci et excelsi Signori , signori Priori 
di libertà et Gonfalonieri di iustitia del Poi^olo Fioren- 
tino. 

« Hiersera arrivai qui a Castiglione ; et subito che io fui qui sca- 
valchato, mi venne a visitare circa a dieci di questi primi in nome 
de' loro Priori con parole molto grate et honorevole delle S. V. Risposi 
2^ro tempore quello mi parve ad proposito : et cosi tucta la sera con- 
sumai in visite et cerimonie, delle quali costoro sono abondantissi- 
mi ...... 



16 settembre. - [Ai Dieci]. 

« . . . . Questa mactina é venuto a me uno trombecto di Giovanpa- 
golo Baglioni che si trova a Castiglione del Lagho , et per sua parte 
mi chiedeva che io gli lasciassi trarre certo grano che lui haveva al 
parth-e suo lasciato qui , o veramente permectessi venderlo in questo 
luogo. Io prima volli intendere el luogho dove lo haveva et la quantità, 
el più certo che io potecti ; et trovai che sono circa a st. 180 : et dipoi 

(1) Morgante Baglioni , cugino di Giampaolo , si era assoldato co' Fio- 
rentini ; ma il Papa e il Valentino gliel proibirono. Pur, volendo mante- 
nere la fede, si metteva in ordine; quando il buon cugino lo fece avvele- 
nare. (Guicciardini, Op. ined. , III, 260-61.) 



24 1 MANOSCRITTI TORRIGIANI 

risposi al decto trombecto , che io giudichavo la Signoria di Giovanpa- 
golo tanto prudente, clie non mi pareva potere errare a portarmi in- 
verso Sua Signoria come quella si portava inverso e mia excelsi Signori; 
et che essendo decto grano cavato d'Arezo et di luoghi de'mia Signori, 
et ad stanza di quelli , come cosa loro , lo volevo tenere : et che io mi 
maravigliavo assai della Sua Signoria: et che el decto trombecto non 
ci tornasse più , se bene havessi mille trombe alle spalle. Questo agiunsi, 
che havevo compreso , Giovanpagolo mandava costui più tosto per spia 
che per decto grano. Hora le Signorie Vostre saranno contente advisarmi 
come in simili casi mi habbia ad governare.... » 

Segue, sotto la data del 13 settembre, l'Inventario « di tutte le cose 
.... di masseritie et bestiami di Pierantonio di Fino da Mammi et suo' ni- 
poti , rubelli del Comune di Firenze » , rogato da Antonio di Agnolo Sal- 
vucci da San Gimignano, notaro fiorentino e cancelliere del commissario 
Ardinghelli. 

18 settembre. - [Ai suddetti]. 

22 settembre. - [Ai suddetti]. 

22 settembre. - Petro Sederino et Antonio Thebalduccio 
comissariis Aretii. 

23 settembre. - [A Piero Sederini, Gonfaloniere perpetuo]. 

« Magnìfice Vexìllifer etc. In questo punto , che siamo a hore 15 , ho 
la felice nuova della electione vostra nel magistrato del Gonfaloniere 
suppremo per titulo, ma più per essere a vita, molto più anchora 
per la persona della S. V. Ringratio Iddio che habbi dato alla città tale 
capo , alla S. V. tale honore , et a me in particulare tanto benigno si- 
gnore. Sed hora hactenus questa Comunità ha cominciato ad exprimere 
segni di letitia , et spiritualmente et corporalmente se ne farà quanti 
modi di congratularsi sarà possibile ». 

28 settembre. - Magnifico commissario generali Alamanno 
de Salviatis. Aretii (1). 

« Io ho inteso la venuta vostra costì ; et quanto io me ne sia ralle- 
grato , più facile è a voi immaginarlo che a me scriverlo : perchè oltre 

(1) Il Guicciardini {Op. ined., Ili, 288) dice cheli Soderiai fu eletto 
Gonfaloniere perpetuo « sendo assente e ancora Commessario a Arezzo in- 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 25 

allo honore et utilità publica che io reputo in havervi e nostri excelsi 
Signori' deputato alla cura generale di questi luoghi , de' quali si può dire 
quasi voi esser suto solo recuperatore , mi pare a me in particulare 
haverne commodo et honore proprio .... ». 

29 settembre. - Dominis Decem viris civitatis Florentie. 

« . . . . Questa sera ò tornato uno mio mandato da Castello , et refe- 
risce Vitellozo esser o simulare d'essere malato ; et che una volta el 
d\ dà breve audientia : nondimeno havere comandato a tucti e sua fanti 
et villani , sotto pena delle forche, d' essere domenica a Castello per ras- 
segnarli et fare la mostra ; che saremo a dì 2 d' ottobre. Adgiugne costui 
havere udito parlare là, che li Orsini si sono partiti in tucto da Valen- 
tino , et che li amici di Vitellozo se ne mostran lieti. Anchor ho inteso 
da altro luogho , le gente di Giovanpaolo raghunarsi a Montepulciano.... ». 

1 ottobre. - A' Commissari generali d'Arezo. 

« r ho inteso da uno amico degno di fede , che uno uomo del Marchese 
del Monte è stato a Castello et ha parlato a qualche uno di que' primi 
rubelli Aretini ; et referisce che loro hanno di costì ogni dì roba et di 
assai valuta : et ha visto una pezza di panno intera , tracta furtiva- 
mente. Et investighando el modo , truova che certi huomini et donne pur 
di decto Marchese venghon costì el sabato al mercato, et in saccha di 
lana et di grano, et in altri modi simili, cavon dette cose et portante 
dipoi là commodamente. — Questi Castiglionesi hanno una voglia extrema 
di riducere al lor ghoverno Mammi , Montechi et la Montanina , e quali 
luoghi da chi è rettore costì sono dimentichati , et da chi è qui non 
possono esser tocchi; et per questo sono uno receptaculo di sbanditi ; 
benché, per l'auctorità mi havete data, le cose hor vanno altrimenti.... » 

1 ottobre. - Decem viris. 

4 ottobre. - A' Commissari venerali d'Arezzo. 



« sieme con Antonio Giacomini , perchè Luca d'Antonio degli Albizzi era 
« morto in quegli giorni ; in luogo di chi fu poi eletto Alamanno Salviati ». 
E di Alamanno dice (pag. 264), ch'era « di natura viva, libera e calda, e 
« che aiutava il bene sanza rispetto alcuno , e da piacergli piìi i rimedii 
« vivi e forti che altrimenti ». Ne tace che a lui si dovè principalmente la 
recuperazione d'Arezzo e di quella provincia , come la risoluzione di af- 
forzare il governo della Repubblica con un Gonfaloniere a vita, e la ele- 
zione del Sederini. 



26 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

5 ottobre. - Domino Herculi Bentivolo gubernatori etc. 

5 ottobre. - A' Commissari generali d'Arezo. 

5 ottobre. - Petro Francisco Miniatensi cancellario etc. 
Aretii. 

8 ottobre. - Decem viris. 

8 ottobre. - Magnificis Comissariis generalibiis Aretii. 
7 ottobre. - [A Giovampaolo Bagiioni]. 

9 ottobre. - [Ai Commissari generali d'Arezzo]. 

« Hiersera hebbi la vostra, et intesi la rebellione delle terre d' Urbino. 
Ringratiovi assai ; et subito mandai la lettera al Comissario di Cor- 
tona. Et questa mactina ho da lui , come el cardinale Orsino et Gio- 
vanpaolo et l'altra comitiva sono venuti all' Ysola , dove hanno fatto uno 
convito , et mostrano stare assoUazo. Et benché liabbino poche forze, 
tamen è da stare con li echi aperti .... » (1). 

9 ottobre. - FAi Dieci]. 

8 ottobre. - [A Giovampaolo Bagiioni]. 

« .... Circa alla rebellione delle terre d'Urbino ne hebbi adviso insino sa- 
bato per lettera del Comessario del Borgho , ma non già tanti particu- 
lari. Io credo bene che tal cosa non sia a caso , come la fa la S. V., nò 
che r babbi ad restare qui ; perchè chi ha facto questo passo , sarà for- 
zato a fare un salto. Iddio aiuti la iustitia et la libertà, e chi si con- 
viene: e come e mia excelsi Signori hanno sempre favorito nelle cose 



(1) «Nella recuperazione di Arezzo e delle altre cose nostre, il Papa e i 
« Vitelli e gli Orsini avevano pubblicamente detto, che come il Re (di Fran- 
« eia) fussi partito di Italia, ci farebbero uno altro assalto ; il quale sarebbe 
<i di natura , ohe non sarebbono i Pranzasi ogni volta a tempo a liberarci ». 
(Guicciardini, Op. ined., Ili, 284.) 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZI-; 27 

giuste li amici et vicini loro , cosi sono certo faranno al presente. Il che 
è facile a chi vuole vivere del suo , et non si pascere del sangue d'altri. 
La Excellentia del Gonfaloniere designato quatro di fa andò alla volta di 
Firenze ; credo per fare conclusione di provedersi di buon numero di 
gente d'arme per potere satisfare allo honore et sicui-tà loro , et di 
quelli a chi s aspecta et che vorranno in facto essere amici. Conforto la 
S. V. con ogni debita reverentia a operare che quelli che la natura ha 
congiunti , la fortuna non separi : et benché io sia instrumento debolis- 
simo , lavorerò sempre tucto quello crederò che sia bene. La S. V. è pru- 
dentissima , et a quella mi raccomando » (1). 

14 ottobre. - Magniflcis dominis Decem viris Balye. 

19 ottobre. - [Ai suddetti]. 

19 ottobre. - [Al Gonfaloniere Sederini]. 

« .... Non mi occorre altro se non rachomandarmi alla S. V. , quale 
si degnerà acceptarmi nel numero de' sua fedeli : certificandola che , se- 
condo el costume delli antichi Romani , io mi son proposto nell'animo 
per uno exemplo imitar quella. Nam, ut inquit Plinius , stuUissimum 
est ad imitandum non optima queque prqponere ». 

19 ottobre. - [Ai Dieci]. 

« Questa sera , per le solite mani de' Commissari d'Arezo ho una delle 
S. V., la quale micommecte che io subito le avisi quanto Thommaso Thosin- 
ghi e Piero Zati liabbino liauto da questa Comunità insieme o di per sé per 
conto di salario o d'altro. Io inmediate liebbi a me el Gonfaloniere , el Can- 
celliere et el Camarlingho loro et altri , et con diligentia examinato cia- 
scheduno sopra decta materia , perchè son quegli a chi s'aspecta saperlo , 
l'uno per stantiare et commectere , l'altro per rogare , el . terzo per 
pagare : et in effecto, quel eh' io ritragho è questo. A dì 23 d'agosto si 
partì di qui Bernardo de' Bardi et Thommaso Tosinghi quando la prima 
volta andorno in Arezo chiamati da" Franzesi , et lasciorno qui Pier 

(1) Gli Orsini, i Vitelli e gli altri loro aderenti , dopo aver fatta una 
Dieta alla Magione in quel di Perugia (della quale è qualche cenno nel co- 
pialettere dell'Ardinghelli), erano andati ad Urbino, e recuperatolo con poca 
fatica, l'avevano reso a Guidobaldo. Di che il Papa e il Valentino furono, 
come dice il Guicciardini [Op. ined. , III, 283), sbigottiti, e chiesero aiuto 
al Re di Francia. Alloi'a fu che 1 Fiorentini condussero per capitano gene- 
ralo il Marchese di Mantova. 



28 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

Zati , et comraissono a questi hnomini che lo ubidissino chome loro 
medesimi insino a tanto che ci venissi Commissario ordinario , et che 
li havevano dato ogni loro auctorità. A dì 30 d'agosto venne qui Piero 
Sederini et Lucha degli Albizi a pigliare la possessione , et confermorno 
decto Pier Zati nella medesima auctorità: et mai si ragionò di salare 
pagamento alcuno. Subcesse dipoi , che a dì xi di septembre io giunsi 
qui ; et l'altra mattina furono a me questi huomini , mostrando sponte 
voler pagar Piero Zati, ma bavere dilFerentia con lui; prima, della 
quantità di tante lire il dì ; poi , che dal dì che fu lasciato qui da decti 
Bernardo et Thommaso al dì che si fé la restituctione a Pier Sederini 
et Lucha, non volevano haverlo a pagare. Io li exortai a non guardare 
in questa pichola chosa , perchè a loro non accadeva termine di resti- 
tuctione , essendo stati sempre devoti et fedeli , et che volessino sati- 
sfarlo di quanto haveva servito. L'altro , che gli dessino x lire il dì , 
chome havevo bavere io da loro. Mossemi a questo la degnità delle 
S. V. ; che se ci fussi uno saxo in segno di quelle , non che uno huomo 
da bene , mi pare giusto fussi satisfacto : et in oltre , egli era uno ap- 
provare che fussinsi rebellati , a non pagare chi ha vessi tenuto questo 
luogho. Di che nacque che e Priori feciono uno stantiamente al detto 
Piero , per 19 dì , di lire 190 ; le quali non ha anchora haute , ma uno 
di questi proventuali che haveva debito in Cor. s' è obligato a pagar- 
gliele per tucto questo mese .... ». 



23 ottobre. - [Ai Commissari generali d'Arezzo]. 
31 ottobre. - Ma^niflcis dominis Decem viris etc. 



« .... lersera al tardi si sentì qui trarre molti colpi d'artiglierie grosse 
di verso Montepulciano : onde subito mandai uno a posta di là dalle 
Chiane, et questa mactina è ritornato et referiscie come el cardinale 
Orsino et Pandolfo (1) et altri si sono aboccati insieme a Chiusi; et. 
per quanto si ritrae , hanno facto pocha conclusione , et maxime per 
bavere inteso la perdita di Camerino , dove più dì fa entrò el figliolo 
del Signore vechio , con messer Liverocto da Fermo. Qualche uno ag- 
giugnie essersi trovato al sopradecto parlamento el Cardinale de' Me- 
dici , ma non ne trovo riscontro. Le S. V. debbono bavere più certo et 
più particulare aviso. Scrivendo questa , intendo e colpi delle artiglierie 
esser stati per honorare Pandolfo che andò a Montepulciano. Anchor 
s' è decto qui stamani , Perugia essere in arme .... ». , 

(1) Petrucci. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 29 

1 novembre. - [Ai suddetti]. 
5 novembre. - [Ai suddetti]. 

« A dì 3 hebbi una delle S. V. del primo , et intesi li advisi et riscontri 
dello achordo fra '1 Papa et Valentino da una parte , et questi altri Si- 
gnori da l'altra ; et così e dubbii e sospecti nascevon di tale achordo , 
e 'i desiderio havevon quelli di ritrar qualcosa del campo loro. Et però 
subito, oltre a l'ordinario , mandai a posta uno a Castello , uno in campo 
et uno a Perugia. Quello di Perugia questa notte è tornato , e referisce 
in prima : el campo essere intorno a Peserò, di circa a 800 huomini d'arme 
et X." fanti. Dove si truova per capi el Duca d' Urbino, Vitellozzo, Giovan- 
paolo , el signore Tulio Orsino , et uno de' Bentivogli ; et per ancora , el 
Signore vecchio di Peserò non essere arrivato, et che subito giungnessi, 
speravono espugnarlo ; et così in brieve Fano et Rimino. Drento in Peserò 
esser don Michele con gran parte de la sua gente , et per sospecto aver 
levato l'arme di mano al popolo. Diceva.si in campo lo achordo esser 
rotto , et maxime per opera di Vitellozzo et Giovanpaolo , quali giudicha- 
vono che Valentino Io aconsentissi per fermare el sangue a questa ferita ; 
et che libero da questo pericolo , romperebbe lor la fede , et dividen- 
dogli , gli spaccerebbe (1), non sondo mai per restar patiente a una 
tanta et sì vituperosa perdita. Et per questo si volterebbono col campo 
alla volta di Roma , dove el Pontefice , per non ha ver gente d'arme , era 
in gran travaglio.... ». 



s. d. - [Ai suddetti]. 

« Questa sera è tornato uno mio mandato da Castello , et dicemi 
che venerdì vi venne di campo messer lulio (2) vestito alla spagnuola 
come secolare , et scavalchò al vescovado al luogo suo. Dipoi andò in 
casa Vitellozzo , dove è malato Vitello figliolo di Cammillo , et in ter- 
mine d'un' ora uscì fuori per la porta Sancta Maria che va a Perugia; 



(1) Spaccerebbe , parola profetica ; che due mesi dopo il Valentino e il 
Papa spacciarono veramente i capi di questa lega , che ora faceva loro 
tanta paura. Il Valentino era in Imola , e a lui fu mandato dai Fiorentini 
Niccolò Machiavelli cancelliere de' Dieci , mentre a Roma si mandava Ales- 
sandro de' Bracci « per dar pasto al Papa » , come scrive il Guicciardini 
(Op. ined. . Ili , 289). 

(2) Giulio Vitelli , fratello bastardo di Vitellozzo , era vescovo di Città 
di Castello. 



30 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

et , secondo ritrassono , andava alla Magione. In Castello et nel contado 
non par che sia quasi persona, tanti fanti hanno mandato et mandano 
in campo ; et dicon loro , che fra pochi dì torneranno a casa. Et questo 
forse per quietar que' villani , che sono assassinati in queste imprese. De 
l'achordo in Castello se ne fanno begli , che a loro sta el concluderlo : 
et per quanto io posso comprendere per varie coniecture di qua , e' non 
era anchor fermo quando le S. V. mi scrissono haverne aviso particu- 
lare da Nicolò Machiavelli. Et benché questi Signori si faccin gagliardi, 
ritragho che gì' è cessato questo furore di Victoria, et che sono alla 
fine per achordarsi .... ». 

8 novembre. - [Ai suddetti]. 

12 novembre. - Decem viris. 

« .... Questa per significare a quelle (S. V.) come el cardinale Orsino 
hieri si partì dalla Magione con tutta la famiglia et carriaggi sua; 
et secondo si diceva, alla volta di Roma.... Per molti rischontri intendo 
l'acchordo esser fatto .... ». 

14 novembre. - ^\i suddetti . 

18 novembre. - [Ai suddetti]. 

21 novembre. - [Ai suddetti]. 

s. d. - [Ai Cinque ufficiali sopra le cose d'Arezzo]. 

« Per una de' xvi delle Spettabilità, Vostre , ricevuta hieri , benché 
prima n'havessi qualche notitia, ho inteso la nuova creatione (l),aucto- 
rità et ufficio del magistrato di quelle , et il desiderio loro d'aver qualche 
ad viso particulare delle cose notabili seguite qui dal di della rebellione 
d'Arezzo in qua .... ». 



25 novembre. - [Ai Dieci]. 
3 dicembre. - [Ai Cinque ufficiali suddetti 
3 dicembre. - [Ai Dieci]. 

(1) Provvisione dui di 13 novembre 1502. 



lìONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 31 

4 dicembre. - [Ai suddetti]. 

4 dicembre. - [Ai Cinque ufficiali suddetti]. 

Manda loro i nomi di quelli che al tempo della ribellione si mostra- 
rono avversi al Comune. Fra gli altri : « maestro Antonio medico di 
Paulo Vitelli, quello che in tucti i punti delle stelle Io governava .... ». 

5 dicembre. - [Ai Dieci]. 

9 dicembre. - [Ai suddetti]. 

« In questo punto , che siamo a hore 20 , intendo da uno che a' di 7 
partì d'Agobbio, come la notte havanti vi fu lettere a la Comunità, 
d' huomini Gobbiesi che si trovavano in Urbino , che el duca Guidobaldo 
rilasciava lo Stato al duca Valentino , et di già era uscito d' Urbino , 
salvo la persona et certe robbe , et veniva alla volta di Castello .... ». 

11 dicembre. - [Ai suddetti]. 

« A' dì 9 scripsi alle S. V. quanto havevo ritraete del movimento 
d' Urbino ; et questo dì intendo da uno che per mio ordine parlò hieri 
in quel di Castello a uno soldato di Vitellozzo , come a dì mii el duca 
Guidobaldo uscì d' Urbino in sur una muletta , acoznpagniato da tucte 
le lance spezate et altri fanti di Vitellozzo ; et che montato a cavallo , 
si volse inverso il palazzo suo , et con gran copia di lacrime gridò due 
volte ad alta voce : Idio , perchè m'ài fatto questo ? Et così per la 
strada ad ogni passo si voltava con grande esclamazione , quando el 
popolo si gli faceva incontro , et , piangendo la sua partita , olferivano 
la robba et la vita , confortandolo a voler morire più presto con la 
spada in mano in casa sua, che esser menato al macello come una 
bestia. Et a Casteldurante gli venne uno svenimento in modo che V hel> 
beno a portare in cataletto insino a Castello , dove giunse a hore 3 di 
notte. Costui che à referito questo al mio mandato , dice essersi trovato 
acompagnarlo insino alla porta di Castello, et intese lo alloggiorono 
nel palazzo de' Priori; et che lasciorono Vitellozzo in Urbino con tucti 
i sua homini d'arme. Questo mio mandato , per non si scoprire , non 
ha potuto intendere se Vitellozzo ha fatto questo con ordine et d'acordo 
con Valentino , o se pure vole el Duca in mano per farne qualche con- 
tratto a suo proposito et a sua posta. Ma , per quello che gli à com- 
preso , giudica che Vitellozzo non si tenghi sicuro in Uri ino , et chi sia o 
amico inimico, per non si fidare de'Franzesi. Et per tucto quello di 



32 I MANOSCRITTI TORRIGIAKI 

Perugia si scrive tucti gì' homini apti a portar arme ; et da uno in 
fuori , si fusson dieci huomini in una casa , tucti son comandati : et chi 
ha punto el modo fuor dell' ordinario , gli conviene o andare a cavallo 
o pagliare uno huomo d'arme o uno balestrieri .... ». 

13 dicembre. - [Ai suddetti]. 
15 dicembre. - [Ai suddetti]. 

« Per poter avisare le S. V. di qualche particulare in queste cose 
d' Urbino , mandai , infra gli altri , a Castello uno di qui , fratello di 
un Cancellieri del Duca ; el quale è ritornato et riferisciemi haver par- 
lato con detto suo fratello , ben che brieve tempo et com rispecto , et 
ha ritraete questo. El Duca esser in casa e Vitelli malato di ghetti, 
et tanto del resto del corpo mal disposto che indica la sua vita dover 
esser brieve. Come v' ha condotto 80 muli carichi di sua robbe, et molte 
altre ne aspecta. Come gli àn diminuito la famiglia et la spesa ; con 
molti pronostichi che non sia di ligieri per partirsi. Et che le mi for- 
teze , ciò è Sancto Leo , le Penne di San Marino , Montuole et Monte- 
chuchiole , le quali s' è riserbato per sua sicurtà tanto che il Valentino 
li atenga certe promesse , sono in fine guardate da huomini di Vitel- 
lozzo. Et che in Sancto Leo è Giovanni del Rossetto , nelle Penne lacomo 
suo fratello , et in una de l'altre , che non sa quale , messer Bernardino 
di Nofri Camaiani. El signor Paulo si truova in Urbino governatore, et 
Vitellozzo anchor v' è colle sua genti. Aspectasi di proximo a Castello , 
dove è messer lulio. Della pace parlò molto honorevolmente . non 
senza minacci contro alle S. V ». 

15 dicembre. - [Ai suddetti]. 

« Questa per significare alle S. V. come per la via del Monte Sancta 
Maria ho inteso che hiarsera a bore xxii giunse Vitellozzo in Castello 
com circha 30 cavalli , et che il signor Paulo Ursino ne andava a la 
volta da Ogobbio .... ». 

21 dicembre. - [Ai suddetti]. 

23 dicembre. - [Ai suddetti]. 

25 dicembre. - [Decem virisi , 

27 dicembre. - [Decem viris]. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 33 

s, d. - [Ai suddetti]. 

3 gennaio. - [Ai suddetti]. 

« .... Siamo a 24 bore, et qui è capitato un maestro Galasso 
frate conventuale di San Francesco , qual dice essere inbasciadore della 
Comunità di Perugia a' nostri Excelsi Signori , et liammi mostro le let- 
tere di credentia. Aflferma del certo la morte di Vitellozo , signor Favolo 
Orsino , Duca di Gravina et messer Liverotto. Il quando , si dice essere 
stato sabato ; et in questo modo : che essendo il duca Valentino entrato 
in Sinighaglia , venne a lui il signor Favolo Orsino , scusando Vitellozo 
et li altri che per sospecto havevono della sua Excellentia non si vole- 
vono rapresentare. Dice che il Duca con lieta faccia mostrò maravi- 
gliarsi di questa diffidentia , et commisseli subito andassi a trovarli , et 
per suo parte dicessi loro che e'venisseno ad ogni modo, perchè e' li 
vedea volentieri ; et che le iniurie erano perdonate. Andò el signor Faulo 
ad trovare e prelati Signori , et per parte del Duca expose loro la 
imbasciata; et molto li esortò et pregò al condure in Sinighaglia. Vi- 
tellozo , che era el più duro , si volse ad uno suo allevato chiamato 
Cesare , et dixe : Io ti raccomando questi mia nipoti , perchè io cono- 
.scho andare alla morte: et poi che così vi piace, io sono contento 
vivere et morire con chi m'ha conlegato la fortuna. Fartironsi et con 
pochi cavalli si transferirono in Sinighaglia ; et scavalchati , n'andorono 
allo alloggiamento del Duca. El quale , inteso la venuta loro , si fece 
incontro ; et come li furono innanzi , si volse alla guardia sua et ad 
altri deputati, e gridò forte: Amaza amaza e traditori. Le S. V. pos- 
sono pensare che e' mancò luogho alle ferite. Et fur morti alcun' altri 
di poca qualità. Levato il romore , el figliuolo del signor Favolo et ni- 
pote di Vitellozo ne vennono a Ferugia. — Queste cose ho ritrate 
dal detto inbdsciatore et da uno altro mio fidato tornato in questo 
punto da Ferugia , qual parti iarsera a 24 hore. — Scrivendo , ho 
nuove da Ferugia come han sospecto grandissimo che Valentino non si 
acchosti chon lo exercito: et nel populo non appare una fidata dispo- 
sitione ». 

4 gennaio. - [Ai Dieci]. 

« .... Questa mattina intendo che messer lulio et el resto de' Vi- 
telli insieme col Duca d' Urbino si son fuggiti di Castello a la volta di 
Ferugia : et che Castello havea romoreggiato et facea segni , o veri o 
simulati , di dolersi che costoro fussino usciti della rete .... ». 
ARCH. , 3.3. Srrie , Tom. XIX. 3 



34 I MANOSCRITTI TORRIGIAKI 

s. d. - [Ai suddetti]. 

Cancellata, e non finita, 
s. d. - [Ai suddetti]. ' 

Poche righe di un principio. 

2 gennaio. - Decem viris. 

3 gennaio. - Vexillifero lustitie perpetuo. 

« Magnifice etc. Dalle 7 hore in qua io ho scripto 3 volte al magi- 
strato de' X , come a V. Ex.'^ S. debbo esser noto ; alla quale mi è 
parso scrivere questa in proprio per significarli che se in Perugia 
sarà alcuna novità , Cortona non sta bene sola col Capitano ; perchè 
trovandomi qui vicino, intendo ad ogni bora la poca reputatione et obe- 
dientia che vi ha ; et per qual causa si sia , o dalla malignità de' Cor- 
tonesi o dal ghoverno suo , in duo casi principali si sente ogni dì qual- 
che cosa poco honorevole. L' una è della guardia del passaggio et della 
terra ; l'altra è della tracta del grano fuori et carestia drento. Io ho 
voluto usar questo termine con la V. Ex.^* S. , alla quale non dubito 
parer presuntuoso per la afiection mia verso la patria, et fedel ser- 
vitù ho con quella , né etiam acquistar malivolentia o carico co' parenti 
di detto Capitano ; riputando el pecto di V. Ex.^^ S. un tesoro di se- 
greti publici. Et perchè la nocte di Pasqua si sentì in Montepulciano voce 
che gridorno Marzoccho ; et per quello si stima, per esser suto loro rin- 
carato la ghabella del sale; non è fuor di proposito che la Ex.^^' S. V (1) 

etiam che chi venissi in queste bande sia huomo pratiche et di repu- 
tatione. Qui drento e fuori a tutti e passi è tale ordine di dì et di 
nocte , che se uno passando non vola , spero per gratia di Dio vederlo 
in viso : et a questi huomini bisognierà , havendoli adoperare , più presto 
briglia che sproni. La fretta et l'amore mi scusi , s' io passassi e con- 
fini con la Ex.'^ S. V.; alla quale humilmente mi raccomando ». 

6 gennaio. - Decem viris. 

« .... Intendo hoggi per homini et mandati a posta usciti hieri 
di Perugia, come non hiarsera l'alti-a vi venne un trombetto di Va- 

(1) Qui deve mancar qualcosa. 



DONATI AL R. AUCIItViO DI FIKENZK 35 

lentino , e per sua parte expose publicanieiito al populo , che la Sua 
Excelleiitia voleva passo et vectovaglia per migliaia di combattenti , et 
che loro cacciassino e tyranni inimici sua et di Sancta Chiesa, se non 
che verrebbe a mettere il paese a fuoco et li huomini a fil di spada. 
La nocte più volte si fé' Consiglio ; et infine vedendo Giovanpaolo poca 
unione a difendersi , deliberò non restar tanto che o e' fussi tagliato a 
pezi , che e passi fussino presi al fuggirsi. Et la mattina fé' caricare 
tutte le robe , le donne e' fanciulli sua et de' Vitelli , et dipoi raunato 
in piazza le gente e '1 populo armato , con gran pianti si partì , dicendo 
che non voleva ad suo petitione la rovina della patria. Usci fuor lui, 
el Vescovo , messer Gentile, Marcantonio, Sforzino , Cesare, Lodovico, della 
casa de' Baglioni ; lulio Cesare , messer Pietro Paolo da Cernia , Ruberto 
Tei e' fratelli , et gran numero di suo' partigiani , et quasi tutta la Porta 
Sancta Maria ; et di forestieri , el Duca d' Urinino , el Signore di Came- 
rino , el signor Fabio Orsino , messer lulio Vitelli, con tutti e suo' nipoti , 
molti rebelli Aretini... Et subito che usciron costoro , in Perugia si fé' Con- 
siglio , et deputorono cinque Capitani alle porte ; et mandorono ora- 
tori al Valentino , quale si accostava con lo exercito , a dirli che vole- 
vono esser buoni figliuoli di Sancta Chiesa et haver lui per protectore , 
ma che non volevono in alcun modo li usciti. Rispose con quella beni- 
gnità che sanno le S. V. che sa usare. — Io credo che le S. V. hanno 
voluto che piovessi e non che diluviassi ; et vegghono Castello in tutto 
ad petition sua ; et Perugia , o per forza o per amore , el medesimo ; 
et conoscon li effecti che fa la Victoria nelli huomini , et maxime in 
uno animo simile a costui ; et ancor sanno qual sieno le forze loro , et 
quanto vagliene e comandati , et così la fede de' subditi loro. Et io , per 
esser vicino qua, non voglio mancar di ricordare con ogni debita 
reverentia Cortona et poi Cortona, la quale ha in sé tante qualità et 
tante considerationi , che le S. V. sapientissime non posso pensare la 
lascino a benefitio di natura , senza lar quelle provisione che di forza 
et d' ingegnio son necessarie. Questi son tempi da mandarsi giù la vi- 
siera , et dir quel che l' huomo intende ; et non dubito parere prosum- 
ptuoso, trovandomi qui presso a cinque miglia. Le S. V. ne debbono 
haver la minuta dal Capitano et dal Castellano , et in particulare qual 
sia la fertilità de' Cortonesi ne' granai et la carestia extrema in piazza ; 
et quanto sieno ferventi a far guardie o factione alcuna .... ». 

7 gennaio. - [Ai Dieci]. 

« .... Lo exercito cominciava a giungnere a Pianelle , et la perso- 
na del Duca si trovava a Sassoferrato. È opinione di qualcun di questi 
fuorusciti Perugini che '1 campo habbi a fermarsi poco in Perugia et 
habbi a transferirsi alla volta di Siena , dove non si stima che né que- 



36 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

sti fugitivi né Pandolfo aspetti. Farmi che Italia stia in modo et il fa- 
vor de cieli sia tanto in costui (1), che le cose sien per riuscire maggior 
che non si aspettano. Qui si tiene certa la morte di tutti e presi , et 
di più aggiunge qualchuno , el cavaliere Orsino (2).,.. ». 

7 gennaio. - Capitaneis Partis Guelfe. 

Avendo fatto restaurare la Montanina quasi minata da Vitellozzo, 
il Commissario scrive ai Capitani che vi mandino un Castellano e la 
forniscano di munizioni e d'armi. 

9 gennaio. - Pro visori quinque Offìcialium. 



9 gennaio. - [Ai Dieci]. 

« .... In Perusgia fanno ogni forza che nessuna generatione di usciti 
vi ritorni. A' dì 6 v'entrò el Cardinale Arborense spagniuolo Legato 
et Ghovernatore (3) , et a' dì 8 messer Artese segretario di Valentino ; 
et han ridotto el grano a dieci grossoni di nostra moneta la mina loro , 
che sono più che due stala ; che prima valeva altrettanto. Han levato 
la graveza de' fuochi alla città et al coatado ; et le vocie et le bandiere 
sono Chiesa et Duca. Reggiesi senza scandolo di sacho o di homicidio. 
La persona del Duca si trova a Sciesi con lo esercito , dove ha facto 
morire dua Capi che v'erano di parte- benché contrarli : 1' uno , el fra- 
tello del Conte di Stampato cognato di Giovanpaolo ; l'altro , messer 
Galeocto. Et pel campo si dice ne vanno a Siena , et che el Duca vuole 
usare la Victoria, et monstrare bavere ligitimamente el suo nome pro- 
prio (4) .... ». 

10 gennaio. - lulio Caesari de Cernia. 



10 gennaio. - Decem viris. 

« .... Questa sera a 23 bore è tornato un mio mandato da Perusgia, 
clic ne uscì hiarsera a bore 22 , et referiscemi : Come la persona del 



(1) Cioè il Valentino. 

(2) Il Valentino , dopo aver fatto strangolare a' 31 dicembre Vitellozzo 
e Liverotto , pochi di poi fece morh'e Paolo e il Duca di Gravina. 

(3) Giacomo Serra , nativo di Valenza e vescovo d'Arborea. 

(4) Cioè , Cesare. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZI*] 37 

duca Valentino si trovava a Torciano. et la sera ^aspettavano in Peruj^ria; 
et lo exercito suo haveva passato el Tevere al Ponte Nuovo et lascia- 
tosi Perusgia in sulla man clextra; et già la prima guardia di Spa- 
gnuoli era per strada maestra entrata circa tre miglia a uno crocicchio 
di via,' dove si può pigliar el cammino alla strada senese verso el Ponte 
a Chiusi , et venire anchor a questa volta verso Pasignano. Tamen l'or- 
dine et le vectovaglie eron preparate a Pamchileri et a Pacciano. Ven- 
ghono sanza ordine mescolati alla franzese , et sono sparti in circa 
a 18 castella Dove sono alloggiati et dove passone, si portone in modo 
eh' e Franzesi sono adorati per santi ; et già Perugia comincia a dan- 
nare la sua stolta letitia. I' ho hoggi mandato due a posta a quella volta 
per intendere che viaggio piglino. Pel campo vulgharmente si parla 
che e' vanno a Siena ; et qualcuno dice , che per havere via più sicura 
et più abondante di victuaglia , che e' fa la via di qui per volgere al 
Bastardo et ferire diritto a Siena. Io mi persuado . atteso la sapientia 
delle S. V. . che quelle habhino qualche certeza del suo cammino , et 
giudichino dalle forze di costui non poter ricevere né danno né vergho- 
gna. Pure e' mi duole che il Commessario designato non venghi , che 
sarà tardi venendo per staffetta ; et temo della tardità quale suole essere 
ne' rimedii fiorentini . perché questo exercito può esser domani sotto 
Cortona , et non intendo per ancora che qua sia ordine o provedìmento 
chi possi farsi innanzi, almeno con le parole, et avisare questi luoghi 
circunstanti et le S. V. hora per hora di quello accade. Et io per esser 
discosto , et non potere partirmi di qui , ho le cose o tardi o interrocte , 
et posso darne mal iuditio non havendo lume dalle S. V. di quello te- 
mine sperino in questi prosperi successi di Valentino .... », 

11 gennaio. - Decem viris. 

« .... Questa mattina passò di qua Donato cavallaro con lettere di V. S. 
a Niccolò Machiavelli : dettili notitia del campo , et qual via havessi a 
tenere per condursi presto et sicuro. Hoggi mi fu rapresentato Vincen- 
tio corriere di messer Giovan Benti vegli , che hieri si partì di campo, 
et mostrommi lettere del Machiavello a V. S., per le quali son certo 
quelle saranno advisate d'ogni particulare. Non di meno, per non man- 
care del debito , ho fatto questa per ritraete di huomini partiti di 
campo doppo il detto corriere , e quali avermene el Duca hieri al tardi 
trovarsi a Torciano , et hoggi havean disegnato il cammino inverso 
Orvieto , et passare al Ponte a Carnaiuolo perché , secondo si dice , fu 
tagliato il Ponte a Chiusi subito che passorno i Baglioni. — La univer- 
sale opinione é , che vadi con tutte le forze sua a Siena. Lunedi sera 
si partiron da lui messer Giovanni Antonio Saracini et Guido Belanti 
oratori sanesi , ch'eran venuti a deprecar questa sua andata. A' quali 



38 I JklANOSCRITTI TORRIGIANI 

rispose , secondo si dice , che non andava per daniiificar o tor lor la 
liljertà , ma per vendicarsi et assicurarsi di Pandolfo et Giampaulo sua 
inimici , et che ogni volta che '1 populo da sé li cacciassi , non andrebbe 
più avanti a quella volta .... ». 

14 gennaio. - Decem viris. 

« .... Hiersera anchora el Duca si trovava a Castello della Pieve, 
et il campo era sparso in più luoghi , né ancora havevono messo un 
pie in quel di Siena. — In Panicale era alloggiato circa 2000 fanti tra 
italiani e tedeschi ; in fra e quali era Magnares , el Grechetto , lo Sghalla 
da Siena , lo Imola ; et che per non haver denari erono iti a trovar 
Valentino per dirli , che trovandosi loro male aleggiati , dessi loro o 
danari o da guadagnare. La roccha di Castiglione del Lagho hiersera 
ancor si teneva pe'Baglioni: era vi alla expugnatione d'epsa Baldaxari 
Scipioni sanese con molte lancio spezate et cavalli leggieri. — Riferiscemi 
ancora (1), che hieri passando per Montepulciano vi trovò due sorelle 
di Giovanpavolo ; l'una madonna Lucretia che fu donna di Cammillo, 
l'altra madonna Ipolita che fu donna di Giovan Ghatto da Viterbo; 
et conmissonli che, venendo qua, mi riferissi come loro havevon da 
Giovanpavolo che venendo qui sarien sicure, et che hoggi si condur- 
rieno a Foiano , et doman qui , con parechie fanciulle lor figliuole et 
duo fanciulli figlino' bastardi di Ridolpho Baglioni , con lor servitori , in 
numero di 20 o 25 cavalli. Io ho risposto , che qui non voglio forestieri ; 
et usato qualche termine , cenni et parole , che costui li ha mandato in- 
contro a dir che non venghin più avanti ...... 

18 gennaio. - Domine Lucretie de Balionibus. In Foiano. 
Si scusa di non poterla ricevere con le altre donne e figliuoli. 

19 gennaio. - Io. Rodulphio capitaneo Aretii. 



19 gennaio. - [Al Gonfaloniere perpetuo]. 

« Questa sera é stato a me ser Valerio cancellieri di Giovanpavolo, 
et con grande instantia m'à pregato, intendendo el Valentino ha pas- 
sato le Chiane, che io sia contento racceptare solamente le persone dì 
dua sorelle di Giovanpavolo et dua loro figliuole grande da marito ; le 

(1) Un Bastiano di Gace , servitore di Marc'Antonio Baglioni , che il 
Commissario prese ad esaminare. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 39 

quale, secondo l'ordine delli spectabili X, questa mactina da Foiano si 
transferirono in Lucignano ; acciò che non havessi ad intervenire cosa che 
ne havessi a increscerc alla V. Excellentia , la quale con molte parole 
mi fece fede esser ben disposta che l' honore di queste meschine almeno 
non perisse. Et havendo io inteso che queste donne stamane al partire 
di Foyano , doppo molti pianti , furono per vestire quelle due fanciulle 
da homo,etsanza altra licentia furtivamente mandarmele qua, volendo 
più presto confidarle nella compassione delli excelsi Signori Fiorentini et 
mia , che vederle , inanzi agli ochi , alle mani di crudeli inimici ; hora io 
non ho potuto fare che la pietà di questa fortuna , di questa età , non 
mi habbia commosso ; et tanto più , quanto io ho inteso che gli ochi di 
Vostra Excellentia benignamente le hanno riguardato : et tamen non ho 
voluto preterire uno minimo vota della mia commissione : ho electo scri- 
verne in proprio alla Excellentia Vostra per intendere se le persone 
sole delle quattro donne, o almeno le due misere pulzelle , io possi qui 
raceptare , tanto che o el furore del pericolo passi o il core pigli altro 
partito. Prego quella humilmente pel presente latore ne risponda ; et 
quando non fussi contro alla publica intentione , io, che naturalmente 
ho compassione agli afflicti, me ne terrò ubligatissimo ». 

19 gennaio. - Decern viris Reipublice Fiorentine. 

« .... Intendo come el duca Valentino hieri passò le Chiane, et 
prese Chiusi et Cetona, et abrusciorono certe case intorno alla Rocha 
di Sartiane : dipoi preseno Cliianciano , et arsonvi molte case per tro- 
varle vote di huomini et vectuvaglia .... ». 

24 gennaio. - Decem viris. 

« .... Queste cose del campo di Valentino si portano in modo a 
chi vi s'achosta, che con difficultà si ritrahe nulla del certo. Sabato 
mattina la persona del Duca era ancora in Sartiane , et le artiglierie 
debbono esser passate o vicine al Ponte a Carnaiuolo. — Havendo inteso 
la electione del Potestà di questo luogo, et aspectandolo a'4 o 6 di di 
febraio , subito che sarà giunto , con buona gratia et licentia di V. S. 
tornerò alla patria .... ». 

24 gennaio. - Capitaneis Partis Guelfe. 

24 gennaio. - Yexillifero lustitie. 

« El ringratiar la V. Excellentia con le parole sarebbe un tediarla, 
et un mostrar con quelle voler satisfare alla benignità della sua let- 



40 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

tera et alla gratia exaiidita ; però humilmente me le raccomando , cer- 
tificandola conoscer li oblighi mia, et aspectando occasione far para- 
gone della mia fede ». 



29 gennaio. - Decem viris. 

« El campo di Valentino s' è tanto scostato da queste bande , che 
con difficultà et lungheza di tempo se ne può ritrarre alcuna cosa , per- 
chè la strada che ha fatta lui per la disperatione de' luoghi saccheg- 
giati , oltra a esser lungha , è pericolosa. — Di Perugia s' intende , come 
il Legato s'è insignorito d'ogni cosa, et di fatto procede in ogni 
suo iuditio , et con la reputatione più che con altro si fa temere , per- 
chè non ha 25 fanti alle executione sua. Fa gran guardie che non si 
faccia raghunate né in publico né in privato , et non permette che tre 
insieme si parlino. Rauna quanti muli può bavere , et manda in campo 
victuaglia et pallottole. Di nove statichi che havevono a ire a Roma , 
n' è iti cinque , come per la inclusa nota vi mando. Et duo dì fa com- 
parì qui Mario Benincasa , che era uno de' Priori , che di nocte scono- 
sciuto hebbe una chiave d' una porta , et uscì fuori : et se a lui si può 
credere come amico di Giovanpavolo , e' dice che Perugia in universale 
non fu mai peggio contenta , né più sbigottita. Et che tutti e primi 
fuoriusciti , visto che non hanno potuto ritornare in casa , desideran 
la vita di Giovanpavolo ; perchè , morto lui , conoschano che el Duca 
l'apiccherà a tutti loro , per lasciar Perugia senza capi. Pur Carlo Ba- 
glioni si truova al Ponte a San Giovanni , et ha ridocto insieme circa 
1000 fanti e 150 cavalli , et dà boce di andare in campo. El Castellano 
della roccha di Todi , che è spagnuolo , ha haute lettere dal Papa ad 
petitione de' Venitiani per restituir la donna di messer Bartolomeo 
d'Alviano, sorella di Giovanpavolo , che lui ha in custodia: et ha rispo^- 
sto che la tien pel Duca , et per sue lettere la renderà. De l'altre donne 
de' Baglioni , doppo la partita loro da Foiano , non ho inteso nulla ; che 
si transferirono a Siena .... ». 



29 gennaio. - Decem viris. 



« .... Per quanto referi scon decti fanti , la persona del Duca pro- 
prio lasciòno a Pienza ; el campo è a San Quirico et in quelle cir- 
cunstantie , con qualche difficultà di vectovaglia ; et aspectano l'artiglie- 
rie , quale a questa bora doveano esser comparse ; et domactina , se- 
condo la publica voce, si moverebbono alla volta di Siena .... ». 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 41 

2 febbraio. - Decem viris. 



« Hiermattina passò di qui e 200 cavalli bolognesi , che la sera 
avanti erano alloggiati nella costa di Arezo. Io feci loro tutte le com- 
modità et rinfrescamenti hebbon bisogno , sanza lasciarli entrar drento , 
salvo qualche spicciolato ; et non fecion danno o alteratione alcuna. 
Condussensi sotto Cortona ; et benché il dì dinanzi ne dessi notitia al 
Capitano , non fu exeguito l' ordine suo , tanto che ne seguitò un po' di 
scandolo , come per le alligate vedranno le S. V. Sono una volta fuor 
de' confini , et non credo sia per seguirne altro. Et se han trovato in 
su' terreni di V. S. ogni lor commodità, hor che si son congiunti con 
circa 300 cavalli trovorno in sul Laglio , sconteranno e buoni alloggia- 
menti, et maxime se haranno a cavalcare in fretta, come pare si ri- 
traggha che fa il duca Valentino : di che V. S. per la via di Siena deb- 
bono haverne il vero. Questi Bolognesi non son più che 30 huomini 
d'arme et 100 balestrieri assai male a cavallo ; et par vadino malvo- 
lentieri. Belli altri che son giunti in sul Lagho, le S. V. ne debbono 
haver notitia dal Capitano di Cortona .... ». 



6 febbraio. - Decem viris. 

7 febbraio. - Quinque ofììcialibus Aretii. 



« Io credo che le S. V. sappine che tutti questi beni che furon dei 
Vitelli, Giovanni di Francesco Becchi li tiene affitto da gli officiali 
de'Rubelli. Et qui uno Cola d'Antonio di Cola di qui fa intorno a questi 
frutti et possessioni tutti e facti sua, et lui ha in mano el vino et 
r olio di questo anno ; che il grano , secondo eh' i' ho inteso , trovan- 
dosi qui Vitellozzo alla battitura , ne lo portò via tutto. Et delle mas- 
seritie et cose mobili non intendo ci sia cosa che meriti scriverla ; 
perchè Iacopo Lotti , per conto delli officiali de' Rubelli , fu qui et vendè 
insino alle federe de' sacchoni. — Spero partir di qui , per gratia di Dio , 
a di XI; et a boccha referirò alle S. V. quanto di questo et d'altro 
occhorrerà ». 



42 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 



[Registro di lettere scritte da Pietro Ardinghelli come 
commissario di Borgo San Sepolcro]. 

Tre grossi quaderni , di carte 44 scritte , con una bianca in principio e una in 
fine. Autograto in gran parte. 

Nel Registro delle elezioni degli Ambasciatori per il Comune di 
Firenze (1) si trova sotto dì 28 marzo 1503: Magnifìci Domini etc. 
eXegenmt extraordinarie , et decreto suo tantum, in Commissarium 
Burgi Samsepulcralis prò tem'pore quindecim dierum , et cum salario 
alias declarando , spectabilem virum Petrum Niccolai de Ardinghel- 
lis , et cum auctoritate etc. E per una postilla marginale si viene a 
sapere , che a' 30 di marzo partì di Firenze , e vi tornò il 27 di giu- 
gno. Le lettere difatti cominciano col 2 d'aprile ; ma terminando col 
primo di giugno , è manifesto che un secondo registro non ci è per- 
venuto. 

A' 2 di luglio 1502 anche Borgo San Sepolcro si era ribellato a'Fio- 
rentini , seguendo 1' esempio d'Arezzo, di Cortona e di altre minori ter- 
re ; ma, come quelle, era tornato a obbedienza. Perchè arrivatovi il 
Commissario il primo giorno di aprile , quasi all' improvvista , ebbe il 
giorno appresso grande « audienza d' huomini » , e visitò i Conserva- 
tori del Comune. 



2 aprile. - Docem viris. 



« .... Mi sono ingegnato nel parlare mio mantenerli uniti. Confiderò 
ne' sicuri, carezerò li altri con honore di Vostre Signorie ; et con cenni 
non dimeno , che per lo advenire lo sputare in chiesa sarà peccato in 
Spirito Santo ; observerogli bene , perchè pure ci si intende essere del 
marcio. Ho mandato bandi per parte del Capitano et mia , che nessuno 
senza licentia esca fuori del dominio fiorentino , né tenghi pratiche colli 
usciti, et che tutti e viandanti mi sieno rapresentati. L'ordine delle 
guardie di dì alle porte et la nocte alle mura mi pare sia in buona 
forma. Domani visiterò la rocha , et li altri luoghi d' importantia. Et 
arrivando il bargello, exequirò le mia commissione. Non mi è parso 
flire comandamenti o altra dimostratione ; perchè chi spesso cava fuora 
la spada senza dare , o sanza bisogno , pare che vi metta del suo .... ». 

(1) Archivio delle Riforraagioni ; Registro ad annum. 



DONATI AL 11. ARCHIVIO l'I FIRENZE 43 



3 aprile. - [Xì Dieci]. 

« .... Questa per significar loro come'questo dì è venuto qui uno 
messer Antonio Iacopo de' Camuffi , imbasciadore con lectera di creden- 
tia della Comunità di Castello, a trovare el Capitano et me; et meco, 
come più fresco da Vostre Signorie, molto s' è alarghato, exponendomi per 
parte de' Priori et Comunità di Castello la buona dispositione di quello 
Stato verso le S. V. , et il desiderio di ben vicinare et bavere quelle 
per protectori ; et come havevon cacciati della lor iuriditione tutti e 
nostri rebelli , excepto messer Bartolomeo della Francesca , quale ha- 
vieno per lor casi ritenuto prigione, et che se fussi stato honesto li 
harien tutti tagliati a pezi ; et che prima non l'han facto per non po- 
tere; et che sempre è doluto lor le iniurie et offese ci ha facto Vitel- 
lozo ; et che son parati iuxta lor possa farne ogni experientia. Sobgiunse 
dipoi , che haveno inteso come messer Tulio si trovava in Firenze , et 
visto el favor che V. S. prestavono a Pandolfo , non eron sanza gelosia 
et dispiacere, et maxime per la venuta mia qui; et che per questo 
principalmente veniva a intender se questo era vero. — Io , factoli grata 
raccoglientia , doppo qualche ceremoniale parola, li dissi come le 
S. V. sempre a' loro vicini liaveano portato affectione et fede ; et che 
da loro mai era venuto o verrebbe il romperla ; et che molto vi sarà 
grato intendere questo segno evidente d'amore in cacciare via questi 
rebelli ; et che questo era il modo a mantenere la benevolentia con 
V. S. , dalle quali non potevon mai sperare altro che commodo et sicurtà. 
Dell'essere messer lulio in Firenze, mostrai maravigliarmi no "1 sapere, 
et non lo credere ; et che queste erano favole trovate dalli usciti. Et 
se a Pandolfo si fussi prestato alcuno favore , poteva procedere da molte 
cause ; delle quali in loro non era alcuna , perchè lo Stato di Siena doppo 
r uscita di Pandolfo havea facto molte demonstrationi contro alle S. V. ; 
et non havendo e Sanesi superiori come Ciptà di Castello , si poteva a 
loro tutto attribuire. Preterea, Pandolfo poteva giovare in molte cose 
trovandosi in stato, che erano impossibili a messer Tulio .... ». 

s. d. - Quinque offlcialibus. 

5 aprile. - Ad Decem viros. 

« ... Da Ciptà di Castello s'intende di buon luogo che sono in 
sospecto grandissimo; fanno guardie extraordinarie, et ogni nocte 
uno de'Priori va intorno alle mura in persona. El Governatore ha 
concesso l'arme a tutti quelli che sono tenuti inimici de' Vitelli ; et 



44 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

fra 8 dì aspectono per nuovo Governatore el Prothonotario di S. Ci- 
cilia, con tutti e fuorusciti vechi. — Da Perugia ritragho esservi venuto 
un Vescovo nipote del Papa ; fortificarsi drente et fuori ; haver coman- 
dato un huomo per casa. — Le cose qui drente , benché non mi ci paia 
periculo , sono in mala disposizione : perchè chi ha perduto la roba et le 
carni, a ogn' bora mi è alle orechie a gridare Vendecta per sé, et Sicurtà 
per le S. V.; et monstrono le ferite, deplorando con le lagrime le loro 
calamità; et dolendosi che chi è suto traditore babbi a essere nel mede- 
simo grado di prima, et ogni di più lieti che mai. Dall'altra banda, que- 
sti, araorbati pe' parenti che gli han rebelli , et per qualche tristo porta- 
mento , non cessano raccomandarsi perchè sono sbattuti, minacciati etc. ; 
et monstrono desperatìone , che havendo a morire , vogliono almeno 
morire per le man vostre. Io mi ingegno l'uno quietare, faccende lor 
capace che le S. V. gli hanno a quore, ma ancora hanno a pensare 
alla salute della terra, et che ne debbono volere quello che ne vuole 
el lor Signore; che altrimenti tanta fede et sangue sparso sarebbe 
invano gittate, se pensassino farne al loro modo: et che non sognino 
in modo alcuno torcere un pelo a persona. Et questo ho facto inten- 
dere vivamente tanto , eh' i' spero babbi giovato. Quelli altri è forza 
confortare; et che se sono avelenati da chi è fuori rebelle, conviene 
che loro faccino di là da bene per tutti quanti; né si può far questo 
senza patientia. Et che non temine bavere altro iudicio che quello 
delle S. V. Et se io m'avedrò di qualche buona opera, seguirà tal cosa 
che si terranno contenti ; quando altrimenti , sarebbe più che in con- 
trario .... ». 

6 aprile. - Decem viris. 

Scrive delle soldatesche di messer Criaco (1), che stava n San 
Sepolcro con quaranta soldati della sua compagnia a soldo del Co- 
mune. « ... Et benché a'ieorhi rhav3re la casa qui sacheggiata et 
vota d'ogni bene, che così intendo, ritorna pure in su questo puncto 
di eleggiere prima ogni altra cosa che perdere la reputatione. Ad- 
ducendomi in testimonio, oltre alla tede et portamenti antichi, le fa- 
ctioni ultimamente in Arezo, dove mal a' comandamenti del Capitano 
ha recusato disagio, spesa, o qualche diminutione dell'onore de' sol- 
dati. La emulatione del signore Piero (2) lo stimola per trovarsi con 
q. '.alche ordine, tocho qualche danaio: lo essere ricercho da altri lo 

H) Messer Criaco di Matteo dal Borgo a San Sepolcro. Da' nostri docu- 
menti appare quanto conto si facesse di questo valoroso condottiero. 

(2) Piero dei Marchesi del Monte Santa Maria, che col Criaco era agli 
^stipendi del Comune. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE t5 

muove: la provisione obtenuta per le S. V. li dà speranza: et inlìne 
le querele sono molte. Et benché io allOf^lii , quanta reputatone li dia 
la fede mostrono V. S. in lui , più che qualunque altra condocta, et 
molte altre ragioni, non mi par quietarlo, l'regho V. S. pensino quel 
vogliono determinare di lui , et avisino quel par lor eh' i' responda : 
che invero, per quel ch'i' posso comprendere, se altro non si scuopre, 
et quelle ne habbino bisogno altrove, la stanza sua qui è utile, commoda, 
ma non necessaria. Et in questo mezzo terrò mitighato l'humore quanto 
sarà poxibile ». 

7 aprile. - Decem viris. 

Comincia con scrivere di varie disposizioni circa la rócca. « ... Cir- 
ca al Conte Checho (1), userò ongni termine di observarlo ; ma per 
quello eh' i' ritraggho, la sua vicinanza è pestifera, e impoxibile a 
vietarlo che a ongni bora non babbi et dia avisi di qui. Le S. V. san- 
no le sua qualità, et come egli ha la mente corrocta per gli sdegni 
antichi. Di poi, per essere cognato et parente stretissimo di pa- 
recchi rubelli segnati di mala conditione ; et in ultimo , per bavere 
offeso, non perdonerà mai; et conoscono che da uno ladro di casa non 
si può guardare. Pensino adunque, che essendo lui in luogo da poter- 
sene in mille modi assicurare, non tenere contagione et pericolo a uno 
luogo tanto importante. La persona sua a far male sarebbe sana et 
disposta, perchè questi sua confessono che può cavalchare benissimo, 
et un poco andare a pie , et sono le doglie sua quasi a suo posta , et 
ne han ripruova: et circa uno mese fa venne qui drento con circa 
25 fanti armati, de' sua servidori, et di questi sua parenti, et dava 
nome ordinar la compagnia per le S. V., et che haveva capitoli poter 
portar l'arme con la famiglia sua. — In questo punto è tornata una 
spia di quelle havevo posto al vegghiare el Conte; et referisce come 
una bora fa usci di Montedoglio a cavallo, et dice venir costì a pur- 
gar con V. S. la imfamia sua ». 

8 aprile, - [Ai Dieci]. 



s. d. - [Ai suddetti]. 

« ... Questo dì mi è confermato per la via di Castello la expu- 
gnatione di Ceri, et adgiunto come in Perugia et in Castello si ordina 
gran demostratione di festa e di letitia per esserne el duca Valentino 

(I) Di Montedoglio. 



46 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

dell'un luogo et dell'altro facto signore. Io son certo che le S. V. da 
l'orator di Roma sono del tutto avisate. — Et perchè la reputa- 
tione, et maxime in questo Duca , suol produrre effecti grandi , in- 
expectati et repentini, ho facto pensiero metter qui nella ròcca x fanti 
de' più fidati et suflScienti di questo bargello, et che sieno di varii 
luoghi; parendomi che sien più ad proposito quivi, che tenerli per la 
terra: et li altri adopererò in tutte le occorrentie necessarie .... ». 

10 aprile. - Decem viris. 

« Hiersera a una hora di nocte arrivò Lodovico banditore con la 
patente et lettera di V. S. et de' nostri excelsi Signori de' vii; et que- 
sta sera si farà e segni di letitia convenienti. Idio conceda sia ad sr^- 
lute delle S. V. et di tutta Italia » (1). — In Perugia è tornato Carlo 
Baglioni, che dopo l'uscita di Giovanpaolo non v'è più stato .... ». 

s. d. - [Ai Dieci]. 

11 aprile. - Otto custodie civitatis Florentie. 

11 aprile. - Decem viris. 

« .... Da Roma ò qui lettere in huomo de' primi , come el Valen- 
tino , havendo preso Ceri , disegna venire in Romagna , et far la via 
di qui consueta da Monteverde ». 

12 aprile. - Domino Anton lacobo de Camufifìs de Castello. 

<c .... Et per farvi più largamente intendere l'animo nostro , liarò 
caro haver nota di tutti e fuorusciti vostri di pregio , perchè si possa 
tractarli come merita la fede et amore monstra la vostra Comunitc\ 
ne' mia excelsi Signori. Et perchè ne habbiate una arra, vi adviso mes- 
ser lulio essere a Venetia , et Vitello suo nipote in Pisa. Da che potete 
dare iudicio, quanta speranza habbino in noi .... ». 

12 aprile. - Decem viris. 

Parla delia condizione di Città di Castello per le divisioni interne; ma 
e' sono ben disposti verso i Fiorentini, « allegando che mai quella ciptà 

(1) Le parole et di tutta Italia furono poi cancellato dalla medesima 
penna. E in verità, poco aveva <!a sperar salute l'Italia per le vittorie del 
Valentino. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRKNZK 17 

hebbe utile, honore et quiete, se non quaudo sou suti in gratia di 
V. S. ». — « Qui è opinione che quelli huomini Castellani habbino nel quore 
quello che appare in dimostrationc ; et puossi in parte credere , perchè 
fa per loro. Ma chi può loro comandare (1) dà causa che noi stiamo vigi- 
lanti in ogni loro minimo progresso. La ciptà è mal disposta, in qual- 
che divisione, in sospecto de' fuorusciti , in confusione a chi s' habbino 
a servire , et da chi sperino beneficio ; spogliata di tutte le artiglierie 
et munitioni , tanto che per fare dimostrationi d'allegreza per la expu- 
gnatione di Ceri , non vi si trovò se non una coda di spingarda ; vota 
d' huomini, et maxime de' principali. — Parte della plebe, che haveva 
sacheggiato qualcosa de' Vitelli , è oppressata di per di a restituire a 
40 soldi per lira. Resta hor Perugia , dove ho volto sempre l' ochio 
dextro ; e per quanto s'intende , Carlo Bagiioni , come io scripsi a V. S., 
a dì 7 entrò drente con circa 25 cavalli , per conciliarsi tutti e parti- 
giani di Giovanpaolo. — Ser Niccolò (2) questa mactina è comparso , et 
doppo qualche discorso , mi chiese il resto della paga ; et factoli inten- 
dere come io havevo a pagare homo per homo et quelli fussino suffi- 
cienti , fece le maraviglie , perchè disegnava pagarli lui , a chi più a chi 
meno , a suo modo ; et che altrimenti non li fu promesso , né vuol 
servire. Havendone io per doppie adviso da V. S. d' un medesimo te- 
nore , non sono per uscire di commissione ; parendomi che a 20 ducati 
per la persona sua non si possi dolere ; et che a ragione di dua ducati 
et 1 per huomo si possi bavere fanti sufficienti .... ». 



17 aprile. - Decem viris. 

« .... Da Perugia si ritrahe non vi essere venuti cavalli di nuovo; 
anzi molti fanti comandati del paese , che haveano ridocto drente , per 
non potere substentarli , li han mandati via. Et infra Carlo Bagiioni et 
Girolamo della Penna si vede qualche emulatione , et ognun di loro 
vorrebbe tenere il principato. La carestia vi è grande ; et tutti e no- 
bili ritornati di nuovo sono poveri , et hanno a pascere ciascuno molti 
de' sua partigiani : pure l' ombra di Valentino , del quale monstrono in 
tutto confidare , dà loro qualche reputatione .... ». 



19 aprile. - [Agli Otto di custodia]. 



(1) Il Papa. 

(2) Ser Niccolò da Valsavignone era il bargello destinato da' Dieci per 
San Sepolcro. 



50 1 MANOSCRITTI TORRIGIANI 

24 aprile. - Quinque officialibus. 

26 aprile. - Decem viris. 

26 aprile. - Vexillifero peri:)etuo excelse Reipublice. 

Gli raccomanda ser Balduccio di Castiglione Aretino. 
26 aprile. - Decem viris. 

28 aprile. - Decem viris. 

29 aprile. - Decem viris. 

s. d. [Al Gonfaloniere perpetuo Soderini]. 

30 aprile. - Decem viris. 

« Hieri per fante apposta scripsi a V. S. , et quello posi in disegnio 
è seguito in colore ; perchè questa nocte ho adviso il conte Ludovico 
dalla Mirandola essere arrivato a Castello con 200 cavalli , et cinquanta 
ne ha mandati ad Citerna; et non potendo governarli nella ciptà, li 
ha sparsi per le ville verso e confini di qua ; et alcuno dice la persona 
sua essere a Selci , luogo già de' Vitelli presso qui a 4 miglia. Et quello 
che hiersera hebbi per una de' 27 di V. S. mi havevo prima immagi- 
nato , vistone molti segni , che quelli faceano la impresa del guasto 
contro a' Pisani. Et per questo mi bisognava veghiare et provedere ; 
et di già ho facto condurre drente circa 2000 stala delle nostre di grano 
in certi luoghi pii che son qui ; ordinato farina , perchè e mulini che 
son fuori in una bora posson esser guasti ; radoppiato le guardie , 
ordinato le ascolte , fortificato et rassectato molte cose , deputato huo- 
mini electi a mio modo , secondo l'ordine di questa terra , a pensare 
et potere spendere qualche cosctta ; tanto che , se altro non si scuopre , 
non ci veggio pericolo , se non di furto o di iractato ; et del primo non 
dubito , del secondo ho poco pensiero. Benché e cuori delli Imomini sono 
incerti , pure in demostratione lodandoli , a giornate sono obedienti et 
quieti ; ma è necessario , quando non fussi per altro che per reputa- 
tione drente et fuori, le S. V. proveghino all' liavuta di questa, qualche 
munitiono di polvere et piombo, gavette et lancio, che nella terra non 
ci è da charicare uno scoppietto; et soprattutto polvere et piombo: le 
quali cose tutte metterò nella rocha perchè non vadino male , et possi 
a' tempi darle a chi l'adoperi in beneficio; et non si adoperando, re- 



DONATI AI. R. ARCHIVIO DI FIRENZE 51 

steranno nella forteza ; la quale , essendo l'ochio dextro del palazo vostro , 
non è munita di polvere come si conviene; che per 6 di, quando ha- 
vessi a fare factione , quod Deus avertai , non ha ad bastanza ; come 
a' dì passati di questo et di molte altre cose che li manchono mandai 
in una nota alle S. V. : le quali, sapendo a quante carte habbino el Papa 
et el Duca ( che qui si è favoleggiato accordi ) , potranno indicare la 
venuta di questi cavalli, et mi adviseranno di quello temono o sperono 
circa la impresa del guasto .... ». 



2 maggio. - Decem viris. 

« ... V. S. sono sapientissime , et conoscono la impresa di Pisa 
consistere nella quiete di qua ... ». 

2 maggio. - Vexillifero perpetuo. 

4 maggio. - Magnificis et excelsis Dominis. 

4 maggio. - [Al Gonfaloniere perpetuo Soderini]. 

5 maggio. - Decem viris. 

« .... Ho piacere V. S. si assicurmo del Valentino, per havere lui 
licentiate gran parte delle sue gente et de' fanti ; et che e' non sia per 
procedere contro a quelle , maxime per la buona dispositione della Regia 
Maestà ; et che la venuta di questi cavalli a Perugia et a Castello non sia 
contraria a questa opinione : el quale discorso come sapientissimo ap- 
pruovo , perchè così vuole la ragione ; ma io ho dispiacere che questi 
tempi producono monstri et cose fuori di natura et di ragione .... ». 
Seguita col dare minuti ragguagli de' movimenti di soldati fedeli al Va- 
lentino. Poi soggiunge : « Dicesi ancora le artiglierie che crono a Ceri venire 
a questa volta. Di che V. S. debbono havere appieno notitia. Così molti altri 
contrassegni, andamenti et parole fanno fede verranno a' danni di que- 
sto luogo , insino ad specificare che il Pontefice vuole fare uno Stato in 
queste bande per un altro suo figliuolo. Pensino V. S. a tutte queste 
cose che scrivo , et prestin fede : che chi è qui su '1 facto , per debile 
che e' sia , può dare qualche iudicio .... ». 

5 maggio. - Decem viris. 

« .... In Perugia , in eirculis et coranis , si parla queste genti dovere 
venire a' danni di questo luogo. V. S. daranno iudicio se le sono ma- 



52 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

schere o vigilia di captiva festa : che questo parlare publicamente con- 
tro allo Stato fiorentino , con le forze di Valentino , non doverria ra- 
gionevolmente essere senza suo consenso .... ». 

6 maggio. - Decem viris. 

8 maggio. - Decem viris. 

« .... Da uno amico perugino ho inteso che la Comunità di Pe- 
rugia ha dato auctorità a' loro Priori quanto ha tutto- il popolo , et e 
Priori a un Sindaco , et quel Sindaco al duca Valentino , insino a no- 
minarlo per loro Signore. Et questa medesima auctorità ha concessa 
alli oratori perugini a Roma .... ». 

12 maggio. - Decem viris. 

« .... La rocha di Matellica per molti riscontri s' intende essere accor- 
data per mezo di Carlo Baglioni et Tulio Cesare dalla Staffa , parenti di 
quelli Signori. Et le artiglierie andavano a quella impresa , si dice an- 
dranno a Sancto Leo : et così il campo che era a Matellica ; el quale 
luogo , privato di speranza , si dubita non si accordi alla fortuna di 
Valentino. Et sarà la ultima posta del duca Guido. Et se questo segue , 
sarà necessario raddoppiare qui la duplicata dihgentia , essendo Sancto 
Leo presso a 24 miglia .... ». 

12 maggio. - Decem viris. 

13 maggio. - Decem viris. 

« .... In questa hora, che sono le 17, da uno amico di Castello 
ritragho il medesimo , cioè che a dì 1 1 arrivò in Perugia 500 cavalli ; 
et di più mi aggiugne circa 1000 fanti , et uno grido et fama univer- 
sale , che tutti questi apparati son contro alle S. V., et per questo luogo 
proprio : et vengono a particulari , che il Papa rivuole questa terra 
come cosa della Sedia Appostolica , et restituire alle S. V. certa somma 
di danari (1). — Io non ho meno maraviglia che dispiacere, dalle 
S. V. non avere adviso alcuno ; che per la via di Roma debbono pure 
bavere il certo della partita delle gente , che non vengono per aria et 
non si conducono in un dì ; così di quanto possono confidare nella na- 
tura et fortuna di questo Principe : ricordandosi dove spesso ci han 

(1) Papa Eugenio , per 25mila ducati di camera , aveva dato Borgo a 
San Sepolcro in mano de' Fiorentini nel 144L 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZI'] 53 

condocti le imprese di Pisa. — Ricordo in ultimo, che io son qui senza 
denari non solo da potere mandare fanti et spie , ma senza salario o 
assegnamento , con spesa grandissima .. . ». 

14 maggio. - Decem viris. 

15 maggio. - Decem viris.' 

« .... Non posso dir qui io el pericolo di fuori , et che habbi a 
procedere da Valentino , non sapendo a quante carte le S. V. habbino 
el Pontefice et lui , né che securtà habbino di Francia , da starne con 
l'animo quieto. Questo posso ben significhare , che molti di questi mer- 
catanti che erono nella Marcha et alla volta di Roma , son tornati bat- 
tendo da duo dì in qua , havendo publichamente inteso che '1 Borgo s'era 
ribellato, et chi, che el campo del Duca ci veniva: et questa fama è 
universale per chiunque viene da queste bande .... ». 

17 maggio. - Quinque officialibus Aretii. 

18 maggio. - Decem viris. 
18 maggio. - Decem viris. 

18 maggio. - Vexillifero iustitie perpetuo. 

20 maggio. - Decem viris. 

20 maggio. - Decem viris. 

20 maggio. - Decem viris. 

20 maggio. - Vexillifero iustitie perpetuo. 

24 maggio. - Decem viris. 

« Io credo che le S. V. sappine la difFerentia grande et pericolosa 
che è fra questi huomini della terra con quelli del contado : pure , per 
potere meglio fermi intendere et bavere commissione di quanto fussi 
expediente , la replicherò in brieve parole. Questa Comunità non può 
fare alcuna spesa , come medico , maestro di scuola et simili , se prima, 
secondo gli ordini , non si vmce et passa fra tre contadmi pe' dua terzi ; 
in forma che se 2 di loro voglion tenere , resta vano tutto quello da' Con- 
servadori o Consiglio et da tutta la Comunità fussi disegnato: et dove 



54 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

non molti anni sono questo officio che chiamano e Regolatori era di tre 
della terra et tre contadini col Capitano insieme , fu ridocto nel 93 so- 
lamente in tre contadini , come di sopra : di che è nato indegnatione 
assai, et molti scandoli nel far tali electioni, volendo e villani inten- 
dere , provedere et deliberare cose di che son del tucto ignoranti. Achad- 
de dopo la partita de' Franzesi, che Thomaso Thosinghi qui Comissario , 
giudichando questa cosa absurda et inconveniente , dare licentia a que- 
sti della terra che facessino in simil casi sanza contadini ; et fu inanzi 
si raffermassi e Capitoli : et così di poi , e per lui et per Giovanni Ri- 
dolfi, di poi Piero Cambi Capitano , in molte electioni et spese è seguito. 
La qual cosa ha generato che chi ha cominciato a far da sé , non li 
vuole in compagnia; et li villani alleghano che sondo capitolato nel 
medesimo modo stavono inanzi ci entrassino e Vitelli , non può uno 
Comissario o rectore , sanza ordine di V. S., dare o levare tale aucto- 
rità. Et con questo 1' una parte et l'altra sta indegnata et sospesa sanza 
le provisioni loro ordinarie ; et mi han dato più d' una battaglia. Pa- 
rendomi el tempo contrario a tentare simil cose , ho sempre , sanza 
alcuna alteratione , mantenuto quieti ciascuno ; li terrazzani , con per- 
suaderli a pigliare questa lepre col carro, et aspectar la stagione, et non 
a volere rompere e disegni , et che venghi dalle S. V., le quali son per 
correggere quanto fussi ne'lor Capitoli fuor di iustitia et di equità; li 
villani , con mostrare che non saranno sforzati , et che dalle S. V. sarà 
provisto in modo che non si potran iustamente dolere , et che se tocclia 
lor di ragione soldi 10 per lira, non ne veglino 20. Et benché sieno 
per bora per vincere ogni cosa fussi messa inanzi , come fussino un 
poco più scharichi , cognosco ritornerieno a voler servar che non si 
facci cosa che da lor non dipendessi .... ». 

24 maggio. - Provisoribus Doane. 

« .... Questa terra non richoglie per otto mesi dell'anno ; et la pe- 
nuria poi importa el tutto .... ». 

26 maggio. - Decem viris. 

« .... Questi che reghono in Perugia et qualchuno di Castello et Ci- 
terna cavono spesso novelle fuori della mente et forze del duca Valentino 
contro alle S. V., le quali el più delle volte rieschon favole: nondimeno, 
tutto quello et come intenderò, abbonderò nello scrivere spesso. Di 
nuovo per i luoghi decti si parla publichamente , Napoli esser in mano 
delli Spagnuoli , et il Duca bavere da Roma mandato in Pisa molti 
brigliantini di grano , et che don Michele vi andrà in persona con buon 
numero di fanti et di cavalli; et il Duca verrà a' danni delle S. V. in 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI P^IRENZE 55 

queste bande. Et se questi cichalamenti sono per retardare la impresa 
da Pisa , o per farla men ghagliarda , le S. V. ne daran iuditio .... ». 

29 maggio. - Decem viris. 

« .... Le cose del Reame da questa banda s' intendono andare in de- 
clinatione per Francia. — Et la è opinione che il Valentino tenghi il 
pie in 2 staffe. El Cardinale Farnese Legato della Marella più dì fa 
partì per Roma molto in fretta .... ». 

1 giugno. - Decem viris. 



B) Segreteria di papa Leone X. 
Copialettere. 



[Registro di lettere scritte in nome del Cardinale Giu- 
lio e di Giuliano de' Medici , dal 4 marzo all' 11 luglio 1514]. 

Un quaderno, di carte 50; senza titolo. Quasi tutto di mano dell'ArdinghelIi. 

Promosso al cardinalato il 23 settembre del 1513, Giulio de' Medici, 
che Leone X riguardava come cugino perchè nato ecc legitimo matri- 
monio inter lulianiim Mediceum et Florettam Antonii (1) , prese a go- 
vernare lo Stato ; e dal Palazzo Apostolico annunziava sette giorni dopo 
al Re d' Inghilterra la sua nuova dignità (2). Gravi erano le condizioni 
del Pontificato dopo Giulio II, che per cacciare lo straniero o, com'egli 
diceva , i Barbari dall' Italia , teneva le potenze d' Europa in guerra. 
Alla quale il successore pensò di dar tregua con mostrarsi neutrale ; e 
alle cose interne provvedere piuttosto con i segreti trattati e col pronto 
volgersi or all' una parte ora all'altra , che con le aperte ostilità e col 
tenersi fermo a una parte. In che mirabilmente servivalo il cugino Car- 
dinale , alla cui natura meglio che i concetti smisurati ma aperti di 

(1) Fabroni, Vita Leonis .Y., pag. 275 , nota 31. 

(2) Rymer , Foedera ^ toni. VI, pag. 15. 



56 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

papa Giulio, si confaceva una politica coverta per non dire doppia , e una 
esteriore moderazione di desideri. Tale essendo la condizione sua , che 
mentre la natura lo avrebbe voluto nella professione dell'armi, i fati 
(come dice il Guicciardini (1)) lo tiravano alla vita sacerdotale. 

La recuperazione di Milano , che per aiuto specialmente degli Sviz- 
zeri era venuto in mano di Massimiliano Sforza figliuolo del Moro , stava 
sempre nella mente del Re Cristianissimo ; il quale , forse anche per 
questo , si contentò che nella ottava sessione del Concilio Lateranense , 
che fu celebrata negli ultimi dell'anno 1513, i suoi agenti in nome suo 
e con speciale mandato rinunziassero al Conciliabolo pisano , e promet- 
tessero che sei prelati verrebbero in Roma a fare il medesimo in nome 
della Chiesa Gallicana. Ma papa Leone non mutò l'animo, né fece cosa 
che potesse dare speranza a Luigi XII di tornare nella possessione 
del ducato. 

« Nondimeno ( scrive il Guicciardini (2) ) dubitando che il Re , spa- 
« ventato da tutti i pericoli e avendo innanzi agli occhi le cose dell'anno 
« passato , non si precipitasse , come continuamente con volontà di Ce- 
« sare trattava il Re Cattolico , alla concordia con Cesare ; per la quale , 
« contenendo lo sposalizio della figliuola con uno dei nipoti di quel Re, 
« gli concedesse in dote il Ducato di Milano ; cominciò a persuadere 
« gli Svizzeri che, per il troppo odio centra al Re di Francia, non lo 
« mettessero in necessità di far deliberazione non meno nociva a loro 
« che a lui ». Quindi, doversi persistere nel proposito, che il Re di 
Francia non riavesse il Ducato ; ma badare che per fuggire un estre- 
mo , non s' incorresse nell'altro più dannoso , di farlo cadei'e in mano 
di più potenti. Quello che mandasse a dire alla Repubblica degli Sviz- 
zeri e al Re , si sa già dagli storici : in questi documenti abbiamo le 
proprie parole , e nel riscontro dei vari dispacci si viene a conoscere 
la politica che si maneggiava nella Segreteria di papa Leone. 

4 marzo. - Domino Ghoro de Pistorio. 

Gregorio Gheri , pistoiese , non ancora vescovo di Fano , si trovava 
presso gli Svizzeri , co' quali il Papa stava sul rinnovare per undici anni 
la lega contratta per cinque da Giulio II. 

« .... Habbiamo inteso quanto prudentemente liavete exequito le vo- 
stre commissioni, et il ritraete liavevi lacto in public© et in privato. 
Et per rispondere principalmente a la parte de lo accordo di Francia , 
che inporta el tucto , vi significhiamo che qualche dì sono ci pervenne 
a notitia come il Re di Francia in tucto era obstinato di non volere 

(1) Storie, lib. XI, an. 1513. 

(2) Ivi, lib. XII, an. 1514. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 57 

in modo alcuno renuntiare a le ragioni di Milano. Tanien attendavamo 
la resolutione vera , la quale questa nocte è venuta , come vedrete per la 
inclusa copia. Et insomma , quella Maestà vole prima eleggere perdere 
el regno et la vita, che renuntiare etc. In modo che, considerato la 
voluntà di cotesti Signori et la dureza del Re , N. S. resta di malissi- 
ma voglia: et se bene conosce questa gagliardia di Francia procedere 
da le nuove pratiche di Spagna et de lo Imperatore per conto del ma- 
riaggio, et questa sua deliberatione essere in tucto contraria al dise- 
gno et desiderio di Sua Santità ; perchè in facto , quando si potessi , vor- 
rebbe el medesimo che cotesti Signori , con li quali e' pensa sempre 
bavere ad correre una medesima fortuna ; nondimeno li duole insino 
a l'anima che anchora loro siano indurati in non volere lo accordo, se 
non con queste benedecte cessioni delle ragioni di Milano. La quale cosa 
non vorremo fussi causa di obviare a tanto bene et parturire tanto 
male, del quale loro al pari d'ogn'altro si havessino ad pentire: et 
quando le cose saranno in luoco non si potrà remediarvi , che altro ci 
resterà se non il dolersi et accusare la ingnorantia nostra? Et già co- 
nosce N. S. che li homini savi che sono costì intendono bene le cose, 
e si governan prudentemente per quanto è posto in loro ; ma el di- 
spiacere suo è per conto della moltitudine , la quale non conosce e pe- 
ricoli se non quando li sono a dosso ; né si può con epsa secretamente 
negotiare. Et per questo Sua Santità è mal contenta , dubitando che lo 
exhortarli a questo accordo non sia interpetrato in mala parte ; perchè 
Sua Beatitudine non lia altro obiecto né altro fine che la grandeza delle 
lor Signorie , con le quali è coniuncta la securtà et dignità della Sede 
Apostolica et de la persona sua. Nondimeno a voi apriremo l'animo no- 
stro , et vi proporremo innanzi quanto intendiamo di bene ; perchè voi 
di poi , in quel tempo et modo et con quelle persone et termini che 
vi occorreranno , possiate conferirlo et persuaderlo. Né replicheremo 
quanto desidera N. S. che il Re facessi lo accordo in tucto a beneplacito 
di cotesti Signori, perché è manifesto che vi saria dentro el benefitio 
di Sancta Chiesa , di Italia , delle lor Signorie et del Duca di Milano ; 
ma non vorrebbe già il meglio fussi inimico del bene , et quello per hora 
non si potessi bavere guastassi el resto con pericolo et danno ; perchè 
quando il Re di Francia pagassi loro e 400mila scudi (1) et facessi una 
triegua per tre anni almeno con loro et col Duca , non si potendo far 
meglio , ne seguirebbe molti buoni efFecti. Prima , si obvierebbe al pa- 

(1) Luigi XII andava debitore agli Svizzeri di questa somma in forza 
del trattato concluso con essi dal Duca della Tremouille ; trattato che liberò 
Parigi dagl'Inglesi. Ma volendo il Re sostituire altri articoli ai promessi 
(fra'quali la renunzia al Ducato di Milano), irritò gli Svizzeri tanto , che 
stettero lì li per decapitare gli ostaggi. 



58 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

rentado et a la unione che si tracta con Spagna et con lo Imperatore (la 
quale importa et pesa tanto , che se si misurassi bene , non si lasce- 
rebbe ad fare nulla per interromperla ) ; et posando il Re da questa ban- 
da, et restandoli un poco di speranza di potere un dì recuperare le 
cose sua, non consentirla mai accordarsi et imparentarsi con loro. Di 
poi , per questo il Re non resterebbe senza brigha et guerra ; ma sa- 
rieno tali che non lo metterieno in ruina , et lo terrebbon basso et ma- 
gro da non dubitare di lui ; et in questo mezo potrebbe Dio mandare 
qualche remedio , come suole advenire nel benefitio del tempo ; et un 
altro Re che venissi , non harebbe a le cose de Italia lo interesse de la 
heredità né lo amore che ha questo. Et quando , finito el termine , vo- 
lessi fare la impresa, sarà più facile ad resisterli; imperò che tucta 
Italia in genere sarà più gagliarda , et N. S. più potente , et il Duca di 
Milano harà rimesso le carne da potere per sé medesimo fare buona 
difesa. In oltre , lo Imperatore et Spagna per li interessi propri! saranno 
presti ad obviare di qua, et divertire di là da' monti, in uno simile caso ; 
sanza che, cotesti Signori sarebbon ad sufBtientia. Et se questo punto 
passassi, che tale parentado et coniunctione non seguissi, non lo farebbon 
forse mai più : et così questi Principi sciolti , ciascuno per sé stimerebbe 
più la auctorità di cotesti Signori ; et se lo apetito di Francia di ritor- 
nare in Italia si raffreddassi , forse che mai più piglierebbon l'arme per 
questo conto. Ma quella Maestà circundata bora da tanti pericoli , che 
tucti son presenti et li vede in viso , dubitiamo forte non si getti di 
barella per salvarsi ; et pensando più al presente che al futuro , non 
vegli con questo parentado assicurare lo .stato suo. Et in verità , se non 
ci vogliamo ingannare , é più verisimile che il Re dia la Ducea di Mi- 
lano per dote a una sua figliuola, che renunptiarlo in mano de lo ini- 
mico ; et così se vorrà spendere li 400mila scudi ne lo Imperatore , li 
sarà facile trovare ogni patto con quella Maestà , la quale forse non de- 
sidera meno la basseza di cotesti Signori che si facci el Re. Per la 
qualcosa N. S. saria di parere che, posto da parte lo sdegno (che nelle 
cose di Stato non se ne ha ad tenere conto) , e'pigliassino e danari , et 
delle altre cose con una triegua , come é decto , si lassino consigliare 
da chi vuole lor tucto el suo bene .... ». 

5 marzo. - Roberto Acciaioli, oratori in Gallia (1). 

Inteso come il Re tratti di maritare la figliuola all' Infante don Fer- 
rando , « con darli tucte queste cose d' Italia , dove el Re pretende 
haver ragione », il Papa sta « suspeso a crederlo, parendoli un par- 
tito precipitoso , et una medicina da disperati , et che si tiri drieto la 

(I) Vod. LiTTA, Famiglia Acciainoli, tav. VI. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI PIRKNZR 59 

mina di quolli che sonoconiuiicti con la salute et con la reputatione di Sua 
Maestù, ; perdio havendo ad pervenire in una casa medesima et in mano 
a due fratelli , oltre a tanti regni , signorie et stati , el reame di Napoli 
ot la ducea di Milano , Genova et la maggiore et la migliore parte dello 
stato do'Venctiani , di necessità ci va sanza remedio tucto ci resto di 
Italia. Il che fa tanto augumento et tanta grandeza, che cotesta Maestà 
mette in manifesto pericolo el regno suo , et forse la persona ; et se 
non a' tempi sua, a quelli de' successori se'ne vedrà li effecti ». Pur 
crede il Papa , che Lodovico « tengha questa pratica et forse habbi le- 
gato questi Principi per scoprire la malignità loro a li altri sua inimici, 
et per mettere tal zizania et divisione fra loro , che altra volta non 
iiabbi ad temere , et per pagarli iustamente di quella moneta che la Sua 
Maestà^più volte da loro ha ricevuto. Et veramente sarebbe un traete 
di savio , bavere condocta la cosa in luogho dove potessi et salvarsi et 
scoprire la loro dupplicità ; et non mancheria modi ad uscirne hono- 
revolmente et lassarli in secche ». Pure , non sapendo se s' appone , 
vorrebbe che l'oratore scoprisse terreno, e s'opponesse al maritaggio 
e all' unione , ove si dicesse davvero ; e per ritrarre il Re , quando si 
fosse impegnato , si offre ad aiutarlo. Che quando S. M. si sia rivolto 
a questo partito per forza , non gli parendo trovare altro modo alla 
salute sua ; « li potete chiarire largamente , che non mancherà ordine 
et modo non solo ad salvarlo , ma ad farli recuperare tucto quello che 
di reputatione o stato havessi perso. Et in caso che pure fussi fermo 
la cosa , operate et persuadete che non se li dia perfectione , ma che 
si resolva et non si mandi inanzi : ad che la utilità et la ragione lo 
debbe movere, non havendo respecto manchare a quelli che solo col 
manchar loro l' hanno ridocto in questa necessità. Et quando ne lo 
obviar che non si facci , o nel disflire quello fussi facto , voi troviate 
fondamento ; intendete bene quello che sua Maestà vorrebbe da N. S. et 
dal Re de Inghilterra et da Svizeri , et ce ne darete adviso : perchè , 
oltre a quello si è accennato qui a li Oratori sua , speriamo respecto a 
questa pratica forse molte migliori conditioni et da 1' uno et da l'altro , 
che in facto sono el nervo de li inimici sua ; et di qua vi si manderà 
volando uno homo a posta bene informato , et con auctorità da far tucto 
quello che sarà ad proposito ». 

5 marzo. - Reverendis dominis Io. archiepiscopo Cusen- 

tino (1) ac Gal. (2) 

A questi Nunzi presso il Re Cattolico, si dà avviso che « finalmente 
N. S. manda a cotesta Maestà, per le mani del suo Oratore, certa forma 

(1) Giovanni RufTo de' Teodoli , forlivese , arcivescovo di Cosenza. 

(2) Galeazzo Bottrigari. 



60 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

di conclusione , et desidera che presto dichiaii lo animo suo ; et lo 
S. V. , per parte di Sua Beatitudine , ne la pregheranno , et sollecite- 
ranno la expedictione ; et maxime che la fama del parentado, del quale 
vi si è scripto , rinfresca (1). Tamen N. S. non lo crederrà mai insino 
che non lo vede .... ». 



5 marzo. - lohanni Cursio , oratori apud Catliolicam Maie- 
statem. 

Era oratore il Corsi per la Repubblica di Firenze, ma carteggiava 
con la Segreteria di Roma , dove stava la somma delle cose : anzi , 
« perchè spesso le lettere che voi mandate a Firenze vengon prima 
qui , per avanzare quel tempo , harò caro me ne mandiate la copia ».' 

11 marzo. - Antonio Mariae Dainerio, canonico Mutin. 

Era questi presso il Duca d' Urbino ; e il Cardinale de' Medici Io ri- 
chiama , « havendo prima ben composto et assodato ogni cosa et ac- 
certatovi de la mente sua ». Il Papa non jwteva dargli più che cento 
uomini d'arme per ora ; ma non sarebbe lontano il tempo di mostrargli 
l'affezione. « La sua prò visione sarà al meno ducati tremila l'anno, 
et quando di qualche somma più havessi di bisogno , Sua Santità non 
gli mancarà, senza che di me et d'ogni mia facultà potrà sempre di- 
sporre come di fratello ». E in poscritto : « Harò charo bavere notitia 
de le provisioni et pagamenti che fa il Duca , maxime a Gentilhomini. 
Vedete di ritrarlo dextramente et in secreto da Comandino (2) o da altri 
da chi credessi avere il vero ». 



(1) L'afflnitcà in cui era Lodovico XII con Fedinando di Aragona gli diede 
occasione di trattare un' alleanza per mezzo del matrimonio tra la propria 
figliuola minore Renata, che aveva soli quattro anni, e l'arciduca Carlo , 
che fu poi Carlo V, il quale trovavasi in egual grado di parentela , come 
ahbiatico, tanto con Ferdinando quanto coli* imperatore Massimiliano. Il 
Muratori {Annali, ad annum) scrive che questo trattato fu conchiuso 
il 24 marzo 1514 ; ma un primo atto fu stipulato a Rlois il primo dicembre 1513. 
Ved. DuMONT, Corp. dipi om., IV, 1, 178, 190. Baldassarre Turini, che stava 
presso il Cardinale de' Medici, scriveva a Lorenzo de'Medici in Firenze 
a' 23 di marzo : « Nostro Signoro ha paura che non segua quel parentado 
« della figliuola di Francia con Spagna, ad la quale si ragiona dare in dote 
« lo Stato di Milano; et quando questo seguisse, S. S. non ne sarebbe 
« troppo contenta, per rispecto delle cose d'Italia». RoscoE , Vita epon- 
tificalo di Leone X, docum. CHI. 

(2) Forse Giambatista Comandino, architetto militare. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 01 

11 marzo. - Roberto Acciaioli. 

Più calde raccomandazioni perchè si rompa « questa pratica di ma- 
riaggio », che « dà a N. S. dispiacere et admiratione, et non vi vede 
dentro cosa alcuna di buono né per la Sede Apostolica nò per la Sua 
IVIaestà ». « E perchè il Grande Scudiere ha buona notitia di questa 
pratica del mariaggio ; voi , in quello che vi parrà ad proposito , potrete 
conferire et intendervi con Sua Signoria ». 

15 marzo. - Roberto Acciaioli , oratori in Gallia. 

Le nuove migliori di Francia hanno confortato il Papa , che sempre 
Ha voluto il bene del Cristianissimo. « Et se bene nel principio del suo 
pontificato Sua Santità attese principalmente a la conservatione di co- 
testa Maestà , più che a la recuperatione de le cose di Milano , proce- 
deva da' pericoli et travagli grandi ne' quali pareva di qua che quella 
Maestà si trovassi , che non lassavono sperare alcuno acquisto in Italia ; 
et in quello tempo la cura principale era in conservare la virtù et 
defendersi da li inimici: et sempre a li sua oratori qui ha significato, 
che venendo quella a la recuperatione della ducea di Milano non se li 
opporrebbe , uè li farebbe impresa contro. Et benché di continuo l' babbi 
amata , tamen da qualche tempo in qua è multiplicato la fede et lo 
amore : et quando Sua Santità potessi, sanza manifesto pericolo , scoprirsi 
in queste cose de Italia a benefitio di quella Maestà , lo farebbe di buona 
voglia con ogni possibile favore ; dubitando anchora che il fine di questi 
altri Principi non sia buono , né l'animo loro bene hedificato verso di 
Sua Beatitudine. Et discorrendo et examinando la conscientia et le opere 
sua , non trova cosa che possi haverli offesi , se non sempre lo liaver 
demostro che non li piace el male di cotesta Maestà : onde non trovando 
loro quello riscontro et quello animo in N. S., come harebbon desiderato, 
a' danni et ruina di quella, si son volti certatim ad tentare per altro 
verso con epsa pace accordo et mariaggio .... ». E poiché gli Svizzeri 
si mostravano più arrendevoli col Cristianissimo , voleva il Papa che 
Sua Maestà lo riconoscesse da' buoni servigi suoi , condotti « con dili- 
gentia et artificio grande ». Però la esorta a « pigliare lo accordo 
co' Svizeri ad ogni modo, et ad levarsi una di queste molestie et peri- 
coli da dosso ». In quanto all'Inghilterra, « non è restato che '1 Papa 
non babbi facto quello che si ricerca ad uno patre caritativo »; ma le 
condizioni che si domandano , non si vogliono dire « per non fare alte- 
rare cotesta Maestà ». - « Quanto a le due cose che voi per commis- 
sione del Re mi scrivete: a la prima, di colligarsi insieme N. S. , Sua 
Maestii et li Svizeri , vi respondo come la piace a Sua Santità , et 



62 1 MANOSCRITTI TORRIGIANI 

adiuverà quanto li sarà possibile la dispositione loro , sperando questa 
leglia habbi ad partorire una quiete et pace universale et qualche glo- 
riosa impresa in exaltatione del nome di Cristo ; della quale son certo 
cotesta Maestà. , per la sapientia et bontà sua , essere desiderosa , et dove 
la fama sua si farà inmortale. Ma quando li Svizeri manchassino (il che 
ci dispiacerebbe sommamente ), non li doverria manchare delli altri modi 
ad salvarsi ; et se il Re fussi pure deliberato , per ultimo refugio , fare 
quel mariaggio della figliuola , o altro accordo , desidereremo si tractassi 
per le mani di Sua Santità ; perchè ne resulterebbe benefitio comune , 
et potrebbe con cotesta Maestà fare qualche secreta intelligentia , con 
securtà dell'una parte et dell'altra, da scoprirsi poi a tempo conve- 
niente .... ». La seconda parte riguardava le cose d' Inghilterra , nelle 
quali il Papa prometteva di rinnovare le pratiche per indurre quel Re 
alla pace. Volendo poi Lodovico sposare la « sorella dell'Arciduca », 
Leone loda il pensiero, ma amerebbe « che anchor questo si tractassi 
per le sue mani (1) ». 

17 marzo. - Io. Vespuccio. 

Scrive Giuliano fratello di papa Leone, Gonfaloniere di Santa Chiesa, al 
Vespucci , che stava pel Papa in Spagna. « Io ho qualche altra pratica 
di parentado per me , che più mi satisfa che quelli che si è ragionato di 
costà : et perù vi replico .... che non concludiate et non mi oblighiate 
in modo alcuno, sanza expressa et nuova commissione: et benché cote- 
sta Maestà facessi tucto quello che vuole el Papa, io non voglio fare 
nessuno di cotesti parentadi. Dissimulate che questa commissione non 
vi è sopragiunta di nuovo , ma clie ordinariamente non faresti nulla 
sanza nuovo ordine : et fuggite tucte le occasioni che se ne habbi ad 
ragionare , perchè in facto el parentado di Gardena si disegna per Lo- 
renzo ». 

23 marzo. - Roberto Acciaioli. 

Il Papa ha preso piacei-e sentendo la tregua « che ha facto cotesta 
Maestà con il Re di Spagna , et haremo caro quando potrete ci mandiate 
e Capitoli ». Ma si duole « che li buoni portamenti et di N. S. et 
de'suoi Nuntii a presso de' Svizeri sieno o male interpetrati o calunniati 
a torto ; et se non fussi che la buona natura di Sua Santità vince ogni 
sdegno che ne potessi nascere , dubiterei con questi modi non fussi da 
farli cadere le braccia .... ». 

(1) Anna di Borgogna, moglie di Luigi XII, era morta a' primi delISH. 
Egli sposò subito Maria, sorella del Re d'Inghilterra ; ma pochi mesi la tenue, 
essendo morto il primo giorno del 1515. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE G3 

28 marzo. - Domino Ghoro de Pistorio. 

Anche gli Svizzeri avevano preso in mala parte gli uffici , e mal 
risposto « cosi circa a le cose di Francia come a la prorogatione della 
Legha ». Il Glieri non si era portato con prudenza , avendo « dato in 
scriptis a cotesti Signori molti particulari che de directo sono contrarii 
a quella Maestà, come è de lo offerire le 500 lance per la defensione 
del Duca di Milano , del volere N. S. concorrere con loro a la gueri'a ». 
Il Papa voleva l'accordo tra Svizzeri e Francia ; e soltanto se i Fran- 
cesi fossero tornati in Italia, offeriva d'aiutare gli Svizzeri. « Et queste 
sono le parole formali delle lettere ec. ; de le quali voi siete usciti di 
commissione , perchè ne la proposta che vi feciono , con che Capitoti voi 
domandavi la lega, havete risposto: Con quelli di papa lulio (i); il che 
non è secondo la commissione vi habbiamo dato expressa , et tante 
volte. — Da che nasce el carico clie ci dà el Re di Francia, al 
quale N. S. ha demostro la afFectione che porta a cotesti Signori , et 
tanto desiderare che la Sua Maestà renunptii a le ragioni di Milano , 
che forse , privo di speranza di haverlo mai ad recuperare , si è gittate 
ad fare lo accordo et la triegua con il Re di Spagna et con lo Impe- 
ratore ; la quale a' xiii del presente si concluse. — Et come per altre 
vi dicemo , el Quintana secretarlo di Spagna era stato in Francia , par- 
lato con il Re , et dipoi andato a Cesare , et praticato questa triegua 
et il mariaggio de la figliuola del Re con Io Infante don Ferrando, con 
darli per dota Milano , Genova et Asti — ; et ritornatosene in Francia , 
et haute resposta dal Catholico, hanno stipulato deeta triegua, et forse 
accordato molte altre cose che saranno a poco benefitio di Italia et di 
cotesti Signori. Et così quello clie N. S. desiderava si facessi per le 
mani sue et delle lor Signorie , si è facto da quelli che monstrano tanta 
inimicitia con le parole verso di Francia , et con li efFecti fanno poi quello 
che mette lor bene. In modo che non è più a tempo quello disegno che 
si faceva da Sua Santità , et non achade più parlare de le 500 lance , 
né di quelle altre conventioni che si ragionavono ; et maxime poi che 
le opere di N. S. lianno sì cattiva sorte , che il Re di Francia et li 
inimici sua egualmente d'una medesima cosa si tenghono offesi ». Con- 
chiude col richiamare dalla Svizzera il Vescovo Verulano e il Gheri, 
« preso opportuna licentia »; e manda « ducati 150 d'oro per il Ve- 
scovo et per voi ». Ma però nella poscritta « Quando vedessi » dice « mi- 
gliorata la dispositione di cotesti Signori , in modo da sperare qual- 
che buona conclusione, soprasedete un poco el partire per vedere se 

(1) Formati il 14 marzo 1510. 11 testo si trova in Lunjg , Codex llaliae 
diplomai te i( s , Il , 2499. 



64 I MANOSCRITTI TORRIOIANI 

voi potessi fare qualche bene , sanza ingerirvi però o offerirvi più che 
si bisogni ». Fra le lagnanze delie lettere è che gli Svizzeri « dan- 
nino la venuta » de' prelati e dottori francesi a Roma « per estinguere 
el Conciliabulo »; cioè a sottomettersi (come il Re aveva fatto, con 
promessa di mandare i prelati ) al Concilio di Laterano : « essendo offitio 
di qualunque Christiane procurare la unione della Chiesa, et a N. S. non 
solo conveniente ma debito di acceptarli ; altrimenti li scismatici sa- 
remo noi ». 



4 aprile. - Roberto Acciaiolo , oratori in Gallia. 

« .... Non posso fare eh' i' non mi dolga de la disgratia che hanno le 
opere di N. S. con cotesta Maestà » ; mentre il Papa gliene aveva ri- 
mediato parecchie. « Se con Svizeri non si è potuto condurre Io ac- 
cordo , è proceduto da la natura loro superba et da lo haver creduto 
che N. S. procurassi troppo a benefitio di Francia sanza pensare a li 
apetiti loro ». « Quanto a la querela , che N. S. babbi voluto che 
il Re dia la Ghienna et Normandia a Inghilterra, ci maravigliamo di 
chi con tanta impudentia cava fuori queste novelle per seminare zi- 
zanie et diffidentia : perchè S. S. no n' ha mai parlato né voltovi el 
pensieri ; et quello si disse della renumptia di Milano , non fu ricordato 
se non quanto la necessità lo costringessi , et non perchè così fussi la 
intentione o desiderio nostro ; havendo N. S. portato sempre a quella 
Maestà singulare affectione ; et ogni dì raffinisce , come per tucte le 
mie lettere vi ho facto indubia fede ». Manda un breve del Papa a 
Monsignore (1), dove è commendato per la devozione che porta alla 
Santa Sede ; e glielo manda per mano di Monsignore reverendissimo di 
San Severino , col quale torna in Francia Soliers , uno degli oratori del 
Cristianissimo in Roma, che stavano « molto mal d'accordo ». Note- 
vole poi questo paragrafo : « Habbiate respecto di non scrivere a Fi- 
renze queste cose gravi , et che son proprie di N. S. et mia , perchè 
dubito che ne lo Offitio de' X non si tenghino scerete ; et se pure scri- 
vete qualche cose de importantia , fatelo in proprietà al magnifico Lo- 
renzo ». 

7 aprile. - Roberto Acciaioli, oratori in Gallia. 

Aspetta le sue lettere. « El Catholico a' 25 del passato bandì la tiie- 
gua, et habbiamo la copia della grida, dove apare incluso el Duca di 
Milano. Maravigliomi non haver da voi la copia della Capitulatione^.... ». 

(1) Il Duca di Angouleme , che fu poi Francesco Primo. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 65 

11 aprile. - Ioanni Vespuccio. 

Scrive Giuliano del malcontento del Papa. « Quello ne accade in 
resposta si scrive dal Reverendissimo di Sancta Maria in Portico (1) a 
li Nuntii,come vedrete ». Poi passa alle cose sue. « Se quello muletto , 
di che voi mi scrivete, è cosa rara , et che crediate qua non truovi pa- 
ragone , pigliatelo con minor prezo si può. Ricercate a cotesta Maestà 
la tracta per octo o x cavalli giannetti per me ; et quando l' harete 
ottenuta , sanza farlo intendere ad altri , lo direte al Duca di Begere 
fratello del Priore di Castiglia ». 

12 aprile. - Roberto Acciaioli. 

Non ha niente di nuovo , e conferma le passate. 

18 aprile. - Domino Ghoro de Pistorio. 

« .... Non bisogna pigliate tanta alteratione in iustificare le proposte 
date in scriptis a cotesti Signori , perchè siamo certi harete facto tucto 
a buon fine , et noi amorevolmente ve ne dicemo el parer nostro. Molto 
ci è grato intendere che cotesti Signori comincino ad pigliare le cose 
per il verso , et gratissimo saria suto che prima ci ha vessino prestato 
fede , perchè forse N. S. haria posto remedio a molti inconvenienti 
seguiti , et che sono per seguire , se Dio non ci pone la sua mano. — 
Vi commettiamo per questa, che proroghiate la legha di Sua Beatitu- 
dine con cotesti Signori, nel modo et forma che vegghia di presente, 
secondo li Capitoli della felice memoria dipapalulio, de' quali vi man- 
diamo la copia , per tempo di anni sei , da dovere incominciare finiti 
li cinque anni ; et se non per sei , per cinque ; che uno anno non gua- 
sti , se ne facessino caso. Desidereremo bene , che dove al presente sono 
obligati ad servire N. S. di vi mila fanti , si oblighino con le mede- 
sime condictioni ad servirlo per quel numero li piacerà, non passando 
però la somma di xii mila in tucto , se accadessi haverne bisogno. Et a 
questo lor non do verranno fare difficultà, havendo li medesimi stipendia 
Et quando e' facessino difficultà ne la somma , pigliatene più numero 
che si può, da li vi mila in su ; et non potendo altrimenti , si facci con li 
decti VI mila ». Non si volevano peraltro obblighi nuovi , come se 
avessero voluto le 500 lance offerte dal Gheri ; perchè questo importe- 
rebbe « più strecta colligatione , la quale a benefitio comune si potrà 
facilmente concordare altra volta ». Pure si accorderebbero anche le 

(1) Il Caidiuale Bernardo Dovizi da Bibbiena. 

Ar'H., o» Serie, Tom. XIX. ^ 



OG I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

lance , quando , ove si « oblighano ad defensionem solamente » , si obli- 
gassero « etiam ad offensionem inimicorum , si opus fuerit ». « Noi 
desidereremo che in uno Capitolo della legha vecchia , che comincia 
Xtque totiens qiiotiens, che innanzi ha segnato una virgula, vi si adgiun- 
gnessi degnitatis , auctoritatis et preheminenUae , come vedrete per una 
poliza apiccata , et che seguissi no immediate dopo el fine della faccia 
che dice terrarumque et hominum , et poi ne la altra carta , che è la 
quarta, seguita ipsius Romanae Ecclesiae, in modo che dopo homi- 
num , che è r ultima dictione , si ponessi le diete tre parole. Vedete 
di inserirle , se si può , nella stipulatione che voi farete , perchè cre- 
diamo che loro non ne faranno caso , et a noi sono ad proposito ; ma 
se facessino ombra , lassatele stare ». Gli mandano la procura am- 
plissima , e gli commettono di concludere senz' aspettare altre istru- 
zioni. Segue poi a parlare delle cose generali , fra le quali è questa 
importantissima. « Circa a le false calunnie che ne dà la Cesarea Mae- 
stà, saremo più diligenti in purgarle, se non credessimo che lo animo 
suo et di qualche altro Principe horamai fussi scoperto a cotesti Si- 
gnori. Non vogliamo già tacere, che la triegua di proximo conclusa intra 
Francia et Spagna è suta tractata, et facta con l'ordine et mandato di 
Sua Maestà con disegno fare el mariaggio della figliuola del Re a don 
Ferrando , et di poi havere Italia , et la Chiesa et le lor Signorie ad 
discretione : et le imputationi che ci danno di aspirare al Regno di 
Napoli, non sono vere; che mai vi si è pensato: né verisimile anchora, 
che in uno medesimo tempo ci vogliamo fare inimici Francia, lo Im- 
peratore et Spagna (1). Et non si piglia un Regno con le parole ; et se di 
nessuno ci avessimo hauti ad valere, codesti Signori sarien suti e 
primi richiesti, e quali son buon testimoni se mai ne habbiamo par- 
lato. Sua Santità non ha hauto altro obiecto che la quiete et la pace 
universale, et in proprietà di Italia, et conservare lo stato al Duca di 
Milano. — Quanto a la querela che fa lo Imperatore , che N. S. ha vo- 
luto destruggere lo exercito delli Spagnoli , et adiutare e -Venitiani , 
tenendo sospesa la declaratione della pace (2) , non achade molto iusti- 



(1) Ma che se ne fosse ragionato presso Giuliano fratello del Papa, che 
stava in casa gli Orsini di Monte Giordano , io racconta il Nardi nel sesto 
libro delle sue Storie ; e dice che quello fu un « ragionamento gravemente 
tenuto da alcuni signori e cortigiani del Papa e fiorentini gentiluomini di 
detto Giuliano ». E mentre per Giuliano si parlava di regno, per Lorenzo 
si trattava del ducato di Milano. 

(2) I Dieci scrivevano a' 16 marzo all' oratore Acciaiuoli in Francia: « La 
Santità di N. S. insino adi xi , cioè il di dello anniversario della sua^ crea- 
tione , haveva iudicato pace intra lo Imperatore et Vinitiaui, nel modo che 
vedrai por la inchiusa copia. Riservasi ad dichiarare lo coudictioni intra 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRKNZK 67 

ficarsi , perchè torse son troppo note l'opere di Sua Santità di bavere 
tenuto 300 lance et Commissari sua nel campo del Viceré , et servitolo 
di xxiiii mila ducati, con altre cose che ben se le sa Sua Cesarea Maestà, 
per lo quali non possiamo credere che queste calunnie eschino da quella , 
come forse porge costì lo oratore suo. N. S. ha indocto e Venitiani 
ad rimettersi in Sua Santità liberamente ; et insino non viene el con- 
senso del Catholico , non si può procedere più avanti : et quando ven- 
gha, secondo altra volta ha decto Sua Maestà essere honesto et conve- 
niente per il Papa , non mancherà condurre la pace : ma li pen- 
sieri forse diversi, che qualchuno ha de la quiete, son causa di questa 
dilatione .... ». 



20 aprile. - Reverendis dominis Episcopis Vintuniensi (1) 
et Licolniensi (2). Nomine Cardinalis de Medicis. 



Risponde per il Papa ai due Prelati inghilesi , che gli avevano scritto 
dell' intenzione del Re di muover guerra. Dice non convenirgli farla solo, 
riè allearsi col Re di Francia , che « ne piglierebbe tanto animo et su- 
perbia , che non stimerebbe alcuno altro , né si potrebbe comportare di 
poi la insolentia sua , et saria per sucitare nuovi travagli ». S. S. pro- 
pone « una via di mezo , che participi del bene da ogni parte , et cosi 
fuggha lo opposito et li extremi : et questo è , che cotesta Maestà fa- 
cessi bora una triegua con Francia per xv o xvi mesi, per le mani et 
conforti di S. S. ; della quale si vedrebbe resultarne molte commodità. 
Imperocché con quella si fuggirebbe la grandeza di Francia, et li sa- 
rebbe un freno a li apetiti sua , et lo farebbe modesto , et quieto ; et 
posato una voltar le arme , si potrebbe redurlo ad una pace honorata et 
degna per cotesta Maestà : di poi non si metterebbe in desperatione , né 
si farebbe unire la potentia sua con quelli che pensono usarla ad dextru- 
ctione della Chiesa et di Italia ; et essendo questa triegua più lungha 
qualche mese che la loro , resterebbono al fine dell'anno a lo scoperto , 
et non potrebbono constringere Francia a cosa che ragionevolmente non 



uno aimo , et dà tempo uno mese alle parti di ratiflchare quello che è facto. 
La qual cosa non sappiamo come fia per exequirsi : rimettiamocene agli 
etTecti ». (Archivio Centrale di Stato ; Registro di lettere de' Dieci di Ba- 
lìa, ad annuni.) In Venezia era internunzio del Papa messer Piero da Bib- 
biena. 

(1) Riccardo Fox, vescovo di Winchester. 

(2) Guglielmo Smith, vescovo di Lincoln. 



08 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

si potessi comportare : et se ricorressino a cotesta Maestà , starebbe poi 
a lei far quanto alhora iudicassi ad suo proposito. Et sarebbe questo 
un partito che nascerebbe proprio da Sua Maestà , et non aproverrebbe 
le cose facto da altri ; perchè non è insto che chi è capo di sì gran 
corpo, sia lassato indrieto sanza farne stima , et diventi la coda. Et an- 
cora per le mani di N. S. , se la affectione non ci inganna , sarebbe 
molto honorevol modo ; perchè havendo el vostro Re vestitosi le pie et 
iuste arme per la defensione et conservatione de la Sponsa di Cristo , 
saria molto commendabile, se per la Chiesa le ha prese (1) , in mano 
della Chiesa honorevolmente riposarle , et maxime in mano d' un Pon- 
tefice che con tucto el suo core desidera , quando potessi , far grande 
la Sua Maestà , et conosce in tale exaltatione essere la sicurtà de la Sede 
Apostolica ». Seguita mostrando come sarebbe facile indurre gli Sviz- 
zeri « ad un simile partito » ; e scusandosi delle calunnie sparse da don 
Pietro di Vrea , oratore del Re Cattolico presso il Re d' Inghilterra , 
circa r intenzione di Leone sul Regno di Napoli , « cosa in tucto aliena 
da la verità » , non avendo il Papa « mosso mai un cavallo né ordinato 
un fante , nò facto alcuna demonstratione da poter pigliare ombra , per- 
chè non l'ha mai pensato né sognato .... ». 



21 aprile. - Roberto Acciaiolo et Francisco Pandulphino , 
oratoribus in Gallia (2). 



« .... N. S. harà caro che voi Ruberto soprasediate un poco ad par- 
tire , tanto che veggiamo dove le cose si indirizino ; che deverà , pia- 
cendo a Dio , esser presto ; et non solo comunichiate a Francesco li advisi 
nostri, ma li lassiate le vostre imbreviature de li amici e de'mezi, et 
de lo stile , che non potrieno più satisfarci ». Parla d' un vescovado 
che il Re « disegna per il reverendissimo Cardinale de' Medici » ; e di 
quello d'Albi « si farà quello che vorrà Sua Maestà »; ma per l'avve- 



(1) Nella guerra contro la Francia Arrigo VII si era dato come cam- 
pione della Chiesa, ed erasi proposto di comprimere Io scisma. Leone gli 
aveva mandato ensem et pileum, con breve dei primo di marzo 1514. 
(Ved. RoscoE, documento CV.) 

(2) I Dieci di Balia avevano dato airAcciaiuoli , che da quattro anni si 
trovava oratoro presso il Cristianissimo , un successore nel Pandolfini. Ma 
la facoltà di tornare airAcciaiuoli non potevano darla i Dieci , senza il 
consenso della Cancelleria papale (ved. lettera de' 9 aprile): a tale era ri- 
dotta r:uitorità di quel magistrato ! 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 60 

nire, il Papa vorrebbe che il Cristianissimo avesse « respecto a queste 
cose spirituali ». È scritta in nome di Giuliano. 



25 aprile. - Roberto Acciaiolo et Francisco Pandulphino, ora- 
toribus in Gallia. Nomine Cardinalis de Medicis. 



Del vescovado di Lauver , che il Re gli aveva designato , dice che 
« per nostre lettere brevemente » ne ha ringraziato Sua Maestà. « La 
Santità di N. S. hier mattina in Consistorio ne fece honore a Sua Mae- 
stà , et ce lo conferì. Et perchè intendiamo per le preallegate vostre , 
si disegna costì serva al concordare le cose del nostro vescovado di Albi, 
ci occorre ricordarvi : prima , che non vale , secondo ci è riferito , quanto 
voi scrivete , perchè non passa 2500 ducati : dipoi , che il vescovo de- 
funto l'ha piatito lungo tempo (che non vorremmo intervenissi el me- 
desimo a noi ) , et ci potria facilmente essere dentro non piccola molestia : 
apresso , che il Capitolo , avanti che la Maestà del Re lo prohibisse , è 
verisimile ne abbi facto electione ; onde resterebbe in letigio , et non 
sapemo come si potrà bavere la possessione pacifica ; per il che non ci 
è parso anchora expedire né mandare le bolle. Desideriamo vi infor- 
miate bene in che grado si trovi la cosa. — Non crediamo però , che la 
mente del Re sia ricompensarci la chiesa d'Albi , che vale xii mila du- 
cati , in questa cosa sola ; la quale , quando l' havessimo libera con una 
pensione in su Albi di im mila ducati , ci parrebbe che il fratello di Ru- 
bertetto non si havessi se non da lodare ; et potremo risegnarglielo a suo 
piacere. Et quella pensione sarebbe uno stimolo ad farci prò vedere di 
qualche altra cosa per liberarsi , et troverebbesi la Chiesa netta , et 
senza scrupolo di conscientia .... ». 



25 aprile. - Roberto Acciaiolo et Francisco Pandulphino, ora- 
toribus. 



« .... Vi mando alligata una mia lettera a la Cristianissima Maestii 
in risposta d' una sua , per la quale mi racomanda el Vescovo di Marsi- 
na (1), ch'i' lo favorisca con N. S. di promoverlo al cardinalato. Voi la 
presenterete exponendoli in conformità per parte mia, che Sua Beati- 

(1) Claudio vescovo di Marsilia era venuto a Roma oratore del Re ; e in- 
sieme con altri prelati francesi fece nel Concilio di Laterano la sottomissione 
tanto desiderata dal Papa , in nome del clero Gallicano. 



G8 I MANOSCRITTI TORRIGIAXI 

si potessi comportare : et se ricorressino a cotesta Maestà , starebbe poi 
a lei far quanto alhora iudicassi ad suo proposito. Et sarebbe questo 
un partito che nascerebbe proprio da Sua Maestà , et non aproverrebbe 
le cose facte da altri ; percliè non è iusto che chi è capo di sì gran 
corpo, sia lassato indrieto sanza farne stima, et diventila coda. Et an- 
cora per le mani di N. S. , se la affectione non ci inganna , sarebbe 
molto honorevol modo ; perchè havendo el vostro Re vestitosi le pie et 
iuste arme per la defensione et conservatione de la Sponsa di Cristo , 
saria molto commendabile , se per la Chiesa le ha prese (1) , in mano 
della Chiesa honorevolmente riposarle , et maxime in mano d' un Pon- 
tefice che con tucto el suo core desidera , quando potessi , far grande 
la Sua Maestà , et conosce in tale exaltatione essere la sicurtà de la Sede 
Apostolica ». Seguita mostrando come sarebbe facile indurre gli Sviz- 
zeri « ad un simile partito » ; e scusandosi delle calunnie sparse da don 
Pietro di Vrea , oratore del Re Cattolico presso il Re d' Inghilterra , 
circa r intenzione di Leone sul Regno di Napoli , « cosa in tucto aliena 
da la verità » , non avendo il Papa « mosso mài un cavallo né ordinato 
un fante , nò facto alcuna demonstratione da poter pigliare ombra , per- 
chè non l'ha mai pensato né sognato .... ». 



21 aprile. - Roberto Acciaiolo et Francisco Pandulphino 
oratoribus in Gallia (2). 



« .... N. S. harà caro che voi Ruberto soprasediate un poco ad par- 
tire , tanto che veggiamo dove le cose si indirizino ; che doverà , pia- 
cendo a Dio , esser presto ; et non solo comunichiate a Francesco li advisi 
nostri , ma li lassiate le vostre imbreviature de li amici e de' mezi , et 
de lo stile , che non potrieno più satisfìirci ». Parla d' un vescovado 
che il Re « disegna per il reverendissimo Cardinale de' Medici » ; e di 
quello d'Albi « si farà quello che vorrà Sua Maestà » ; ma per Favve- 



(1) Nella guerra contro la Francia Arrigo VII si era dato come cam- 
pione della Chiesa, ed erasi proposto di comprimere lo scisma. Leone gli 
aveva mandato ensem et pileum, con breve del primo di marzo 1514. 
(Ved. RoscoE, documento CV.) 

(2) I Dieci di Balia avevano dato all'Acciaiuoli , che da quattro anni si 
trovava oratore presso il Cristianissimo , un successore nel Pandolfìni. Ma 
la facoltà di tornare airAcciaiuoli non potevano darla i Dieci, senza il 
consenso della Cancelleria papale (ved. lettera de' 9 aprile): a tale era ri- 
dotta Tautorità di quel magisti'ato ! 



DONATI AL 11. ARCHIVIO DI FIllKNZE 69 

iiiro, il Papa vorrebbe che il Cristianissimo avesse « respecto a questo 
cose spirituali ». È scritta in nome di Giuliano. 



25 aprile. - Roberto Acciaiolo et Francisco Pandulphino, ora- 
toribus in Gallia. Nomine Cardinalis de Medicis. 



Del vescovado di Lauver , che il Re f?li aveva designato , dice che 
« per nostre lettere brevemente » ne ha ringraziato Sua Maestà. « La 
Santità di N. S. hier mattina in Consistorio ne fece honore a Sua Mae- 
stà , et ce lo conferì. Et perchè intendiamo per le preallegate vostre , 
si disegna costì serva al concordare le cose del nostro vescovado di Albi, 
ci occorre ricordarvi : prima , che non vale , secondo ci è riferito , quanto 
voi scrivete , perchè non passa 2500 ducati : dipoi , che il vescovo de- 
funto l'ha piatito lungo tempo (che non vorremmo intervenissi el me- 
desimo a noi ) , et ci potria facilmente essere dentro non piccola molestia : 
apresso , che il Capitolo , avanti che la Maestà del Re lo prohibisse , è 
verisimile ne abbi facto electione ; onde restereljbe in letigio , et non 
sapemo come si potrà bavere la possessione pacifica ; per il che non ci 
è parso anchora expedire né mandare le bolle. Desideriamo vi infor- 
miate bene in che grado si trovi la cosa. — Non crediamo però , che la 
mente del Re sia ricompensarci la chiesa d'Albi , che vale xii mila du- 
cati . in questa cosa sola ; la quale , quando l' ha vessano libera con una 
pensione in su Albi di mi mila ducati , ci parrebbe che il fratello di Ru- 
bertetto non si havessi se non da lodare ; et potremo risegnarglielo a suo 
piacere. Et quella pensione sarebbe uno stimolo ad farci provedere di 
qualche altra cosa per liberarsi , et troverebbesi la Chiesa netta , et 
senza scrupolo di conscientia .... ». 



25 aprile. - Roberto Acciaiolo et Francisco Pandulphino, ora- 
toribus. 



« .... Vi mando alligata una mia lettera a la Cristianissima Maestii 
in risposta d' una sua , per la quale mi racomanda el Vescovo di Marsi- 
na (1), ch'i' lo favorisca con N. S. di promoverlo al cardinalato. Voi la 
presenterete exponendoli in conformità per parte mia, che Sua Beati- 

(1) Claudio vescovo di Marsilia era venuto a Roma oratore del Re ; e in- 
sieme con altri prelati francesi fece nel Concilio di Laterano la sottomissione 
tanto desiderata dal Papa , in nome del clero Gallicano. 



70 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

tudine per bora non è volta, per buoni respecti, ad fare promotio- 
ne .... ». 

25 aprile. - Regi Christianissimo. 
Conforme alla precedente. 

25 maggio (l). - Magniflcis 'oratoribiis florentinis Roberto 
Acciaiolo et Francisco Pandulphino. 

26 maggio. - Domino Goro de Pistorio. 

Gli Svizzeri non si accomodano : e se non vogliono prorogare la lega 
fatta con papa Giulio , il Gheri dovrà tornarsene , lasciandovi il Vescovo 
di Veroli. Si sono mandati ventimila ducati , su' quali dodicimila fiorini 
di Reno si pagheranno a' dodici Cantoni , secondo i Capitoli ; il resto in 
pensioni a particolari. Ma innanzi che questi si paghino, « N. S. vuol 
vedere una notula di quelle persone ad chi si pagorono l'anno passato 
et così li altri anni inanzi , più particularmente che si può » ; perchè 
vuol conoscere se il benefizio è fatto a « persone benemerite di questa 
Sancta Sede et de la persona sua ». 

29 maggio. - Roberto Acciaiolo et Francisco Pandulphino. 
Semplice coperta a un'inclusa da recapitare. 

31 maggio. - Episcopo Verulano (2). Nomine Cardinalis et 
luliani de Medicis. 

Tratta del danaro mandato per mezzo de' Fuccheri , banchieri di 
Roma , a' Fuccheri di Costanza , col quale pagherà i Cantoni , ec. 



(1) Un mese di lacuna si spiega coli' assenza dell' Ardinghelli dalla 
Cancelleria , forse per essere andato col Papa , come si legge nella lettera 
seguente : « N. S. è stato fuor di Roma molti giorni ». 

(2) Ennio Filonardo Enrico da Dauco, vescovo di Veroli. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE '71 



31 maggio (1). - Tliomao de Campeggio, Placentiae vicegu- 
bernatori. 

Per mezzo di lui manda la Cancelleria gli spacci ai Nunzi di Sviz- 
zera. 



2 giugno. - Io. Vespuccio. 

Scrive Giuliano, purgandosi delle « querele che vi ha fatto la Catho- 
lica Maestà , che io mi sia doluto di Sua Altezza et biasimato le cose 
sue. — Harei desiderato non mi havessi reputato si temerario, ch'i' bia- 
simassi quelle cose che ho in somma veneratione ; et non tanto di 
una illustrissima Signora come è la figliuola del Duca di Gardena, ma 
d'una sua anelila non harei usato simili termini .... ». Dice che ne scrive 
a S. A. , e vuole che la calunnia sia levata. 



3 giugno. - Regi Christianissimo. 

Il Cardinale aggiunge raccomandazioni al breve del Papa , perchè 
Alvisi de' Rossi « nostro dilectissimo affine » venga al possesso dell'ab- 
bazia di Redun in Brettagna conferitagli da S. S. 



3 giugno. - Francisco Pandulphino , oratori in Gallia. 

Concerne la badia conferita a Luigi de' Rossi nato d'una sorella del 
Papa , il quale gli diede più tardi il cappello nella celebre promozione 
dei trentuno Cardinali ( 26 giugno 1517 ). 



4 giugno. - Episcopo Tricaricensi et Francisco Pandulphino. 

Al Pandolfini , ch'era oratore de' Fiorentini presso la Maestà Cristia- 
nissima , aggiunse Leone Lodovico Canossa vescovo di Tricarico, « per 
concordare queste cose di Francia et Inghilterra » , come scriveva il 
Turini a Lorenzo de' Medici ( Roscoe , cap. xii, § 6). Difattila lettera 
dice che Monsignor di Tricarico dovea persuadere a Sua Maestà che 

(1) Dice ii.'/iiii , ma è sbaglio. 



72 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

« nel posare queste cose di Inghilterra consiste la quiete et securtà » 
sua. « Hieri partì di qua Giovanni Girolami ; et N. S. , stimulato 
dal Cardinale di Volterra (1), li concesse un breve di credenza al Re 
Cristianissimo , conferendoli certe cose generali. Voi subito farete noto 
a S. M. , che N. S. et noi tucti non desideriamo che altri intenda o 
maneggi di costà per conto nostro le cose nostre , se non voi Monsi- 
gnore et Francesco , et che la non li presti altra fede che generale , né 
conferisca cosa alcuna de importantia ; perchè questo breve fu concesso 
prò forma per non offendere el Cardinale di Volterra, che con instan- 
tia Io ricercò », 

14 giugno. - Reverendo Episcopo Tricaricensi ac Francisco 
Pandulphino oratori in Gallia. 

Scrive Giuliano. Tricarico era stato ben veduto da S. M. e dal 
Robertetto ; quindi il Papa lo incarica di prendere la qualità di Nunzio 
apostolico « per conferire , intendere et tractare in nome di N. S. et 
nostro tucto quello che acchadessi a proposito comune ». L'accomoda- 
mento d' Inghilterra è la cosa che preme ; e che si faccia in esso men- 
zione del Papa, « et se li dia quello grado che si conviene al pastorale 
offitio et a le opere sue ». De'maritaggi che si ragionano per il Cri- 
stianissimo, cioè della sorella dell'Arciduca o della sorella del Re d'In- 
ghilterra , al Papa piacerebbe più il secondo ; « et crederremo da tale 
vinculo ne nascessi molte cose buone ». Gli oratori di Francia a Roma , 
San Severino , il Vescovo di Marsilia e Soliers , avevano trattato in- 
sieme separatamente ; ma non erano d'accordo. Romperla col San 
Severino non par bene al Papa , perchè è affezionato , « ingenioso et 
conscio di molti secreti ». Parrebbe meglio trattenerli tutti , e servir- 
sene « secondo che e tempi o le cose porgessino ». Quando poi non 
facessero buon servigio , « la sapientia del Re et la verità con li effecti 
insieme possono molto meglio riconoscere li fructi da la vera radice ; 
et siamo certi che a cotesta Maestà è benissimo noto qual sia suto sem- 
pre lo animo di N. S. , del reverendissimo Cardinale de' Medici et mio , 
e quali tucti siamo nati sua servitori, nutriti et vissuti con questa 
dcvotione, et io in particulare mangiato el suo pane et dedicatoli in 
perpetuo la fede, la servitù et la persona mia; nò mai per alcuna sua 
adversità o felicità ò mutato mira né animo , anzi mi sono scoperto 
ne' tempi di qualche suo travaglio , tanto che con questi altri sono stato 
a sospecto. Et Dio mi è testimonio et la Sua Maestà et l'oratore Ru- 



(1) Francesco SoJerini. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 73 

lierto (1) con quanto amore son proceduto in tucti li sua affari: et non 
Ro come San Severino mi possi haver guadagnato » , come s'era van- 
tito, « non mi havondo mai el Re, di quel poco valore ch'i' sono, per- 
duto né smarrito: et circa a questo li farei lungo discorso , s'i' credessi 
che S. M. acceptassi tale opera da qualunque se ne volessi far bel- 
lo .... ». E il San Severino s'era lagnato che l'oratore Pandolfini lo 
avesse posto in mala veduta presso il Re: della qual cosa Giuliano 
avvisa gli oratori; ma noi crede, e vuole che se la passino con dissi- 
mulazione. 



15 giugno. - Episcopo Tricaricensi , niintio apud Christia- 
nissimam Maiestatem. Nomine Cardinalis de Medicis. 



Avendogli il Papa « più mesi sono » conferita la chiesa di Albi , si 
trovano difficoltà per venirne al pacifico possesso. S. M. gli aveva of- 
ferto il vescovado di La ver , e il Cardinale l'aveva accettato ; ma poi 
si scoperse che non era vacante. Or eh' è vacato , si manda « tucta la 
expeditione , la quale si indiriza al Vice Regente della (Camera Aposto- 
lica in Avignone » ; ma prima di mandar le bolle per pigliarne il pos- 
sesso, vuole il Cardinale che il Nunzio s'informi se è libero, perchè si 
dice come certi monaci di là credano spettar loro la elezione. 

19 giugno. - Episcopo Tricaricensi, S. D. N. niincio apud 
serenissimum Anglie Regem. Nomine Cardinalis de 
Medicis. 

« N. S. ha inteso per lettere de l' Oratore fiorentino , de' viiii da Pa- 
rigi, come la S. V. el giorno avanti era partita per Inghilterra, dove 
Dio salva l' habbi condotta ; et piaceli molto habbiate preso questa cura , 
et satisfacto a quella Maestà , sperando anchora clie con cotesto sere- 
nissimo Re farete qualche buona opera per la quiete et pace de le lor 
Maestà. La S. V. harà facto capo a messer Andrea Ammonio secreta- 
rlo, et con sua introductione exposto la commissione di N. S. prima 
a li reverendi Episcopi Vintuniense et Licolniense ; di poi , con loro 
participalione et consiglio , a cotesta Maestà : di che con desiderio ne 
attendiamo qualche adviso. Li prefati Episcopi hanno ad essere el fon- 
damento et la guida vostra , perchè sono di grandissima auctorità apres- 
so a cotesto Principe et hanno maneggiato tucta questa pratica con 

(1) Acciaiuoli. 



74 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

somma prudentia et devotione verso questa Sancta Sede , in modo che 
N. S. ne resta molto satistacto .... ». Dovrà mostrare al Re di non es- 
sere più inclinato a Francia , massime per essere stato prima presso 
il Cristianissimo ; ma far tutto « come da homo neutrale , nuntio apo- 
stolico et aflfectionato a cotesta Corona ». E così diportarsi praticando 
con altri. « Et considerato quante difRcultà verranno in campo nel con- 
cludere la pace, a N. S. piacerebbe assai unatriegua, dove nonharebbe 
ad intervenire tanti articoli , né ad saldare tanti conti ; et posato una 
volta le arme , et cessato il fervore de la guerra , più facilmente si 
comporrebbono insieme. Adiunto che da questa triegua nascerebbe dif- 
fidentia et mala contenteza de lo Imperatore et del Re di Spagna con 
cotesta Maestà , che quasi di necessità si verrebbe a la pace ; et N. S. , 
in quello che mancassi , sarebbe fedele et honorato arbitro di accordar- 
li .... ». « El reverendo Episcopo de Gigli ne scrive ad pieno a li pre- 
fati Vescovi , come quello che è conscio de la mente del Papa et de la 
pratica tenuta, che ha el modo et lo stile de lo scrivere ale lor Signo- 
rie con quella dextreza che vi occorrerà. Farete gratia et grado delle 
opere sue con il Re et con tucti li altri , significando loro con quanta 
reputatione et fede e' tracta le cose di cotesta Maestà , et quanto e' sia 
amato da N. S. et da tucti noi .... ». 

19 giugno. - Reverendis dominis Episcopis Vintuniensi et 
Lincolniensi. Nomine Cardinalis de Medicis. 

Lettera di credenza, latina, per il Nunzio apostolico Vescovo di 
Tricarico. 

28 giugno. - Francisco Pandulphino. Nomine Cardinalis. 

Il magnifico Giuliano è andato a far San Giovanni a Firenze. Si aspet- 
tano notizie d' Inghilterra del Vescovo di Tricarico. « Circa V homo 
che manda qui el Re, sarà visto volentieri ». Come potrà avere la 
pacifica possessione del vescovado di Laver , mostrerà al Re e a Ro- 
bertetto « che noi stimiamo più la gratia sua che lo utile o lo inte- 
resse nostro ; sperando nondimeno che ci abbi ad ricompensare presto 
di qualclie altra cosa » , dovendo rilasciare a favore del fratello di Ro- 
bertetto il vescovado d'Albi. « Li animi grandi più facilmente si pigliano 
con la liberalità che con altro; adgiunto che noi siamo nati tucti suoi 
servitori , et quello honore et commodo che ci farà , lo farà in facto a 
una sua creatura ». La poscritta porta che un amico di Tolosa ha 
scritto avere que' Monaci, da uno infuori, unitamente fatta la elezione 
del nuovo Vescovo , non ostante la proibizione del Re , e sperarne la 
confermazione dalla loro Chiesa metropolitana. « Le braccia del Re son 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 75 

lunghe et potente, et potravi porre remedio salutare, sanza d quale 
non ci pai'e el bisogno nostro conperare brighe a contanti ». 



30 giugno. - Episcopo Feltrensi (1). Nomine Cardinalis de 
Medicis. 



Non avendo da un pezzo lettere, vuol sapere in che grado e ter- 
mine si trovino le cose della Cesarea Maestà. La quale dovrebbe esser 
sodisfatta di N. S. « per bavere a la partita del reverendissimo Gur- 
gense (2) concluso la lega con quella et con la Catholica Maestà per 
uno anno ad defensionem , con grande satisfactione di Sua Signoria re- 
verendissima , et per la buona intentione anchora che epsa ne decte al 
partire suo di qua , di operare con Cesare circa molte cose di momento , 
che N. S. li conferì ». Ora il Vescovo di Feltro dovrà « observare tucti 
li andamenti di Sua Maestà , et non tanto li cenni , le parole et le de- 
mostrationi che usa di N. S. con V. S. et con altri , sed etiam in pro- 
visioni, et li ordini di danari di gente di fanti di vectuarie et muni- 
tioni ; et così se disegna impresa alcuna , et quando ; et se vuole augu- 
mentare le forze sue in Italia o altrove ; quello che si stimi sia per fare 
con Francia circa il ratificare la triegua , o parentadi , o altra intelli- 
gentia .... ». 

1 luglio. - Episcopo Verulano. Nomine Cardinalis de Medicis. 

Il Vescovo trovava difficoltà a mandar la nota dei pensionati Sviz- 
zeri ; ma il Papa la vuole , perchè « il patrone sappi anchor lui a chi 
e' dona e sua danari ». Gli mandano 400 fiorini di Reno pe' suoi bisogni. 

5 luglio. - Domino Antonio Mariae Palavisino. Nomine Pe- 
tri de Ardinghellis. 

Il Papa ha veduto la lettera che ha scritto al magnifico Giuliano , e 
^gli è grato degli avvisi. « A la concordia de' quattro Re, che quella 
mette così al certo , per esser cosa difficile et di momento , la S. V. pro- 
ceda adagio ad credere , perchè non si riscontra con altre notitie che 
si hanno da buono loco ». Si tratta fra il Cristianissimo e il Re d' In- 
ghilterra, e se ne spera bene. « El Re di Francia, per le ultime de'xx 

(1) Lorenzo Campeggio , vescovo allora di Feltra , poi cardinale e ve- 
scovo di Bologna. Era nunzio presso T Imperatore. 

(2) Matteo Lang , vescovo di Gurk. 



76 I MANOSCRITTI TORRIGI.INI EC. 

da Parigi , era un poco indisposto di gotta et non netto di febre ». Gli 
oratori d' Ingliilterra venuti agli Svizzeri , hanno trovato questi disposti 
a correre col Re la comune fortuna nella guerra contro Francia. « Quanto 
a la parte che la S. V. desidera intendere come si babbi ad governare 
nel far le genti d'arme , non ne posso respondere , perchè si aspecta 
qui ad farne resolutione a la tornata del signore magnifico luliano ; et 
se Sua Signoria si fermerà a Firenze per andare a' Bagni , a la venuta 
di S. Maria in Portico si determinerà qualcosa , et la S. V. lo intenderà ». 

11 luglio. - Francisco Pandulphino. Nomine Cardinalis de 
Medicis. 

Dal Vescovo di Tricarico non c'è notizie, « et ogni dilatione ci dà 
molestia , perchè chi volessi interrompere questa concordia , ha tempo 
et facultà di farlo in vari modi ». Il Cristianissimo deve star di buona 
voglia , « che salda cotesta piaga » , cioè accordato con Inghilterra , 
« le altre cose procedranno di sorte , che se ne terrà ogni dì più con- 
tenta. Queste pratiche grandi hanno sempre gran difficultà, et non si 
può tucti li articoli limitare a suo modo : li savi sanno perdere a tem- 
pi ; anzi , si dice esser sommo guadagno ». Le lettere d' Inghilterra 
portano che quel Re si mostra inclinato all'accordo. « Questa mattina 
comparse qui a salvamento Rocciafort, et N. S. lo ha facto alloggiare 
qui in palazo , et di già li ha parlato una volta , et molto li è suto 
grato la venuta sua , et li è parso una prudente et gentil persona. Sarà 
con lui altra volta, et vi significheremo la conclusione .... ». 



LA SICILIA 



VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 



Nel secondo decennio del XVIII secolo il regno tenuto 
in Sicilia da Vittorio Amedeo di Savoia fu di breve du- 
rata , ma ricco di singolari avventure. Raccolse sotto uno 
scettro medesimo le due estreme parti d' Italia. Comin- 
ciato con lieti augurii e smisurate speranze, ebbe fine 
infelice: colpa meno degli uomini che di cause e circo- 
stanze fatali. Si agitò per una fiera e memorabile lotta 
fra la sowanità e la Chiesa. Avversato dall'Austria , in- 
sidiato da Spagna , minacciato dal Turco , guardato con 
indiff"erenza da Francia , protetto e quindi abbandonato 
dall' Inghilterra , ondeggiò fra continui timori e pericoli 
esterni. Uscito dalla guerra per la successione spagnuola , 
die motivo , cadendo , ad una guerra novella. ©S'erse un 
quadro bizzarro , in cui il medio-evo ed il mondo mo- 
derno entravano e si mescolavano insieme. Se non che 
a coloro i quali, per incidenza, ne hanno scritto sin qui 
nell' isola e fuori , è mancata notizia de' fatti compiuta e 
veridica ; e son mancati con essa i fondamenti di un si- 
curo giudizio. 

Un sussidio prezioso di atti e di memorie d'allora , 
messo oggi a portata e disposizione di ognuno , può fornir 



/8 LA SICILIA 

la materia di più esatto racconto. Neiraccingermi all'opera 
ho pur questa volta seguito il pensiero ond'ebbi conforto 
ad altri precedenti miei studi : quello che per intendere ap- 
pieno la vita e l' indole di un paese e di un' epoca nulla 
giovi meglio di speciali lavori diretti a svolgerla nelle parti- 
colarità più minute e più intime. 

Dirò di un piccolo Stato e di un piccolo popolo ; ma , 
non privi d' interesse effettivo ed intrinseco , i suoi casi 
trovaronsi connessi e confusi a' grandi eventi d' Europa. Per 
criterii postumi o anticipati propositi la intelligenza del 
passato si annebbia ugualmente. E, dipingendo co' colori 
del tempo , curerò preservarmi dal facile inganno di recare 
i sentimenti e le idee d'oggidì nel far concetto di una 
generazione e di cose ben lontane e ben diverse da noi. 



Capo I. 

Guerra per la successione Spagnuola. - Trattati di Utrecht. 
Cessione della Sicilia a Vittorio Amedeo di Savoia. 

l'j'oo-ins. 



I. 



Il di 3 novembre del 1700 ruscio della stanza, dove Carlo II 
avea reso l'ultimo sospiro in Madrid , spalancavasi a un tratto; 
e ambasciatori e magnati presenti nella reggia, e il popolo 
accalcato al di fuori riceveano l'annunzio che il monarca era 
cessato di vivere, e che l'erede istituito era Filippo V Borbone, 
duca di Angiò , secondogenito del Delfino di Francia. 

Quell'annunzio presagiva lo scoppio d'una terribile procella 
in Europa. La monarchia delle Spagne serbava ne' due mondi 
l'apparente grandezza de' più floridi giorni , ma si trovava presa 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 79 

dentro di languore incurabile, quando in Carlo II minacciava 
di spegnersi la discendenza maschile dell'Austriaca famiglia 
trapiantata colà. Sfinito, decrepito poco oltre i trent'anni , 
mesto, infermiccio, il povero re si consumava tra superstiziosi 
fantasmi ed imagini sconsolate di morte : e già intorno a lui , 
ne' maneggi di palazzo e ne' consigli europei, si trattava del 
suo vuoto retaggio come preda alle rivali ambizioni. L'antica 
gelosia tra gli Austriaci e i Borboni riproduceasi nelle opposte 
pretese di Luigi XIV aspirante alla successione per un cadetto 
della propria sua Casa, e dell'Imperatore Leopoldo che vi ago- 
gnava per sé, 0, in ogni evento, per un Arciduca suo figlio; e 
pe'due contendenti era invero quistione di difesa e di conser- 
vazione reciproca, perciocché la vittoria dovesse all'uno de' due 
procacciare superiorità incontestata sull'altro. I governi ed i 
popoli , a' quali incresceva da un pezzo quella soverchia arro- 
ganza ed albagìa di Luigi , e facea paura non meno un ritor- 
no possibile della sterminata potenza di Carlo V coll'unione 
dell'Impero e della Spagna sotto un capo medesimo, avreb- 
bero (in generale) amato meglio la esaltazione di un terzo, di 
un figliuolo dell'Elettor di Baviera, che si annoverava fra i 
concorrenti ancor esso ; o vagheggiavano piuttosto un reparto 
di quel vasto aggregato di provincie e di regni che giaceva 
sotto la spagnuola Corona. Per sangue, per animo, egli, il 
povero re, si sarebbe naturalmente mostrato inchinevole a 
quel ramo della propria sua stirpe che imperava a Vienna; 
ma dibattevasi fra le discordi brighe della moglie, di ministri, 
di confessori , di frati : e durava in quell'ansia allorché , nell'am- 
pia solitudine dell'E scuriale, gli giungeva notizia di un primo 
smembramento della sua monarchia conchiuso , lui vivo e a sua 
insaputa, da Francia, Inghilterra ed Olanda. Poco dopo la pace 
di Ryswik ne avea messo il partito l'Inghilterra, risorta a 
grande influsso in Europa nelle vigorose ed abili mani del 
suo liberatore Guglielmo di Grange : v'ebbe facilmente acceduto 
l'Glanda, legata in quel tempo agl'interessi britannici; nò potè 
a meno di assentirvi Luigi , disperando , pel momento , di far 
prevalere la candidatura domestica da lui preferita. La Spagna 
e le Indie al Principe Elettorale di Baviera; la provincia di 
Guipuscoa, Napoli e Sicilia al Delfino, cioè al re Cristianis- 
simo; il Milanese all'arciduca Carlo, nato dall'Imperatore 



80 L A S I e I L I A 

Leopoldo : e questi patti , destinati a rimanere secreti , e con cui 
s'intendeva distornare i pericoli di una guerra in Europa, può 
pensarsi con clie rabbia e dolore fossero uditi tra quei neri 
Castigliani , a' quali soprattutto importava conservare pieni e 
indivisi gl'immensi domimi che riguardavano come cosa lor 
propria. V'ebbe punto in cui, credendo salvarne la integrità 
minacciata, si volle da Carlo nominare suo erede il candidato, 
che sembrava, in apparenza, riunire i suffragi de' tre Potentati 
segnatarii della convenzione di Loo ; ma il Principe Elettorale 
moriva fanciullo, l'Imperatore si teneva dal canto suo poco lieto 
della parte ch'era fatta a lui stesso , e quindi Luigi si oflFeriva 
disposto verso Olanda e Inghilterra a negoziare sopra una base 
novella , dicendosi non alieno dal tollerare la successione di un 
Arciduca d'Austria, purché all'appannaggio riserbato alla Fran- 
cia dal precedente trattato si aggiungesse il Milanese. L'In- 
ghilterra non negava di entrare nelle trattative proposte, si 
veramente che vi fosse il concorso dell'Imperatore Leopoldo: 
r Imperatore esitava: ed intanto a Madrid una fortuita sommos- 
sa, rovesciati i ministri che teneano per l'Austria, recava 
decisamente al potere la fazione francese; le pressure, i raggiri 
crescevano intorno al re moribondo ; del primo odioso trattato 
di spartimento, e del secondo ch'eziandio si riusciva a conchiu- 
dere, più che su Luigi, suo malgrado aderitovi, versavasi il 
biasimo sulla promotrice Inghilterra; nella forza, nella vicinità, 
nelle effettive intenzioni di Luigi additavasi l'unico schermo 
possibile per impedire lo sperpero della gran monarchia ; Luigi 
stesso, mancando agli impegni, brigava di soppiatto nel senso 
indicato; esortavasi il re a posporre alla salute de' popoli le 
propensioni naturali per l'Austria, le naturali avversioni per 
la Casa Borbonica: e però, negli estremi suoi giorni, strappa- 
vasi a Carlo il testamento ond'era chiamato alla successione 
Filippo. 

Deposta la maschera, Luigi raccoglieva l'oggetto delle lun- 
ghe sue cupidigie, e, nel mandare il nipote a Madrid, profe- 
riva il motto famoso : « Non vi ha più Pirenei ». Ma si accin- 
geva alla guerra. E se questa non prorompeva immediata, 
n'erano cagione i non compiuti apparecchi dell'Austria, e le 
interne molestie che in Inghilterra impacciavano Guglielmo 
d'Orange. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 81 



u. 

La scelta del re Carlo II piacque universalmente in Ispa- 
p-na per le considerazioni medesime di nazionale interesse per 
cui s'era imposta al defunto monarca: tantoché nella Capitale 
la plebe infuriata fu per dare addosso all'ambasciatore Austriaco 
ch'ebbe tentato comunioverla ad acclamare l'arciduca Carlo. 
Quanto a' possessi spagnuoli in Italia, il riconoscimento di 
Philippe V avveniva pacificamente in Milano per opera del go- 
vernatore principe di Lorena Vauderaont; e lo stesso segui in 
Sardegna ed in Napoli, governando la prima da viceré don 
Ferdinando Moncada duca di San Giovanni, e sedendo viceré 
in Napoli il duca di Medinaceli. 

In Palermo arrivò una prima notizia di un mortale deli- 
quio sofferto dal re, ma da costui tuttavia superato : e furono 
rendimenti di grazie a Dio, luminarie, salve, cavalcate e tutt'i 
segni di oflìciale allegrezza. Ciò a' 3 e 4 novembre, giusto 
quando il re si componea nel suo feretro: poi, comunicata a 
Napoli dal duca di Uzeda ambasciatore in Roma della corte di 
Spagna , e da Napoli in Sicilia al viceré duca di Veraguas , fu 
pubblicamente nota la fine di Carlo e la nomina del suo suc- 
cessore (1). In Sicilia non v'erano motivi da appassionarsi per un 
Borbone di Francia più che per un Arciduca imperiale; nò 
a' Siciliani caleva indagare se all'estinto monarca , coli' ultimò 
atto di sua volontà, fosse lecito alterare più o meno l'ordine 
di successione vigente in Ispagna, o se il diritto che Filippo V 
credeva vantare per l'avola Maria Teresa, figliuola di Filippo IV 
e sorella di Carlo II, malgrado la di costei rinunzia all'even- 
tuale retaggio, fosse o no preferibile al diritto dell'Imperatore 
Leopoldo, e per esso dell'Arciduca suo figlio, fondato sulla pre- 
valenza della linea agnatizia per discendere dall' Imperator 
Ferdinando , fratello a Carlo V, e fondato inoltre sulle ragioni 
di Maria Anna sua madre, sorella di Filippo III e zia di Carlo IL 

(1) Diario Palermitano di Antonino Mongitore, dal 1680 in poi; tona. I. 
Tra i rass. della Biblioteca Comunale di Palermo, Qq. C 65. Nella Biblioteca 
Storica e Letteraria di Sicilia edita in Palermo per cura dell'Ab. Giovc- 
CBiNo Di Marzo , voi. VII, pag. 203-205. 

Arch. , 3.a Ser/e, Tom. XIX. <i 



82 L A S I e I L I A 

Dacché, spenti i Martini, la Sicilia era fallita nel tentativo 
di darsi un re proprio, la quistione dinastica cessò di esser 
tale da esaltare grandemente gii animi e gli umori nell' isola : 
e il paese avrebbe, dopo Carlo II, potuto oggi acconciarsi 
a' Borboni regnanti a Madrid, come, dopo Ferdinando il Cat- 
tolico, erasi rassegnato agli Austriaci, successori immediati 
di lui. In mancanza di un novello Tancredi o di un novello 
Federigo d'Aragona da incoronare popolarmente a Palermo 
v'era, ad ogni modo, una misura di bene e di male relativo, 
clie avrebbe tirato gl'istinti de' Siciliani a propendere verso 
un lato piuttosto che un altro. Ora per Filippo V stava la 
generale adesione delle provincie spagnuole, e per la Spagna 
stavano le lunghe abitudini, le tradizioni, l'indole somigliante 
de' popoli, il fatto di essersi in tre secoli di unicità del mo- 
narca lasciate illese l'autonomia, le leggi, le prerogative fon- 
damentali del regno insulare : contro il ramo Austriaco impe- 
rante in Germania si univano, invece, la dubbiezza di un 
ignoto avvenire e l'antica ripugnanza verso il nome ed il giogo 
tedesco : laonde al viceré duca di Veraguas , che ansioso e sol- 
lecito convocava in Palermo i nobili e i capi delle corporazioni 
artigiane per tastarli in proposito, furono uditi di accordo ri- 
spondere che la Sicilia si conserverebbe obbediente alle dispo- 
sizioni testamentarie di Carlo (1). Finché quella devozione 
traducevasi in esequie al defunto, pompe e cerimonie per l'ac- 
clamazione del monarca novello e pel suo matrimonio colla 
giovinetta Maria Luisa di Savoia, non v'era poi troppo merito; 
ma i tempi grossi non tardavano a giungere, ed allora, se un 
grande sforzo nazionale propriamente non v'ebbe, non mancò 
la fermezza del tenersi fedelmente alla causa abbracciata in 
principio. 

Quando Guglielmo d'Orange dispariva dal mondo, la pode- 
rosa alleanza contro i Borboni era già formata : talché la 
guerra si proclamava simultaneamente a Vienna, a Londra 
ed all'Aia, e gli eserciti si moveano in Germania, ne' Paesi 
Bassi, in Ispagna, in Italia. La Sicilia die un donativo straor- 
dinario in maggio del 1702 , e le proprie galere , che , unite a 
quelle di Spagna e di Napoli, si mostrarono qua e là nel Me- 

(1) MONGITORR, loc. Cit. 



ROTTO AMEDEO VITTORIO DI SAVOIA ."^."5 

(literraueo. Alle prime avvisaglie, incerte ancora in Italia, 
seguivano poco stante i progressi 'degl'Inglesi e Olandesi in 
Catalogna e in Valenza, la presa di Gibilterra, la vittoria di 
Marlborougli e di Eugenio di Savoia a Blenlieim: nel 1703 si 
parlava di sbarco e di nemica invasione nell'isola: e, le sol- 
datesche stanziali essendo deboli e poche, supplirono 1 baroni 
col loro feudale armamento; i facoltosi (compresovi il clero) 
col metter su altra milizia a cavallo; le maestranze artigiane 
col prendere nella loro custodia i baluardi della città di Pa- 
lermo (1). Qualche secreto maneggio di emissari Austriaci non 
))0rtò altro effetto che di qualche imprigionamento e di qual- 
che supplizio, ma il paese vi rimaneva straniero: poi, cre- 
sciuti i danni e i pericoli per la Casa Borbone colle rotte di 
Ramillies e di Torino, fatto dall'arciduca Carlo il suo ingresso 
a Madrid, onde usciva Filippo disposto a tragittarsi in Ame- 
rica e ritenutone a stento dalla moglie, non mutavano le di- 
sposizioni in Sicilia; né mutavano per la entrata in Napoli 
delle armi imperiali. Il rialzarsi in Ispagna della fortuna Bor- 
bonica, per favore e per impulso volontario de' popoli, abilitava 
la corte a spedir rinforzi nell'isola, minacciata dalla opposta 
sponda del Faro: e quindi la insolenza di certe truppe Irlan- 
desi, e il sospetto che si volesse togliere alle maestranze il 
possesso de' baluardi , potè nel 1708 muovere a tumulto la plebe 
in Palermo: se non che, drizzando gli schioppi e i cannoni 
contro i soldati di Filippo V, gl'insorti gridavano « Viva Fi- 
lippo V re nostro I » ; lasciavano le meccaniche industrie , e 
tolleravano che le loro famiglie patissero del mancato lavoro, 
per vegliare di e notte alla esterna difesa ; davansi gran ressa 
in accumulare provvisioni, costruire trincee, fondere artiglie- 
rie per un assedio: e, nel subbuglio, preso dagli sbirri un 
miserabile (specie di mentecatto) che spargeva discorsi profit- 
tevoli all'Austria, e condotto ai Pretore, il Pretore si volgeva 
agli artigiani dicendo che fosse in poter loro castigarlo od as- 
solverlo, e quelli lo impiccavan senz'altro (2). In agosto di 

(1) MoNGiToRK, Diario cit., Tom. II. Tra i mss. della Bibl. Com. , 
Qq. C, m. Presso Di Marzo, coli. cit. , voi. VIII , pag. 8-12. 

(2) Intorno a que' fatti si veggano Mongitore , loc. cit. , pag. 47-77 ; 
Diario e narrasione storica de'tumulti successi in Palermo nel 1708 di 
Bened^.tto Emanuete Vanni marchese di Vilt.abiakca ; ne'niss. della 



84 ' LA SICILIA 

quell'anno una invasione parve imminente davvero, in vista 
dell'armata Anglo-Olandese che navigava il Mediterraneo: il 
viceré marchese di Balbases raccomandavasi a' Consoli delle 
Arti , che gli facevano animo , permettendogli di chiamare 
alcune truppe per la tutela delle coste vicine , con restare però 
quella della Capitale commessa alla cittadinanza medesima; e 
la cavalleria de' baroni squadronavasi in Monreale; ordinavasi 
(come alla vigilia di un assalto) che ciascuno si togliesse il 
mantello e si armasse; si facoltavano ad uscir da Palermo i 
vecchi, i fanciulli, le donne; si provvedea per gl'incendi nel 
caso di un bombardamento possibile (1). Poco dopo si seppe 
che quell'armata erasi, sotto il comando dell' inglese Stanope, 
vòlta a conquistar la Sardegna , non cessando tuttavia le solle- 
citudini in Sicilia , ma il danno effettivo riducendosi ad alcune 
cannonate tratte da vascelli inglesi sulla città di Mazzara, e 
ad alcune piraterie di galeotte napoletane al servizio imperiale 
nelle acque di Girgenti e di Palermo (2). 

BibL Coro, di Palermo, Qq. E, 83, num. 2 e Qq. F, 19; nella coli, del 
Di Marzo , voi. XII , pag. 155 e segg. ; Memorie Storiche del Regno di Si- 
cilia dal 1700 al 1720 , per l'abate dottor don Gaetano Giardina, palermi- 
tano ; ne'niss. della detta Biblioteca , Qq. H , 150 ; nella cit. coli. , voi. XV, 
pag. 5-6. 

Il Giardina , autore di un'opera pubblicata postuma al 1732 col titolo 
Le antiche x^orte della città di Palermo , mori nel 1731 , ancor giovane 
d'anni. 

Le Memorie, ch'io cito, provenienti alla Bibl. Cora, dall'abolito mo- 
nastero di San Martino delle Scale , rimasero ignote allo Scinà [Prospelto 
della Storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII), e Pietro Lanza prin- 
cipe di Scordia {Considera:: ioni sulla Storia di Sicilia dal 1532 al 17S9 
da servir di aggiunte e chiose al Botta; Palermo, 1838) è fra gli scrittori 
siciliani il primo che ne abbia tenuto conto, facendone anzi molte lodi {Ivi, 
lib. IV, pag. 358). 

(1) MoNGiTORE , loc cit. , pag. 82-85 ; Villabianca , ivi , pag. 195-198. 

(2) MoNGiTORE , ivi , pag. 89. I Siciliani rendevano la pariglia , onde , 
nella sua Memoria presentata al re Vittorio Amedeo nel 1713, scriveva il 
barone Apary: «La Sicile est fort propre à la navigation : les habitants 
entendent fort bien la marine , ils ont du courage et de la vigueur , cora- 
me ils l'ont lait paroitro durant cette derniòre guerre , par les frequentes 
prises qu' ils ont faites sur les Napolitains, jusq'à les reduire plusieurs 
fois à une extròme disette de vivres». Mémoire de l'état politique de la 
Sicile presente d Victor Amedèe etc. par le Baron Agat/n Apary de" la 
ville de Catane , stampata in Amsterdam al 1734 colla Description de 
l' isle de Sicile etc , par Pierre del Callejo y Angulo. 



SOTTO VITTORIO AM10Dl<:O DI SAVOIA 85 

Al 1709 accadde la scoperta di una congiura a Messina per 
consegnare la cittadella agli Aust>naci: vi mestarono però esclu- 
sivamente utliziali spagnuoli del presidio. Indi gli ultimi anni 
in cui durò quella guerra semljra esser corsi con apprensioni 
meno vive per l'isola, attesi i nuovi vantaggi conseguiti dal 
re Filippo in Ispagna colle giornate di Brichuega e di Villavi- 
ciosa succedute a' rovesci di Almenara e di Saragozza, e at- 
tesa la vittoria de' Francesi a Denain dopo le sconfìtte di Ou- 
deuarde e di Malplaquet. Di processi e condanne contro veri 
supposti agenti imperiali si vide ancora alcun saggio; ma 
tanto per provare lo zelo de' magistrati e delle spie, e mo- 
strare al popolo che juentr'egli si adoperava alla custodia 
contro i nemici di fuori, v'era chi si occupasse a sventare le 
trame de' nemici di dentro. E perduto il Milanese, perduta 
Napoli co' presidi! ed i porti della maremma Toscana, perduta 
Sardegna, la sola Sicilia potè restare illesa alla Corona di 
Spagna. 



III. 



Colla morte di Leopoldo e di Giuseppe suo priuiogenito 
l'Impero ricadeva all'arciduca Carlo, quel medesimo che con- 
tendeva per la successione spagnuola : si aggiungeva tutta quasi 
r Italia venuta in potestà dell'Austria : e cosi le condizioni del- 
l'equilibrio mutavansi, e l'annessione della Spagna all'Impero 
potè apparire di uguale o maggiore pericolo che l'annessione 
alla Francia; lo spettro di Carlo V risorgeva difatto. L'ardore 
della lega dovè naturalmente intiepidirsi, ed uno scambio di 
ministri a Londra coincideva o[)[)ortuno a metter fine alla lotta. 
Erede della sorella Maria e di Guglielmo d'Orange , la regina 
Anna sentivasi in fondo al cuore attirata verso la parte con- 
servatrice de'Tories; ma la necessità di seguire i vestigi del 
suo predecessore e lo strano affetto verso Sara lennings du- 
chessa di INIarlborough la tenevano sotto l'ascendente de' Whigs, 
finché nel 1710, per gelosie e pettegolezzi di donne, l'affetto 
convertivasi in odio implacabile, e, concorrendovi l'agitazione 
destata da improvvide asprezze del ministero wMg contro la 
parte Giacobita, la regina chiamava al potere Harley e quel 



80 LA SICILIA 

Saint lolin che fu illustre in Europa col titolo di lord Boling- 
broke. Le tendenze de' IToy-^'es, in opposizione alla politica de' loro 
avversari, erano notoriamente per la pace; e le pratiche con 
infelice successo mosse già da Luigi dovevano ora riprendersi 
sotto auspicii migliori. 

Un primo passo erasi da Luigi per l' innanzi tentato verso 
l'Olanda, cercando staccarla dalla lega e separatamente ami- 
carsela. Aveva offerto la cessione della Spagna, delle Indie, 
del Milanese, de' Paesi Bassi; aveva pel nipote Filippo chiesto 
solo Napoli, Sicilia e Sardegna co' presidii Toscani, e, per ul- 
timo, rinunziato anche a Sardegna: ma dagli Olandesi comu- 
nicate le proposte agli altri alleati, le esigenze fuori modo si 
accrebbero, difficoltando una transazione discreta: circa alla 
Sicilia, l'Austria la voleva per Carlo, l'Inghilterra inclinava 
lìn d'allora a concederla al duca di Savoia. E le trattative si 
ruppero al tutto, quando si giunse a pretendere che Luigi XIY. 
toccato il fondo della umiliazione , non solo piegasse a tutte le 
contrarie domande e consentisse lo spoglio del nipote , ma unisse 
anche le sue armi a costringerlo. 

Più tardi altri negoziati si apersero a Gertruydenberg , e 
i plenipotenziari francesi da parte del re esibirono di fare 
ogni sforzo a persuadere Filippo perchè rinunziasse la Spagna . 
ritenendo Sicilia e Sardegna colle spiagge Toscane; dove il r<' 
di Spagna avesse ostato , Luigi avrebbe ritirato i suoi aiuti : 
nel resto, per le frontiere e le fortezze di Fiandra, si mo- 
strava disposto a ragionevoli patti. Gli alleati insisterono sulla 
condizione che, ricusando Filippo, l'avo si aggiungesse a com- 
batterlo : quanto al compenso da darsi a Filippo , osservavano 
Napoli essere posseduta dall'Imperatore, che non intendeva 
privarsene; per Sicilia, né Inghilterra né Olanda essere per 
consentire giammai di vederla sotto un principe della Casa di 
Francia ; escludersi Sardegna e le coste Toscane come prossime 
troppo a' lidi francesi. Dietro le repliche de' plenipotenziari di 
Francia que'di Olanda erano usciti a dire che si potrebbe forse 
condiscendere per Sicilia e Sardegna, non pe' porti di Toscana. 
Poi, al solito, ogni trattativa svanì. 

Adesso, col vento novello che spirava in Inghilterra e colla 
nuova attitudine assunta dall'Austria, le pratiche si rappicca- 
vano direttamente fra Londra e Versailles. I ministri tories , 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 87 

desiderosi di acquistarsi credito co' materiali vantaggi che 
avrebbe la pace assicurato alla loro nazione , a questi in ispecie 
miravano: se non che il por termine alla esiziale contesa du- 
rata da dodici anni oggimai, e il collocarsi arbitra nel futuro 
assetto che si darebbe all'Europa, era per l'Inghilterra una 
parte lusinghiera e luminosa abbastanza. Istrutto dalle avverse 
vicende. Luigi avea senno da non lascarsi fuggire una oppor- 
tunità favorevole , promettitrice di condizioni più eque di quelle 
che per l'addietro gli si volevano imporre: e le armi romo- 
reggiavano tuttavia quando, congregati in Utrecht sull'entrare 
del 1712, gli ambasciatori delle varie Potenze mette vansi al- 
l'opera del rimpasto europeo. I risultati della battaglia di De- 
nain , sopravvenuta giusto appunto in que' giorni , valevano a 
facilitare gli accordi: e in contrapposto all'eccessive pretese 
dell' Impero e del duca di Savoia spiegavasi con molta efficacia 
l'autorità diplomatica e la diplomatica abilità d'Inghilterra. 
Il duca, co' diritti eventuali alla successione spagnuola serba- 
tigli dal trattato del 1704 immediatamente dopo la Casa di Au- 
stria, e coll'adempimento delle cessioni Austriache del Vige- 
vanasco e delle Langhe secondo il trattato del 1703 , reclamava 
il possesso del Milanese, antico desiderio della propria sua 
stirpe. La regina Anna, non meno pe' servizi da lui resi alla 
lega che pe' vincoli di parentela strettissimi, avrebbe inclinato 
a contentarlo; per la emulazione tradizionale coll'Austria in 
Italia, non vi avrebbe tampoco ripugnato la Francia: se non 
che il Milanese si sarebbe dovuto strappare all'Imperatore, 
non disposto a cederlo di buon grado : conveniva , adunque , 
cercare altrove un compenso a Vittorio Amedeo, e gli occhi 
della regina e del gabinetto tory si volsero alla Sicilia. 
La Sicilia, rimasta in mano di Filippo V, avrebbe accresciuto 
la possanza Borbonica nel Mediterraneo; né sarebbe, d'altro 
canto, riuscito difficile ottenerne la rinuncia da Filippo come 
prezzo di ciò che la pace gli avrebbe assicurato stabilmente 
della gran monarchia. In un dispaccio del visconte di Boling- 
broke al marchese di Torcy, ministro per gli affari esteri 
del re Luigi XI Y, era quindi fino dal 17 luglio del 1712 indi- 
cato per condizione indispensabile il trasferimento dell' isola al 
duca di Savoia : Luigi XIV, repugnante nel fondo a spogliarne 
il nipote, rontrapponeva il progetto di gratificarne invece il 



88 LA SICILIA 

duca di Baviera , amico e alleato alla Francia nell'annoso con- 
flitto. La ragione medesima che moveva Luigi a domandare 
quel beneficio pel duca, dovea naturalmente spingere l' Inghil- 
terra e i collegati a negarlo a un avversario mostratosi già 
ribelle all'Impero: oltreché la Sicilia conceduta alla Baviera 
tanto agli occhi loro importava quanto il lasciarla sotto la 
supremazia francese e Borbonica. Il gabinetto britannico rin- 
calzava pertanto sulla cessione a Savoia qual fondamenti) 
necessario alla pace : e , a parte del determinato proposito 
di favorire e accarezzare il duca, v'era un calcolo inglese 
ch'escludendo dall'isola Francia, Spagna ed Austria ad un 
tempo, voleva ne'porti di uno Stato inferiore ed amico procurare 
opportuna stazione a' propri navili ed a' propri commerci. Se il 
sacrifizio sapesse amaro a Filippo e alla corte in Madrid , non 
occorre di chiederlo ; ma gì' Inglesi tenevano fermo , talché fu 
mestieri l'arrendersi. E il passaggio di Sicilia a Savoia entrò 
nelle basi preliminari dell'accordo colla rinunzia di Filippo A' 
a' diritti ereditari alla corona di Francia; con Napoli, Sarde- 
gna, il Milanese e il Brabante assicurati all'Austria; con certe 
rettificazioni di frontiere tra la Francia e l'Olanda, e il rico- 
noscimento, per parte di Luigi XIV, della successione della 
dinastia Protestante in Inghilterra (1). 

L'articolo V dell'atto segnato agli 11 aprile del 1713 por- 
tavane la relativa clausola. Con particolare sua carta sotto- 
scritta in Madrid a 10 di giugno il re Filippo s' induceva alla 
formale cessione , dichiarando che il pensiero erane primamente 
venuto alla regina d' Inghilterra : però la corte di Spagna, che 
dopo tre secoli era (suo malgrado) costretta a lasciar la 
Sicilia, non conquistata ma datasi fin dall'origine per patto 
bilaterale fra la Corona e il paese, sentiva almeno il pudore 
di salvar le apparenze e stipulare non per sé solamente, ma 



(1) Le particolarità riguardanti la cessione della Sicilia a Vittorio Ame- 
deo sono state con precisione esposte dal Carutti nella sua Storia del regno 
di Vittorio Amedeo II, cap. XVIII, sopra i documenti consultati negli Ar- 
chivi di Torino, taluni de' quali si leggono stampati nella nota D in fine 
del volume, pag 567 e segg., ed. di Firenze, 1863. 

Se una lacuna s'incontra nella pregevole opera a cui mi giova qur ri- 
portarmi , è quella circa il governo tenuto dal re Vittorio in Sicilia, che 
\ i occupa una parto assai secondaria e ristretta. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 80 

per gli antichi suoi sudditi; onde il re stesso aggiungeva 
come condizione della presente rinunzia « che avessero ad 
essere mantenute e rispettate tutte e qualsivogliano leggi, 
franchigie {fiieros), costituzioni, prerogative, grazie ed esen- 
zioni che si erano godute, nel tempo di esso re Filippo V e 
de' suoi antecessori , cosi dal Regno come da qual si fosse Co- 
munità ecclesiastica laicale e da' singoli abitanti del Regno 
anzidetto , rimanendo tutti , universalmente e specialmente , 
nel possesso di ciò che loro spettava » (1). A 13 luglio seguiva 
tra 1 ministri di Filippo e del duca di Savoia la conchiusione 
del relativo trattato , testimoni il vescovo di Bristol e il conte 
di Strafford, ambasciatori straordinarii e plenipotenziarii della 
regina Anna: e l'art. VII sanciva espressamente la ricognizione 
e conferma delle leggi, libertà e immunità siciliane, e, per 
parte del duca , il dovere di osservarle : le ratifiche si sareb- 
bero tra le due corti scambiate dentro sei settimane (2). 

L'imperatore Carlo VI era poscia il solo, fra i Potentati 
raccolti a negoziare in Utrecht, che negasse aderire a ciò 
ch'era il fatto e l'opera finale del Congresso. Gli dolea, sopra 
tutto , quella esclusione dell' isola da' restanti suoi dominii ita- 
liani colla riversibilità della corona di Spagna riserbata in 
prima linea alla casa di Savoia nel caso di estinzione della 
discendenza di Filippo V. E, in onta all'abbandono de' propri 
alleati , mostrava cosi di ostinarsi alla guerra , e le armi tor- 
navano a cozzare in Germania tra Austriaci e Francesi: se 
non che, nella universale stanchezza, non sarebbe il conflitto 
durato a turbar lungamente il riposo del mondo. 



IV. 



Vittorio Amedeo di Savoia, nato il 14 maggio 1666, dal 
duca Carlo Emanuale II e dalla duchessa Giovanna di Ne- 
mours , succedette al padre , sotto la materna tutela , in età 
di nove anni appena. Quando più tardi assunse nelle sue 
mani il governo, trovò il Piemonte esausto dalle passate 



(1) Presso LuNiG, Codex Italiae Diplomaticus , toui. I, pag. 1023-1038. 

(2) Ivi, pag. 1015-1018. 



90 LA SIGILI A 

guerre , prostrato sotto la soverchiante ambizione di Lui- 
gi XIV, co' Francesi padroni di Pinerolo e Casale di Mon- 
ferrato. Questa necessaria dipendenza lo costrinse, per ub- 
bidire a Luigi , a cacciare i Valdesi da' suoi Stati. Ma rodeva 
il freno, e nel 1690, richiamati i Valdesi, univasi apertamente 
alla prima lega promossa contro la Francia da Guglielmo 
d' Grange. Sussidiato di danari da Inghilterra ed Olanda, bat- 
tuto a Staffarda e a Marsaglia, rifulse nelle avversità ani- 
moso e imperterrito, e apprese a proprio costo il mestiere delle 
armi in guisa da meritarsi un nome fra i migliori capitani di 
quell'età, che n'ebbe pure d'insigni: piccolo però fra potenti, 
obbligato a volteggiarsi come i casi portassero, pieno di pen- 
sieri e disegni superiori alle forze, si trovò condotto a mutar 
sovente bandiera, a passare dall'una all'altra parte, tenendo 
qualche volta il piede in entrambe : e colle circostanze este- 
riori contribuiva anche a ciò certa versatilità naturale dell' in- 
dole. Nel 1684 sposò Anna d'Orléans, figliuola al duca Filippo 
d' Orléans fratello di Luigi XIV e ad Enrichetta d' Inghilterra 
nata dal re Carlo I (1). La pace di Ryswich al 1697 lo trovò 
alleato a Luigi : e ne vantaggiava ricuperando la totalità del- 
l'avito retaggio, compresa Pinerolo e la valle di Perosa. Fra 
gli altri pretendenti alla successione di Spagna concorse ancor 
egli, ma senza molta speranza e probabilità di riuscita, pei 
titoli della infanta Caterina sua bisavola, figliuola di Filippo II 
e moglie di Carlo Emanuele I. Al rompere dell'ultima guerra 
la prossimità alla Francia , e la lontananza de' soccorsi che 
avrebbe potuto conferirgli la lega, lo spinse di nuovo a unirsi 
a Luigi; diede in nozze la sua secondogenita Maria Luisa a 
Filippo V, mentre la primogenita Maria Adelaide era moglie 
al duca di Borgogna, primogenito del Delfino: poi, come offri- 
vasi il destro e come il suo interesse sembrò comandargli, si 
accostava alla lega ; onde , sconfitto a Verrua , segnalavasi , 
insieme al suo congiuto Eugenio duce delle schiere imperiali, 
nella battaglia e nella liberazione di Torino. Adesso i capitoli 
di Utrecht, riconoscendo il suo diritto eventuale al trono di 
Spagna in mancanza (lei sangue di Filippo, gli procacciavano. 



(1) La moglie di Vittorio Amedeo veniva cosi ;i trovarci cugina della 
refiina Anna d" Intrliilterra. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 01 

(jltre la Sicilia, per parte della Francia la cessione di Fene- 
strelle, Exilles, delle valli di Pragelato, Cesana, Oulx, Bar- 
donnèche , e il riconoscimento del possesso di Monferrato , 
Alessandria, Valenza, Lomellina, Val di Sesia, e de' diritti 
territoriali ceduti dall' Imperatore mercé il trattato del 1703. 
Con molto ingegno ma scarsa istruzione, ardito, attivo, istan- 
cabile, abilissimo a scernere il suo tornaconto senza scrupoLj 
de' giudizi del mondo, il teneano maestro di quella scaltra 
politica italiana già da un pezzo passata in proverbio , ma che 
tutti in Europa non dubitavano di seguire al bisogno. E niun 
sovrano de' moderni tempi (riflette un illustre storico) potè 
per tant'anni fare una comparsa cosi notevole con si piccolo 
principato (1). 

Vittorio Amedeo (il dicemmo più sopra) avrebbe aspirato 
a tutt'altro che ad un ingrandimento in Sicilia; ma procura- 
togli da quella Potenza che colle forze marittime valeva a 
garantirglielo, stendea volentieri la destra al nuovo dominio, 
materia opportuna, in ogni caso, per cambi e per compensi 
futuri: oltreché l'acquisto dell'isola lusingava e appagava la 
brama di cingersi un serto reale e mettersi a paro co' mo- 
narchi più antichi di Europa. Per queste ragioni, arriva- 
togli appena il trattato del 13 luglio , segnato da' suoi 
incaricati , dimostrò viva cura perchè seguisse immediato 
l'efifetto: e scriveva al viceré marchese di Balbases infor- 
mandolo della conchiusa cessione, e prevenendolo di essersi 
dalla corte d'Inghilterra mandati ordini all'ammiraglio Jen- 
nings d' invigilare alla sicurtà della Sicilia e assistere esso 
viceré contro ogni tentativo possibile degl' Imperiali che occu- 
pavano Napoli : poiché era pubblico il grido delle contese pen- 
denti fra la Sicilia e la Sede Romana, esortavalo insieme a non 
permettere, in quell'intervallo, che s'inducesse alcun pregiu- 
dizio a'supremi attributi del potere monarchico (2). Volgendosi 
al conte di Lexington, ambasciatore inglese a Madrid, si 
faceva a pregarlo di affrettare la spedizione della ratifica del 

(1) Macaulay , Storia d'Inghilterra , cap. XVI. 

(2) Lettera del 22 luglio 171.3 dalla Veneria. Nella splendida collezione 
dell'abate Stellardi col titolo II regno di Vittorio Amedeo di Savoia dal- 
l'anno 1713 a? 1719, documenti raccolti e stampati per ordine della Mae- 
stà del re d'Italia Vittorio Emanuele II; Torino, 1862, voi. I, pag. 27. 



92 LA SIGILI A 

re Filippo e le istruzioni al Balbases per lo sgombro mate- 
riale dell'isola, attesa la stagione avanzata ed atteso il pro- 
posito di recarsi senza indugio colà (1) : colla regina di Spagna, 
sua figliuola , congratulavasi della fermata pace , stimolandola 
a sollecitare il marito (2). Le ratifiche si dierono, infatti, nel 
prefisso termine , cioè dal duca di Savoia a 3 , dal re di Spagna 
a 4 di agosto; ma con una novità di momento per la parte 
spagnuola. Nell'atto di cessione segnato dal re Filippo a 10 giu- 
gno leggevasi, fra le altre cose, che tutte le dignità , rendite, 
signorie e sostanze di ogni genere che si trovassero confiscate 
in Sicilia all'Almirante di Castiglia, al duca di Monteleone, 
al Contestabile Colonna, al principe di Bisignano ed altri 
personaggi laici, e quelle sequestrate al Cardinal Colonna, 
ed altri ecclesiastici, incorsi nel delitto di fellonia avendo se- 
guitato la causa dell'arciduca Carlo, dovessero rimanere a 
libito di Sua Maestà Cattolica, in mano degli stessi officiali 
che le amministravano attualmente, a fine di vendersi, conce- 
dersi e farsene l'uso che più alla Maestà predetta sembrasse 
opportuno (3). Questa condizione non erasi da' ministri Savoiar- 
di ftitta entrare nel capitolato del 13 luglio: ed ora dal re Fi- 
lippo tornava ad innestarsi ed imporsi. Vittorio Amedeo, per 
togliere appicco a lungherie e controversie, suo malgrado 
acchetavasi (4). E il 14 settembre si dava premura d'inviare 
a Genova il Contator Generale Fontana con incarico di mo- 
strare la originale ratifica di Filippo V al marchese di A^illa- 
major, agente spagnuolo nella mentovata città, il quale (giusta 
quanto erasi per iscritto dal regio segretario De Grimaldo 
manifestato in Madrid al conte di Lexinghtonì gli avrebbe 
dovuto originalmente rimettere gli ordini definitivi del re Cat- 
tolico al viceré di Sicilia per la consegna del regno : e per 
l'oggetto medesimo il Fontana avrebbe esibito al Villamajor 
un dispaccio de' plenipotenziari spagnuoli presso le conferenze 
di Utrecht (5). In data del 21 una lettera del duca al viceré 

(1) Vonefia , 26 luglio 1713, ivi, pag. 28. 

(2) Sotto la stessa data , ivi , pag. 30. 

(3) Presso LuNiG, Cod. It. dipi., tora. I, pag. 1033-1038. 

(4) Carutti , op. cit., cap. XVIII, pag. 346 

(5) Torino, 14 settembre 1713, Memoria prl rantator Generale Fon- 
lana nel suo viaggio a Genoi'fl, nella colleziono Stellardi, toni I, pag. 30-31. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 9'?> 

Balbases lo avvisava della missione del Fontana a Genova e 
della propria imminente partenza per Nizza, donde il 2 ottobre 
sperava imbarcarsi alla volta dell'isola (1). 

L'indomani, giorno della festività di San Maurizio, il duca 
nel palazzo di Torino assumea con gran pompa il titolo di re 
di Sicilia , tra il concorso e la letizia de' principi del sangue , 
de' vescovi , della nobiltà e della magistratura de' vecchi suoi 
Stati (2). Essendo Vittorio tuttavia fanciullo, il re Luigi XIV 
di Francia, col disegno d'ingoiare egli stesso la Savoia e il 
Piemonte , aveva altra volta posto il partito di un matrimonio 
del duca coll'unica figliuola del re di Portogallo : il che avrebbe 
al duca schiuso la via della successione in quel regno, e alie- 
nandone gli animi nel nativo Piemonte che perdeva la sede 
de' propri suoi principi, avrebbe favorito le mire ambiziose di 
Francia. Il preveduto disgusto de' Piemontesi e Savoiardi scop- 
piava si forte da interrompere anzi tratto i maneggi del re 
più che secondarli in appresso , coni' egli aveva contato : e 
furono impedite quelle nozze, e Vittorio rimase dov'era. Pare 
che nulla di que' passati timori tornasse oggi a rivivere, e 
che Savoiardi e Piemontesi, salutando con gioia l'ingrandi- 
mento della dinastia paesana e augurandone vantaggi per sé , si 
tenessero ben sicuri de' legami che univano a loro il sovrano, 
il quale non sarebbe lor tolto certamente dall'isola. Con di- 
spacci diretti al Senato di Piemonte Vittorio Amedeo , in vista 
della necessità indispensabile di condursi a prender possesso 
del novello reame, delegava Luogotenente Generale in To- 
rino il Principe di Piemonte suo figlio (3); regolava il modo 
con cui, durante la sua lontananza, andrebbero sbrigati gli 
affari (4) ; sospendeva i procedimenti criminali e civili riguardo 
a quanti fossero per accompagnarlo in Sicilia (5): e, noti- 
ficando diplomaticamente l'assunzione del nuovo regio suo 
titolo, deputava ambasciatore ordinario a Madrid il marchese 



(1) Torino, 21 settembre ]71:5, ivi. [mg. 32. 

(2) Cerimoniale di Angrogna, ms. nella Biblioteca del re a Torino. 
Nella coli. cit. , voi. I, pag. 33. 

(3) Torino, 22 settembre 1713, loc. cit.., pag. 35. 

(4) Ivi, 24 settembre, pag. cit. 

(5) Ivi., 26 settembre, pag. 37 



94 I.A SICILIA 

Morozzo, a Londra il marchese di Triviè, a Parigi il barone 
Perron (1). 



V. 



Il 26 aprile di quell'anno 1713 era giunto in Palermo l'an- 
nunzio della tregua generale convenuta in Utrecht : indi , sul- 
l' uscire dello stesso mese, approdavano in Messina due vascelli 
inglesi, distaccatisi dalla squadra ch'era a Barcellona, e reca- 
vano quivi le prime voci della pattuita cessione (2). Salpavano 
dopo qualche giorno da quel porto, e, venuti a Palermo, il 
loro comandante si abboccò col principe di Cattolica significan- 
dogli, in aria di mistero, che pe'concerti presi la Sicilia era de- 
stinata al duca di Savoia, e che desideravasi perciò di sapere se 
i Siciliani v' incontrassero ostacolo (3). La comunicazione parve 
strana, onde il principe chiese tempo a rispondere; conferito 
con altri nobili di sua confidenza, disse poi: non avere di ciò 
avviso dal re, e pertanto riconoscere e obbedire Filippo V; 
dove la volontà del re apparisse manifesta nel senso accennato 
dal comandante, aprirebbero l'animo loro (4). Il fatto restò noto 
fra pochi; ma il Capitano Giustiziere della città, don Geroni- 
mo Gioeni duca di Angiò , fattisi comparire innanzi gli uffìziali 
de' vascelli, gì' interrogò di quanto andavano spargendo, e in- 
culcò loro di partirsi da Palermo, scrivendo egli stesso rela- 
zione dell'occorso al viceré in Messina. Il viceré rispose che 
dal canto suo non aveva notizia di siffatte novità (5): se non 
che , intorno alla metà di maggio , per informazioni arrivate da 
Roma, da Genova ed altre parti, cominciò a bisbigliarsi nel 
pubblico della cessione effettivamente conchìusa (6). Avuta la 
certezza, il primo sentimento fu di confuso stupore, iraperoc- 

(1) Torino, 23 settembre. Lettera al re e alla regina di Spagna, pag. 37. 
Altra alla regina d'Inghilterra, pag. 38. Altra al re di Francia, pag. 39. 

(2) GiARDiNA , Memorie storiche , Ice. cit. , pag. 23. 

(3) MoNGiToRE, Diario esistente fra i mss. della Biblioteca Comunale 
di Palermo, Qq. C, 6(ì. Nella coli, del Di Marzo, voi. Vili, pag. 125-126. 

(4) Ivi. 

(5) GlARDINA , ivi. 

(6) MoNGiTORE, loc. cit. , pag. 133-134. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SA Voi A 95 

che il caso uscisse fuori da tutte le congetture e previsioni 
possibili : poi , considerando un po' meglio , succedeva universale 
letizia come d'inattesa ventura. Il cambio di Spagna coli' Im- 
pero con Francia avrebbe rotto le lunghe abitudini, senza 
secondare per nulla gì' interessi [e le aspirazioni de' Siciliani ; 
ma se la Sicilia erasi per tre secoli piegata a monarchi re- 
gnanti in Barcellona o in Madrid, la soddisfazione data dalla 
Spagna più o meno alla dignità del paese non avea tolto dalla 
memoria più prosperi tempi, quando l'isola esisteva da sé, 
senza trovarsi obbligata a ricevere gli ordini di una corte lon- 
tana. Nell'ultima guerra i Siciliani eransi lealmente tenuti 
per Filippo V; ma non aveano ragioni che potessero vincolarli 
personalmente a costui ed agli altri della propria sua stirpe. 
Ora il ridursi sotto un principe nuovo, prode e chiaro in Eu- 
ropa, che avrebbe dall'isola riconosciuto il suo titolo regio, 
e, già signore di piccolo Stato, avrebbe di quella fatto proba- 
bilmente la sua sede e il suo centro , lusingava di un tratto i 
vecchi e non mai sopiti istinti; sorpassavasi alla circostanza 
del vedersi mercanteggiati ad Utrecht dalla diplomazia europea, 
senz'essere interrogati, come roba di cui fosse lecito ad altri 
arbitrare e disporre : e le immaginazioni infiammavansi , scio- 
glievansi a dorate speranze, e (per usare le frasi d'un va- 
lent'uomo di allora) la Sicilia potè credere « di tornare di bel 
nuovo a comparire nel Teatro dell' Universo per lo risorgi- 
mento del dominio e della indipendenza di che fu spogliata 
quando gli Aragonesi la unirono alla loro Corona » (1). 

Primo tra i regnicoli un don Carlo Requesenz, cavaliere 
di Malta, il quale da Tenente-colonnello fu nel 1708 man- 
dato dal viceré Balbases a difendere Trapani (2), partiva sul- 
l'entrare di giugno recandosi in Torino a inchinare il sole 
nascente (3) : e lo seguivano poco stante don Carlo Furnari 
duca di Furnari , messinese , il duca don Luigi Gaetano e don 
Niccolò Galletti, palermitani (4). Il 26 agosto sciolse da Pa- 

(1} Caruso, Memorie storiche, Parte III, voi. II, lib. 10, pag. 283. 

(2) Diario di Benedetto Emanuele e Vanni marchese di Villabianca, 
nella coli, del Dì Marzo, voi. XII , pag. 201. 

(2) Lettera del Requesenz al viceré Balbases da Torino, 1.° luglio 1713, 
prosso Stellarla , coli. cit. , voi. I , pag. 101, nota 9 alla parte I. 

(4) MoNGiTORE , Diario, ras. nella Biblioteca Comunale di Palermo, 
Qq. C, 67. Nella coli. Di Marzo, voi. Vili, pag. 133-134. 



90 L A S I e I L I A 

lermo sopra una nave don Giuseppe AUiata principe di Villa- 
franca colla compagnia di don Antonio Federico conte di San 
Giorgio, del marcliese di Bifara ed altri gentiluomini e persone 
della sua casa (1). L'indomani un corriere espresso spedito dal 
viceré portava da Messina V ordine di apparecchiare il regio 
palazzo e fissare il cerimoniale per l' ingresso e la coronazione 
del novello monarca (2) : quindi a 10 del seguente settembre 
capitavano al Tribunale del Patrimonio due lettere del Balba- 
ses , scritte il 5 dall'anzidetta città. Coli' una comunicava un di- 
spaccio del segretario di Sua Maestà don Giuseppe De Grimaldo, 
dato in Madrid a 19 giugno, esprimente la conferma officiale 
della risoluta cessione al duca di Savoia, e il dolore del re, 
per la quiete di Europa costretto a staccare un si prezioso 
gioiello dal proprio diadema. Coll'altra mandava copia di un 
secondo dispaccio dello stesso De Grimaldo, dato a 6 agosto, 
clie annunziava in nome del re la conchiusione finale del trat- 
tato , recava istruzioni per- la consegna materiale del regno , e 
tornava al rimpianto del gioiello perduto (3). La Deputazione 
del Regno, la quale sino dal 31 agosto avea preparato un in- 
dirizzo a Vittorio Amedeo colla firma di tutt'i suoi componenti, 
ora poneva giù ogni esitanza: e il principe di Roccafiorita, 
suo rappresentante, s'imbarcava tantosto per recare quell'in- 
dirizzo a Torino (4). Partivano seco i duchi di Castellana e di 
Floridia , il barone di Ficarazzi , il marchese di Ceraci insieme 
a numeroso sèguito, il cavaliere don Saverio Gravina , l'abate 
don Giuseppe Gioeni, e parecchi altri nobili ed ecclesiastici (5). 
Il Requesenz fu alla Venerìa accolto assai volentieri da Vit- 
torio Amedeo, che seco s'intrattenne a lungo informandosi delle 
cose dell' isola (6) ; ma da un altro siciliano , dimorante da un 



(1) Lo stesso , toc. cit. ' 

(2) Lo stesso , ivi , pag. 135. 

(3) « El naturai sentimento y dolor de Su Magestad de separar la pre- 
ciosa joya del Reyno de Sicilia ». Archivio di Stato di Palermo , tra le 
scritture del Tribunale del Patrimonio; voi. segn. Biglietti dati in Mes- 
sina anni 1712-1713. 11 primo de'due dispacci del Grimaldo (quello del 19 giu- 
gno) era risponsivo al rapporto del viceré , con cui narrava il fatto de'va- 
scelli inglesi a Messina e a Palermo , e chiedea schiarimenti. 

(4) GiARDiN.A. , M'^morie storiche, pag 34. 

(5) MoNGiTORE , loc. cit. , pag. 13(3. 

(li) Lett. cit. del IIequesenz del l.o luglio 1713. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 97 

pezzo in Piemonte presso la stessa sua corte, il barone Aga- 
tino Apary da Catania, aveva egli ricevuto una Memoria, in 
cui con abile mano pennelleggiavansi le condizioni politiche ed 
economiche della Sicilia, e tutt'i mali referivansi al governo 
viceregio, quanto dire all'assenza de' suoi propri monarchi (1). 
Il 23 settembre, chiamato nuovamente in corte, il Requesenz 
ebbe da Vittorio una lettera da consegnare alla Deputazione 
del Regno, un'altra per la città di Palermo, e vi si conteneva 
l'avviso della sua imminente venuta: una terza lettera gli fu 
data pel viceré Balbases , e una quarta per la città di Messina 
fu affidata al Furnari (2). Scrivendo alla Deputazione , il re di- 
cevasi lieto « della sorte concedutagli dalla Divina Provvidenza 
d'una sì cospicua corona, con l'avere a governare vassalli e 
popoli di si degne prerogative, ne' quali quanto più confidava 
di sperimentare in ogni tempo quel maggior zelo ed amore che 
era cotanto loro connaturale verso il loro sovrano , tanto più 
doveano esser certi di trovare sempre in lui ogni pienezza di 
paterno affetto e protezione » (3). Il 25 era il di destinato alla 
mossa da Torino : e allora appunto , precorrendo i compagni , 
arrivava l'ambasciatore della Deputazione, principe di Roccaflo- 
rita , che tosto privatamente introdotto , baciava la mano al re, 
alla regina, a Madama Reale (la duchessa madre) e a' reali Prin- 
cipi ; testimoniava la contentezza del paese per acquistare un re 
di sì alto merito , e deplorava la propria sorte che non avevalo 
fatto giungere più sollecito (4). La sera di quello stesso giorno 
Vittorio partì per Racconigi, seguito dalla moglie, dalla ma- 
dre e da' propri figliuoli. A Simonetta i due coniugi si separarono 
dagli altri della regia famiglia , rimanendo con loro il solo Prin- 
cipe Tommaso, fratello del re, che doveva accompagnarli in 
Sicilia. Il 30 si trovarono a Nizza. Quivi si stava riunito il 
fiore di que' gentiluomini eh' erano venuti di Sicilia per compli- 

(1) Il barone Apary , dottore in diritto, fu prima in Ispagna, e quindi 
in Torino a'servizi del Principe di Carignano , come dice egli stesso nella 
lettera dedicatoria al re, premessa alla citata Memoria; Amsterdam, 1734, 
pag. 40-42. 

(2) Torino , 23 settembre. Lettera del re al marchese di Balbases , 
presso Stellardi , voi. I , pag. 39. 

(3) Ivi, pag. 40. 

v4) Cerimoniale di Angrogna, ivi, pag. 41-42. 

Arch. , 3. a Serie, Tom. XIX. 7 



98 LA SICILIA 

re il re; e, come consentivano le angustie del luogo e del tem- 
po, occorse per mezzo del Gran Cerimoniere Luserna di An- 
grogna la presentazione officiale , non senza che dal marchese 
di San Tommaso, ministro e primo segretario di Stato, si man- 
casse tuttavia di rilasciare all'ambasciatore principe di Rocca- 
Ilorita un attestato in regola dichiarando qualmente, trova- 
tosi il re di passaggio , 1' udienza non era stata circondata di 
tutte le formalità necessarie ad onorare la rappresentanza sici- 
liana (1). L'indirizzo spòrto in nome della Deputazione del 
Regno conteneva queste precise parole: « Giunse qui da più 
tempo, ma dubbia, la notizia che a V. M. era stato rinunciato 
dal re Filippo V nostro signore questo regno, e noi, tratte- 
nuti dall'incertezza, sospendemmo quegl' inchini che per ogni 
dritto dovevamo alla M. V. : adesso però che ci viene assicu- 
rato da questo governante, dobbiamo manifestare a V. M. i 
nostri ossequi, e insieme il giubilo con cui tutto il regno ha 
celebrato un si fausto avvenimento » (2). Il re rispose per 
iscritto da Nizza il primo ottobre (3). Nel linguaggio de' Sici- 
liani e del re la circostanza di maggiore momento , il sostituirsi 
di un monarca italiano allo straniero monarca, passa inavvertita: 
nei principii del XYIII secolo , in quella occasione , ciò che di- 
remmo oggi l'idea nazionale non si vede balenare dall'una parte 
dall'altra (4). L'indomani la corte fu a Villalranca, ove trovò 
l'ammiraglio inglese Jennings , il quale disse tutto esser pronto 
per la partenza. Il re e la regina imbarcarono sul principale 
vascello: in tre altri vascelli inglesi e una fregata, e in pa- 
recchie minori navi genovesi ah' uopo noleggiate , imbarcarono 
le genti del sèguito e le truppe destinate a guernire la Sicilia. 



(1) Cerimoniale di Angrogna^ ivi, pag. 45-46. 

(2) Palermo, 31 agosto 1713. Può leggersi nella coli cit. , pag. 4G. 

(3) Ivi , f. 47. 

(4; L'indirizzo presentato dagli Eletti di Messina in data del 7 otto- 
bre 1713 si chiude cosi : « Esaudisca il Cielo que'voti che da noi si porgono 
per la propagazione delle sue glorie ; mentre noi sperando che dal nostro 
promontorio potrà ergersi un giorno al brando formidabile della Maestà 
Vostra un ponte che agevolandole le conquiste di nuovi regni, congiunga 
questo dominio a'suoi ereditarli delle Alpi , restiamo con profondo inchi- 
no ec. » (Presso Stellardi, Voi. cit., pag. 56-57). Ma è un petardo da sei- 
cento, e non s' incontra tampoco il nome d'Italia ne d'Italiani. • 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 99 

Muovevano col re , oltre i Siciliani che gli avevano reso omag- 
gio in Nizza , il marchese Carron di San Tommaso , di ima fo- 
miglia che per quattro generazioni avea tenuto quella carica 
di ministro e primo segretario di Stato, il conte di Mellarede 
Presidente in Torino della regia Camera de' Conti, il marchese 
di Ardizzone Primo Presidente del Senato di Piemonte, e i 
primi ufllciali della regia casa: marchese di San Giorgio Gran 
Maggiordomo, marchese Pallavicino Grande Scudiero , marchese 
De La Pierre Gran Ciamberlano, marchese di Lucedio Gran 
Maestro del Guardaroba, marchese di Luserna di Angrogna 
Gran Cerimoniere. Con questi, diciassette tra scudieri e gen- 
tiluomini di Camera, due elemosinieri, tredici tra Auditori di 
Corte e gentiluomini dì bocca , oltre gli aiutanti militari del re 
ed una trentina di nobili piemontesi addetti alle Secreterie o 
che venivano per occupare uffici in Sicilia. La corte della re- 
gina contava quattro scudieri , sei dame di Palazzo con a capo 
la principessa della Cisterna, sette damigelle d'onore colla loro 
governante. V'era anche la corte del Principe Tommaso. Vi 
erano altri trentadue uffiziali della Camera, cinquantatré della 
casa, trenta delle scuderie, e dugentosessantotto individui tra 
camerieri, staffieri ed altri inservienti, fino al numero com- 
plessivo di ottocentocinquanta persone. Ciò a parte dello Stato 
Maggiore delle soldatesche , le quali , tra fanti e dragoni smon- 
tati, ascendevano a seimila uomini circa, con centosessanta 
cavalli in tutto (1). 

A 29 settembre il viceré Balbases era giunto da Messina in 
Palermo per trovarvisi all'arrivo di Vittorio Amedeo, recan- 
dosi ad abitare, non nel Palazzo regio, ma in una casa del 
marchese della Ginestra fuori Porta Nuova (2). Nel Palazzo 
regio, a cura e spese del magistrato municipale, si erano ac- 
celerati gli apparecchi a renderlo degno di accogliere la coppia 
■ sovrana: e le memorie del tempo celebrano la stanza del re 
tappezzata di damasco cremisino ripartito da larghe trine d'oro, 
il letto del drappo medesimo ornato di spesse frange d' oro , la 
prossima stanza ed il letto della regina parati di velluto verde, 
le altre anticamere e retrocamere fornite esse pure di magni- 

(1) Si veggano i corrispondenti ragguagli presso Stei. lardi, coli. cit. , 
tona. I , pag-» 49. 

(2) MoNGiTORE, loc. cit. , pag 136-13S. 



100 LA SICILIA EC. 

fiche suppellettili, e le dispense copiosamente fornite d'ogni 
cosa necessaria e opportuna (1). Perciocché , nella lite che in- 
furiava già tra il Governo e la Curia Romana , il clero inten- 
deva propiziarsi il novello principe, l'Arcivescovo di Palermo 
si era accinto ancor egli, varcando il mare, a condursi a To- 
rino, e il Senato gli aveva pure commesso di rappresentar la 
città; ma arrivato il 2 ottobre don Carlo Requesenz colla 
nuova che Vittorio si sarebbe l'indomani posto alla vela, fu 
sospesa l'andata del prelato, ed invece, per editto di lui, tutte 
le chiese suonarono di continue preghiere acciò i venti e le 
onde arridessero al viaggio reale (2). 

Isidoro La Lumia. 



(1) Lo stesso, lot, pag. 141. Giardina, Mem. Stor. , pag. 34-35. 

(2) MoNGiTORE, t?)i, pag. 137-138. Giardina, pag. 35-36. 



DELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

DELLA 

LIBRERIA MEDICEA PRIVATA 

dal 1494 al 1508. 

RICERCHE 

DI ENEA PIGGOLOMINI 



AA^vertimento. 

Sono decorsi quattro anni dacché il mio amico pro- 
fessore Rudolfo Schoell mi pregava di procurare all'illu- 
stre filologo ed archeologo Ottone Jahn , professore nella 
Università di Bonna , una copia dell' inventario della 
libreria medicea , che oggi do alla luce. La copia fu da 
me inviata nell'agosto del 1869 con una breve dimostra- 
zione dell'errore occorso al Fabroni in quel luogo della vita 
di Lorenzo de' Medici , onde il prof. Jahn aveva raccolto 
notizia della esistenza dell' inventario negli archivi fio- 
rentini. 

Venuto a morte nel settembre dello stesso anno il prof. 
Jahn , deliberai di porre in atto il suo disegno , e richiesta 
la copia del detto inventario , tosto la ottenni dalla cortesia 
del prof. Adolfo Michaelis, suo esecutore testamentario. Mi 
detti allora a cercar documenti che ponessero in chiaro 
queir intricato periodo della storia della libreria medicea , 
al quale l' inventario si riferisce : cioè il tempo durante 
il quale cs^a stette fuori di casa Medici , dalla confisca 



102 DELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

fattane dopo la cacciata di Piero , Anche non fu ricom- 
prata dal cardinal Giovanni. Dopo diverse involontarie in- 
terruzioni delle mie ricerche , scrissi nell'autunno del 71 
la presente memoria « Intorno alle condizioni e alle vi- 
cende della libreria medicea privata dal 1494 al 1508 » ; 
e già mi disponeva a pubblicarla , quando, chiamato improv- 
visamente all' insegnamento , mi sentii indotto dalla impor- 
tanza degli obblighi che assumeva , a tralasciare per allora 
e per un certo tempo avvenire ogni mio lavoro particolare. 
Perciò la pubblicazione rimase sospesa per altri due anni. 
Dando finalmente ora effetto al mio proponimento , mi 
conviene aggiungere che nella fine del decorso anno ha ve- 
duto la luce un dotto e diligente lavoro dei bibliotecari 
della Laurenziana (1) , nel quale la storia di tutte le colle- 
zioni che la compongono è assai accuratamente esposta , 
sebbene nel modo compendioso che si addiceva alla natura 
di quella pubblicazione. Fatta eccezione dell'inventario , gh 
autori non usarono documenti inediti , spettanti al periodo 
storico della libreria medicea privata da me preso a stu- 
diare , come mi sembra si ricavi da alcune inesattezze 
nelle quali incorsero seguendo gli eruditi che gli 2)rece- 
derono ; inesattezze che si tolgono di mezzo coi documenti. 
Di queste ho tenuto proposito nelle note e nell'appendice , 
non perchè attribuissi poca importanza alla pubblicazione 
dei bibUotecari Laurenziani , ma per adempiere all'obbhgo 
mio di tenerne il debito conto , senza alterare in nulla il 
testo del mio lavoro già da due anni compiuto. 

Firenze , nel luglio del 1873. 



(1) Della Biblioteca Mediceo-Laurenziana di Fireme. Firenze , Tofani, 
1872 ; pagine 39 in 8vo. - È una delle relazioni intorno allo stato delle Biblio- 
teche e degli Archivi , richieste dal Ministero per inviarsi alla esposizione 
universale di Vienna. E sottoscritta d:i Bibliotecario Cav. L. C. Ferrucci ; 
e dal Vice-Bibliotecario Ab. Dott. Niccolò Anziani . come compilatore"; 



DELLA LII5RERLV MEDICEA PllIVATA 103 



I. 



Afferma il Fabroni che Lorenzo il magnifico donasse in 
gran parte ai Domenicani di San Marco la stupenda suppellet- 
tile di codici da lui raccolta; e aggiunge che l'indice dei me- 
desimi si conservava ai suoi tempi nell'archivio mediceo (1). 
Alcune considerazioni mi fanno però sospettare che quel dotto 
prelato, tratto forse in inganno dalle informazioni altrui, pi- 
gliasse un abbaglio , e che l' indice da lui accennato non fosse 
diverso da quello che ora da me si pubblica, compilato nel 1495, 
tre anni dopo la morte di Lorenzo. Che il Fabroni potesse 
incorrere in siftatto errore non parrà strano a chi consideri 
che uno dei tre esemplari di queir inventario , i quali ancora 
rimangono nell'archivio mediceo, porta non già la vera data 
del 1495 che hanno gli altri due, ma quella del 1490, ante- 
riore alla morte di Lorenzo (2) : e appunto di questo esemplare 
io credo che avesse notizia, per quanto inesatta, il Fabroni. 
La poca verosimiglianza della esistenza di un altro inventario 
di codici veramente donati da Lorenzo ai Domenicani, cono- 
sciuto dal Fabroni ed oggi ignorato o perduto, è secondo me 
dimostrata da questo : che Lorenzo , nonché pensasse ad arric- 
chire la libreria di San Marco, come avea fatto Cosimo il 

(1) Vita Laurentii , II , pag. 154 : « Qvii quidera ( codices ) ut posteris 
quasi monumenta religiosa viderentur , Dominicanis S. Marci , ut appellant, 
hominibus magna ex parte concrediti fuere ». E in nota a pag. 288 : « Extat 
in tabulario Mediceo index librorura omnium, quos Laurentius Dominica- 
nis tradidit ». 

(2) Gli eserpplari delle Filze 84 e 87 hanno la data del 1495 in cifre 
arabe ; l'esemplare della filza 104 , per un errore del quale non so spiegare 
la cagione , ha la data del 1490 ia numeri romani. 



104 DELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

vecchio, si adoperava invece con ogni industria ad aumentar 
quella da lui e da' suoi predecessori raccolta nelle mura dome- 
stiche ; la quale era conosciuta sotto il nome di librerìa me- 
dicea privata e distinta dalla medicea pubblica , o libreria di 
San Marco (1). Che anzi ai libri raccolti, fino dall'anno 1472 
disegnava Lorenzo di apparecchiare una degna sede, come si 
ricava dal seguente importantissimo brano di una lettera a lui 
indirizzata da Vespasiano cartolaio (2) : 

« Lorenzo, la singulare aflfectione ch'io ò sempre por- 
« tato a tutta la casa vostra mi fa pigliare sicurtà di ricor- 
« darvi quelle chose che ve n' abbi a risultare utile et 

(1) 11 Eandini, tanto infaticabile nell' investigare non meno i codici me- 
dicei che la storia di quella collezione , ha messo anche questo punto nella 
sua vera luce. Egli osservò come fino dal tempo di Cosimo il vecchio esi- 
stevano in Firenze due librerie medicee : 1' una a San Marco , destinata al 
pubblico , per gran parte formata dai Medici , l'altra nel palazzo stesso di 
Cosimo. Di queste due collezioni parla distintamente Alberto Avogadro 
(De religione et muniflcentia Cosmi Medices fiorentini, Ved. Deliciae erìtdit. 
voi. XII); cioè di quella di San Marco: 

Post cellas gravis iste lahor numerare libellos 

Quos duplici lingua hibliotheca tenei : 
Ista tenet nostros ; servai pars altera graecos , 

Quis poterit quot sunt enumerare libros ? 

e di quella del palazzo di Cosimo , descrivendolo : 

Iste colit musas , colit hic quoque verba soluta : 
mira in tectis bibliotheca suis. 

II nome col quale fu designata la prima, notò pure il Bandini essere 
Bibliotheca Cosmi, Bibliotheca publica gentis Mediceae , antiqua Biblio- 
theca. (Ved. Lett. sopra i collettori di codd. orientali Laurenziani, pag. II ). 
Che poi, nei tempi dei quali ci occupiamo, fossero distinte coi nomi dìpìcbbUca 
e privata , si raccoglie dalla seguente nota scritta dal Poliziano a pag. 440, 
di un esemplare degli autori d'agricoltura ( Venezia , per Nicolao Jen- 
son, 1472 ) che il Bandini vide presso i Baroni Ricasoli : « Contuli hos Co- 
luraellae libros ego Angelus Politianus cum duobus exemplaribus , altero 
quidem vetustissimo , longobardis exarato litteris ex privata Medicae gen- 
tis bibliotheca , cuius nota est A, altero Nicolai Nicoli , ex publica eiusdem 
fam,iliae libraria ( Ved. Ragionamento storico sopra la collezione delle 
fiorentine Pandette, pag. 69). 

(2) R. Archivio di Stato in Firenze , Archivio Mediceo avanti il Prin- 
cipato , F a 28 a e. 717. 



DELLA LIBRERIA MEDICEA PRIVATA 105 

« honore. Quel sito di quella libreria, ch'io ò rap:ionato altra 
« volta colla M. V., quanto più vi penso, tanto più mi pare 
« che sia opera degnia di voi : perchè , non biasimando ig'mmo 
« de' vostri passati, questa ho speranza che non sarà niente 
« inferiore a quelle. Anche userò dire questo, ch'egli è già 
« lungo tempo che in Firenze non fu fatta la più degnia in- 
« ventione di questa; e non ne ragiono con nessuno di questi 
« che hanno qualche giudicio, che non la lodino in infinito; 
« e èmi tanto piaciuta che il ducha di Calavria e al conte 
« d' Urbino e al signore Alexandro , che se ne dilettano assai , 
« per mie lettere gli ò avisato di questa vostra deliberatione ; 
« i quali so che la loderanno assai ». 

Quando da Lorenzo si ponesse mano a colorire questo di- 
segno tanto caldeggiato dal buon cartolaio, non saprei dire; 
ma che nel 1494 l'ediflzio della libreria fosse già mezzo co- 
struito , lo dichiara espressamente il Lascaris nella lettera 
con la quale dedicò a Piero, figliuolo del magnifico, la sua 
edizione della Antologia greca (1) ; dove , accennando ai volumi 
da lui recentemente portati dall'oriente, esce in queste parole: 
« Quae tu mox omnia , Petre Medices , et permulta alia iamdiu 
« conquisita in pulcherrimam illam bibliothecam tuam , quae 
« iam semistructa conspicUiir , ad communem studiosorum 
« utilitatera solita benigni tate familiae collocabis (2) ». 

(1) Florentiae pei' Laurentiutn Francisci de Alopa Venetum. Ili idus 
augusti M. ecce. Lxxxx mi. Questa epistola è ristampata dal Bandini, Catal. 
codd. graec. Bibl. Laur. , II 106. 

(2) Nella pubblicazione dei Bibliotecari della Laurenziana (pag. 7 e seg.) 
si citano a proposito di tal fabbrica le parole del Lascaris, quelle dal Poliziano 
nella nota epistola a Giacomo Antiquario attribuite a Lorenzo morente 
( « Veliera , ait , distulisset me saltem raors haec ad eum diem , quo vestram 
piane bibliothecam absolui.'isem » ; le quali però tanto possono riferirsi 
al compimento della fabbrica, come a quello della collezione dei libri ) e 
un luogo della Vita di Michelangelo del Condivi , nel quale si fa menzione 
dei « marmi , o vogliam dire conci , per ornare quella bellissima libreria 
che egli e i suoi maggiori raccolta da tutto il mondo avevano ». Dopo di 
che gli autori concludono: « Da queste così autentiche testimonianze può 
argomentarsi che la fabbrica della Biblioteca debba nel suo principio attri- 
buirsi nona Clemente VII, ma a Lorenzo il Magnifico; cosa finora non 
avvertitn ». Che Lorenzo avesse incominciata la costruzione di un edifizio 
per la libreria, fu già avvertito, dietro le parole del Lascaris , nella pre- 
fazione :il Catalogo dei codici ebraici della Laurenziana (pag. xxix ) ; ma 



106 DELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

Chi poi avesse agio di esaminare a uno a nno i codici eli e 
dalla libreria di San Marco passarono parte alla Laurenziana 
parte alla Magi iabechiana (nei quali spesse volte è registrato, 
com'era stile, il nome del donatore), credo che forse ne tro- 
verebbe alcuno donato da Lorenzo, ma non quel numero con- 
siderevole a cui sembra che accenni il Fabroni. 

A ogni modo il passaggio non di una parte, ma della in- 
tiera libreria medicea domestica in quella di San Marco ebbe 
veramente luogo; ma bensì dopo la cacciata di Piero, per de- 
liberazione dei Signori e Collegi; e questo passaggio, sulla 
fede del cronista domenicano fra Roberto Ubaldini, è riferito 
da tutti coloro che si occuparono della storia o delle librerie 
medicee o del convento di San Marco; l'ultimo dei quali, il 
professore Pasquale Villari, aggiunse anche il testo delle più 
importanti tra le deliberazioni della Signoria che a quel pas- 
saggio si riferiscono (1). Il numero e la qualità dei libri allora 
passati a San Marco, cioè quanto della libreria medicea privata 
sopravanzò al saccheggio che al palazzo de' Medici fu dato in 
quell'anno stesso, è descritto nell'inventario che ora si pub- 
blica e che appunto in quella occasione fu compilato. E poiché 
le vicende a cui questa parte tanto preziosa della masserizia 
medicea (primo nucleo di quella che oggi accoglie la libreria 
Laurenziana) andò soggetta nei quattordici anni durante i 
quali stette fuori di casa Medici, contuttoché conosciute nel 
loro insieme, acquistano nuova e più chiara luce da una serie 
di documenti da me raccolti e qui in buona parte per la prima 

che il sito della libreria di cui parla Vespasiano fosse quello dove oggi è 
la Mediceo-Laurenziana, che ivi Lorenzo avesse dato mano a fabbricare, 
e che Clemente VII non facesse altro che compiere l'opera incominciata 
da Lorenzo, non mi sembra sicuro. Finche testimonianze autentiche più 
esplicite non chiariscano il dubbio , si potrà anche supporre che Lorenzo 
avesse incominciato altrove , forse nel suo palazzo , T edilizio della libreria; 
e che il concetto di infeudar questa alla basilica Laurenziana, appartenga 
piuttosto a Clemente VII che a Lorenzo il magnifico. 

(l) Undici in tutte sono le deliberazioni relative alla libreria medicea , 
da me trovate nei registri dei Signori e Collegi, e pubblicate al loro luogo 
tra i documenti ; oltre a quelle riguardanti il codice delle Pandette e la 
collazione che ne fece il Poliziano. Delle undici anzidette, cinque furono 
citate dal Villari, Storia di Girolamo Savonarola , voi. I, pag. 468 -ih 
nota; e tre di queste ultime (tra i miei documenti , II , \\ , IX ) sono re- 
cate tra i documenti all' Op. cit., Voi. II , pag. rxxxiii-c nxxvii. 



DELLA LIBRERIA MEDICEA PRIVATA 107 

volta pubblicati, non sarà inutile ritesserne la storia, accre- 
sciuta di tutte quelle notizie che i nuovi documenti ci forni- 
scono. Intorno all'ordine dei quali mi giova qui avvertire che 
a tutti gli altri ho premessi cinque brani relativi al sog- 
getto , della cronica dell' Ubaldini (1) , che meritavano di essere 
l'iprodotti non solo perché sommariamente sì, ma continua- 
tamente abbracciano tutta la storia della libreria durante que- 
sti quattordici anni, ma anche perchè e dal Mehus nella vita 
di Ambrogio Traversar!, e nelle prefazioni al catalogo Bandi- 
niano, non furono né tutti né con bastante fedeltà pubblicati. 
Dopo la cronica dell' Ubaldini ho disposti, secondo l'ordine della 
loro data, tutti gli altri documenti. 

Cacciato appena da Firenze Piero de' Medici ( 9 novem- 
bre 1494) ed anche innanzi che, dichiarato ribelle (2), incor- 
resse nella confisca dei beni, temendo forse la Signoria non meno 
le sottrazioni da parte della famiglia di lui, che il saccheggio 
(il quale poi in effetto non si potè evitare) da parte del popolo, 
si diede particolar pensiero della conservazione degli immensi 
tesori di casa Medici facendo bandire il dì 10 , quoti omnes res 
et masseritie Pieri Laurenlii de Medicis et luliani eius fratris 
carnalis (e di molti loro famigliari) lìbicumque sunt ijosite 
teneantar in futurum et custodiantur ad instantiaìn diete 
Domiìiationis , et eisdem Dominis manifestarì débeant per ha- 
bentes notitiam de eis vel alicuius eorumper totimipresentem 
diem.... sub pena furcarum; ed eleggendo due giorni dopo 
Bernardo di Niccolò Capponi e Benedetto Tanai de' Nerli cum 
auctoritate et officio retinendi rationem et eomputum bonorum 
et divltiarum Pieri Laurentii de Medicis et suorwn Cancel- 
lariorwn ec. Ma pochi e non molto eflfìcaci provvedimenti de- 
vono essere stati presi da questi due cittadini ; perocché quasi 
subito dopo la loro elezione, e francesi che precederono e ac- 



ci) Ne queste testimonianze del ci^onista Ubaldini, ne quella dell'AIber- 
tini (Nura. XXVII) hanno, rigorosamente parlando, il carattere di docu- 
menti. Ma alla mancanza di veri e propri documenti diplomatici suppliscono 
talora in qualche modo queste non dispregevoli testimonianze di uomini 
contemporanei. 

(2) Il partito dei Signori e Collegi è in data del 20 novembre. - Ved. 
SS. e ce. Deliberazioni, CI. IL Dist. VI, Nura. 152, a e. 89. Perle dette 
Deliberazioni la data mi servirà da qui innanzi anche come citazione. 



108 DELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

compagnarono Carlo Vili (questi entrò in Firenze il 17 novem- 
bre) e fiorentini misero a ruba il palazzo dei Medici , producendo 
un danno computato dal Comines a meglio che 100,000 scu- 
di (1). Nò andò esente dallo sperpero la libreria: anzi, come 
distintamente è riferito dal Rucellai (2), assai ebbe a soffrirne ; 
ed è da lamentare oltremodo che non si conosca un inventario 
anteriore a quello del 1495; col quale potremmo anche oggi 
constatare quali codici andassero in quella occasione dispersi (3). 
Seguitava il dì 25 la composizione con Carlo Vili; in cui 
si promise dai contraenti per parte del comune di Firenze, di 
ottener dalla Signoria che fosse revocata la pena di ribelle 
bandita contro Piero; rimanendo esso invece condannato sol- 
tanto alla relegazione , in qua poena ( si legge nei capitoli ) 
nullo modo venlt confiscatio honorum, ipso Petro servante 
y^elegaiionem (4) ; e ciò fu in effetto concesso dai Signori con 
deliberazione del dì 2 dicembre. Siccome però da ogni parte si 
levavano i creditori (e tra questi era anche il comune di Fi- 
renze) degli eredi del magnifico Lorenzo, fu nei detti capitoli 
particolarmente stabilito rispetto ai beni mobili dell'asse ere- 
ditario, che fossero destinati al pagamento dei debiti, e che, 
a quest'effetto, dei medesimi /?0!^ et fieri débeat inventarium.... 
et quod ipsa hona deponantur penes duos mercatores idoneos, 
unum vìdelicet eligendmn per ipsam dominaìn Alplioìisinam 
(moglie di Piero) et alium per dominos Priores florentiìios , 
qui electi retlneant eiusmodi bona in capsis , si iòide rji re- 
poni poterunt , vel alibi in loco aito , et claudantur sub clavi- 
bus , quarimi imam retineat dieta domina Alphonsina , alìam 



(1) Mémoircs , Livre VII, chap. 11. 

(2) De bello italico , pag. 52 della ed. di Londra , 1733 

(3) Intendo cioè di un inventario completo; che a quest'oggetto non 
servono uè V Inventario dei libri di Piero di Cosimo del 15 settembre 1456 
da me pubblicato noli' appendice ; né i documenti, che pur non mancano, 
intorno ad acquisti di codici ; come , a cagion d'esempio , una nota di acqui- 
sti fatta da Cosimo il vecchio, pubblicata dal Randini , Catal. Laur. Leop. Ili, 
p. 520; e un contratto stipulato a Candia il di 3 aprile 1492 (cinque 
giorni innanzi alla morte di Lorenzo) e una lettera greca colla quale il La- 
scaris dà ragguaglio al Calcondyles di molti libri acquistati nel suo viaggio ; 
i quali ultimi due documenti saranno da me dati in luce tra breve. 

(4) Ved. il testo dei capitoli n&W Archivio Storico Italiano^ Voi. I, 
pag. 2G3 e se^g. 



DELLA LIBRERLV MEDICEA PRIVATA 100 

vero tlicU domini Priores. E (U verosiinilmente intorno a que- 
sto tempo che la libreria fu chiusa in diciassette casse e con 
altri oggetti preziosi depositata, forse per maggior sicurezza, 
nel convento di San Marco; giacché in una deliberazione della 
Signoria del 6 dicembre si dichiara quoti ìnonasierium sancii 
Marci de Fiorentia sii ydoneus iociis prò depositando in co 
bona Pieri et IiUiani et Cardinalis de Medicis ; e d'altra parte 
sappiamo che ivi si trovavano otto o nove mesi dopo le casse 
contenenti la libreria ; le quali , afferma un ufficiale del Comune 
inviato a prenderne consegna, in epso concento sono state 
deposte per li sindici dei Medici (Documento V) (1). In que- 
sto mezzo a Bernardo Capponi e a Benedetto Nerli preposti, 
come vedemmo , alla custodia delle masserizie medicee , suc- 
cedevano (10 dicembre) Filippo Corbizi, Girolamo Martelli e 
Ranieri Giugni, i quali poco stante ricevevano ordine di con- 
segnare omnia bona ■mobilia dicti Pieri et fratrum deposita- 
riis electis per commie fior, et dominam Alphonsinam uxo- 
re77i dicti Pieri , videlicet Pandulfo de Oricellariis et loìianni 
Nicholai de Chai-alchanlibus (31 dicembre); al quale ultimo, 
inviato oratore al duca di Milano, si sostituiva poi Bernardo 
di Giannozzo Manetti (11 gennaio). Nò soltanto si provvedeva 
alla custodia di que'beni; che un altro magistrato si instituiva 
per dare assetto, secondo i capitoli, agli interessi di casa Me- 
dici e del comune (28 dicembre) (2): volendo e' nostri ma- 
gnifici et excelsi sign. sign. Priori di libertà et Gonfalonier 
di giustizia del popolo fiorentino.... provedere et ordinare le 
cose de' privati et maxime quelle di pili importanza et dove 
il comune etiam ha qualclie interesse ; et desiderando princi- 
palmente assectare et comporre i diasi et facciende di Piero 
de' Medici, o vero ìieredi di Lorenzo de' Medici e compagni; 
et chiarire i debitori et creditori delle loro ragioni et tr affici d 



(1) Ved. anche I'Ubaldini : « libros olim a magnifico Laurentio Me- 
dices raagnis sumptibus.... conquisitos , quos prò maiori parte Fratres pe- 
nes se in hoc Conventu habebant conservandos ». E dice prò maf ori 25ar/« 
perchè novanta volumi erano rimasti nel palazzo di Piero ; cento quattro 
in San Lorenzo ; e trentacinque furono poi trovati tra i libri del Poliziano. 
In San Marco erano 790 volumi ; 688 nelle casse ; e 102 ( che forse vi erano 
da più lungo tempo) in un armadio. 

(2) Consigli maggiori, Provvisioni, Registri , Num. ISii, a e. 11 t. 



irò DELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

per fare il dovere quanto si può a ciascheduno ec. ec. pier 
conseguire tale effecto giudicorno esser bcìie neW iìifr ascritto 
modo provvedere. Il modo fu questo : cioè che gli infrascritti 
sei cittadini.... s' intendino essere et sieno electi et deputati 
sindachi et o fidali pel comune di Firenze sopra e' casi et beni 
di Piero, per il tempo di un anno e con quella medesima au- 
torità che hanno qualwique sindachi di falliti , cessanti et fu- 
gitivi e qualunche uficiali de'rihelli sopra i beni dei medesimi. 

Cosi, quasi per lo spazio di un anno, fu lasciata la libre- 
ria, come in deposito, nel convento di San Marco; aspettan- 
dosi evidentemente a risolvere intorno alla sua destinazione, 
che fosse messo in chiaro lo stato del patrimonio mediceo. 

Sembra che i sigilli delle casse fossero rotti per la prima 
volta nel settembre del 1495; dacché la Signoria con delibe- 
razione del 31 agosto (Documento II) avea prescritto che, 
fatta una scelta di quei volumi che per giudizio del Savonaro- 
la, di Giorgio Antonio Vespucci, di Marsilio Ficino, di Gio. 
Vittorio Soderini, di Lorenzo de' Lorenzi e del Lascaris, fos- 
sero stimati pretiosiorQ, et digna memoratu et custodia ; si 
recassero tosto in palazzo per esser quivi conservati. In quel 
giorno medesimo poi si ordinava con altra deliberazione (Do- 
cumento III) a Gio. Vittorio Soderini di riportare in palazzo 
l'esemplare a stampa delle Pandette imprestatogli , contenente 
la collazione eseguita dal Poliziano sull'antico codice. Forse in- 
cominciavano a giungere alla Signoria le notizie degli appa- 
recchi fatti da Piero per rientrare; e cercava cosi di mettere 
al sicuro almeno le robe più preziose contro qualche tentativo 
che al di dentro fosse fatto dai Palleschi. Tanto si può con- 
getturare, perchè appunto in quel tempo aiutato Piero dal pon- 
tefice, dagli Orsini e dai Veneziani minacciava al confine. Onde 
nel settembre ed egli e Giuliano furono nuovamente per par- 
tito degli Otto di Balia, dichiarati ribelli (1). 

Con ciò si richiamava in vigore anche la confisca. Ond'è 
da credere che l' ordine dato dalla Signoria il dì 26 settembre, 
di trasportare da S. Marco al palazzo mediceo le casse conte- 

(1) Ved. Nardi, Storie fiorentine, libro II; Parenti , Cronache nisjn 
Magliab. , a e. 148 - Il partito fu preso a' di 25 settembre, e ratificato 
poi il lo ottobre; ved. Consigli nìayginri. Provvisioni, Registri Ci. 2. 
Dist. 2, 188, a e. 119 t., nel R. Archivio di Stato. 



DELLA LIBRERIA MEDICEA PRIVATA 111 

nenti i libri per essere ivi custodite dai sindaci dei Medici (Do- 
cumenti IV e V) fosse un vero e proprio prenderne possesso 
per conto del comune , che salvi i diritti dei creditori , consi- 
derava come dovuta al fìsco quella parte del patrimonio medi- 
ceo che alla liquidazione fosse sopravanzata. Vuoisi però notare 
come la Signoria non affidava i codici medicei ai sindaci che 
per la custodia , riserbando a sé di disporne : qui tamen libri 
vendi noìi possint sine licentia clominorum ; e come, per aver 
sicurtà della loro conservazione, disponeva che se ne faces- 
se un inventario. Con successive deliberazioni poi imposses- 
savasi la Signoria di alcune statue del palazzo e giardino dei 
Medici (9 ottobre) e dei busti di marmo e di bronzo {omnes 
teste marmoree seu eree; 14 ottobre) disponendo che si col- 
locassero nella sala nuova del palazzo pubblico. 

Frattanto le angustie del pubblico erario costringevano la 
Signoria a trar partito dei tesori di casa Medici caduti in sua 
mano. Se si deve prestar fede al cronista domenicano Ubaldini , 
uno tra i provvedimenti di tal fatta che dalla Signoria si ap- 
parecchiavano, era la vendita dei libri medicei. Aggiunge l'Ubal- 
dini, con parole assai patetiche, che la città si commosse al pe- 
ricolo che la libreria andasse venduta fuori ; e che i religiosi 
di S. Marco, fattisi interpreti del desiderio dei cittadini, deli- 
berarono, ad impedirne la vendita, di soccorrere con un im- 
prestito alle angustie del comune. L'esame peraltro dei docu- 
menti ci può far sospettare che la narrazione del frate , condita 
com'è di retorica, non sia pienamente sincera; e che i fatti 
siano stati da lui presentati non secondo la nuda verità, ma 
in quella maniera che più gli sembrava acconcia a procacciare 
onore al suo convento. Certo egli è che delia espressa volontà 
di vendere i libri attribuita dall' Ubaldini alla Signoria, non 
abbiamo altro documento che la sua parola. L'aver tolto quel 
deposito al convento, mostra invero che sopra qualche nuovo 
disegno si stava meditando ; ma che rispetto alla libreria non si 
volesse procedere con tanta franchezza come rispetto agli altri 
beni confiscati, è fatto conoscere dalle parole che chiudono la 
deliberazione del 26 settembre sopra riferite: qui tamen libri 
vendi non possint sine licentia dominorum qui prò tempore 
fuerint. Egualmente queste altre parole della deliberazione del 
19 ottobre : et iudicantes diati domini summo decori et orna- 



112 DELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

mento esse rei p. florenlinoe illa (volumina) conservare et il- 
lormn custodiam et curam gerere, non sono atte a conciliar 
fede alla affermazione dell' Ubaldini : cum vendere vellentlWros. 
Inoltre alla alienazione dei beni confiscati non si dette mano 
che qualche mese più tardi (1); né pare che si sarebbe inco- 
minciato dal vendere ciò che si diceva di voler conservare. Chi 
ricerchi qual sorta di provvedimenti si prendessero in quel 
tempo intorno ai beni confiscati, troverà che si esaminavano 
i titoli dei creditori e che dai mobili di valore si traeva pro- 
fitto dandoli in pegno. Cosi da Alfonso di Filippo Strozzi si 
erano tolti in prestito 3000 ducati, dandogli come pegno una 
parte del vasellame d'argento di casa Medici, del peso di 379 lib- 
bre; cosi da Filippo di Lorenzo Buondelmonti si erano avuti 
1436 ducati, oppignorandogli egualmente vasi d'argento del peso 
complessivo di 154 libbre; cosi per un imprestito di mille fio- 
rini d'oro larghi si oppignorarano libras ceìitum viginti sep- 
tem , uncias quatuor vasorum argenteorum in peiiis 75 , qiie 
erant filiormn Laurentii de Medicis (2) a Battista Pandol- 
fini; e cosi, e non altrimenti, è credibile che si volesse pro- 
cedere anche rispetto alla libreria, oppignorandola; né da au- 
tentiche testimonianze risulta che la Signoria avesse la vo- 
lontà di venderla al maggiore offerente, né che da tal sorte 
fosse preservata per merito dei frati di S. Marco. Per quanto 
sia scarsa la luce che certi documenti oflìciali danno sulla se- 
creta volontà e sugli intendimenti degli uomini , si può dire 
che essi nulla rivelano d'indecoroso per la Signoria di Firen- 
ze, la quale di fatto saviamente provvide e alla conservazione 
del tesoro letterario venutole in mano e insieme ai bisogni 
dello Stato. 

Le condizioni con le quali si rinnovava il deposito dei libri 
medicei nel convento di S. Marco, erano queste: i frati impre- 
stassero al Comune 2000 fiorini, senza pigliarne frutto, perii 
termine di un anno; se, decorso questo, non fossero stati rim- 
borsati, potessero alienare i libri fino al valore di fior. 2000, 
per un valor minore, se in parte fossero stati soddisfatti 

(1) Pei' quanto apparisce dalle deliberazioni dei Signori e Collegi clie 
ratififuno esse vendite , il 29 gennaio 1495 ( st. fior. ). 

(2) Ved. Delib. dei Signori e Collegi in data dei 5 e 6 marzo 1494 (95) 
e del 27 giugno 1490 



1)ELLA LIBRERIA MKDUKA PRIVATA 11 '5 

(Documento VI). Col medesimo partito si tornava a provve- 
dere dai Signori che fosse compilato in doppio esemplare l' in- 
ventario di tutti i libri della eredità di Lorenzo, cioè: di quelli 
contenuti nelle diciassette casse (che poi troviamo ridotte a 
sedici) pochi giorni innanzi state trasportate dal convento in 
sala terrena del palazzo Medici (l) e di quelli che in esso pa- 
lazzo erano rimasti (2). Delle altre tre parti dell'inventario, 
nelle quali sono registrati i libri che erano a S Lorenzo (3), 
quelli riposti in un armario di S. Marco (4), e quelli trovati 
tra i libri del Poliziano (5), non è parola nella deliberazione 
dei Signori; ma si può tenere per certo che furono esse pure 
compilate nella medesima circostanza ( il che è mostrato anche 
dalla data) e al medesimo effetto. Dei due esemplari dovea ri- 
manerne uno alla Signoria, l'altro al convento; deputati alla 
compilazione dell'inventario furono il Lascaris e il cancelliere 
della Signoria, Bartolommeo Ciai. 

Di questa compilazione si conservano oggi tre esemplari 
nelle filze dell'Archivio Mediceo, segnate dei numeri 87, 84. 
e 104. L'esemplare della filza 87 contiene tutt'e cinque le parti 
dell'inventario, è scritto assai pulitamente tutto da una mano, 
e come solo completo, è stato da me prescelto per la pubbli- 
cazione. In questo sono descritti 1019 codici. Gli altri due esem- 
plari (F.^ 84 e 104) contengono soltanto la prima parte del- 
l'inventario, quella cioè de' libri riposti nelle sedici casse, e 
registrano soltanto 688 codici, più alcuni altri che vi furono 
aggiunti mano mano che venivano ricuperati. Tutti e due que- 
sti esemplari, e più specialmente quello della filza 84, servirono 
all'uso dei frati di S. Marco, come si ricava dalle dette ag- 
giunte, e da altre postille indicanti le varie celle del convento 
nelle quali furono le casse dei libri provvisoriamente allogate. 
Le aggiunte sono in ambedue gli esemplari, le postille soltanto 
in quello della filza 84. 

Da questo inventario, che maggiore importanza avrebbe cer- 
tamente per noi se anche soltanto di pochi anni fosse anteriore, 

(1) Ved. la l.S' parte dell' Inventario in data del 20 ottobre. 

{^) Ved. la 2 «"^ parte dell'Inventario in data del 31 ottobre. 

(3) Ved. la 3 a parte dell' Inventario in data del 22 ottobre. 

(4) Ved. la 4. a. parte dell'Inventario in data del 30 ottobre. 

(5) Ved. la 5.» parte dell' Inventario in data del 24 ottobre. 

Arch., S.--» Serie, Tom. XIX. S 



114 DELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

possiamo formarci un chiaro concetto della composizione della 
biblioteca medicea in quel tempo ; e inoltre , ricavarne alcuni dati 
sul suo ordinamento e sulle perdite che sofferse. 

È noto che molte delle biblioteche di quel tempo furono 
formate secondo una specie di canone , che Tommaso da Sarzana 
(poi papa Niccolò V) aveva dettato a richiesta di Cosimo de' Me- 
dici. Questa scrittura (1) della quale tiene parola Vespasiano, 
si conserva ancora. Non si riferisce , come dietro una autorevole 
ma erronea asserzione fu più volte ripetuto, alla disposizione 
e all'ordine materiale dei volumi; ma sibbene è un repertorio 
degli autori e delle opere di ogni facoltà , che maestro Tomma- 
so reputava indispensabili a formare una degna libreria. Sennon- 
ché il manuale bibliografico del Parentucelli, quanto è diffuso 
e condotto con grande studio ed accuratezza in ciò che riguar- 
da la letteratura teologica, altrettanto è compendioso nella parte 
che spetta alla letteratura profana; nella quale appena i nomi 
dei principali scrittori latini e di qualche scrittore greco , di cui 
si aveva la versione latina, sono brevemente rammentati, senza 
che, come fu fatto per gli ecclesiastici, se ne specificassero le 
opere (2); ed è poi serbato loro, anche se si guarda alla serie, 
r ultimo luogo. Al canone del Parentucelli che aveva servito di 
norma, come avverte Vespasiano, alla formazione delle biblio- 
teche di S. Marco, della Badia di Fiesole, d'Urbino e di Ce- 
sena (3) , non si attenne per buona ventura degli studi Lorenzo 
de' Medici, che formò ed ordinò la sua biblioteca con intendi- 
menti afl'atto diversi. 

Rispetto all'ordine della libreria, ricomponendo la serie dei 
numeri con i quali sono in buona parte contrassegnati i codici 

(1) Ved. I'Appendice. 

(2) Il bibliografo spiega questa sua brevità , allegando : Be studiis 
autem humanitatis , qiianium ad grammaticam , rìieloricam , hystoriam 
et poeticam spectat, ac moralem, que auctoritate digna sunt , vobis credo 
esse notissima. Ma ognuno intenderà che , se egli avesse attribuita agli 
studi profani queir importanza che attribuiva ai sacri , e avesse istituite 
nella bibliografìa di quelli le diligenti ricerche che fece per questi , avrebbe 
potuto dir cose in quel tempo affatto sconosciute. 

(3) A quelle nominate da Vespasiano si può aggiungere la biblioteca 
del monastero di Monta Olivato Maggiore , formata massimamente verso 
la metà del secolo XV. 11 suo inventario, che si trova nell'Archivio di Stato 
in Siena , mi par con certezza modellato sullo schema del Parentucelli. 



DELLA LIBRERL\ MEDICEA PRIVATA 115 

descritti nei cinque inventari, apparisce che la numerazione 
fu fatta in due tempi diversi con diverso disegno. Perocché si 
trova che i codici, oltre ad esser numerati progressivamente, 
prima i greci, e di seguito a questi i latini, sono anche distri- 
buiti secondo una classificazione metodica, ossia per materie, 
fino al num. 538: mentre dal num. 538 al num. 742, non se- 
guitano ad essere rigorosamente distinti per materie , sebbene 
siano per la maggior parte latini. Sembra conseguentemente 
che giunta l' operazione del classificarli e numerarli al num. 538, 
si facessero copiosi acquisti di codici, massimamente latini; i 
quali non potendo essere distribuiti nelle respettive classi senza 
rifare la numerazione, furono invece numerati di seguito agli 
altri , senza esser distinti per materie. Quando fosse fatta la nu- 
merazione fino al n.o 538, non mi è riescito di accertare; quanto 
alla numerazione semplicemente progressiva da 538 a 742 , sem- 
bra che non fosse compita se non dopo il 1491 , essendovi com- 
presi cinque di quei codici sassettiani , che appunto in quell'anno 
passarono nella biblioteca medicea. Sono poi descritti i egli in- 
ventari 366 codici che mancano di numero, non saprei dire se 
perchè di recente acquisto, o per altra qualsiasi cagione. Di 
questi, 125 circa, sono greci; forse una parte di quei 200 che 
il Lascaris portò dal suo secondo viaggio d' oriente , dal quale 
non tornò che dopo la morte di Lorenzo (1492). I 104 codici, 
tutti senza numero, e per lo più di materia ecclesiastica, che 
si dicono inventi in ecclesìa Sancti Laureniii, possono far pen- 
sare che i Medici avessero fin da quel tempo provveduto di 
libri anche la chiesa di S. Lorenzo (1). 

Il seguente prospetto di quella parte dei codici che era di- 
sposta per materie, ricomponendo per quanto è possibile le 
diverse serie dei volumi , che l' inventario ci presenta ammas- 
sati con quella inevitabile confusione in cui stavano nelle casse, 
gioverà in qualche modo a dare un'idea complessiva della li- 
ei) Non è peraltro meno credibile che ci fossero stati collocati in de- 
posito , come gli altri a San Marco ; perchè una deliberazione del 9 giu- 
gno 1495 dispone quod sindici et offlciales Petri Laurentìi de Medicis pas- 
sini et valeant de bonis et supcUectilibus dicti Petri mietere in ecclesiam 
sancti Laurentii et seu in domibus et habitat ionibus saneti Laurentìi 
de Florentid, prò ipsis conservandis et alia oportuna facienda , prout 
opus fuerit etc. 



116 DELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

breria e del suo ordine (1) , e a far conoscere quanto avessero 
guadagnato d'importanza e di considerazione gli studi profani 
appetto ai sacri, dal tempo in cui Tommaso da Sarzana era le- 
gislatore delle biblioteche. Nello stesso tempo servirà a chia- 
rire pur troppo noìi quali (2), ma almeno quanti codici man- 
cassero tra quelli che ebbero un numero, alla compilaziona 
dell'inventario. Intorno alla quantità delle perdite sofferte da 
quella parte della libreria che non avea numerazione , è impos- 
sibile naturalmente formarsi un concetto né anche approssi- 
mativo. 

A) Codici conteìienli scrittori greci : 

I. Grammatici da 1 a 37 

II. Poeti » 39 » 58 

III. Storici » 60 » 86 

IV. Oratori e Retori ... » 90 » 137 

V. Di matematica, astrono- 
mia ec » 139 » 151 

VI. Di filosofia » 106 » 215a 

VII. Di medicina » 215S> 240 

Vili. Di teologia » 242 » 327 

(I codici numerati da 329 a 337 erano greci, di varia ma- 
teria). 

B) Codici contenenti scrittori latini: 

I. Grammatici da 338 a 369 

II. Poeti » 370 » 420 



(1) Ordine poco diverso, con la distribuzione degli autori in diverse se- 
rie (sacri, grammatici, poeti, di storia, d'arte, di filosofia ; e infine 
autori volgari ) e con la distinzione delle diverse serie mantenuta anche 
nel colore delle coperte dei volumi {azzurre , gialle, paonazze, rosse, 
verdi, bianche) ebbe la piccola ma eletta e sontuosa libreria di Piero di 
Cosimo de' Medici , come si raccoglie dall'inventario del 1456, che per la 
sua antichità e singolarità ho pubblicato nell'AppENDiCE. 

(2) Di notizie precise intorno a questo particolare non conosco che 
quella data da Tito di Vespasiano Strozzi, della perdita di molti versijlel 
l'oliziano ; e un altra data dall'Alcionio {Mcdices Legatus , p. Il) dello smar- 
l'imento di un volume contenente i commentatori d'Aristotele ( Plut. 8j, 
cod. 1) ricuiìornto dal card. Giovanni nel 1512. 



DKIJ.A LIBRERIA MEDICEA PRIVATA 117 

III. Oratori e retori ... da 423 a 4G1 

IV. Storici » 4G3 » 538 

V. Di filosofìa e di varie arti : 
medicina, agricoltura, ar- 
te militare ec » 539 » 629 

VI. Di teologia » 630 » 742 

(Col numero 538 cessano i codici latini di essere rigoro- 
samente distribuiti per materie , sebbene per la maggior parte 
siano di filosofia, d'arte e di teologia). 

Rispetto ai codici mancanti si può constatare: 1." Che tra i 
codici numerati fino a 736 , ne mancavano alla compilazione 
dell'inventario 190; 2." Che di questi 190 codici non inventa- 
riati (e che perciò si devono ritenere mancanti ) 152, che ebbero 
numero più basso del 337, erano greci; e 38 che ebbero nu- 
mero più alto, erano latini. 

Dalla somma però dei codici mancanti sono forse da detrarre 
alcuni pochi che nell'inventario si dicono numerati senza che 
ne sia riferito il numero. Sembra inoltre che, a diminuire la 
somma dei volumi mancanti , si debba tener conto di quelli che 
prima della compilazione dell'inventario furono fatti scegliere 
dalla Signoria come più preziosi, e recare in palazzo. Tra que- 
sti si può argomentare che fosse, a cagion d'esempio, il cele- 
bre codice contenente Sofocle, Eschilo e Apollonio Rodio; che 
fino da quando fu acquistato dal Niccoli, sappiamo essere stato 
tenuto in gran pregio (1), tuttoché allora si fosse ben lontani dal 
conoscere il valore che in effetto ha, come in seguito si è ri- 
conosciuto, per la critica dei testi che contiene. Perocché co- 
testo volume non é registrato nell'inventario ; ma deve d'altro 
canto essere stato tra quelli che Cosimo il vecchio si prese dalla 
eredità del Niccoli, e quindi deve aver fatto parte della libreria 
domestica di Lorenzo, dacché nella Laurenziana non é venuto 
recentemente dalla biblioteca di S. Marco, come altri codici del 
Niccoli, ma vi si trova ab antico. Stanno finalmente a dimi- 
nuire il numero delle perdite eff'ettive i volumi che in seguito 



(1) Vedi quel che ne scrive il Traversari ( Epistola 8. a del Libro Vili ) 
a Niccolò Niccoli. 



118 DELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

furono ricuperati e aggiunti in calce a due degli esemplari 
dell' inventario. 

Esposte così le condizioni della libreria medicea, quali ri- 
sultano dall'esame del documento che è di massima importanza 
tra quelli da me pubblicati , e die mi sono principalmente proposto 
d' illustrare , riprendo a narrarne le vicende , ricomponendone 
la storia con gli altri documenti che ho raccolti. 

Che nella consegna fatta al convento di San Marco nel 1495 , 
non fossero compresi i cimelii della libreria già da qualche 
tempo custoditi nel palazzo pubblico, si può francamente de- 
durre dal non essere essi affatto menzionati nell'atto di ces- 
sione, ossia nella deliberazione del 19 ottobre di quell'anno. 
Che poi non fossero effettivamente consegnati né anche i 
331 volumi registrati negli inventari minori (tuttoché i volumi 
descritti negli ultimi due fossero, come abbiamo veduto , com- 
presi nel partito della Signoria) ma solo i 688 delle casse, si 
può forse congetturare con verosimiglianza, se si considera 
che l'esemplare dell'inventario tenuto a mano dai frati, non 
comprende che i libri delle dette 16 casse. Convien poi per lo 
meno tenere per certo che la consegna effettiva non fosse 
senza restrizioni, dacché poco più di un mese dopo la Signoria 
rivendicò per sé , senza far menzione del convento di San Mar- 
co, un prezioso libro di cosmograna che le era noto essere 
stato già dal suo autore Francesco Berlinghieri donato a Lo- 
renzo de' Medici (Documento VII). Diversamente nondimeno 
e, per quanto sembra, più conformemente a giustizia, operò 
la Signoria provvedendo con partito dei 16 dicembre (Docu- 
mento Vili ) che la restituzione di un evangeliario greco scritto 
a lettere d'oro , che si supponeva fosse tra i libri medicei ed 
apparteneva ad Antonio di Bernardo Paganelli orafo (1) , fosse 
fatta al legittimo proprietario 'senza pregiudizio e danno degli 
interessi del convento di San Marco, a culla libreria era ipo- 
tecata. Deliberazione che pare restasse per allora lettera morta, 
dacché la troviamo rinnovata il 29 maggio 1498 (Documen- 
to XIX). 

(1) Antonio di Bernardo Paganelgli e Gherardo suo figliuolo e com- 
pagni battiloro, aveano bottega nel 1488 in Por S. Maria, come apparisco 
da un libro Debitori e creditori, num. 47 dell'Archivio di S. Maria No- 
vella. 



DELLA LIBRERLV MEDICEA PRIVATA IH) 

Erano frattanto vicini ad escire di ufficio i sei sindachi ci 
uficiali pel Comune di Firenze sopra e' casi et beni di Piero 
de' Medici : onde volendo i Priori di libertà e Gonfaloniere di 
giustizia ordinare che sia nella città, come richieggono e' pre- 
senti tempi , chi attenda sopra a' casi et beni de' ribelli , accioc- 
ché 'l pubblico et il privato sia conservalo di quello se gì' ap- 
partiene , aveano stabilito con provvisione de' 6 dicembre che 
si eleggessero cinque cittadini, e' quali si chiamino et sieno 
ufficiali de' ribelli et sindachi delli heredi di Piero di Lorenzo 
de' Medici.... con auclorità di potere chiarire e' debitori et cre- 
ditori di detti rubelli et Medici , e con la riserva che fino a che 
non escissero d'ufficio i sindachi dei Medici (il loro ufficio 
finiva col mese di dicembre) esercitassero insieme a quelli le 
loro ingerenze (1). Ma sebbene costoro tosto ponessero mano 
a vendere, e vendessero poi senza intermissione i beni della 
eredità di Lorenzo, tanti erano i creditori (2) da soddisfare 
e tali le strettezze del comune, che passò l'anno dacché il 
prestito dei 2000 fiorini , per il quale la libreria era oppigno- 
rata, era stato fatto dal convento di San Marco, senza che 
questo ne fosse rimborsato. Onde a richiesta dei frati, e se- 

(1) Consigli maggiori, Provvisioni, Registri, nura. 187, foglio 148. Que- 
sta medesima provvisione si trova anche nella filza 81 dell'Archivio Mediceo 
avanti il Principato , che ha il titolo : « Copia di più leggie fattesi l'anno 1495, 
1496 et 1497 sopra le facciende et beni de' Medici rebelli ». 

(2) Pochi residui , per quanto è a mia notizia , delle carte del Magi- 
strato de' ribelli si conservano nel R. Archivio di Stato , che si riferisca- 
no a questo tempo ; io non ho veduto che la F a^ SI sopra citata del Mediceo 
avanti al Principato , e la F.^ 136 della medesima serie , che è uno dei libri 
di amministrazione di casa Medici, dei quali quel magistrato erasi imposses- 
sato. E segnato sul dorso : « Uflziali de' ribelli del 1497 e 1498 ». Il volume è 
quasi tutto bianco , meno due dei grossi quaderni che lo compongono. La 
parte scritta incomincia: « Apresso sia il bilancio de la ragione della seta di 
Piero de' Medici e co. setaiuoli, cominciato l'anno 1493 ». In mancanza però 
delle scritture originali di quel magistrato , ci forniscono notizie delle 
operazioni sue sui beni confiscati ai Medici , le Deliberazioni dei Signori 
e Collegi , nelle quali si trovano ratificate tanto le vendite , man mano 
che si facevano , dei beni confiscati , quanto le verificazioni dei crediti. 
Le vendite incominciano a registrarsi il di 29 gennaio 1495, stile fior., se- 
guono senza interruzione fino al dì 1 febbraio 1497, stile fior., e danno un 
retratto complessivo di sopra 45,000 fiorini. Dalle ratifiche ivi medesimo 
registrate dei crediti riconosciuti contro il patrimonio mediceo, risulta 
un debito complessivo di gopra a 49,000 fiorini. 



120 DELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

condo le condizioni stabilite il 19 ottobre dell'anno innanzi, la 
Signoria ebbe a dichiarare che da quel momento poteva il 
convento disporre della libreria che teneva in pegno , e anche 
alienarla fino alla somma della quale avea credito col comune. 
Siffatta deliberazione fu presa il dì 24 gennaio 1496 (Docu- 
mento IX). 

Per quanto non manchino testimonianze che facciano fede 
dell'onore in cui qualcuna delle passate Signorie teneva questi 
monumenti del sapere antico, accumulati in Firenze massime 
da Lorenzo de' Medici ed ora per le vicende politiche divenuti 
patrimonio comune della città , difl?ìcilmente si può credere da 
chi ponga mente al partito dei 24 gennaio, che la sollecitu- 
dine mostrata da chi governava in quest'anno nel ricercare i 
codici mancanti, avesse radice nello zelo per la scienza e nel 
desiderio di conservare intero alla città si splendido orna- 
mento. Comecchesia, ben si sapeva che la mancanza di molti 
volumi avea la sua cagione nella liberalità, con la quale da 
casa Medici si imprestavano i libri agli studiosi che gli aves- 
sero dimandati; e però si andavano cercando da ogni parte, 
in Firenze e fuori. Si stanziava una multa di 50 fiorini contro 
chiunque ne ritenesse (Documento XIII); e questa era mi- 
sura per ismuovere i detentori ignoti (1). Ai detentori palesi 
e lontani si scriveva di buona maniera, ma con fermezza; cosi 
si fece avvisando e direttamente e per mezzo dell'ambasciatore 
fiorentino , il Lascaris a Parigi ( Documenti XII e XIIIÌ ; cosi or- 
dinando al Gualterotti, ambasciatore fiorentino a Milano, di ripor- 
tare tre codici greci che avea ricuperati da Giovanni Stefano 
da Castiglione, già^ ambasciatore del duca a Firenze (Docu- 
mento XII). E rispetto al Lascaris, è curioso che né quando 



(!) Da chi presiedeva alla libreria medicea privata si teneva ricordo 
dei libri imprestati. La Filza 64 dell' Archivio Mediceo avanti al Principato, 
ora perduta , conteneva da ultimo , secondo le parole dello Spoglio : « Ri- 
cordi di libri prestati a letterati di quel secolo , a M. Bartolomeo Calco, 
a M. Pier Leoni , a M. Marsilio Ficino ; ad Angelo Poliziano , un Ippocrato 
antico ; a Gio Lascaris; di nuovo ad Angelo Poliziano, un Ippocrate nuovo; 
al conte Gio. della Mirandola, al card. Gio. de' Medici ec. » Anche nella 
Filza 63, mancante pur essa, erano « i ricordi di cose prestate, come 
d'argenti e di libri ; e questi « a Demetrio Calcondila ed Augusto Padova- 
no, a M. Paride da Mantova, a M. Angelo Poliziano ». 



DELLA LIBRERIA MEDICEA PRIVATA 121 

compilò l' inventario né in seguito, finché non ne fu richiesto, si 
rammentasse di restituire quel che non era suo. Tacque per fe- 
deltà agli antichi signori e per non tenere legittima la confisca 
che gli avea colpiti, o per quel mal vezzo che ebbero ed hanno 
molti, di credere che la proprietà dei libri non sia poi tanto 
sacra quanto quella delle altre cose ? Del rimanente , se il te- 
nore di questi documenti ci mostra che il governo della repub- 
blica considerava in quel momento i libri medicei piuttosto 
come istrumenti per far denaro che di cultura, oltremodo dif- 
ficile è giudicare se di ciò abbia a darsi intiera la colpa alle 
angustie dell'erario pubblico; o se anche non ci avesse parte 
l'avversione destatasi dopo la caduta dei Medici contro gli studi 
profani, e il misticismo che allora aveva preso il di sopra. 

Gli accorti frati dal canto loro , già due giorni innanzi che 
la Signoria stanziasse una pena contro i detentori dei volumi 
medicei, avean ricuperato un codice di Snida ed alcuni altri; 
e cosi fino dal di 26 febbraio aveano incominciata in calce 
all'esemplare dell'inventario da loro usato, una lista di codici 
recuperati per Fratres; la quale però, o che essi avvedutisi 
dello spirito che animava la Signoria desistessero dalle ricer- 
che, che l'esito di queste non riescisse felice, non è conti- 
nuata se non dopo i patti del gennaio 1497, per i quali fu 
decretato che fossero loro consegnati tutti indistintamente i 
libri della biblioteca medicea. Ma fino a quell'epoca non si può 
pensare che tutti fossero loro consegnati, e neanche che di 
quelli loro consegnati avessero libera proprietà. Perocché non 
essendo per anco state fatte le stime, e non sapendosi quanta 
parte della libreria eccederebbe il valore della somma dai frati 
imprestata, la Signoria e direttamente e per mezzo degli Otìì- 
ciali dei ribelli manteneva il suo diritto su tutti quanti i libri 
oppignorati. Così vediamo che con partito del 15 ottobre 1497 
(Documento XIV) ordinava ai detti Officiali di dare in pre- 
stito a Niccolò Alamanni, mandatario del re di Francia, un 
Tolomeo ed un Seneca della libreria medicea. 

Né al governo della repubblica mancavano buone ragioni . 
se cercava per ogni modo di rivendicare ciò che era stato pro- 
prietà dei Medici e che per la confisca era divenuto proprietà 
sua. Perocché con la vendita di questi beni confiscati essa si 
era assunto il carico di sodisfare gli innumerabili creditori di 



122 DELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

casa Medici; molti dei quali (malgrado le immense vendite 
fatte ) non erano ancora stati pagati. Tra questi , o per la im- 
portanza del suo credito o forse per la sua importunità, pare 
che desse assai fastidio al comune lo storico Filippo Comines , 
signore d'Argenton. Il quale tino dal marzo del 1496, apparisce 
che faceva rimostranze agli ambasciatori fiorentini in Francia , 
che erano Francesco Sederini, vescovo di Volterra, e Giovac- 
chino Guasconi ; perocché trovo che essi in una lettera del di 
4 marzo di quell'anno scrivevano ai Dieci di Balia: Mons/^ Av- 
genton olire al lamentarsi di non esser pagato , dice die Cosmo 
Saxetto di novo li fa intendere che la Signoria li ha detto che 
non facci provvisione al suo pagamento, perchè lei viprovve- 
derà. V. S. pensino quello che importi. E nuovamente in data 
dei 17 marzo : Ricordiamo a V. S. che voglino provvedere a 
questi creditori de' Medici e alle quitanze per il credito di 
quelli (1). E chi sa quante altre sollecitazioni avrà mai fatte 
fino al gennaio del 1497, nel qual tempo si provvide con 
l'addossare ai frati di San Marco la soddisfazione non sap- 
piamo se di tutto di una parte del suo credito compensan- 
doli con la consegna, che si prometteva loro, di tutti quanti 
i libri medicei senza eccezione. Così nel gennaio del 97 tra 
gli Ufficiali dei ribelli da una parte, e il convento di San 
Marco dall'altra, fu fermato il seguente accordo: gli Ufficiali 
confermavano al convento il deposito dei libri che già vi erano 
e di quelli che altrove si trovavano; il convento si obbligava 
a pagare dentro diciotto mesi , fiorini 1000 al Signore d'Argen- 
ton, creditore della eredità di Lorenzo de'Medici (2), dando 
al medesimo per mallevadore Bernardo Nasi; presso il quale 

(1) Carteggio dei Dieci di Balìa, responsive, Filza 52, a 10. 

(2) Domino corniti Argentoni... ut creditori dici or um fìliorum Laurent ii 
de Medicis (Doc. XX). Da queste parole, con le quali concordano anche quelle 
dell' l'baldini, e dagli altri documenti a me noti si raccoglie che trattavasi 
di saldare un credito privato del Comines contro l'eredità medicea. Vedansi 
anche i documenti pubblicati dal barone Kervyn de Lettenhove, Lettres 
et Nègociations de Philippe de Comines, Voi. II, pag. 247-250; e a pa- 
gine 247 , la apprezzazione dello stesso Sig. Kervyn, che concorda con la mia. 
Diversamente , ma forse sull'autorità di altre testimonianze autentiche a me 
ii^note, narrano la cosa i Bibliotecari Laurenziani (pag. 10 ) : « La Signoria 
dovendo pagare secondo i patti grossa somma di denaro a Carlo Vili re di 
Francia, nò sapendo come provvedere all'intiero pagamento, era sul punto 
di conaegaare a titolo di compenso la Raccolta Medicea a Filippo Comines 



DELLA LIBRERIA MEDICEA PRIVATA 123 

prestavano poi nel mese seguente mallevadoria per i frati Ia- 
copo e Alamanno Salviati, assicurandosi con ipoteca sopra i 
beni del convento in generale e sopra la libreria in partico- 
lare. Per siffatto modo i frati di San Marco acquistavano di- 
ritto sulla libreria per un valore di tremila fiorini; che se 
dalle stime risultasse di maggior valore e non avessero da 
pagare il rimanente del prezzo, restava però loro la proprietà 
dei libri per il valore di fiorini tremila col diritto di scelta. 
Cosi riescirono i frati a conservare, accrescendolo, il depo- 
sito dei libri per allora; anzi verosimilmente si procacciarono 
anche la sicurezza che, facendosi le stime, la libreria sarebbe 
stata loro o tutta o in gran parte. Perocché non erano uomini da 
non sapere che il valore di quella non ragguagliava i tremila 
fiorini , come in effetto dimostrò la stima che se ne fece più tardi. 
Sembra che questo contratto, del quale abbiamo notizia 
non dagli atti originali che pur troviamo citati , ma dalla cro- 
nica dell' Ubaldini e da una posteriore deliberazione della Si- 
gnoria (Documento XX) fosse stipulato il di 19 gennaio. Tanto 
per lo meno si può congetturare dal modo in cui esso è men- 
tovato in una delle aggiunte fatte all' indice di mano del librari- 
sta fra Zenobio Acciaioli (1). Certamente poi in conseguenza 
del detto contratto dev'essere stata fatta dai Sindaci dei ribelli 
la consegna di sedici volumi mancanti, nelle medesime ag- 
giunte registrati. 

rappresentante del re ». L'errore però nel quale cadono gli autori , confon- 
dendo insieme i due imprestiti fatti dal convento di San Marco e asserendoli 
destinati a soddisfare Carlo Vili della somma dovutagli, mentre della 
somma di 2000 due. dapprima imprestata, non apparisce qual uso facesse la 
Signoria ; e della seconda di mille due. , si sa che fu pagata direttamente 
dal convento al Comines , fa supporre che la loro narrazione non sia appog- 
giata a valide prove. 

(1) Quali fossero, oltre questa di tenere al corrente l' indice , le incom- 
benze del bibliotecario nel secolo XV, si rileva dal seguente curioso capi- 
tolo di un trattatello intitolato Ordine et Officii della Corte del Serenis- 
simo Siy. Buca d' Urbino (nel cod. Vaticano Urbinate lat. 1248) : 

Capitolo Liit o 

Officio del bibbliothecario. 

El bibbliothecario volo essere docto, de bono aspecto , de bona natura, 
accustumato et bona et expodita lingua; el quale a scontro de la guarda- 



124 deLlk condizioni e delle vicende 

Dopo le rivendicazioni dai frati ottenute, venne la volta 
delle restituzioni. Il di 6 di febbraio recavasi a San Marco per 
commissione dei figliuoli ed eredi di Francesco Sassetti il let 
terato Bartolonimeo Ponzio ; e rilasciatone ricevuta ( Documen 
to XVI ) al librarista Acciainoli in queir esemplare dell' inven 
tarlo che egli teneva a mano, ne riceveva in consegna ses 
santasette volumi , dati in pegno (1) sei anni innanzi dai Sassetti 
a Lorenzo il magnifico. Questa restituzione era stata decretata 
dagli Uflìciali dei ribelli e sindaci dell'eredità medicea fino 
dal 14 ottobre 1495, cioè fino da quando, compilandosi l'in- 
ventario, si constatò la esistenza dei codici sassettiani tra i 
medicei; ma qualunque ne fosse la cagione, la Signoria indugiò 
due anni a dare il suo beneneplacito (Documento XV). 

Di siffatta natura era l'accordo del gennaio da far credere j 
non ostante le riserve in esso stabilite a favore della Signoria, 
che i frati si fossero quasi assicurata la proprietà dei libri 

robba de' bavere lo inventario de tucti li libri , et quelli tenere cum ordina 
et a loclii de possere retrovare ciò eh' el uole in uno subito , cusì i latini 
coramo li greci o li hebrei o quale altro ce fosse : et sdorare insieme cum 
li libri la stantia , et vedere che la non sia humida , et guardarla da tignole , 
vermetti et omne altra cosa nociva et da le mani de inepti et ignoranti, 
immundi et stommachosi; et mostrarli lui proprio cum diligentia a le per- 
sone de auctorità et de doctrina, cum farli cura bel modo intendere la pre- 
stantia, belleza et gintileza d'essi et de caracteri et de miniature. Et de've- 
dere quando se serrano che non se pigile (?) alchuna carta , et revederli 
spesso : et quando se mustrano a persona ignorante che per curiosità li 
volesse vedere , se non è de troppo auctorità , basta una ochiata : et cusì 
bavere cura quando li manchasse una serratura, de supplire presto , et ad 
omne altro diffecto : et non lassare portare alchuno libro fuora del suo 
locho , excepto se '1 Signore lo comandasse Et recordise de haverne el 
scripto de mano de quello a chi fussino imprestati ; et tenerne conto da 
per se, usando diligentia de pigliare cura, quando in libraria ve ne è mul- 
titudine , che niuno ne fusse portato furtivamente ; come fa el presente bib- 
bliotecario acorto et diligente, Meser Agabito. 

(1) Nelle prefazioni al catalogo Bandiniano è detto che i codici sassettiani 
furono acquistati da Cosimo; nella recente pubblicazione dei Bibliotecari Lau- 
renziani (pag. 7) si pongono tra le collezioni ac<7t«"5<aie da Lorenzo ; ma nel 
documento XV si parla di un imprestito : De anno doìnini 1491 filii olim 
Francisci de Sassettis commodavcrunt dicto Laurenlio Pieri de Mt di- 
cis certa volumina lihrorwm. Trattandosi di un numero considerevole di 
volumi , non sembra possano essere stati imprestati , come pur si soleva , 
per cagione di studi, ma convien pensare che fossero dati in pegno per qual- 
che somma di danaro, e che in tal modo del)ba spiegarsi il commodaverunt. 



lìEI.LA LIBRERIA MEDICEA PIUVATA 125 

medìcei; e sembra che essi in effetto se lo credessero. Ma la 
tempesta che nell'anno seguente si scatenò contro il conventi) 
ed in specie contro il Savonarola, e il reggimento della città 
venuto in mano degli avversari del frate , poco mancò che non 
facessero perdere per sempre ai Domenicani di S. Marco quel- 
l'acquisto, per il quale invero con perseveranti sforzi e con sa- 
crifizi non lievi da quasi tre anni si affaticavano. Assediato il 
convento ed arse le porte la sera del di 8 aprile, entrati gli 
assalitori e trafugatisi come meglio poterono quelli che l'aveano 
difeso, ogni preziosa suppellettile corse pericolo di esser messa 
a ruba , e la libreria medicea rischiò di soffrire quelli stessi e 
forse peggiori danni che avea sofferti nel 94, nel saccheggio 
del palazzo di Piero. Grazie però al coraggio di alcuni giovani 
che volontariamente vi si posero a guardia, unendosi alla scorta 
spedita a quest'uopo dalla Signoria, tanto l'antica libreria del 
convento quanto la medicea privata par che rimanessero 
quasi illese. Almeno di un sol volume di quest'ultima si 
trova ricordo che andasse perduto in quella occasione nelle 
seguenti note segnate nei margini dell'inventario: « perso la 
nocte del caso, » e « perso la nocte addì 8 d'aprile 1498 » (1). 
Nondimeno non poterono i frati conservare a lungo il pre- 
zioso ed ambito deposito. Che trascorso un mese dall'assalto 
del convento e dalla prigionia del Savonarola, doverono in 
forza di un partito della Signoria farne improvvisa consegna 
al cancelliere incaricato di allogarli in palazzo, nella sala dei 
Dieci di libertà e di pace (2) (Documento XVII). Se questo 
provvedimento, che certamente avuto riguardo ai diritti acqui- 
stati dal convento, convien giudicare assai violento ed arbitra- 
rio, fosse motivato dalla animosità che la Signoria di quel 
tempo nutriva contro i Domenicani, come pensa il cronista 
domenicano Ubaldini; oppure dalla retta intenzione di preser- 
vare da ogni pericolo quel tesoro, non apparisce. Forse tutti 

(1) Cosi pare che in quel tempo fosse comunemente designato quel tu- 
multo. Anche il Machiavelli lo chiama il caso del frate, naìV Estratto di 
lettere ai Dieci di Balia , Op. Minori pag. 100 ; ed. Le Monnier. 

(2) Il Marchesa afferma che la Repubblica « rapi ai Religiosi Dome- 
nicani non solo i volumi che avea lor venduti nel 1496 , ma una par- 
te ancora di quelli da loro acquistati nel 1445 » (, Storia di San Marco , 
pag. 49) ; clou una parte di quelli antichi dui convonto ; iniorno ai quali null:i 
trovo nei documenti a me noti. 



126 BELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

e due quei sentimenti vi ebbero parte ; e forse anche una ma« 
Ugna voce (1) che rispetto a quei libri correva a carico del 
Savonarola, ed è cosi riferita dal cronista Parenti: « Etiam 
de' libri di Piero de' Medici, i quali nella libreria di S. Marco 
in buona parte si ridussono , fece parte a' Cardinali , per cui 
mezzo daUe scomuniche e altri processi controgli si difende- 
va » (2). Accusa, che come vedremo in seguito, si può non 
senza fondamento ritenere per una calunnia. 

Cosi la libreria fu nuovamente trasportata in palazzo, e vi 
rimase per sette mesi. Nello spazio dei quali non è a mia 
notizia che la Signoria se ne occupasse , altro che con un 
partito dei 29 maggio (Documento XIX) che confermava la 
restituzione già decretata (Documento Vili) dell'evangeliario 
greco a lettere d'oro al suo proprietario Antonio Paganelli. 
Perocché non riguarda propriamente la libreria medicea l'altra 
deliberazione dei 25 dello stesso mese (Documento Vili) con 
la quale si disponeva che l'esemplare a stampa delle Pandette 
contenente la collazione fatta sul codice dal Poliziano, fosse 
imprestata a Ormannozzo Dati ut suos testes iuris civilis cor- 
vigere possit; essendo stato (come notai al suo luogo) quel- 
l'esemplare ritirato in palazzo fino dal 31 agosto del 1495 con 
una deliberazione, il tenore della quale fa conoscere che o 
quei due volumi non appartenevano alla libreria medicea o che 
da quel momento s'intendeva che non le appartenessero. 

Ma quietato finalmente ogni tumulto ed immolata nel Sa- 
vonarola la vittima espiatoria, o che la Signoria si lasciasse 
muovere dai Domenicani, o dal Nasi e dai Salviati interessati col 
convento, o finalmente da uno spontaneo sentimento di equità, 
pensò alla fine di quell'anno a dare assetto secondo giustizia 
alla questione dei libri, tornando ai patti fermati nel gennaio 
dell'anno innanzi. Posto il partito ai di 12 di dicembre, fu 
vinto con la maggioranza di sei voti e per quanto pare, non 
senza opposizione, dacché oltre ai contrari, due dei Signori, 
Piero Marignolli e Iacopo Monti, si astennero ( Documento XX). 
Con questa deliberazione si raff'ermava il capitolato del 97 in 

(1) Lo stile assoluto e misterioso della deliberazione, e una circostanza 
notata dall' Ubaldini : « lussit asportavi in palatium et per inventarium 
resignari » ; avvaloravano forse questa supposizione. 

(2) Citato nella Pref. al Ca'al. de' Cod. Orient. Laur. pag. xxxvm. 



DKLI.A LIURHRIA MEDICEA MlIVATA 127 

tutte le sue parti , disponendo di più che , previo riscontro con 
l'inventario fatto nel 95 e compilazione di nuovo inventario, 
si collocassero i libri in deposito presso i monaci di Badia; 
finché, fatte le stime, ne scegliessero i Domenicani e le per- 
sone con loro interessate pel valore di fiorini tremila, e il 
rimanente restasse in Badia a disposizione dei Signori. Con 
tale atto la Signoria non concedeva a dir vero ai Domenica- 
ni altro che quello, che senza manifesta violazione della 
giustizia non avrebbe potuto loro negare; anzi provvedendo 
che il luogo del deposito non fosse, com'era stato pattuito, il 
convento di San Marco, che era in disborso di somma si rile- 
vante, ma quello di Badia che in tal negozio non avea che 
fare, dava chiaramente a conoscere che l'animosità e la difll- 
denza contro i Domenicani, non erano per anco spente. 

Tutte queste disposizioni furono eseguite; e del riscontro 
fotto credo che sia conservata memoria nella seguente postilla 
che in uno degli esemplari dell'inventario (1) si trova appo- 
sta all'ultimo codice della tredicesima cassa (Alberti Magni 
contradictiones de anima, in papyro, sine numero): «Non si 
trovò al riscontro fatto in palagio ». Dal che sembra si possa 
argomentare che da quando il deposito era stato affidato ai 
frati di San Marco, un solo volume (oltre quello perso la 
ìiocte del caso , e un altro che da altra postilla (2) risulta non 
essere stato trovato in un riscontro fatto il 14 ottobre 1497) 
si trovò mancante, e che per conseguenza le sottrazioni rim- 
proverate al Savonarola erano calunniose. 

Per qualunque cagione che si fosse, il convento di San Marco 
e i Salviati, da quel dì 12 dicembre 1498, nel quale i loro 
diritti furono solennemente riconosciuti, indugiarono un anno 
e mezzo a farli valere, né si presentarono agli Ufficiali dei 
ribelli a dimandare le stime se non il 19 giugno 1500. In quel 
giorno si elessero gli stimatori, che furono Miniato d'Arrigo 
cartolaio , eletto da Piero di Giacomo da Colle , sindaco , ossia 
rappresentante del convento di San Marco, e dai Salviati; 
dall'altra parte, cioè degli Ufficiali dei ribelli, fu eletto An- 
tonio di Filippo, pur cartolaio (Documento XXI). Sembra 
che l'operazione delle stime andasse per le lunghe; perchè la 
sentenza degli Ufficiali dei ribelli con la quale, inconseguenza 

(1) Quello della Filza 104. (2) Esemplare della Filza 84. 



128 DELLE CONDIZIONI E DELLE VICENDE 

del valore di lire 9,942 e soldi 14 (inferiore a quello dei fio- 
rini 3000 imprestati al conume) dai detti stimatori attribuito 
alla libreria, era questa aggiudicata per due terzi al convento di 
San Marco e per l'altro terzo ai Salviati, non venne fuori fino 
ai 12 settembre. E finalmente il di 19 dello stesso mese si re- 
gistrava nel libro di Ricordanze del monastero di Badia la me- 
moria della consegna dei libri chiusi in ventisette casse, ai 
rappresentanti dei Domenicani e dei Salviati (Documento XXII). 

Se tra la famiglia dei Salviati e il convento di San Marco 
si procedesse effettivamente a una divisione della libreria, tanto 
che al convento non ne restassero che i due terzi, non si può 
stabilire con sicurezza. L'Ubaldini non ne dà nella ?ua cro- 
nica cenno alcuno. Ma che sei anni dopo i Salviati alienassero 
almeno una parte dei libri dei quali potevano disporre, mi sem- 
bra probabile. Apparisce almeno chiaramente da una lettera 
scritta il 17 aprile di quell'anno dal cardinale Giovanni de' Medici 
al priore di San Marco (Documento XXIII) che egli, deside- 
roso com'era di ricuperare la libreria di famiglia, fino da quel- 
l'anno teneva pratica con Iacopo Salviati per acquistare o tutti 
in parte i libri che a lui spettavano. Anzi standosene sol- 
tanto a quella lettera, si dovrebbe dedurre che la vendita fosse 
stata fatta veramente dal Salviati : sennonché da un documento 
che sembra posteriore ( Documento XXIV ) . per quanto poco 
sicuri indizi ci fornisca, si ricaverebbe invece che anche due 
anni dopo il Salviati avea che fare con la libreria medicea. È me- 
stieri dunque concludere o che il Salviati vendesse nel 1506 
soltanto una parte dei libri che gli spettavano; o che la ven- 
dita, per quanto fosse stata negoziata, non avesse efl"etto; o 
finalmente (e questo pare il meno verosimile) che il documento 
senza data debba riferirsi al 1506 e alla vendita fatta dal Sal- 
viati della- parte di libri a lui spettante, invece che al 1508 e 
alla vendita fatta in quell'anno della parte spettante al con- 
vento di S. Marco. 

Comecchessia, la vera importanza della lettera del cardinale 
è nella cognizione che se ne acquista della sollecitudine con 
la quale egli vegliava per ricuperare quella elettissima parte 
della eredità di Lorenzo il magnilico. 

E ciò gli venne fatto finalmente il 29 aprile 1508; giorno 
in cui il cardinale Franciotto Della Rovere comprò per lui 
da frate Francesco Maria Gondi, religioso del convento di 



DELLA LIBRERL\. MEDICEA PRIVATA 129 

Santa ]\Iaria Novella e procuratore di quello di San Marco, 
la libreria medicea per il prezzo di ducati 2,652. 7. 8. Unico 
documento che ci dia notizia della somma per la quale la li- 
breria fu ceduta al cardinale de' Medici è una memoria del 
Gondi (Documento XXV) veduta da Angelo Maria Bandini 
in un libro di conti dell'Archivio di Santa Maria Novella; del 
quale invano ho fatta ricerca nel R. Archivio di Stato, come 
egualmente ho cercato invano nell'Archivio dei Contratti il 
rogito che dal Gondi si dice fatto da Ser Filippo di San Mi- 
niato. Né infine tra le deliberazioni dei Signori e Collegi né 
tra quelle del magistrato di Balia, ho potuto rinvenire la fa- 
coltà concessa al convento di San Marco per quella vendita, 
che pur l' Ubaldini asserisce fatta de permissione Dominationis . 

In sul principio del 1510 la libreria medicea domestica già 
era stata collocata nel palazzo del cardinale Giovanni in Roma, 
che, come attesta Francesco Albertini, la teneva aperta a van- 
taggio degli studiosi (Documento XXVII). 

Due tra i documenti da me pubblicati valicano per la loro 
data il periodo della storia della libreria medicea domestica 
da me preso ad esaminare : che mio intendimento fu quello di 
tener dietro alla biblioteca formata da Lorenzo il magnifico, da 
quando esci dal palazzo mediceo di Firenze finché non entrò, 
dopo tante vicende, nel palazzo del cardinale Giovanni in Ro- 
ma. Ma poiché essi strettamente si riferiscono al periodo an- 
zidetto, non ho voluto escluderli; né qui tralascerò di accen- 
nare dedursi dal primo di quelli (Documento XXVI) che un 
anno dopo la compra fatta, il cardinale non avea pagato al 
convento di San JNIarco se non 552 ducati; e che il debito dei 
rimanenti 2,100 ducati se lo addossò Alfonsina , vedova di Piero, 
promettendo di soddisfarvi quando il comune di Firenze l'avesse 
soddisfatta, sui beni confiscati della eredità medicea, della sua 
dote. Si raccoglie dal secondo (Documento XXVIII) , che i frati 
di S. Marco eseguirono con fede la vendita, giacché due anni dopo 
quella, inviarono a Roma al cardinale trentasette codici, non- 
ché due tavole dipinte; i quali codici rimasti per errore al 
convento, erano stati in seguito riconosciuti come spettanti 
alla collezione medicea. 

/ Documenti e V Inventario nei lìrossimi Fascicoli. 
Arch. , 3.» Serie, Tom. XIX. 9 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



RECENTI LAVORI DI ERUDIZIONE STORICA 



Monumenta historiac patriae. - Il Bianchini. - I Longobardi - Fertile. - 
Campori. - 1 Carolingi. - Carte false. - I Municipj. - Precida. - Archivj 
Siciliani. - Statuti di Padova. - Ascoli e glottologia. - Gorizia. - La 
Carnia. - S. Elia sul Rapido. - I Galli. - Giulio Cesare. - Pompei. 

I. Lenta con tutte le opere serie procede la raccolta dei Mo- 
numenta Msloriae patriae , die cominciata nel 1833, ora tro- 
vasi al XIII volume in gran folio; e come abbiam fatto di tutti 
i precedenti e della Miscellanea (1), cosi discorreremo di que- 
sto, tanto più che è riservato tutto alla Lombardia. Allorché 
questa fu aggregata all'in allora Regno di Sardegna, venne de- 
cretato che la Deputazione sopra gli studi di Storia Patria 
estendesse la sua attività anche alle provincie lombarde, e subito 
si pensò a formare il codice delie carte di questi paesi, fossero 
diplomatiche, fossero pagensi, anteriori al Mille, cioè dei tempi 
più oscuri della nostra storia. Già molte erano state pubblicate 
dal Muratori, dal Lupi, dal Sigonio, dal Fumagalli, dal Giulini, 
dal Rovelli, ma o mirando a scopi speciali , non ne diedero che 
estratti e porzioni , o le trascrissero inesattamente , e in ge- 
nerale le stamparono senza quegli avvedimenti che sono richie- 
sti dagli odierni progressi di queste discipline. Il Lupi rimase 
pochi giorni nel famoso convento di Pontida, ricco allora di 



(1) Fra altri vedansi i nostri articoli in questo Archivio, Tom. X, p. I, 
Tom. XIII , p. I , della Serie III , ove esaminammo principalmente i lavori 
di alcuni lombardi, Finazzi, Robolotti, Ceruti (Galvani Fiamma Chranicon 
extravagans e niajus) Giulio PoREO {Gli statuti delle strade e acque) oc. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 131 

oltre 2000 pergamene, e solo di alcune trascrisse e pubblicò 
alcune parti , senza molto averle studiate. Degli errori in cui 
incorse ebbe già a correggerlo Giovanni Dozio nella Pieve di 
Brivio, e singolarmente gli appone di aver voluto dimostrare 
che questa borgata e la sua chiesa plebaua, stavano sulla sini- 
stra dell'Adda, cioè appartenevano al territorio bergamasco. 

Incompleto avea dato il Muratori , e da esso il Lupi , l'atto 
dell' 892 1." maggio che illustra la corte di Alraenno. E il 
Muratori e il Sanclemente aveano pubblicato un documento 
cremonese dell' 843 mancante delle sottoscrizioni (fra cui quella 
dell'imperatore Lotario) e delle date; ora compare rintegrato 
dal Robolotti. Liiperfetti furono dati molti dal diligente Fuma- 
galli , e per esempio quello dell' 852. Sono molto di più quelli 
del Codice diplomatico bresciano , che esercitò assai la paziente 
abilità del Ceruti , sicché ora potrà comparire qual conviene 
alla erudizione moderna. 

Ben dunque si provvide di pubblicare le molte carte inedite, 
le altre riprodurre nella loro integrità e ingenuità, confrontandole 
cogli autografi , e ripudiando le spurie , fra le quali le 26 cremo- 
nesi del secolo Vili che noi avevamo già sentenziate in questo 
stesso Giornale fin nel Tomo XII , Parte I , II Serie , anno 1860, 
del che eramo stati rimbrottati come critici indiscreti da chi 
ebbe il torto di farli improvvidamente adottare dal benemerito 
Troya nel suo Codice Diplomatico Longobardo. 

Sono ben 1006 i documenti raccolti in questo volume XIII con 
molta diligenza, aggiungendovi infine la fotolitografia d'alcuno dei 
più preziosi, riuscita ancor meglio di alcuni lodati lavori forestieri. 

Anche non ammettendo tutte le conclusioni, lodevolissime 
sono le sobrie note , ove si discute dell'autenticità e ingenuità 
delle carte, della data, dei luoghi e delle persone ivi nominate. 

Che insula si chiamasse non solo l' Isola Comacina, ma parte 
del territorio che le sta vicino , non può applicarsi all' 884 ; 
giacché solo dopo la distruzione di detta isola, fatta nel 1160 dai 
Comaschi (1), la chiesa collegiata fu trasferita sulla terrafer- 

(1) Io aveva letta l'iscrizione che ricorsela quel fatto, come dicesse 1169. 
Una più attenta ispezione di quelle cifre (che io aveva dubitato arabiche, 
e combinate in modo da acconciare un verso) fece leggervi 1160, il che 
meglio si attaglia colla storia , avendola i Comaschi distrutta prima di 
muover l'ultima guerra a Milano , affine di non esserne turbati. 



132 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ma, che allora solo cliiamossi la Pieve d'Isola. Cosi va inteso 
nel doc. DLVII ove parlasi di Spuranio foris prope insola co- 
mense. Volentieri contenderemmo che non sia falso il diplo- 
ma DCLX;, con cui a Menagio e ad Isola si concedono privi- 
legi, di cui noi abbiam fatto caso nel valutare le origini del 
diritto municipale : ma ciò ne porterebbe a troppo lungo di- 
scorso. 

Opportunissimo è l'indice delle voci di basso latino di questi 
documenti , non registrate da Du Gange e dall' Heuschel. Paste- 
nare , propaginare , Silva tnfructaosa roncare (pag. 273) sono 
voci vive anche adesso: né propaginare vien ^a. propugnare , 
come la terra tegra a pag. 263. Gli etimologi odierni, ricchi 
di criteri inusati un tempo , se lasceranno dire che .Gadorago 
sia d'origine celtica, non assentiranno che Vigidulfo, Vigon- 
zone, VigMzzolo siano d'origine longobarda, il nome latino di 
vico prevalendo al supposto germanico di Gunzone e Tezolo 
(pag. 358). 

5i(5e/(? per bicchiere è evidentemente il tedesco Biichse. « An- 
gus (si dice) crederei fossero i cavalli donde Angarie »; ora è 
noto come questa voce venga dal persiano, significante appunto 
cavallo. 

IL Dobbiamo qui rettificare un ftitto, accennato nella no- 
ta 1 di pag. 138. Ivi si cita una carta che « è una delle tante 
falsificazioni del notaro G. B. Bianchini, che approfittò della 
ignorante vanità di alcuni signori per far rimontare le origini 
delle loro famiglie ad una remota antichità. Quel falsario fu 
condannato dai tribunali ». 

I tribunali , in questo caso , non poteano essere che il capi- 
tano di giustizia e il senato; ma per quante ricerche v'abbiam 
fatto fare da un diligente nostro impiegato, non trovammo 
accusa al Bianchini. Esaminando poi l'archivio del Gollegio dei 
Notai e Causidici, lo si trova aggregato a questi nel 1G54, sem- 
pre lodato , onorato anche della carica di conservatore : sol do- 
po 34 anni abbandona spontaneo quel consesso, lasciandovi, fra 
molti altri lavori, un ms. che nel 1701 fu stampato da un 
Majetta. Dall'Archivio notarile poi si raccoglie che dal 13 mag- 
gio 1634 fino al gennaio 1699 egli esercitò il notariato senza inter- 
ruzione. Nell'Archivio de' monaci di Sant'Ambrogio è notato: 
« Il notaio Bianchini G. B. quondam Gio. Pietro, con testa- 



RASSJ>:ONA BIBLIOGRAFICA 133 

mento 31 marzo 1698 a rogito Giuseppe Imbonati, lega ai mo- 
naci la sua ricca e stimata libreria ». 

E nei registri mortuari di quello ; « Il Bianchini G. B. procura- 
tore collegiato d'anni 84, tiglio del fu Pietro, mori 1' 11 mar/o 1699 
nella casa delle rr. mm. di S. Marta vicino alla chiesa delle 
monache di S. Maria ^laddalena al Cerchio ex apoplexia ». 

Fu egli, dal dotto annotatore, l'orse confuso col Galuzio, il 
cui processo è a stampa, e che fu condannato al supplizio per 
falso. Alcuni dei documenti da costui addotti sono legalizzati dal 
Bianchini, ma ciò non iuiplica falsità; e la severità usata col 
Galuzio lascia credere che , se altrettanto non si fece col Bian- 
chini, vuol dire che noi si era creduto reo. 

Nel processo del Galuzio furono addotti vari documenti, da 
esso falsificati , e il direttore dell'Archivio di Milano avendoveli 
trovati, li collocò in fatti nella preziosa raccolta dei documenti 
anteriori al Mille. Saviamente il conte Porro avverte questo 
fatto ; né noi lo loderemo ; però non riesce di verun pericolo a 
chi non sia affatto ignaro dì paleografia , non essendo che copie 
fatte più tardi. Ne' gabinetti numismatici non si pongono le 
monete false del Goltz e del Becker? 

E di fatto, avendo poc'anzi un dotto tedesco di Francoforte 
sul Meno chiesta copia del diploma di Ottone I del 964 e di 
quello di Ottone III del 997, si avverti che quest'ultimo è in- 
serito in un rogito autenticato da G. B. Bianchini notaio, del 5 
settembre 1665 , rogito steso a domanda di Carlo Galuzzi , pa- 
dre del famoso falsario Giacomo Antonio. 

III. Invano si cercherebbe, nel Cartario lombardo che lo- 
diamo, alcun lume da rischiarare l'età longobarda, e singo- 
larmente la condizione dei vinti Romani. Dopo che sotto nuovo 
aspetto la presentò il Manzoni , moltissimi agitarono tale pro- 
blema, ed io scrivente, e fra altri lo Sclopis in questi mede- 
simi Monumenta. 

Ora il conte Giulio Porro, che ebbe special mano nella pub- 
blicazione al presente volume prepose un discorso, ove ripi- 
glia la quistione, pendendo per coloro che sostennero aver 
persistito il diritto municipale romano ed inchinando a dipin- 
gere i Longobardi, non buoni per verità, ma meno ribaldi 
dei Franchi e dei Greci, anzi « tra i barbari che calarono hi 
Italia furono i meno feroci ». È questa una inesauribile di- 



134 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

scussìone , ma ancora possiam dire col Porro che i vari scrit- 
tori, « per sostenere le loro sentenze , trovarono sempre, se non 
buoni argomenti , almeno ragioni speciose , che , se non vere , 
avevano tuttavia l'apparenza di esserlo ». Ed egli riabilita le 
opinioni , che pareano sventate , del ]\Iachiavello , del Savigny , 
del Pagnoncelli sulla bontà dei Longobardi; crede sarebbe 
stato assai meglio ch'essi si fossero « stabiliti nella nostra 
penisola fondendosi e naturalizzandosi colla popolazione roma- 
na, e creato un regime nazionale »; mostra una convinzione 
sincera che i Romani continuarono a reggersi colla loro legge , 
(privilegio che neppure nella presente civiltà vuoisi sempre 
concedere); che « all'epoca della invasione dei Franchi, i Lon- 
gobardi ed i Romani non formavano più che un solo popolo » , 
che l'Italia Longobarda era un Eden in confronto dell'Impe- 
riale ; che Savigny « non lasciò alcun dubbio sulla persistenza 
del diritto Romano » ; che la quistione « sia ridotta a tale evi- 
denza, da non lasciare più luogo a dubbi » (1). 

Ci permetta di dire che queste formole son troppo ricise , e 
col Manzoni noi vorremo gridar sempre che « l'unica cosa 
che si deve cercare nei fatti è la verità: chi teme d'esaminarli 
dà un gran segno di non esser certo de'suoi principj ». 

Or dove i fatti e gli scritti son cosi scarsi, come nell'età 
longobarda, è necessario ( lo diremo ancora col Manzoni) « di- 
scernere fra le narrazioni discordanti di scrittori talvolta cre- 
duli , talvolta ingannati , talvolta appassionati , spesso lontani 
di tempo dagli avvenimenti: scernere ciò che ha carattere di 
probabilità e meglio si connette con altri fatti principali, af- 

(1) La persistenza del diritto romano in Italia fu sostenuta dal matema- 
tico padre Grandi contro il Brenemann , e prima da Antonio Donati d'Asti 
delV uso e autorità della ragion civile nelle Provincie dell' impero occiden- 
tale dal di che furono inondate dai Barbari fino a Lattario II. Napoli 1720: 
e anche dal Canciani nel Monitum premesso al V volume delle Barbaro- 
rum leges. 

Anche il Botta nell'opera sua meno meditata , lodò i Longobardi di- 
cendo che , rispetto all'organizzazione della società possono sostenere con 
decoro il paragone con molte nazioni, reputate meno barbare. Hist. des 
peuples d' Italie. 

L'edizione più accurata delle leggi longobarde è quella fatta dal Bluiime 
nel tom lY dei Monumenta del Pertz , riprodotta in edizione economica ad 
Annover , 1869. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 135 

fermati comunemente da tutti : e ciò tenendo di mira le leggi , 
le consuetudini, le opinioni in che si trovarono i personaggi 
operanti; indagando le tendenze loro, i desiderii, i timori, i 
patimenti, lo stato generale dell'immenso numero d'uomini 
che non ebbero parte attiva negli avvenimenti, ma che no 
provarono gli effetti : cose tutte che poco si manifestano nei 
fatti materiali ed esterni, ma che sono pure la misura del 
giudizio che se ne deve istituire » {Disc. sull'Adelchi). 

Né egli intese d'aver risoluta la quistione : la considerò dal 
lato d'un « volgo disperso che nome non ha »: dai patimenti 
di esso , dalle sue speranze ; e una volta ci diceva : « Taluni , 
non sapendo spiegare i fatti antichi , s'ingegnano di velarli^ di 
soffocare i problemi più ardui per non vederli: a costoro ho 
fatto intendere che non ne sanno nulla: ho detto che io pure 
non avevo nulla a dirne: e così li lascio, esortandoli a far nuo- 
vi studi per poter dircene qualche .cosa. È , se non altro , un 
passo ». 

Il Trova portò innanzi la quistione mediante una scrupolosa 
distinzione dei tempi e dei luoghi, e forse nessuno degli esempi, 
numerosi e bene scelti , che il conte Porro adduce , resiste alle 
spiegazioni date da quello, ove si distinguano il privilegio de- 
gli ecclesiastici e le convenzioni dei guarganghi ; né bisognano 
cavilli sofismi per vedere che quando Liutprando prescrive 
che i figli di un Romano, sposato a una Longobarda, seguano 
la legge del padre, è un'esclusione, un negare a questi il di- 
ritto longobardo. La legge degli scribi è assai ben chiarita 
dal Troya. 

Nelle carte date in questo volume è assai notevole quella 
del nostro Archivio di Stato, attribuita finora al 721, ma dal 
Porro ben indietreggiata al 71G. Ivi egli crede di leggere Vitalis 
suMiaconus exceptor cicitatis Placentiae , il che gli farebbe 
argomentare l'esistenza d'una curia, di cui fosse scrivano que- 
sto Vitale. Ammessa la lezione della, per verità, ambigua 
voce di exceptor , lo scrivano sarebbe sempre un ecclesiastico , 
e potrebbesi credere che il « restaurare le chiese, fare i ponti, 
curare le vie » fossero uffizi assunti dalla Chiesa; corpo ri- 
masto anche dopo cessata la curia. 

Pare infatti strano che città e comuni potessero provvedere 
ai bisogni propri senza avere una magistratura municipale. 



136 RASSEGNA BIBLIOGRAP^ICA 

Eppure questa non potrebbe trovare più luogo nel sistema feu- 
dale ; non compare nelle Assise di Gerusalemme ;• non ne fa 
provveduta per lungo tempo la Roma dei papi. Il caso della 
Rachisi moglie di Liutprando (oltre l'essere già di molto poste- 
riore alla conquista) apparteneva ad una cittadina romana, 
e i suoi parenti esigettero donationes cartule Romane. 

« I Longobardi erano poco numerosi, specialmente a petto 
dei Franchi die li disfecero ». Stia pure la prima parte; ma 
nella seconda bisogna riflettere che di Franchi non discese che 
un esercito, il quale, per quanto numeroso, non poteva equi- 
valere ad una nazione, « cui fu prodezza il numero, cui fu 
ragion l'offesa ». 

Anche i Sassoni, con cui .i Longobardi teneano molta so- 
miglianza, ridussero i vinti a schiavi o semischiavi. E per tutto 
il medioevo Lombardo restò titolo di nobiltà, onde nel Breve 
Coni. Pis. del 1286 troviamo miies vel noUlls vel Loinharclus , 
e in altri passi notati dal Troya ; e Romano significava condi- 
zione inferiore, come al 767 nella dotazione della chiesa di 
S. Pietro di Pistoia: omnes Romani qui modo siint, vel eorum 
heredWus, dare debeas j^er quamque casa suas luminaria in 
ipsa ecclesia. 

Che la dominazione longobarda fosse fiera lo induciamo an- 
che da un paragone. - Dovette pesare ben grave , perchè anche 
religiosa, l'oppressione sui Siciliani dopo la conquista degli 
Arabi: eppure nella storia che ne tessè l'Amari vi si trova un 
bel numero di personaggi dotti e scrittori nazionali, e molti 
santi, i quali all'Amari compaiono sediziosi , faziosi, ostinati 
Siciliani , perchè rei di ardire contro la potestà civile , cioè ze- 
lanti della loro fede contro la musulmana. 

Or niente di ciò appare nell' Italia vinta , e r(jpposizione 
nazionale non mostrasi che nei paesi romani. .Si tediò di quella 
passiva resistenza re Desiderio , e volle che il papa gli fosse 



Nemico aperto.... Questa incresciosa, 
Guerra eterna di lagni e di messaggi 
E di trame fia tronca , e quella alfine 
Comincerà dei brandi , e dubbia allora 
La vittoria esser può ? Quel dì che indarno 
I padri nostri sospirar, serbato 



RASSECtNA BlBLlOGRAFirA 137 

È a noi : Roma fia nostra ; e tardi accorto 
Supplice invai! , delle terrene spade 
Disarmato per sempre.... re delle preci 
Sii^nor del sacrifizio, il soglio a noi 
Sgombro dar^i : 

ma bisognava esclamare su lui pure: « Stolto anch'esso! ». 

IV. Oltre Cesare Balbo, il quale trova « l'opinione del 
Troya e del Leo tale che deve persuadere chiunque la conosca » ; 
oltre lo Schupfer (1) , di cui noi parlammo in questo Giornale 
stesso, la quistione fu svolta in tutta la sua ampiezza giuri- 
dica e cronologica dal prof. Fertile nella Storia del Diritto 
italiano dalla caduta dell' impero ì'omano alla codificazio- 
ne (2). Perocché, come i recenti geologi non ricorrono più a 
repentini cataclismi, ma nella conformazione della crosta del 
globo nostro vogliono vedere l'azione continuata di forze tuttora 
operanti, cosi nella storia non si può comprendere un periodo, 
qualora non si considerino e i precedenti e i susseguenti. Ve- 
rità non nuova, giacché il gran Leibniz, per iscrivere la storia 
del Brunnswich . si trovò condotto alla creazione. 

Definito che s' intenda per storia del diritto italiano e quali 
i suoi limiti, alla storia esterna il Fertile attribuisce le fonti 
e i lavori fatti su queste; mentre l'interna esaminala natura, 
la struttura, le vicende degli istituti giuridici, cioè il diritto 
pubblico, il privato, il penale, il processo civile e criminale. 

Finora non comparve che la storia esterna, di cui il pe- 
riodo antico va dalla caduta dell'impero romano fino alla rin- 
novazione di esso con Carlomagno , e la intitola epoca Mrha- 
rica (476-800); vi succede la carolingia fino a Carlo il Gros- 
so (888); "^oììX periodo medio dalla dissoluzione della monar- 
chia carolingia fin alla morte di Enrico II (1056), che qualifica 
di epoca feudale, cui succede la comunale sino alla fine del 
medioevo (1494) : donde comincia il periodo moderno fino a noi. 

Prezioso, sebbene non completo, è l'indice delle collezioni 
rischiaranti il medioevo, e dei sussidii a rischiararlo. 

(1) SCHUPFEK , Delle Istituzioni politiche longobardiche ; Firenze, 1863. 
La società milanese al risorgimento del Comune; Bologna , 1870. 

(2) Padova 1873, in Svo, voi. I : Storia del diritto pubblico e delle fonti, 
di pag. xii e 360. 



138 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Naturaliueiite il Fertile comincia dalle istituzioni gerjnani- 
clie , quali ci sono date da Cesare e Tacito e interpetrate prin- 
cipalmente colla paziente sottigliezza dei Tedeschi; e dalla 
condizione dell' impero romano quando cadde. 

Allora vengono a maggior contatto Romani e Barbari; e 
nuovi regni si formano; dove egli inclina a credere che, per 
nazionalità , noi esageriamo i mali derivati dalla grande migra- 
zione; e che gl'invasori non ispropriassero i padroni di terre, 
ma entrassero a parte della proprietcà , per lo più nella propor- 
zione di un terzo. 

Per quanto tale partizione si trovi generalmente adottata, 
resta sempre dilHcile a spiegare come si avessero esatte mi- 
sure di tutte le proprietà; come un'operazione che oggi pure 
sarebbe diflicilissima , si eseguisse in poco tempo; e chi fosse 
che la eseguiva, chi la garantiva. 

La condizione de' Romani par\e anche al Fertile piuttosto 
migliorata che altrimenti dalla conquista (pag. 46), ma crede 
necessario distinguere da paese a paese. Ammette che i Lon- 
gobardi furono de' più fieri; che de' Romani più non si trovano 
magistrati, non diritto, non guidrigildo, e solo una volta Rotari 
nomina i Romani e come schiavi (V, n. 20), e nelle storie i 
Romani sono soltanto i sudditi dell'impero e del papa. Che 
i gastaldi fossero magistrati de' Comuni , come vorrebbe il Ca- 
pei , repugna alle fonti ; che il guidrigildo pei vinti siasi taciuto 
soltanto perchè notorio mal può accordarsi colla minuziosità dei 
prezzi penali, che riscontrasi in Rotari. Non possono suppor- 
re i Romani liberi ed eguali ai Longobardi, generosità affatto 
insolita fra i conquistatori; repugnante poi a fatti positivi, 
giacché fin nella schiavitù il Romano è valutato inferiore al 
Longobardo , sancendo Rotari (194) che se uno fornica con una 
schiava gentile, paghi 20 soldi al padrone di essa; 12 se con 
una romana. 

Il trovar poi qualche romano in Longobardia , poniam pure 
venutovi da paesi liberi, e qualche libertà nel clero, nelle 
compagnie di arti, quali erano i magistri comacini, e nella ele- 
zione dei vescovi, impedisce dal crederli tutti schiavi. Furono 
dunque aldii, un di mezzo fra la schiavitù e la libertà, senza 
vita politica, con limitata libertà civile e guidrigildo inferiore , 
pur conservando lo [)ropiMetà col peso del terzo (pag. 49 j. Tali 



RASSEGNA i;iHL10GRAFICA 139 

erano gli hospttes del Napoletano, tali i tertìalores dì Bene- 
vento; quali, dopo il Tro3a e l'Hegel, li ritiene anche il Bliihme 
(Pertz, Leg. IV, 213) e l' Ilerscli {das Ilcrzoothum Bene 
rent, 1871). Il tanto tormentato passo di Paolo Dmmwo iiopuli 
tamen aggravati per Langóbardos hospites partiuntur , vor- 
rebbe correggere col codice di Bamberga: cwn autem populi 
gravai-cntiii- , Langohardi Jiospites adi'enlentes Inter se divi- 
dehanl ; e intendere che l'avere i duchi dato al nuovo re la 
metà dei loro beni non fosse a spoglio de' Romani, ma distri- 
buivansi fra i Longobardi i nuovi ospiti del seguito reale , ve- 
nuti sui fondi. 

I Longobardi non accettavano il diritto personale, ma il ter- 
ritoriale, a segno che mandarono via i Sassoni che non voU 
lero lasciare la propria legge. Ciò ritennero anche nelle succes- 
sive conquiste. Forse i vinti avevano conservato le loro leggi 
e secondo queste regolavano le transazioni private ; né lo Stato 
se ne brigava tinche non domandassero il suo intervento. In 
questo caso esso giudicava unicamente secondo il diritto longo- 
bardo. I Romani ciò evitavano col deferire la decisione ad ar- 
bitri, e principalmente alle curie vescovili, che perciò acqui- 
starono tanta importanza. Lo stesso clero doveva seguire il 
diritto longobardico: del che, se mancassero altre prove, cene 
dà il monastero di Farfa , posto alle porte di Roma, fondato da 
un romano, e che pure nel 998 volle esser giudicato colle leggi 
longobarde, asserendo essersi sempre regolato con quelle. E 
sempre i re longobardi , anche dopo convertiti al cristianesimo, 
tennero in suggezione la Chiesa , e intervennero nelle elezioni 
e ne' giudizi ecclesiastici. 

Né fra loro trovasi mai , come fra altri barbari , un conte o 
rettore o preside de' Longobardi, uno dei Romani. Ma anche, 
dove il municipio romano era sopravvissuto , come ne' Visigoti, 
ne' Burgundi, ne' Franchi, si spense da poi, e forse più non 
esisteva nell'VIII secolo (pag. 91), neppure nei paesi restati 
all'impero, e Un in Roma. Fra i Longobardi era cessato anche 
prima, trovandosi il regno diviso in Austria, Neustria, Tuscia, 
e queste in ducati , in sculdascie , in docanie , con capi a cui 
sono soggette tutte le persone e i beni , eccettuati i regj che re 
stavano sotto gastaldi (pag. 93). Le città non vedonsi gover- 
nate diversamente dalle provincie; ma non appaile ombra di Co- 



140 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

inane romano uè longobardo con autorità e magistrato proprio, 
nel che consiste l'essenza del Comune politico. 

Il discorso ci lia fatto badare a lungo su questa parte del 
lavoro del Fertile, che merita per tutto il resto l'attenzione 
non solo degli scolari, ma di tutti i dotti, per la conoscenza 
ch'esso mostra e l'uso che fa anche degli ultimi lavori, mas- 
sime dei Tedeschi. 

V. Favorevole alla dominazione longobarda si mostrò pure 
il marchese Cesare Campori in una dissertazione dei Longo- 
bardi nel Modenese (1); credendo che l'invasione franca « dan- 
nosa riescisse all'Italia perchè le tolse moilo di ricomporsi in 
una rinnovata nazionalità »; la politica di Gregorio Magno e 
de' successori suoi crede non « si possa giudicare indirizzata al 
maggior bene dell' Italia » : e che i Longobardi lasciassero so- 
pravvivere le consuetudini italiche in fatto di leggi e di am- 
ministrazione » lo deduce da una legge di Carlomagno , che ai 
Modenesi conferma « i buoni usi quali erano stati in vigore al 
tempo del re Liutprando ». 

E longobardo era sant'Anselmo, la cui sorella Giseltrude 
fu sposa di re Astolfo ; governava il Friuli militarmente, quando 
preferi le lane monastiche , e subito , a intercessione di Gisel- 
trude, Astolfo gli donò un intero distretto montano nel Mode- 
nese con giurisdizione spirituale e temporale ; dove i monaci 
introdussero coltura e commercio, e fondarono la borgata di Fa- 
nano: poi Astolfo chiamò Anselmo al piano, ancora impodestan- 
dolo di larghissimo territorio , ove nel 753 fondò il famoso mo- 
nastero di Nonantola, esente da ogni giurisdizione vescovile. 

Giacché il Campori s'appoggia spesso alla nostra autorità/ci 
permetta dissentire da esso quanto al riprovare assoluto la con- 
quista dei Franchi, quasi essa impedisse di costituirsi la peni- 
sola in unità. Si trasportano con ciò a mille anni fa le idee 
e le aspirazioni odierne , e altrove noi ne ragionammo a lungo. 
Ma intanto i Franchi non toglievano ai vinti il terzo dei fondi , 
contentandosi dei beni del fisco e di quelli degli emigrati e 
dei morti, caduti in proprietà del re, che li distribuiva a sua 
voglia. Cosi aveano ftitto coi Visigoti e i Burgundi , cosi fecero 
coi Longobardi, come prova il Roth, Benefiz. 

(1) Modena, 1873. Tratto dagli Alti della Deputazione di Storia Patria. 



RASSEGNA niBLIOOUAPICA 141 

I Romani da aldii diventarono liberi, acquistando il diritto 
longobardico, onde nelle leggi Caroline parlasi di Franchi e 
Longobardi, non più di Iloniani. 

II Fertile valuta a (ondo la situazione: e ben avverte 
che fu un accidente che Carlomagno fosse anche re de' Longo- 
bardi. Adriano e Leone papi non.vedeano in lui che il più gran 
principe del suo tempo; ed egli stesso in Italia non si consi- 
derava successore degli imperatori romani, bensì de' re lon- 
gobardi : anzi l' Italia ebbe re propri, quali Pipino e Bernardo , 
e leggi e diete proprie : né i grandi cangiamenti avvennero che 
più tardi. 

Coi Carolingi fu introdotto il sistema della personalità e 
allora cominciano le professioni di legge , inusate sotto i Lon- 
gobardi, e nate allora dalle incertezze occasionate dalla molti- 
plicità delle nazioni. Nelle carte dell'Archivio milanese abbiamo 
forse la più antica di queste professioni , in un documento san- 
tambrosiano del 792 iwoììter consuetudine m gentis nostrae 
Longdbardoruùi : e in una carta pisana : Accepi a te launechild 
legWus meis Longohardoram (Mur., A.I. Medilaem, 111,1014). 

Lo stato de' Carolingi non era ancora feudale, ma si svol- 
geano gli elementi da cui dovea nascere la feudalità politica. 
Provenne essa principalmente dall'uso , già introdotto dai Lon- 
gobardi , poi frequentato dai Franchi, di raccomandarsi al re o 
a qualche potente , mettendo la sua mano in quella del patrono , 
e professandosegli vassallo. Gli obblighi reciproci si andavano 
estendendo : al vassallo si assegnavano anche terreni col nome 
di precari o benefizj , accompagnando l'atto colla tradizione ma- 
teriale di qualche oggetto, una zolla, un ramoscello. La legge 
determinò le forme, i patti, i doveri. Questa crede il Fertile 
la sola vera origine del feudo , mal confuso dal Vico con istitu- 
zioni eroiche ; da altri colla clientela romana, coi benefìzi militari 
dell' impero romano , colle sorti barbariche , sino coi Fanarioti, 

Crebbe allora F importanza politica del clero , che partecipò 
alle assemblee nazionali, ebbe tribunale privilegiato e sorve- 
glianza sul governo dei conti , e autorità di regj messi data ai 
vescovi nella loro diocesi, e immunità dai pesi pubblici. Ne au- 
mentarono quindi i possessi e le rendite, e p. es. la chiesa di 
Como esigeva i dazi del mercato di quella città e il pedaggio di 
Chiavenna. 



142 n ASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Fin dall'età longobarda v'avea scuole ne'conventi e presso le 
cattedrali; né mancano esempi di scuole secolari, come a Pavia dove 
insegnavano Felice , poi suo nipote Flaviano, e donde uscì lo storico 
Paolo Diacono. Benedetto Crispo arcivescovo di Milano istruiva i 
discepoli nelle sette arti liberali. Tutto ciò crebbe per opera dei 
Carolingi, ma la principal opera restava sempre al clero, mas- 
sime per r istruzione primaria. Il Concilio romano dell' 826 dice : 
« Da vari luoghi ci è riferito che non si trovano maestri e cura 
per lo studio delle lettere. Perciò a tutti i vescovi e alle plebi 
soggette e ad altri luoghi dove occorra si abbia premura di 
stabilire maestri e insegnanti che assiduamente insegnino gli 
studi delle lettere, delle arti liberali e i sacri dogmi ». 

Al dissolversi dell'impero di Carlomagno la forzata unità 
soccombette all'antica indipendpnza ; prevalse da per tutto lo 
sminuzzamento feudale , ove signori ecclesiastici o secolari am- 
ministrano i i)aesi come cosa propria, pur concorrendo al go- 
verno dello Stato. In questa forma il re non ha sudditi se non 
i baroni che da lui immediatamente ricevettero feudi : gli altri 
sono sudditi dei baroni, i quali tengono i poteri sovrani come 
inerenti al possesso del feudo , e poteano anche far guerre pri- 
vate e rappresaglie. 

C'era ancora un re d'Italia, e il più spesso due, così amando 
i signori per non obbedire a nessuno ; nel che si perdette l'idea 
di legittimità , e il trono divenne elettivo , finché dopo Corrado 
il Salico si accettò per re quel ch'era stato assunto al trono di 
Germania. Ma durava la massima che l' impero fosse conferito 
unicamente dal papa: massima a cui contradisse invano Lodo- 
vico il Bavaro; e l'imperatore consideravasi capo politico di 
tutta la cristianità, destinato a mantenere la giustizia e la pace 
fra le varie nazioni , e protegger la Chiesa e il pontefice : non 
era però superiore al diritto; laonde il papa poteva chiamarlo 
a dar ragione dei suoi atti. 

I vescovi italiani non solo ottennero ville e giurisdizioni, 
ma trassero a sé la podestà dei conti sulla loro città e sue vi- 
cinie, alle quali estendevasi cosi l'immunità ch'essi avevano 
sui propri beni : onde i vescovi ebbero dominazione e temporale 
e spirituale sulle città e suburbj (corpi santi) senza ecceziou^ di 
persona. ILiulleville dà l'elenco di tali concessioni, che arri- 
varono poi all'intero contado, anzi talvolta abbracciarono molti 



RASSEGNA BIBLTOGRAPICA 143 

contadi, come fu noi 909 col vescovo di Vercelli, poi con quello 
di Como, a cui Corrado il Salico nel 1028 donò lo contee di 
Bellinzona, Chiavenna e Val Musocco. 

Poiché nella Chiesa, fin dai primi tempi, ebbe sempre alcuna 
ingerenza la plebe laica, venivasi a introdur nel governo lo 
elemento popolare, ed oltre il Friuli, dove si formò un vero 
parlamento, questo divenne un avviamento alla costituzione dei 
Comuni. 

In questi si compi il pareggiamento delle varie nazioni, co- 
minciato fin da che Carlomagno istituì un collegio di scabini , 
che decidessero tutte le cause senza distinzione di origine. Al- 
lora divennero inutili le professioni di nazione : pure si man- 
tennero in uso fin nel XIV secolo , come resistenza dell'elemento 
longobardo al diritto romano , o del diritto romano degli eccle- 
siastici contro qualche pretensione barbarica. 

VI. La evoluzione che portò al regime municipale fu favo- 
rita dall 'essersi dovuto prendere le armi per repulsare le cor- 
rerie degli Ungari. Nel Cartario lombardo che lodammo, dopo 
il 900 sono frequenti le concessioni di erigere fortilizi e mura , 
perfino a conventi di monache. 

E così poco a poco si costituì il municipio, oppure si resti- 
tuì. Quando noi ragionavamo coll'onorevole Troya sulla condi- 
zione dei vinti Romani, sostenendo egli che avessero perduto 
ogni forma di regime municipale sotto i Longobardi , l'obiezio- 
ne che maggiore gli facevamo era questa : al momento dell' in- 
vasione, il popolo romano regolavasi colle norme del codice 
Teodosiano, che costituiva i municipj alla guisa che si cono- 
sce. Dopo il 1100 vediamo nascere, o troviamo già costituiti i 
municipj in un modo, se non eguale, simile a quello; e non 
soltanto nei nomi. Non è questa una presunzione che quel go- 
verno municipale sia durato traverso a tanti secoli, alle con- 
quiste, perfino alla feudalità? 

Il conte Porro e gli altri fautori della persistenza del diritto 
romano vedano quanto possa aver forza questo argomento. 

VII. Al vedere molti libri recenti sulla storia patria, ci 
gode il cuore perchè l'attività degli ingegni volgasi ancora alla 
meditazione del passato, che era soccombuta alla vertiginosa 
gioia del presente. 



144 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Ecco intanto Gli statuti del Comune eli Padova dal secolo XII 
all'anno 1285 (1), con un'avvertenza di Pietro Selvatico, vicepre- 
sidente della commissione conservatrice de' pubblici monumenti. 

Essa commissione a Padova lavora con zelo e intelligenza , 
sicché non ha paura di quella pubblicità , che sarebbe deside- 
rabile da tutte le commissioni somiglianti. Abbiamo sottocchio 
il suo rendiconto pel quadriennio 1868-71 , donde appare quanto 
fece e quanto bene. Specialmente memorabile è il restauro dei 
freschi della cappellina degli Scrovegni , affidato a quel Gugliel- 
mo Botti, che di tanta perizia e riverenza diede prova nel cam- 
posanto di Pisa ed ora nel tempio d'Assisi. 

Accennandosi ai metodi di restauro, sono nominati gli scritti 
di esso Botti (1858 e 1864) e l'opera di Horsin Deon {De la 
conservation et de la restauraiion des taUeaux , Parigi , 1851) 
e quella del Forni {Manuale del pittore ristauratore , Firen- 
ze, 1866); ma perchè è taciuta quella del conte Sozzi, testò 
rapito alle arti e agli amici? 

Quanto agli statuti , dei quali già fu discorso in questo Gior- 
nale (2), i più antichi , chi li trascrisse nel 1276 trascurò sven- 
turamente d'indicarne la data, ma poiché Padova avea con- 
soli fino dal 1138, forse fino a quell'antichità risalgono alcuni. 
Buone note rischiarano e la dicitura e le usanze : e quando 
vi incontriamo i verbi italiani ahhellire e disabdellire , am- 
mazzare , hattere , disbrigare , incalzare , ingombrare , ovvia- 
re , raspare, rialzare, ribattere, rivelare, scannare, scar- 
nare , scolare, serrare, spiare , tracciare , e i vernacoli arcar , 
arzerar , cargar e descargar , carrezzar , cerpir , drezar , 
ghiarar , incanevar , nolizar , rassar , recorzar , selezar , 
usmar.... ci confermiamo nel nostro vecchio assunto che già 
allora si parlasse il dialetto, poco diverso dall'odierno. E il 
Brunacci nella Istoria della Diocesi di Padova reca un istro- 
mento del 1126 ove si trovano strapazzo , fugacia, calzagrisa. 

YIII. Fu Giovanni da Procida autore del vespro siciliano , o 
almeno preparatore ? o era egli uno straniero che si intrigò dis- 

(1) Padova, Sacchetto , giugno 1873, in 8vo di pag. x-431. Aggiungia- 
mo volentieri gli antichi Statuti del Comune di Carpeneto , edizione di 
Giuseppe Forraro; Firenze, 1873, in 12mo di pag. 22. 

(2; Terza Serie, Tom. XVllI, pag. 202. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 145 

opportunamente negli aflari deU' Isola ^ e mancò di costanza e di 
lealtà ? Attorno a questa varietà di opinioni si fece ormai una 
biblioteca, né la lite s'ha a dire ancor risolta poiché tornasi 
ogni tratto a discorrerne. Ed ecco un breve scritto del tedesco 
dottor Otto Hartwig (1), che esamina la cronaca di Giovanni 
Villani, con criteri e conclusioni, che non ottennero l'appro- 
vazione del dotto siciliano Pitré. In effetto il racconto del Vil- 
lani va cosi confuso , cosi misto di vero coli' improbabile , che 
non può farsene fondamento. Dal paragone delle cronache 
contemporanee il dott. Hartwig vorrebbe dedurre che « un 
uomo di stato assai ragguardevole, molto influente nella 
Corte del re Manfredi e molto valente medico, il quale, dopo 
la caduta del suo signore, s'era dato agli Angioini, ma poi, 
alla notizia dell'assassinio di Corradino, ritornato all'antica 
bandiera, era stato proscritto, visse alla Corte dello sposo della 
figlia di re Manfredi , curando importanti faccende di Stato ». 
Già nel 1269, prima che Pietro occupasse il trono d'Ara- 
gona, egli aveva cominciato a negoziare coi Ghibellini del- 
l'Italia settentrionale contro Carlo d'Angiò; e sebbene il suo 
nome non sia da loro indicato, pure apparisce scelto ad alleare 
Pietro col Paleologo, non essendo inverisimile che il fuoru- 
scito napoletano nel viaggiare per Costantinopoli abbia visi- 
tato l'Italia meridionale e la Sicilia. 

Certamente papa Nicolò III si mostrò avverso a Carlo d'An- 
giò , e fra Salimbene narra che egli , d'accordo con una parte 
di cardinali, in odio a Carlo abbia dato la Sicilia a Pietro 
d'Aragona. Questi allora comincia armamenti, che nell'Italia 
meridionale e in Francia lasciano sospettare contro chi fossero 
diretti; approdato in Africa, veleggia per la Sicilia appena 
conosce il tumulto avvenutovi e d'esser chiamato in ajuto. 

Ora qual cosa più naturale che credere risultato d'una con- 
giura condotta dall'Aragonese il trovarsi egli sulle coste afri- 
cane contemporaneamente all'avvenimento del Vespro? Chi po- 
teva essere il promotore di quella congiura meglio del Proci- 
da, che fra i contemporanei aveva fama di grande uomo di 



(1) Gio. Villani e la leggenda di messer Gianni di Procida del dot- 
tor Otto Hartwig, versione dal tedesco per Mattia di Martino; Paler- 
mo , 1873. 

Arch.. 3.'* Serie, Tom. XIX. 10 



140 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Stato, dì filosofo, di fisico ;, che trattò alleanze per il re Pie- 
tro , e come cancelliere della regina Costanza governò quasi 
per un decennio ? Che se dai suoi nemici era tenuto per un vec- 
chio di niun conto, Bonifacio YIII e Carlo d'Angiò l'avevano 
caro e gli promettevano di restituirlo ne'suoi possedimenti, già 
da qualche tempo tenuti da altri. La fazione guelfa aveva inte- 
resse di far ricadere su Pietro la colpa di quel sanguinoso tu- 
multo onde attenuare la sconfitta di Carlo d'Angiò , contro di 
lui supponendo una coalizione de' suoi nemici che non ebbe 
mai luogo. E però le prime notizie sulla congiura di Giovanni 
di Procida troviamo nei cronisti di parte guelfa , G. Villani e 
Francesco Pipino; né ci dobbiamo quindi meravigliare che i 
cronisti francesi , come G. De Nangis , non conoscano esso 
Giovanni, quantunque narrino il trattato del re Pietro coi Si- 
ciliani. 

Il traduttore, continuando questo esercizio, acquisterà mag- 
gior dominio della lingua tedesca e padronanza della nostra. 

Vili. Ed è notevole come la Sicilia sia, più d'ogn'altra re- 
gione, infervorata a cercare la sua storia ne' libri, negli Ar- 
chivj , nelle tradizioni , nelle carte , nelle canzoni. Dopo le no- 
tizie date dal marchese di Villabianca, dal Di Gregorio, dal 
Vigo, dal Passa, dal Narbone, fu nel 1861 pubblicato un dili- 
gente Tncentario Officiale del grande Archivio di Sicilia , e s' è 
promessa la stampa dei DociuneiiU degli Archivi Siciliani per 
cura della regia Direzione di essi. Fin dalla metà del seco- 
lo XVI Palermo aveva un regio storiogrcifo, addetto ai regj 
Archivi , e tali furono Antonino Amico , Rocco Pirri , Di Sia- 
si, Rosario di Gregorio, Domenico Scinà. Ma in Sicilia non 
si troverebbe carta anteriore al lOGl ; né scritture regolari co- 
minciano che dal secolo XV : e l'Amari per dare la Storia de- 
gli Arabi in queir isola si valse o dei manoscritti della Biblio- 
teca dei Regesti Angioini degli Archivi napoletani , o di Me- 
morie della Biblioteca di Parigi. 

Vittorio Amedeo II di Savoia tenne alcun tempo la Sici- 
lia (1713-18), e lasciandola portò un'immensa quantità di carte 
a Torino, che non riguardano soltanto la breve sua dominazio- 
ne. Queste prese in esame il sig. Spata (1), in quell'occasione 

(1) Delle Carte dì Sicilia esistenti nei R. Archivi di Corte in Torino. 
Notizie ed osservazioni di Giuseppe Spata; Roma, 1872. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 147 

dando preziose informazioni sugli Archivi torinesi e sui paler- 
mitani , i quali ultimi è noto quanto fossero danneggiati dalla 
insurrezione del 1848. Era suo scopo principale il dar notizia 
delle carte di Sicilia. 

È noto che Francesco Miklosich professore dell'Università 
di Vienna , e Giuseppe Miiller in quella di Torino pubblica- 
rono quattro volumi di diplomi greci, a spese dell'imperiale Ac- 
cademia Viennese (1) ; il terzo dei quali dà la diplomatica greca 
dell'Italia superiore, dedotta principalmente dagli Archivi di 
Venezia, Firenze, Ancona, Genova, Torino. Lo Spata avea 
già pubblicato le carte greche dell'Archivio di Sicilia. 

IX. Ed ora ecco i padri Benedettini di Montecassino comin- 
ciano la pubblicazione de'preziosi codici della loro Biblioteca (2). 
preservata anche dalla odierna distruzione de' monasteri. 

Noi stessi difendevamo in parlamento quell'insigne cenobio, 
in favore del quale s' impegnò anche la diplomazia forestiera e 
insistette il Gladstone , che sull'Album vi scrisse Floreat. 

Narrate nei prolegomeni le vicende del convento e della isti- 
tuzione loro, non dubitano asserire che, malgrado le tante jattu- 
re , la loro Biblioteca sorpassa tutte per eccellenza di manoscritti , 
che dal risorger delle lettere furono sempre studio dei dotti, 
e non solo per le Bibbie, i commentatori, la liturgia, ma per 
cronache e storie e monumenti legislativi , e libri di medicina , 
di musica. De' quali lavori con bella latinità discorre il padre 
Luigi Tosti, come de'varj prefetti della Biblioteca, di coloro 
che se ne giovarono , fra cui principalmente il Gattula , il Fri- 
derici, il Fraja Frangipane che raccolse i codici diplomatici di 
Pontecorvo, di Isernia, di Aquino, e aiutò quei molti che, 
nel secolo nostro, vi cercarono cognizioni e documenti. Morto 
nel 1843, gli successe Sebastiano Kalefati, che allestiva il Co- 
dice Diplomatico Italo Bisantino quando mori. È noto come 
il Tosti scrivesse la Storia di Montecassino, e il Caravita 
/ Codici e le Arti di Montecassino. 

Ciò serve di prefazione alla serie dei manoscritti che si 
trovano raccolti nell'Archivio Cassinense: opera che non ha 



(1) Ada et diplomata graeca medii nevi sacra et profana. 

(2) Biblioteca Casinensis , seu codicum mss. qui in tabulario casinensi 
asservantur ec. Ex typographia cas. mdccclxxiii , in fol. 



148 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

bisogno di esser raccomandata agli eruditi, e la vorremmo 
anche ai ricchi, i quali ricordino che quei padri sono ridotti 
ai soli mezzi che ricaveranno dalla stampa dell'Opera loro. 

Altrettanta importanza avrà il Codice del convento della 
Cava (1), del quale la Synojms TàstoHco cliplomatica è fatta 
dal P. Michele Morcaldi; e ci dilettiamo singolarmente a leg- 
gere , in quel suo bel latino , le vicende del tabularlo cavense, 
del quale l' indice alfabetico era stato fatto nel 1660 dal P. Ago- 
stino Venereo. Vi hanno luogo carte anche anteriori alla fon- 
dazione di quel monastero , nel toccar delle quali nascono intor- 
no al diritto longobardo le controversie che sopra divisammo. 

X. In quelle carte del IX e X secolo si trova scijyp^re per 
extirpare; conciare per reficere: zappare, una botte di vino, 
una zappa, vacca vitellata, dare in carnUo per prestare de- 
naro ; tappo di monte per cima : si salierit ipsum granum , se 
salirà di prezzo; jjossum ad andandum; honde per exinde : Ser- 
gius qui dicitar Boccavitello: Johannes qui vocatur Spic- 
ciacanzone: m loco qui dicitur a lu mercatu. .. a lu piru.... 
a lu piescu. 

Son indizi per l'origine della lingua volgare , di cui tocca 
pure Michele Amari nella storia de' Musulmani di Sicilia , rico- 
noscendo un dialetto del paese anteriore alla conquista araba 
e di remotissima antichità: venendo poi al latino notarile del 
medioevo, traduzione mentale del vulgare, va spigolando i vo- 
caboli indigeni , sparsi ne' documenti latini e greci non solo 
ma anche arabi, e crede che nel XII secolo il siciliano avesse 
assunto la forma che tuttora conserva, e nel quale ben poche 
orme lasciò l'arabico. Del resto il dialetto odierno siciliano fu 
studiato nel voi. XXV àeìVArchiv fùr das Studium das neue- 
re Sprachen dal signor Wentrup. • 

Notiamo ciò per coloro che si occupano dell'origine della 
lingua nostra (2) , nel qual fatto ci parver importanti due luoghi 

(1) Ved. Synopsis historico-diplomaticamonasterii et tabularli caven- 
Sìs. Neapoli, 1873, pag. 52. 

Codex cavensis diplomaticus. Neapoli . 1873 , in 4to. 

(2) Sulle lingue italiche antiche studiarono con molta utilità V Huschke , 
il Mommsun, il Ritschl, l'Aufrecht, il Kirschoff, il Latos, il Fabretti-'couie 
su quelle del medioevo il Diez, il Wolf, TEbert , il Bòhme , Paolo Meyer , 
D'Arbois di Jubainvi'le, Gaston Paris ed altri. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 149 

d'un docLimento dell' 877 del Codice diplomatico Longobardo : 
in presentia honorum hominum yresi vestitura de res illas : 
e si vestitura preserunt , che ci dà fin d'allora una con j uma- 
zione del verbo prendere , *afFatto al modo moderno. 

Su tali origini ora si procede con metodi nuovi e collo stu- 
dio della morfologia e dei dialetti , i quali acquistano un' im- 
portanza non inferiore a quella che davasi testé al sanscrito. 
Conduce questa schiera di dotti il prof. Ascoli che , dopo stu- 
dj sparpagliati , raccoglie le dottrine sue e le altrui nell'Ar- 
cMvio Glottologico (1). Nelle parti fin qui pubblicate esamina 
principalmente i dialetti ladini de' Grigioni , del Canton Ti- 
cino, della Val- Maggia, della Val di Non , del Bellunese, del- 
l'Istria veneta, del Friuli ec. , e il dialetto genovese. E im- 
portante un discorso di Francesco D'Ovidio sul trattato della 
volgare eloquenza di Dante, ove sono o confutate o rivedute 
alcune asserzioni di A. Manzoni. 

Da questo poi si scevera l'Ascoli principalmente in un di- 
scorso preliminare, dove esamina certe dottrine, messe in 
moda, sull'origine e sull'ortografia della nostra favella e sulla 
sua unicità: quistioni tutt'altro che vane per chi comprenda 
quanto tutto cìl) eh' è della lingua attengasi all'unità sociale ed 
alla civiltà. 

Che il dialetto fiorentino possa aver i diritti del parigino 
è negato dall'Ascoli , perocché Firenze non fu mai che un mu- 
nicipio, mentre Parigi concentr<J in sé il movimento intellet- 
tuale di tutta la Francia; se s'andò a Firenze a domandar i 
nomi delle cose, la Francia invece ricevette da Parigi e le 
cose e i nomi; e tutti i Francesi sul dialetto di Parigi inne- 
starono la parte letteraria della lingua, che s'impose a tutto 
il regno. A Firenze ciò non avvenne, e se fosse avvenuto, 
forse i Fiorentini parlerebbero altrimenti , e come si conveniva 
per esser veicolo della dispersa coltura italiana. 

Che poi sia necessario all'unità della lingua l'adottare nn 
dialetto, lo nega l'Ascoli coll'esempio della Germania, che ha 
lingua unica al par della Francia , perchè i varj scrittori , dif- 
fusi in tutta la patria tedesca, sono fra loro annodati da con- 



(1) Arcìdvio Glottologico italiano diretto da G. I. Ascoli, voi. I, 1S73, 
Voi. Il, puntata I e II , 1874. 



150 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tinui rapporti letterarj e scientifici ^ sicché conversano colla 
penna, come i Francesi colla voce, nò il popolo è lontano da 
quella coltura, quanto pur troppo in Italia; Questa mancanza di 
densa coltura scientifica-letteraria è una causa del mancar noi 
di una prosa schietta e comune : altra causa è il soverchio 
studio della forma, dell'eleganza. 

XI. In un campo più ristretto si esercitò Marco Lanni, 
dandoci la Monografia di Sant'Elia sul Rapido (1). S'egli è un 
giovane , promette bene , anche pel rispetto che mostra a quei 
che lo precedettero e alle idee tradizionali. Sant' Elia nacque 
dalla distruzione di Cassino nel IX secolo, quando i monaci 
che l'aveano popolato e quasi creato si diffusero, empiendo la 
valle di chiese e conventi , ove trovavano asilo l' innocenza , la 
debolezza, il sapere. Ridesi ora al pensare che da Montecas- 
sino uscirono, nella serie cle'secoli, 37,000 case monastiche, vi- 
vaj di personaggi eminenti per dottrina, per dignità, per san- 
tità, per ricerca del vero, per culto del bello, per pratica del 
buono. 

Qual si fosse la condizione dei liveUarj adunati in que'vil- 
laggi, ricerca il sig. Lanni, come vi capitasse una colonia gre- 
ca, le successive vicende sotto i varj imperatori e papi, fra 
tedeschi, normanni, saraceni, e giù fin al brigantaggio de'giorni 
nostri ; tutto ciò è diligentemente jcercato e ingenuamente espo- 
sto dal Lanni, con notizie degli uomini, de' governi, della sta- 
tistica, appoggiandosi sui documenti, fra cui sono gli statuti 
di quel Comune , fatti 11 1559 , con quelle minute cautele di cui 
si ride oggi, che non si considera l'uomo ma la comunità. 

XII. Le ricerche negli Archivj può dirsi divennero una passio- 
ne, e la certezza di quel che Cataldo Janelli asseriva : le notizie 
più sprezzate poter chiudere in sé scintille di grandi storiche 
verità. Noi ne abbiamo estesamente ragionato altrove (2) ed 
ora ne abbiamo pubblicazioni a Genova, a Venezia, oltre 
quelle delle Deputazioni storiche regie; e ci è di consolazione 
l'esser potuti riuscire a metter in piedi una Società storica 
lornbarda, la quale, appunto attenderà a cercare e pubblicare 
lavori e documenti di storica erudizione ; pubblicherà anche un 



(1) Sant'Elia sul Rapido; Napoli, 1873, in 8vo di pag. 150. 

(2 Nella Rivista universale, aprile 1878: Gli Archivi e la Storia. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 151 

giornale simile a questo , informando de' lavori che in tal ge- 
nere vedano la luce in Italia e fuori, per quanto sarà possibile 
alle condizioni del paese e della letteratura nostra. 

Perocché è ben doloroso che non possa uno studioso esser 
informato di quanto si pubblica in Italia (*). Testé un signore asse- 
riva non conoscere e , diceva , non aver trovato alla Biblioteca di 
Milano un lavoro sul Monti , pubblicato già tre volte in Milano 
stessa. Anche testé l'ab. Cappelletti ijaljblicò per la prima volta 
i documenti diplomatici sui Gesuiti e la repubblica di Venezia 
(Venezia 1853) : e invece erano stati pubblicati quasi tutti per 
disteso sommariamente , e catalogati nel Sagoio di Bibliogra- 
fia del Cicogna come stampati al tempo che si irritavano gli 
animi per spingere all'abolizione di quella compagnia. Altri dà 
per novamente scoperto il Triregno del Giannone, sul quale si 
fece un corso di lezioni a Milano. Se i Diurnali di Matteo Spi- 
nello di Giovenazzo, che sarebbe il primo prosatore vulgare, siano 
autentici , ne ragionarono gli stranieri , e massime il duca di 
Luynes ripudiandolo fino dal 1839 , poi il Bernardi che li crede 
invenzione del Di Costanzo (1) : eppure nel 1865 in Bari furono 
ristampati secondo il testo del Muratori, neppure conoscendo 
l'edizione che allora ne faceva il Minieri Riccio, il quale li 
confutava. 

Ricordano i lettori il dotto articolo del Bongi in questo 
giornale : (2) ma ora asseriscono essersi dal Sig. Fontana Vito 
in Giovenazzo trovate alcune carte del 300 che parlano dello 
Spinelli; oltre migliaja di pergamene a Barletta, di cui molte 
anteriori all'epoca sveva. Se saranno rose fioriranno. 

Intanto una erudita discussione , a proposito d'una perga- 
mena del 10G6, trovata dal Fontana nell'Archivio del Capitolo 
di Barletta, si elevò tra il eh. Volpicella e i cassinensi com- 

(*) Lasciando stare questo giudizio dell'autore, non possiamo per 
altro fare a meno di ricordare che V Archivio Storico Italiano , fino dal 
suo principio, ha tenuto dietro, con diligenza, al progredimento delli 
Studi Storici, per modo da potersi affermare che non molti sono i la- 
vori di qualche merito, di cui non sia stata data notizia. {La Direzione). 

(i) Matteo di Giovenazzo, eine Faelschung des XVI Jahrhundertes, 
Ton W. Bernardi; Berlino, 18G8. 

(2) Terza Serie, Tomo XIII, 430-460. Ved pure Arch. St. It., T. S. , 
T. X, P. I, 219, e T. XII, P. I, 199, dove si parla di ristampe de'Diurnali. 



152 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

pilatori del Coclex diplomaticus Caveiisis , discussione agitata 
colle migliori regole della critica , della paleografia e (cosa più 
rara) della creanza. 

XIII. Gorizia è paese a metà italiano per postura, per lingua, 
per istoria, e tra quelli dell'impero Austro-Ungarico passa pel 
più mite di clima (ove si eccettui la Dalmazia meridionale) e 
propizio alla salute, tanto che quella città fu denominata la 
Nizza austriaca. Per riconoscenza dell' avervi recuperate le 
forze, lo tolse a studiare specialmente il consigliere barone di 
Czoernig , noto per lavori statistici di grande esattezza , e 
massime per l' EthnograpMe cles osterreicMsches Monarchie 
(Vienna, 1857, 3 voi. in 4to). Nella lunga sua permanenza 
negli uffizi di Lombardia avea dato prove di amare, l' Italia , con 
quell'amore che non si svampa in parole , ma ne studia le doti 
e i difetti, ne esamina i mezzi, ne suggerisce il meglio (1). 

Ed ecco un nuovo volume (2) ove con ampiezza pari all'esat- 
tezza ci porge la storia e la statistica del paese di Gorizia e 
di Gradisca , dandone la geografia , l'orografia , l' idrografia , la 
geologia , le bellezze naturali , il clima : poi la popolazione , 
colle sue origini , la sua classificazione , il carattere , la costi- 
tuzione, la coltura intellettuale e industriale, il clero, rimon- 
tando sino alle favole degli Argonauti , di Antenore , dei primi 
Veneti. 

Lasciando che, in questo giornale stesso, altri ne parli a 
fondo, noi l'accenniamo solo per la parte che s'attiene alla storia 
italiana, giacché l' Isonzo, il Timavo, la laguna veneta vi tro- 
vano e descrizione e racconto. Più specialmente ai fatti nostri 
tocca l'ampio trattato ch'egli fa di Aquileja, descrivendola 
qual era nell'età romana, quale nell'era volgare e nei secoli 
successivi sino al V ; narrandone i vescovi , gli arcivescovi , 
i patriarchi , anche dopo trasportati a Grado ; anzi di ciascuno 
di questi, che non erano solo prelati, ma principi e membri 
dell' impero germanico e del regno italico (3) porge notizia : 

(1) Vedasi principalmente Die Lombardie Dar stellung der naturlichen 
Vorhattnisse des Lands. 

(2) Das Land Gò'rz und Gradisca , mit Einschlioss von Aquileja. 
Vienna, 1873. Un bel volume in 8vo di pag. xviii e 994 con carta. 

(3) Der Patriarch von Aquilrja loar nicht nur ein Kirchenfurst , er 
war auch ein loeltlicher und zwar ein deutscher Reichfnrst , gleichiwe 
er sich auch als Furst des italienischen Konigreiches betrachtete. Als 



IIASSEGNA 15II5LIOGRAF1CA 153 

fra i quali è noto come fossero famosi Raimondo, Gastone, 
Pagano , Lodovico della Torre , famiglia principesca del Mila- 
nese. Segue l'esame della coltura e della costituzione dell'im- 
portante città. Erudite e critiche note accennano e valutano 
le fonti , le lapide , le iscrizioni , le monete > le mappe. 

Noi non possiamo che augurare a ciascuna delle città ita- 
liche una somigliante illustrazione. Intanto noi vi soggiunge- 
remo la notizia d'un caso, desunta da carte dell'Archivio Mi- 
lanese. 

I. 

Ill.mo Principe Y. E. Signor Signor a mij semper collen.mo 

Non dubitamo in conto alcuno che V. Ex. ne ha hauta già molti 
giorni chiara notizia del assassinamento et atrocissimo caso per Tri- 
stano Sauorgnano et Complici , perpetrato nelle persone del Sig. Conte 
Aloisio dalla Torre nostro parente, et ms. Gioan Baptista de Collore- 
do suo Cugnato, et ms. lacomo Tjorli de Strasoldo , canonico de Civi- 
dalo nella città di Venegia , per il quale da quel!' Illmo Dominio sonno 
et con grandissima taglia sta banditi da tutte le terre et loci di esso 
Emo, et come più diffusamente nella Pententia, la cui copia mandarne 
inclusa a V. Ex. adciò meglio possi cognoscere la qualità et atro- 
cità del caso qua! innovo per essere stato tanto abhominevole et in 
persona inuocentissima perpetrato, mi rendono certi chel debbj hauer 
dispiaciuto a quanti ni ha hauta notizia di esso. Ma per eh' inteude- 
mo che lo Illmo Sig. Aluisio Gonzaga dicono hauer assicurato questo 
Tristano con un Cesar da Roma , et Hieronim.o da Ferrara et altri 
sui complici a questo crudelissimo assassinamento , quali in novo per 
la. tanta attrocitade non mertauo assicuratione de alchuno , anzi mor- 
tai persecutione da qualunque agente o adherente alla parte della 
Sac. Ces. e Regia M.te de Romani nostri Signori, per esser stato que- 
sto Tristano rebelle de Sua M.tà , eh- ritrovandosi nel Campo Cesareo 
avanti San Vesir se andò nel campo de Francesi , et poi entrambi Ce- 
sare da Roma et Hieronimo da Ferrara fumo et Complici Timo alla 
derobatione , l'altro alla occupatione di Marrano quando la fu fatta 
nel 1542 così et per tutte queste Cause et astretti dal vinculo pa- 
rentale che intercedono tra il predetto Sig. Conte Aluisio et noi, non 

Reichfurst hatte er dcn ersten Rang unter seinen Standesgenossen, er 
nahm auf dem Reichstag den Plat:: sogleich nach der Herzogen und vor 
den Primuten ^ Er::bischofen und Grossmeistem des Ritterorden ein. 



154 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

possomo lassare di far le presenti a V. S. Illma S. con instantia sup- 
plicandoli et principalmente per la atrocità di questo Caso, ne man- 
cho per la qualità di delinquenti , che non solum hanno così crudel- 
mente cospirato nel sangue nostro, ma et ardito cometter tal rebellioni 
et intreuenir a simil tradimenti contra la prelibata Sac. Ces. et Regia 
Maiestadi, si degni scriver al predetto Illnio Sig. Aloisio Gonzaga suo 
parente et come dignissimo loco tenente Imperiale , cometterli chel 
debbj levar il det;o S'alvo Condutto al predetto Savorgnano et compli- 
ci, et a darli in mani delli agenti del prefato dominio , adcio che da- 
ghino le debite pene per li loro dellitti , o almeno non li lassi più 
star nelli loci de sue jurisditioni , il che nui confìdamo obtenir da 
V. Illma S. come naturai nemico de simil crudeltadi et qualità di 
persone, et come Cesareo Generale che non si hnveva sinentichata la 
rebellione fatta contra la Cesarea M tà sotto San Vesir , et teniva conto 
del tradimento fatto alla Regia M.tà nel derobamento di Marrano. Et 
nui con tutta la Casa Torriana teniremo questo in vinculo de irreso- 
lubil obbligatione verso V. Illma S dalla quale aspettemo votiva respo- 
sta, et la cui valorosa persona il Summo Idio si degni longamente con- 
servare , et prosperare come la merta et desidera. 
Di Goritia il X di Octobre M. D. xlviiij 
D. V. lU.ma et Ex.ma S. 

Francesco et Nicolo 

Conti et Baroni dalla Torre et Capitani 
di Goritia et Gradiaca etc. 



IL 



Sentencia condfnatoria , emanata contro Tristano Savorgnano , Cesar 
da Roma, Hieronimo da Ferrara, e altri Comijlici per il crudel as- 
sassinamento per loro perpetrato nelle persone del Signor Conte 
Aluisio dalla Torre , in Juan Battista da Colloredo , e in, lacomo 
Jorli da S trasoldo. 

Die 27 Augusti 1549, in cons. Im. coni, Add. 

Che Tristano Savorniano abxente et legittimo, citato sia bandito 
in perpetuo da Venezia et suo distretto , e di tutte terre e luoghi del 
mio dom, così da terra come da mare, da nauilii armati et disarmati, 
e tutti li suoi beni così presentì come futuri che lui per qual si voglia 
causa sia spettassero o pervenissero, rimangano confiscati, nel mio dom, 
e se essi bavera alchuna cosa in Valone over in alchuna terra e ca- 
stello sottoposto al dominio nostro sia ruinato fino alle fondamenta et 



RASSEGNA RIRLIOGRAFICA 155 

il terreno resti confiscato, sopra il quul terreno mai non si possa fab- 
bricar cosa alchuiia . a perpetua memoria di un sì gran delitto , sopra 
la qual cosa se alcuno suo fratello over altro avesse parte alcuna, gli 
sia pagata la sua portion delli danari della Signoria ntra. Et oltre de 
ciò ditto Tristan, e tutti li sui discendenti, siano et restirà perpetua- 
mente privi della nobiltà nostra se in alcun tempo veniva nella forza 
nostra sia posto sopra una piatta et condutto a 8ant Marchuola pub- 
blicando un comandator la sua colpa , et nel condurlo siangli dati 30 
botte di fuoglìo di tanaglia affogata , et dippuoi sul traghetto della 
ditta li sia tagliata la man destra, si che li sia separata dal brasso. 
Dopo sia condotto a Santa Croce dove el sia posto a coda del cavallo, 
et cosi sìa trascinato in piassa de Sant Marche, dove in meso delle due 
colonne sia descapato , et dapoi squartato in quatro quarti da essere 
appiccato alle forche consuete. Et babbi quello ouer quelli chel prende- 
ranno in terre aliene , et vivo lo consegneranno nelle forze nostre du- 
cati quattro milia della cassa di-que.sto consiglio : oltre di ciò habbino 
in vita loro della cassa prefata ducati trecento a l'anno quello vera- 
mente ouer quelli, che lo amazeranno et in terre aliene fatta fede della 
interfection, habbino della ditta cassa ducati dui milia. 

Che Gasare Romano, el qual ha un segno de ferita nel volto, et 
el Capit. Hieronimo de Ferrara, solito pratichar col ditto Tristano et 
altri de Savorgnani absenti et legittimamente citati , sieno perpetua- 
mente banditi de Venezia e suo distretto et de tutte le terre et luoghi 
della Signoria nostra, così da terra come da mare, de nauilii armati 
et disarmati. E se alcun tempo perveniranno nella forza nostra, siano 
posti sopra una piatta et condutti a Sant Marcuola, pubblicante un co- 
mandator le sue colpe, e nel condurgli gli siano date 30 botte di tena- 
glia affogata et dopo sul traghetto della ditta gesia li siano tagliata 
la man destra a cadaun di loro; sì che la sia separata dal brasso, 
dapoi siano condutti a S. Ci'oce dove sieno posti a coda di cavallo , e 
così sieno trascinati in piazza de S. Marcho , dove in mezo alle due co- 
lonne, sopra un solaro eminente, siano descapati et squartati in quattro 
quarti da essere appichati alle forche consuete , et abbiano quello ouer 
quelli che prenderanno li preditti , ouer alcun di loro et in terre aliene, 
li presenteranno nelle forze nostre, ducati 2000 della cassa di questo 
consiglio. Quello nuovamente, ouer quelli che amazeranno alcun di loro 
et in terra aliena fatta fede dell' interfectura , habbino ducati 2000. 

Et se alcuno delli sopradetti, cioè quello che fa prima vegnra per tutto 
el zorno del 20 september prossimo futuro et manifesterà el mandante 
ouer mandanti del delitto commesso, esceptuando Tristano, siclie per la 
lor scusa se babbi la verità, habbia ducati 4000 della cassa prefata, 
oltra di questo ducati 500 in vita sua sui beni del mandante, ouer 
mandanti, e sia assolto della presente condannason. E a ciò che sicuro 



150 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

e Uberamente possa venir sia fatto salvo conduto per colui che venir a 
de giorni 25, li quali debbono principiare il zorno della pubblication 
della presente parte , da tutti li impedimenti così pubblici che privati, 
si che d'alchuno non possa essere molestato over impedito per causa 
alcuna , così in questa città , come in tutte le altre città e terre e luo- 
ghi nostri. 

Die , 27 Augusti 1549 in Cons, X. in addt. 

Essendo condannati per questo Consiglio Cesare Roman, il Capitan 
Hieronimo da Ferrara , è ben conveniente , oltra il modo e provision 
detta, per la condannason loro proceder de vegnir in luce delli altri 
complici sui e haverli nelle mani : 

Perho l'andava parte che se alcuno accuserà li altri complici ce sonno 
intervenuti con li detti Tristan Capitano , Hieronimo da Ferrara e Ce- 
sare Romano, si che si babbi la verità, babbi dalla cassa di que- 
sto Consiglio ducati 500, e sia tenuto secreto: se veramente accuserà li 
barcharuoli babbi L. 1000 delli denari predicti. E quando per la loro 
denunzia si bavera nelle mani alcuno delli preditti complici , babbi 
ducati 1000 per cadauno delli retennti.Ese si bavera alcun delli bar- 
charuoli habbia ducati 2000, e se alchuno di complici che sono interve- 
nuti al delitto, o alchun altro accusarà il mandante ovver mandanti del 
delitto commesso, habbia el benefìcio de Hieronimo da Ferrara e Ce- 
sare Roman, e il fin della manifestation habbino termine così Hiero- 
ronimo da Ferrara , come Cesare e cadaun altro, per tutti li 20 del 
mese futuro. 

XIV. S'attengono a questo lavoro i Nuovi studi storico-eco- 
nomici intorno la Carnia , che il Sig. Cecchetti inserì negli 
Atti del Regio Istituto veneto di scienze, lettere ed arti (no- 
vembre 1873 ) , bella illustrazione del dominio veneto in quella 
provincia. 

Ove parla delle anticliità scoperte a Zuglio {Zellia, Vallis 
Julia) , rnal confuso colla colonia di Forum Julii che è Cividale 
del Friuli, non mostra conoscere una Lettera al Slg. Comm. So- 
menzari prefetto del Dipartimento di Passeriano , sugli ul- 
timi scavi di Zuglio (Verona, 1812), opera del commissario 
di guerra Siauve, del quale l'Archivio di Stato di Milano 
conserva lettera, con cui al ministro dell'Interno del Regno 
Italico dirige quest'opuscolo, credendo sempre che Zuglio sia 
Forum Julii, sperando al suo ritorno in Italia trovar nuovi 
materiali , persuaso che « le Prince Auguste qui a ordonné les 



RASSEGNA BIDLIOGRAFICA ioi 

fouilles de Zu.ylio imiterà le héros qui tient dans ses mains 
les destinées de l'Europe en révetant l'armure du DieuMars, 
il conserverà l'Egide de Minerve » (2 marzo 1812). Ma quel 
ministro aveva, l'il ottobre precedente, ricusato di ricevere 
la dedica delle tre lettere che questo commissario meditava 
scrivere sopra essi scavi. Principali de'quali erano tre nuove 
iscrizioni su bronzo e una su marmo; idoletti, bucranii, mo- 
nete, corniole, mascheroni, frammenti di statue, ed altri ar- 
nesi in bronzo. 

Il prefetto poi del Passeriano dimostrava l'utilità di costi- 
tuire a Tolmezzo un interessante Museo, se si facesse un nuovo 
assegno per gli scavi di Zuglio. Ora è noto come sia pregevole 
il museo di Cividale. 

Della Carnia scrisse Memorie anche il sig. Angiolo Arboit 
(Udine, 1871 V 

• Il prof. Ascoli proporrebbe di chiamare Venezia Giulia quella 
parte estrema d'Italia che comprende la contea di Gorizia, 
Trieste , l' Istria , parte della Carniola e del lido liburnico , 
indicata dagli Austriaci col titolo di Kùstenland. 

Sul che è a vedersi Gio. Marinelli nomi proprj orografici: 
Alpi Carniola e Giulie. Udine, 1873. 

XV. Appartengono affatto alla storia italiana le ricerche 
sui Galli. È abbastanza divulgata fra noi l'opera di Amedeo 
Thierry, contro della quale è specialmente diretta la Ethnogra- 
pliie cles peuples de l'Europe avant J. C. del sig. Ch. Steuer (1). 
Secondo lui , i Galli non erano che un ramo della estesissima 
famiglia dei Celti , sicché mal a proposito il Thierr}- attribuisce 
ai Galli {Gaulois) ciò che gli storici raccontano dei Celti {Kel- 
tes), perocché i Galli erano Celti, non Galli tutti i Celti, né 
provenivano dalla Gallia meridionale. A torto Thierry asseri- 
sce che nell'alta Italia non v'abbia traccia di Celti, nò nomi 
celtici di luoghi o di tribù, mentre abbiamo gli Uinbri e Al- 
pe, Apemiino , Eridano, i monti Cavallo {Keap-al), Velino, 
Amaso , Cimone , e le terminazioni ìjrig , òriva , ìtria , engo : 
e negli storici la denominazione Cello è antichissima, quella 
di Galli appare solo con Belloveso. 

Sulle spedizioni galliche in Italia e sull'origine della fami- 
glia gallica è una memoria del sig. Lemière in quelle lette 

(1) Bruxelles, 1872 ; non ancora cotupita. 



158 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

al Con<3rresso sdentifico di Francia ^ la XXVIII sessione del 
luglio 1872(1). Secondo lui, i Galli in Italia non furono che 
bande assoldate , principalmente a servizio de' Liguri ( che son 
tutt'uno coi Celti), né fondarono uno Stato indipendente : siccome 
servirono ai re dell'Epiro, della Macedonia, d'Oriente. Onde 
Cicerone {De provincns consularWus) potea dire: « Sotto il 
comando di Cesare noi portammo primamente la guerra fra i 
Galli : prima d'allora non gli avevamo che respinti. I nostri 
generali han sempre cercato piuttosto reprimerne le aggres- 
sioni, che non attaccarli ». 

A detta sua, i Galli furono un popolo distinto dai Celti, abi- 
tatori primitivi dell' Europa ; e distintamente son nominati dagli 
storici; e ai Galli, di cui non trovasi dato il nome ad alcun 
popolo della Germania, forse apparteneva tutta la gente ger- 
manica, tutt'una colla scitica. 

Queste asserzioni l'autore si riserva di provare in lavoro 
più esteso. 

XVI. Dai Galli è naturale il passaggio al loro vincitore. 
Giulio Cesare rimarrà sempre uno de' più distinti caratteri 
dell'antichità ed uno dei meno equamente giudicati. Colpi esso 
l'attenzione d'uno scrittore , morto fra le sventure della sua 
patria, Merimèe. Non è da noi il pronunziare sui meriti e le 
mancanze di questo , esposte testé -dal sig. De Loménie nell'elo- 
gio col quale entrò nell'Accademia francese. Tutti però ricor- 
dano i brani che lasciò sulla storia nostra , e segnatamente il 
Saggio sulla guerra sociale (1844) e la Congiura di Catilina. 
Nel 1841 egli scriveva a un amico : « Sono forte preoccupato 
di un libro che vorrei stampare sulla giovinezza di Cesare, 
periodo nel quale la sua vita somiglia molto a quella del co- 
spiratore che l'altroieri ho veduto al Monte Saint-Michel (vuol 
dire Barbès). Cesare evitò il Monte Saint-Michel perchè avea 
molta disinvoltura ; ma era un vero sacripante {franche canail- 
le) a quell'ora. Questo demonio s'andò sempre perfezionando e 
sarebbe diventato un galantuomo se l'avessero lasciato vivere. 
Cesare non fu giudicato, e ho un gran prurito di farlo ». 

(1) Examen cn'tiqne des expeditions gauloises en Italie sous le douhle 
point de vue de V histoire et de la géographie , suivi des recherchcs sur 
Vorigine de la famille Gauloise et sur les peuples qui la composaieni., 
par M. P. L. Lemièrb. 



RASSEGNA lUBLIOCllAFICA 150 

Forse egli vedeva in Cesare l' immagine dell'uomo straordina- 
rio che volle poi farsene storico , e al quale Merimèe professò 
tanta devozione. Fatto è che nel 1S44 e.i^-li già era più indulgente 
all'eroe romano: poi nel òò ne era risoluto apologista, difen- 
dendolo contro le accuse. È probabile ch'egli desse questo la- 
voro all' imperatore perchè se ne servisse alla sua Vita di Ce- 
sare , e andasse bruciato nei turpi incendi del 1^70. Rimane la 
storia dopo il passaggio del Rubicone, trovata alle Tuilleries. 

XVII. L'avvocato Curti volle dare un' immagine della vita dei 
Romani descrivendo Pompei con parole e con vignette , inferiori 
al testo (1). Gran fatica dovette costare all'autore il far rivivere la 
civiltcà romana colle bellezze e le stravaganze sue , e rimetterla 
in azione, qual veramente non altrove si riconosce si bene co- 
me in quella città che le ceneri ed i lapilli ci hanno serbata. 
Se in Roma scorgesi il mondo urbano, il mondo rurale è a 
cercarsi fra quelle delizie della Campania, e l'autore mostra 
lodevole familiarità cogli autori greci e latini per ispiegare le 
iscrizioni, le costumanze, i gusti, i riti, la storia. 

Giacché trattavasi di dipingere la vita degli antichi, di cui il 
bello era suprema parte , si desidererebbe e maggiore squisitezza 
di forme , e più sentimento nel riprodurre i passi degli autori 
e nel tradurli. « Pessima cosa è il coltivarsi i campi da gente 
d'ergastolo , perchè tutto si fa da uomini che non hanno spe- 
ranza alcuna » (II, 281). Non è, o non è tutto quel che dice 
Plinio : Coli rura ergastulis pessimum est , ul qiudquid agi- 
tur a desperantibus , cioè ; Pessimo è il lavoro degli schiavi , 
come di chiunque lavora senza aspettativa. 

Il famoso passo di Virgilio, 

Non aliam ob culpam Baccho caper omnibus aris 
Caeditur 

è tradotto : 

Non per colpa s'immola a Bacco il capro 
Sovra l'are dovunque. ( Pag. 27.) 

a tacere l'erroneo dovunque, Virgilio dice che per quella tal 
colpa Né le untuose pelli vì<,])Q\\(k)H.Q) -àW unctos saliere pjer utres. 

(1) Pompei e le sue rovine per TAvv. Prof. A. Curti, Volumi 3. 



IGO RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Dopo addotto un lungo pezzo di C. Cantù, soggiunge: « Del 
resto qual giudizio si portasse de' poeti comici del loro vivente. .. 
non è sì presto detto », ove alcuno potrebbe attribuire a me 
un francesismo cosi inutile. Ivi stesso ove Volcazio dice, 

Multos incertos certare hanc rem vidimus, 
si traduce : 

Molti incerti restar abbiam veduto. 

ma forse è sbaglio di stampa , come a pag. 346 il metter al 1858 
l'opera degli accademici Ercolanesi. 

XVIII. Di simil genere è una Descenie aux Enfers di M. 
H. JoANNET , che serve d' illustrazione geografica e archeolo- 
gica al VI libro dell' Eneide. Con entusiasmo d'artista e pa- 
zienza d'antiquario dà un viaggio da Roma a Napoli nel tempo 
d'Augusto. La realtà spoetizza in gran parte la stupenda de- 
scrizione che fa Virgilio dell' Averno e dello Stige , che sono la 
piccola penisola per cui il golfo di Baja è separato dal mar 
Tirreno. Il lago d'Averne conserva ancora il nome antico , e 
stendesi fin al lago Lucrino, largitore di leccornie ai golosi Ro- 
mani; come sempre sono appetite le ostriche del lago Fusa- 
ro , ch'era un tempo l' irremeabile Acheronte , collo stagno di 
Oocito. I monti di Satratichi presentavano le scene del Tartaro. 

Al fine dai Campi Elisi sorridono le plàcide e limpide -acque 
del mar Morto, sporgente fra la terra, e donde si vedono la 
rada di Miseno , il golfo di Baja , l' isola di Nisida e lontano 
Napoli e r incantevole suo seno. 

Noi ci dilettammo in queste ricerche d'erudizione, per le 
quali la Storia, oltre la faccia che mostra scoperta e imbellet- 
tata al pubblico, è costretta svelar anche l'altra, serbata ai 
pochi studiosi cultori della verità. 

C. Cantù. 



COMMEMORAZIONI 
D'ITALIANI ILLUSTRI 



Come documenti di storia letteraria contemporanea , 
pubblichiamo le commemorazioni di alcuni Italiani illustri 
morti recentemente, che furono lette nel Novembre scorso 
alla R. Accademia della Crusca dal Segretario M. Tabarrini. 
La forma di necrologio accademico in cui furono scritte 
queste biografìe , non potè esser mutata dall'autore , ma 
i lettori lo scuseranno in grazia dei nomi cari alla nazione 
che furono argomento del suo discorso. 



FI^ANOESCO I*XJOCIIVOTTI. 

Primo ad aprire questa funebre rassegna, è il Professore Francesco 
Puccinotti che morì a Firenze 1' 8 di Ottobre dell'anno decorso. Fu eletto 
Accademico corrispondente il 10 di Luglio del 1855 , e successe al Pro- 
fessor Giovanni Resini. Della sua vita hanno raccolto accurate notizie i 
suoi biografi , ed a me basterà di compendiarle per quel tanto che può 
giovare all' illustrazione dei suoi scritti. Nel parlare dei quali , straniero 
come sono alle scienze mediche , sceglierò queUi che hanno attinenza alla 
Filosofia ed alla Storia ; e degli altri mi limiterò ad esporre il metodo 
scientifico , di cui può far giudizio , senza peccare di arroganza , clnun- 
que non sia affatto digiuno di coltura scientifica. 

Egli nacque in Urbino il dì 8 di Agosto 1794 da famiglia originaria 
della Montagna Pistoiese. I suoi genitori sebbene vivessero in grandi 
Akch. . 3.» Serie , Tom. XiX. 11 



IG:^ FRANCESCO PUCCINOTTI 

strettezze , pure fecero studiare il giovinetto il quale mostrava fino dai 
primi anni ingegno svegliatissimo , applicando alle Lettere prima press ) 
i Padri Scolopi , e poi nel Liceo patrio , che prese il luogo delle Scuole 
Pie sotto la dominazione francese. Il profitto che fece in quelli studi , 
gli meritò un posto gratuito in un Collegio di Pavia , ove attese alle 
scienze filosofiche e fisiche, e nel 1813 tornato in patria, sentendo vo- 
cazione per la medicina , andò a Roma a farne il tirocinio , ed in quella 
Università ottenne laurea di dottore e matricola di esercizio. 

Molte e rare qualità aveva il Pucciootti per riuscire medico eccel- 
lente ; vastità di sapere letterario e scientifico , buono indirizzo filosofico 
così nelle indagini delle cose naturali , come nelle ricerche puramente 
morali ; cuore ottimo e pietoso , animo pacato e severità di costume. Il 
campo della medicina era allora invaso dai sistemi , i quali in sostanza 
non erano altro che combinazioni talvolta ingegnose di formule ideali , 
con la pretenzione di spiegare con esse le malattie e di insegnare il modo 
di curarle. Il Puccinotti non si lasciò vincere da questa aberrazione , che 
allora signoreggiava pressoché tutte le menti ; ed era appena uscito dalli 
studi , che leggeva a Roma , nell'Accademia dei Lincei , 1 discorsi sulla 
dottrina cl'Ippocraie e svila necessità di rcsfavrare la medicina ippocra- 
tica in Italia. Con queste dissertazioni , il giovine medico segnava la vi;*, 
che avrebbe egli percorso e la indicava agli altri , non con presunzione di 
maestro , ma col modesto convincimento del vero. Ricondurre la medicina 
ad Ippocrate , voleva dire riannestarla al tronco vigoroso della scienza 
sperimentale , che Galileo piantava con tanta gloria nel Secolo XVII sulle 
feconde terre d' Italia ; tornare ad Ippocrate , voleva dire rinunciare 
all'empirismo dei sistemi. E ben lo capirono i fautori delle dottrine siste- 
matiche, i quali assalirono l'autore con dispettosa arroganza. Ma egli 
per conto suo non mise tempo in mezzo a porsi risolutamente sulla via 
dell'esperienza , e si diede a studiare le malattie , più che sui libri , al 
letto dei malati, negli Spedali di Roma, e nelle condotte mediche di 
Ferentino di S. Arcangelo , di Urbino , di Macerata , di Civitanova e di 
Recanati; che egli non sdegnò di accettare, come palestra utile al suo 
ingegno osservatore. Esempio di modestia che dovrebbero imitare molti 
giovani medici , i quali appena usciti dalle Università , o ambiscono di 
salire in cattedra per insegnare quello che non sanno , o vogliono clien- 
tele ribebe «d ilbistri nelle città, sdegnando i poveri volghi dei contadi. 



FRANCESCO PUCCINOTTI 163 

Frutto (li tauLe svariate osservazioni fu la Storia delle Febbri inter- 
mittenti perniciose di Roma , flagello antico che la-Città eterna avventò 
sempre del pari iv^W invasori ed agli ospiti ; le Ri/ìessioni patologiche 
sui contagi spontanei , ed alti-i minori scritti ; i quali non solo levarono 
in fama il nome del Puccinotti , ma lui adtlitarono come fautore di 
novità, sebbene egli non facesse altro che ridar credito con argomenti 
nuovi a dottrine antichissime. 

Non è dubbio che la medicina al pari di tutte le scienze che si fon- 
dano sopra principii indotti o dedotti dai fatti , è scienza di osservazione 
e di esperimento. Ma per trarre dagli esperimenti conseguenze sicure , 
è d'uopo che sia sicuro il criterio dello sperimentatore. Il metodo speri- 
mentale , come tutti i metodi , è un istrumento di scienza , non una 
scienza in sé; perciò i resultati dipendono dal modo col quale questo 
istrumento è adoperato. Oggi che si pretende di dare a tutto il sapere 
un fondamento positivo nei fatti , il metodo sperimentale ha fautori 
numerosi e passionati ; e se gli effetti non pareggiano sempre l'espetta- 
zioue , ciò dipende dal confondere gli ordini dei fatti sui quali cadono gli 
sperimenti , dalla pretenzione di voler trarre dal fatto più di quello che 
il fatto può dare , e dalla manìa del prematuro generalizzare. 

Questi errori non commise il Puccinotti nel rimettere in onore la dot- 
trina ippocratica , e nel ricondurre la Medicina all' osservazione aiutata 
dai sussidi che debbono prestarle le scienze fisiche e naturali , coi loro 
quotidiani avanzamenti. Egli seguace fedele di Galilet) , di cui dichiarò 
pubblicamente le idee filosofiche all'Ateneo Italiano, al pari di lui e della 
sua scuola , distinse sempre il mondo materiale dal mondo morale , e 
studiandone le relazioni reciproche , non chiese ai cadaveri il segreto 
della vita , né cercò con la chimica le leggi del pensiero. Non credè mai 
che una Scienza sola potesse spiegare l'universo. Egli coordinò nella sua 
mente tutte le scienze , perchè cooperassero in lui alla più larga compren- 
sione del vero , assegnando però a ciascuna il suo campo d'azione , i 
limiti della propria facoltà. Così egli potè evitare quell'abietto materia- 
lismo in cui ora precipita la scienza , e respingere del pari la dottrina 
panteistica ; nella quale sembrano riposare quelli , i quali sdegnando l'as- 
soluto predominio della materia bruta , l'accettano dopo averla deificata. 

L'ampiezza del sapere , la potenza sintetica dell' intelletto , non pago 
di studiare pazientemente i fenomeni singoli, ma voglioso di dedurne 



164 FRANCESCO PUCCINOTTI 

leggi generali , l'abito della disputa filosofica , meglio che alla pratica 
della medicina, portavano il Puccinotti all'insegnamento pubblico. Egli 
sentì questa sua vocazione , e quando gli parve di essere bastantemente 
fornito di dottrina, e di avere acquistato con le opere divulgate sufiì- 
ciente autorità, accettò la cattedra di Patologia e di Medicina legale 
neir Università di ^Macerata. Frutto di questo insegnamento furono la 
Patologia induttiva ed il Trattato dì Medicina Legale. Lasciando ai 
Medici il giudizio della prima di queste opere, dirò sulla seconda die 
di queir importantissimo argomento eravamo rimasti in Italia al libro 
dello Zacchia , il quale , in barbaro latino , aveva raccolto quanto sapevasi 
ai suoi tempi ; ed il Puccinotti fu il primo a sfrondare di tutte le inu- 
tilità scolastiche questo ramo della medicina pubblica , che tanto pre- 
me alla giustizia penale , dandole ordine e forma scientifica. 

Da cinque anni durava in questo insegnamento , quando l' insurrezione 
delle Romagne , allargatasi nelle ^Marche , lo travolse nelle persecuzioni 
politiche. Accettato il mandato di rappresentante all'Assemblea di Bolo- 
gna, sebbene le armi austriache, soffocato il moto in sul nascere , aves- 
sero impedito all'Assemblea ogni deliberazione , pure bastò per il Pucci- 
notti d'essersi mostrato inchinevole a quelle novità , per essere desti- 
tuito. E poiché le sventure non vengono mai sole , perdette in quel 
tempo la consorte amatissima , Rosalia Franclini di Sant'Arcangelo, e due 
figliolette , che erano , come dice egli stesso , due angioli di grazia e di 
bellezza ; onde è che oppresso dai nemici e dalla miseria , si ritrasse 
sconsolato ed infermo a Bologna. Qui voleva dare pubbliche lezioni di 
Filosofia medica , ma gli fu negato il permesso ; ed accomodatosi a fare 
un corso privato sulle Malattie nervose , o dasse ombra il concorso dei 
giovani , o si temesse che il Professore parlasse d'altro ciie di malattie , 
fatto è che il Governo Pontificio non solo gli interdisse anche l' insegna- 
mento privato ma gli intimò l'esilio. Quando si pensa quali uomini allora 
si imprigionassero e si bandissero da Governi ciechi e aborrenti da 
ogni rifórma civile , non reca stupore la sorte a cui più tardi soggia- 
cquero. Abbattuto ed affranto da tanta contrarietà di fortuna, riparò a 
Firenze , ove trovò consolazione e riposo nella generosa ospitalità che 
gli offerse il marchese Pompeo Azzolino. 

Ritrovata con la calma dello spirito l'alacrità della mente , riprese 
gli studi interrotti e pubblicò dotti lavori d'argomento medico dei quali 



FRANCESCO PUCCINOTTI 165 

mi taccio. Rammenterò soltanto la versione di Areteo di Cappadocia , il 
pili illustre fra gli antichi seguaci della Scuola d' Ippocrate , perchè ha 
un' importanza letteraria che merita di essere rilevata. Sebbene il Puc- 
cinotti il quale sapeva di greco molto piii di quello che vorrebbe far 
credere , protestasse di non avere avuto in quella versione alcuna pìr- 
tenzione letteraria, pure sentiva troppo anche le bellezze del suo au- 
tore per trascurare di farsene interprete fedele ed accurato. Areteo 
intatti non è soltanto osservatore preciso e sottile , ma ben anche 
scrittore efficacissimo. Le sue descrizioni delle forme apparenti dei 
morbi , sono insieme opera di scienza e d'arte ; di quell'arte antica 
che in pochi tratti scolpisce e dipinge , e dinanzi alla quale la dilavata 
verbosità dei moderni deve impallidire di vergogna. La versione italiana 
del Puccinotti, assai meglio di quella latina di Paolo Giunio Crasso , 
mantiene questo carattere ; e anche i non medici posson leggere con 
molto diletto le vive pitture dei segni esteriori delle infermità descritte 
dal Cappadoce, dalle quali l'umanità dopo tanti secoli è afflitta ancora , 
in onta alla scienza ambiziosa di eliminare il dolore e la morte. 

In questi anni attese pure ad una Storia della Filosofia italiana nel 
secolo di Dante Alighieri , per la intelligenza dei concetti filosofici della 
Divina Commedia. Di questo lavoro , sconosciuto ai biografi del Puccinotti, 
debbo la notizia alla cortesia del Marchese Azzolino , il quale mi diede 
facoltà di esaminarne il Manoscritto che egli gelosamente conserva. È lo 
scheletro di una grande opera , divisa in quattro libri , che abbracciano 
la sapienza naturale , filosofica , civile e religiosa del Secolo XIV. Alcune 
parti sono appena disegnate , ma occorrono spesso concetti originali e 
notabili ravvicinamenti d' idee. Specialmente sulle condizioni religiose 
dell' Italia ai tempi di Dante , s' incontra una libertà di giudizi che con- 
trasta col riserbo usato poi dall'Autore in questa materia. 

La riputazione scientifica del Puccinotti s'era di molto accresciuta 
in Toscana , la quale in quel tempo era terra ospitale agli ingegni 
proscritti dagli altri Stati d' Italia ; e la pubblica opinione lo designò 
all'insegnamento universitario, che era stato sempre il sommo dei 
suoi desideri. Venne infatti nominato Professore della Università di Pisa 
nel 1838, ove insegnò da prima la Medicina legale e l'Igiene, e dove 
più tardi fu assunto alla Clinica medica , che lasciò dopo quattro anni 
per la Storia della Medicina. Le accoglienze festive e riverenti che egli 



160 FRANCESCO PUCCINOTTI 

ricevette dalla gioventù studiosa quando salì la cattedra , e che a me 
ricordano i tempi più lieti della vita , furono omaggio allo scienziato 
ed al patriotta ; né egli dissimulò la compiacenza di contrapporre quelle 
acclamazioni di entusiasmo alle persecuzioni di un Governo fanatico ed 
alle contumelie dei suoi nemici. Così la Toscana fu contenta di vedere 
preposti all' insegnamento medico a Firenze ed a Pisa , i due sommi 
che per diverse vie avevano cooperato alla riforma della Medicina Ita- 
liana, il Bufa'.ini ed il Puccinotti ; e ne sperò bene per quella Scuola 
medica che era stata sempre devota alla filosofia di Galileo, e s'era 
mantenuta immune dai traviamenti dei sistematici. Né la speranza andò 
perduta. 

Il Puccinotti nell' insegnare , era espositore facile ed elegante della 
dottrina , controversista logico ed arguto , e ravvivava sempre il 
discorso scientifico di erudizieni storiche e letterarie , e di considera- 
zioni morali. Queste qualità non comuni ai Professori , almeno in quel 
tempo , chiamavano alle sue Lezioni di Medicina legale la gioventù 
delle diverse facoltà, e ciascuno prendeva la parte confaciente ai 
suoi studi , mentre tutti vantaggiavano delle idee generali e del me- 
todo filosofico di queir insegnamento. Il concetto di sapere e di rettitu- 
dine in cui l'uomo era tenuto, aggiungeva autorità al Professore; ed 
a questo riguardo le sue lezioni come quelle del suo collega Federigo 
Del Rosso , erano eminentemente educative. Ed egli godeva di quel fa- 
vore non accattato con declamazioni estranee alle materie insegnate , 
miserabile artifizio di Maestri inetti e volgari venuto in uso più tardi . 
e sentiva raddoppiarsi le forze al contatto della gioventù studiosa , nella 
quale vedeva le speranze della patria. 

A Pisa , oltre l' insegnamento cattedratico , riprese il Puccinotti il 
tema prediletto delle malattie nervose , avido di rischiarare l'oscurità 
che ravvolge ancora questa forma misteriosa delle sofferenze umane , 
la quale forse meglio di ogni altra infermità , mostra i reciproci influssi 
dei due principii che governano la vita , l'organismo corporeo e l'ani- 
ma che lo compenetra. Alle lezioni sui mali nervosi, tenne dietro una 
dotta monografia sulle Risaie, argomento importantissimo di medicina 
civile , diretto a risolvere una questione sempre ardente tra l' interesse 
privato e l' igiene pubblica. Il Puccinotti in quel libro fu molto severo 
nell'applicazione dei principii scientifici dell' Igiene . o gli economisti 



I-liANCKSCO l'UCClNOTTl 167 

sempre parziali per una cultura che dà, tanto ricchi profitti, combat- 
terono le sue conclusioni ; le quali peraltro furono adottate dalla Legge 
Toscana del 1853. E se più tardi la Legge italica volle consentire mag- 
giori larghezze , una dura esperienza ogni giorno ammonisce le Auto- 
rità provinciali a restringere quel freno che il Legislatore volle posto 
nelle loro mani. 

Ma il lavoro a cui consacrò gli ultimi venti anni della sua operosa 
esistenza fu la Storia della Medicina, opera di lunga lena, che finì di 
vedere la luce poco innanzi la morte del suo autore. Era questo un 
argomento secondo il suo genio ; come quello che gli consentiva di ag- 
gruppare fatti e trarne conclusioni generali , ciò che è fine di ogni 
filosofica speculazione. Vi sono scienze nelle quali la parte dogmatica 
e dottrinale è _ così poca , che la storia loro forma gran parte della 
scienza medesima ; e la medicina dubito che sia tra queste. Da ciò 
l'importanza della sua storia, della quale già avevamo avuto in Italia 
un primo e bell'esempio , nell'Opera del napoletano De Renzi. Ma l' in- 
tendimento del Puccinotti era assai diverso da quello dei suoi prede- 
cessori ; egli non intendeva di rifare un lavoro meramente erudito sulle 
vicende della medicina presso i popoli antichi e moderni, ma piuttosto 
di riassumere le dottrine, ridurle a certi tipi caratteristici, e fare 
scaturire la storia della scienza , dallo svolgimento progressivo dei cri- 
terii direttivi , adoperati dai suoi cultori. Perciò egli , trascurato l'or- 
dine cronologico , che è fondamentale nelle storie erudite , e rigettata 
la partizione per sistemi, che non ha valore scientifico, divise la sua 
storia in tre epoche : la prima del predominio illimitato della natura 
sull'arte, la seconda del predominio dell'arte sulla natura; la terza 
della riconciliazione fra le leggi della natura e i poteri dell'arte. Que- 
sto concetto per quanto da chi non ne ha vista l'applicazione studiando 
l'opera del Puccinotti , possa esser tacciato di sistematico , rivela per- 
altro nell'autore una facoltà di sintesi meravigliosa , ed una mente 
filosofica ed ordinatrice. Né si creda che movendo da così alto , egli 
si perda nelle nuvole , perchè anzi tutto questo grandioso edifizio ha 
le sue basi nei fatti già noti ed accertati , e quando occorre anche in 
nuove ed originali ricerche erudite. Posso citare a questo proposito i 
documenti scoperti, e per la prima volta pubblicati, sopra Taddeo e Dino 
Del Garbo , duo medici fiorentini flel Secolo XIV ; gli studi accurati so- 



168 FRANCESCO PUCCINOTTI 

pra Boezio e Marsilio Ficino, e sugli antichi Statuti dei Comuni in ciò 
che concerne l'igiene pubblica, che hanno importanza di vere mono- 
grafie. 

Qualunque storia, sia pur quella della Medicina, oltre i giudizi scien- 
tifici , implica una serie di giudizi morali , dei quali può sempre met- 
tersi in dubbio l'esattezza. E contradittori ebbe pure il Puccinotti per certi 
giudizi espressi nella sua storia, specialmente nella parte medievale e 
nella moderna; la quale ultima bisogna pur dire che anche per il va- 
lore scientifico , non regge al confronto delle precedenti. Non è questo 
il luogo né il tempo di esaminare il merito di tali censure; ma fer- 
mandomi soltanto a quelle che rimproverano al Puccinotti una sover- 
chia tenerezza per il monachismo e per il clero, dirò francamente che 
mentre egli ha ragione nel combattere lo Sprengel , il quale deride la 
medicina e la scienza ieratica, trascende poi quando vuole esagerarne 
r importanza , ed accusando il mondo moderno d'ogni nefandigia e di 
ogni empietà, cangia la storia in polemica rabbiosa ed mgiusta. 

Nel 1860 la cattedra di Storia della medicina fu trasferita dall'Uni- 
versità di Pisa neir Istituto fiorentino degli Studi superiori allora costi- 
tuito, ed il Puccinotti congedatosi in modo solenne ed affettuoso dai 
Colleghi e dagli Scolari, venne a Firenze, ove riprese il corso delle 
Lezioni. Ma durò poco, tra per la salute malferma, tra per l'animo 
agitato dai mutamenti repentini accaduti in Italia, e chiese ed ottenne 
il suo riposo. E qui mi pare che sorga spontanea una domanda. Come 
mai il Puccinotti che fino dalla giovinezza, deplorando la nullità poli- 
tica della sua patria, aveva augurato più liete sorti all'Italia, quando 
il lungo desiderio parve sodisfatto, se ne mostrò sdegnoso? Forse i suoi 
alletti erano mutati, il suo virile animo affralito? Nulla di questo: il 
Puccinotti al pari di molti nostri pensatori, promovendo il risor- 
gimento d'Italia, avevano prestabilita nel loro pensiero la forma in 
cui si sarebbe dovuto compiere. Quando sconquassato il vecchio edi- 
fizio, gli eventi fecero andare le cose per vie diverse, anzi contrarie 
a quelle da loro designate, essi non seppero più né favorire il moto 
nò farsene aperti ed arditi oppositori ; si chiusero in sé stessi , esalando 
le proprie malinconie in rimpianti inutili di un passato che nor^- ama- 
vano quando era presente , in funesti presagi d' un avvenire che nulla 
avean fatto per iscongiurare. Questo non prova altro se non che essi 



FRANCESCO PUCCINOTTI 160 

non erano uomini politici ; perchè la politica non vive nell' idealo , ma 
unicamente nel possibile. A tali ragioni comuni a molti italiani i 
quali dopo aver promosso i moti del 1831 e del 48, rimasero freddi o 
avversi a quelli del 59, si aggiungeva per il Puccinotti un sentimento 
rispettabile di riconoscenza verso il Principe che Io avea accolto nel- 
l'esilio e chiamato all'insegnamento, ed il sentimento religioso più ri- 
spettabile ancora. E che? Quando si vede gente che dell'empietà fa 
traffico e sgabello per salire in alto , chi oserà deridere la fede disinte- 
ressata che conduce alla noncuranza ed alla miseria ? 

A Siena ove soleva condursi ogni anno per refrigerio dei calori esti- 
vi, si ammalò il Puccinotti nell'estate del 72, né a quella infermità 
senile seppe l'arte trovare riparo. Trasportato con grandi precauzioni 
a Firenze a mezzo settembre , andò sempre ogni dì più declinando , e 
visse poco meno di un mese. È doloroso a dire, ma le condizioni eco- 
nomiche di quest'uomo illustre nell'ultimo periodo della sua vita, erano 
-piuttosto vicine alla povertà che alla più modesta agiatezza. Disinteres- 
sato com'era , né dalle sue opere , né dall'esercizio della medicina , avea 
saputo trarre lucri di qualche conto ; e cresciutagli nuova famiglia dopo 
lo sperpero della prima, lo colse la vecchiezza col solo aiuto d'una 
modesta pensione , e di pochi altri personali assegni. 

Narro questi particolari perchè mi pare che tornino ad onore del 
nostro Collega e della Scienza italiana; come ad onore grandissimo dei 
Municipi di Siena e di Firenze tornarono i generosi e spontanei provve- 
dimenti , coi quali nobilmente si prolèrsero di soccorrere ai suoi bisogni , 
assicui'andogli cure pietose e conforti d'ogni maniera , finché gli durò quella 
travagliata esistenza. Morto , ebbe onori funebri a spese pubbliche in 
Firenze, solennissimi in Urbino; ed avrà sepolcro in Santa Croce: e lo 
meritò per l'altezza della mente, la fama delle opere, la dignità del 
carattere, la integrità della vita. In lui le qualità morali erano pari 
air ingegno , anzi davano a questo forza e risalto , come legatura di 
gemma in prezioso monile. ISè sempre avviene che sulla tomba d' un 
uomo illustre possa scriversi con verità : egli fu ancora uomo virtuoso. 



170 



OXUSli;i>I*E BIAIVCHETTI. 

Gli ultimi giorni del 72 ci vennero contristati dalla morte di Giu- 
seppe Bianchetti , che era Accademico coriispondente Ano dal Febbraio 
del 1867. Nel dire di lui, mi aiuterò con quello che mi è rimasto nella 
memoria delle relazioni personali che ci ebbi in Firenze nel 1849, e 
con quello che si può ritrarre dai suoi libri ; riferendomi per le date 
e per gii altri fatti della sua vita , alla biografia che ne scrisse , lui 
vivente , Vincenzo De Castro. 

Nacque il Bianchetti in Onigo , piccola terra del Trevigiano , negli 
ultimi anni del secolo passato. I suoi studi giovanili furono diretti alla 
giurisprudenza ; ed alla Università di Padova ne conseguì la laurea dot- 
torale. Si diede quindi all'esercizio del Fòro , e in breve tempo acquistò 
nome di ottimo avvocato. A 22 anni scrisse un discorso sui vantaggi 
della pubblicità nelle criminali p^'ocedure , che la censura d'allora non 
concesse di stampare , e che rifatto dall'autore , venne in luce più tardi 
nell'Antologia di Firenze col pseudonimo di Patrofilo. Più che arido la- 
voro giurisprudenziale , era questo discorso difesa generosa di una delle 
più capitali riforme del secolo, fatta da un giovane ardente, allorché 
con la ruina del Regno italico , questa ed altre conquiste della civiltà 
si vedevano pericolare. Ma quando col trattato di Vienna , il dominio 
austriaco si aggravò sulle province Venete , o fosse dispetto della stra- 
niera signoria , o amore prepotente degli studi letterari dai quali non 
aveva mai staccato il pensiero , fatto è che lasciò i lucri d" una pro- 
fessione bene avviata , accettando con lieto animo l'onorata povertà delle 
lettere. Né altro che pover'tà potevano allora dare le lettere in Italia 
ai loro cultori , se questi volevano serbare la indipendenza dello scri- 
vere e la dignità della vita. 

Il Bianchetti aveva fatta la sua educazione intellettuale sugli scrit- 
tori francesi del Secolo XVIII ; e non ò perciò da meravigliare se il primo 
libro letterario del nostro Trevigiano fosse ispirato da quella scuola. In- 
fatti la sua Giulia Francar di arieggia alla Nouvelle Eloyse di Rousseau , 
sebbene il fine ne sia essenzialmente diverso. E per Gian Giacomo , per 
quel credente selvaggio posto in mezzo ad una società raffinata di scct- 



rrlUSKPPfì BIANCHETTI 171 

tici eleganti , ebbe sempre \ eiiei-azioiie siiii^olare. Quandcj maturo tl'an- 
ni , racconta la visita fatta all' Hermltage , aggiunge che volle sedersi 
al tavolino ove Rousseau aveva scritto quelle pagine infocate che tante 
volte lo avevano commosso , ed esclama con ingenuità infantile : - Oh , 
avessi io un'amante! -Del resto la Giulia Francardi è una specie di 
romanzo psicologico , che dipinge una passione sul genere di quella di 
Iacopo Ortis. Nel protagonista l'autore rappresenta se stesso , con gli 
impeti della sua natura, con le lotte della sua gioventù tempestosa. 
11 libro ebbe lettori come tutti i libri scritti a garbo, i quali indagano 
i misteri del cuore umano ed eccitano gli affetti. Se ne Ibcero più edi- 
zioni, e fu ristampato anche ultimamente a Firenze nel 1856. 

Quel primo successo non lo invanì , né gli fece perdere di mira il 
nobile intento che si era proposto , di cooperare efficacemente col mi- 
nistero delle lettere , al miglioramento morale e civile degli Italiani. E a 
farsi degno di questo alto apostolato , cominciò dal migliorare se stesso, 
e con studi indefessi aiutati da solitaria meditazione, si apparecchiò a 
svolgere quelle verità che credeva utili ai suoi connazionali. 

Correvano allora tempi dei quali oggi , in tanta licenza di parole e 
di atti , a mala pena può farsi un' idea- chi non ci ha vissuto. I governi 
paurosi avevano in sospetto gli scrittori , e li tenevano a guinzaglio 
colla censura ; e gli scrittori per contro usavano ogni artifizio perchè 
il lettore divinasse le intenzioni , e capisse anche quello che non era 
scritto. Misera condizione , da cui venne l'abito fra noi di non chia- 
mare quasi mai le cose col loro nome , e quel parlare a nuora perchè 
suocera intenda , che fece del linguaggio letterario quasi un gergo 
di iniziati ! ]Ma la dura necessità non consentiva altrimenti ; e in mezzo 
a queste pressure ed a questi avvolgimenti , sorse e si fece forte una 
scuola di letteratura civile , la quale insegnò agli italiani ad amare la 
patria ed a sacrificarsi per lei. Il Bianclietti apparteneva a questa 
scuola , e ripeteva sogghignando la sentenza di Mirabeau , 1' eloquenza 
è l'arte di dir tutto senza esser mandati alla Bastiglia. 

Ad assicurarsi lettori, sempre poco numerosi in Italia ai libri di 
qualche mole, pensò che il campo migliore erano le Riviste letterarie. 
I primi suoi scritti comparvero infatti nel Giornale svile scienze e 
lettere delle Province Venete fondato dall'abate Menico nel 1821. Più 
tai'di collal)orò al Poligrafo di Yeroìia edito dal Conte Girolamo Orti 



172 CtIUSeppe bianchetti 

Manara. Questi giornali avevano lo stesso indirizzo dell'Antologia di 
Tirenze , ed intendevano non solo a dar notizia dei libri nuovi , ma ben 
anche a dirigere a buon fine gì' ingegni. Quale e quanta opera prestasse 
successivamente dal 1821 al 35 il Bianchetti a quelle due Riviste, lo 
dimostra il quinto volume delle sue opere , in cui furono raccolti i 
suoi scritti di critica letteraria e di estetica. 

Ma la polemica non che esaurire il suo ingegno sembrava anzi ag- 
giungergli forza. Nel 1836 mise in luce i nove discorsi sullo Scrittore 
italiano; opera pensata, nella quale esponendo gli studi, e le virtù di 
mente e di cuore, necessarie a cliiunque voglia assumere l'alto ufficio 
di scrittore , mentre con efficace parola rappresenta forse un' idealità 
difficile a realizzarsi , per chi lo conobbe , sembra che riproduca l' ima- 
gine di se stesso. Rare volte i precetti d'un libro ebbero più esatta 
rispondenza cogli esempi del suo autore ; il quale non da altro che 
dalla sua vita austera e studiosa , trasse autorità per dare consigli 
savissimi alla gioventù che attende alli studi letteraria I quali consigli 
se vi fu tempo in cui fossero opportuni , sarebbe veramente il nostro ; 
perchè non mai come oggi si vide il campo delle lettere invaso dal- 
l' ignoranza e dalla presunzione imberbe e barbuta. Scuolari respinti 
dagli esami, uomini maturi senza arte né parte, dall'oggi al domani 
escon fuori scrittori , pubblicisti e letterati , scrivendo con più arro- 
ganza di ciò che meno sanno , e supplendo coli' impudenza al sapere 
ed alla virtù. 

Di questa mala generazione di vermi parasiti della letteratura, ebbe 
occasione di parlare il Bianchetti nei quattro libri Degli uomini di 
LETTERE che stampò nel 39. In quest'opera, movendo sempre dal- 
l'alto concetto che egli aveva delle lettere , distingue tre diverse ma- 
niere del loro esercizio: la missione, la professione ed il mestiere. 
E mentre dimostra che il fine razionale assegnato alle lettere presso le 
nazioni civili , non si raggiunge se non da quelli scrittori che hanno 
la coscienza della loro missione , mette in evidenza ciò che sia da aspet- 
tarsi dai mestieranti della letteratura , quando non si tengano nei limiti 
del compilare e del tradurre , ma si arroghino autorità di critici . fa- 
cendosi distributori mercenari del biasimo e della lode. 

Vero è che l' uomo di lettere quale ei lo vorrebbe , non trova posto 
nella società odierna, la quale considera la letteratura non come una 



GIUSEPPE B1ANX"IIETTI l?.") 

cosa che abbia valore in sé , ma piuttosto in quanto costituisce la for- 
ma universale del sapere. Ond' è che quando il Bianchetti vuole che 
l'esercizio delle lettere sia esclusivo di ogni altra professione od ufficio, 
sembra che miri piuttosto al Letterato come s'intendeva nel secolo 
scorso , tipo originale che si può dire quasi perduto ai nostri giorni. 
Oggi le lettere si accompagnano all' insegnamento o alla pratica di 
qualche professione liberale; ma il letterato al modo antico non esiste 
più ; ed anzi sarei per dire che il Bianclietti sia stato uno dogli ultimi 
letterati nello stretto senso della parola , che 1" Italia abbia avuto. 

Come il libro degli uomini di lettere si innestava a quello dello 
Scrittore italiano , così il Saggio sui lettori e sui parlatori stampato 
nel 1858, si può dire una conseguenza di entrambi, in quanto lo scri- 
vere ed il leggere hanno tra loro molta reciprocanza di cause e di 
effetti. In quest'opera il Bianchetti mise in campo molte questioni sot- 
tili e curiose ; e seppe risolverle con considerazioni argute e con raf- 
fronti ingegnosi sopra i diversi costumi dei popoli. Nel saggio sui par- 
latori , mentre propone una storia della conversazione in Italia , che 
ove fosse possibile , sarebbe argomento nuovo e per molti rispetti im- 
portante, spiega ancora le sue opinioni sulla lingua. Le quali non 
discostandosi molto da quelle del Monti e del Perticari , non occorro 
che siano qui dichiarate. Accennerò soltanto, come egli non avesse un 
concetto preciso della lingua che si parla in Toscana; giacché non 
saprei come intendere il rimprovero che fa a noi toscani , di non par- 
lare nella conversazione la lingua italiana, ma il dialetto (pag. 189). 

Queste sono le principali opere di argomento letterario del Bian- 
chetti , che a dire di tutti gli altri suoi scritti raccolti in nove grossi 
volumi , e delle memorie lette all' Istituto Veneto e all'Ateneo di Tre- 
viso , sarebbe discorso interminabile. Non posso però tacere che meri- 
tano di essere rammentati i suoi scritti filosofici , tra i quali tiene 
luogo eminente il saggio sul processo del 'pensiero verso Vunità della 
scienza. 

Se in filosofia egli non ha una propria dottrina, è però da lodare 
d'essersi di buon'ora spastoiato dai miseri sofismi dei sensisti , elevando 
la mente a più alte contemplazioni. Egli educato alla scuola del se- 
colo XVIII , comprese Platone e gli altri antichi ; e guidato da un savio 
eclettismo, seppe riuscire ad una dottrina la quale appaga del pari 



174 GIUSEPPE BIANCHETTI 

la logica della ragione, gli istinti della coscienza ed i sentimenti del 
cuore. 

Ripigliando il filo della sua vita , mi resta a dire come il Bianchetti 
salutasse con gioia il risvegliarsi degli spiriti nazionali nel 1848, e fosse 
tra quelli che avevano allora un concetto chiaro e preciso della direzione 
politica da darsi al movimenio. A lui sembrava che l'Italia liberata dagli 
Austriaci, non potesse far di meglio che unirsi a crescer forza a quel 
Re che in suo servigio poneva uno Stato ben ordinato ed un esercito 
agguerrito. Il grido di Repubblica veneta pareva a lui che contra- 
stasse al grido di Italia, che solo voleva dire una nazione, una patria; 
e non sapeva capacitarsi come Veneti e Lombardi congiunti sotto la 
dominazione straniera . appena liberati , s'avessero a disgiungere , ed 
operare cia.-cuno per proprio conto , con governi diversi , e confini e 
divisioni come prima. Ma questi concetti erano allora poco capiti , e 
perciò il Bianchetti dovè andare contro corrente e ne fu sopraffatto. 
Eletto deputato di Treviso alla Consulta veneta , fu minacciato dal fu- 
rore popolare ed ebbe a rifugiarsi ad Onigo , crudelmente ferito nella 
sua fede di patriotta e nella sua coscienza di amico provato di libertà. 

Intanto ^li Austriaci superate a Vicenza le milizie accogliticce che 
erano venute d'oltre Pò , tornavano vincitori . ed il Bianchetti dovè 
prendere la via dolorosa dell'esilio il 14 giugno del 48, che fu la vi- 
gilia del giorno in cui gli Imperiali occuparono Treviso. Questo doloroso 
pellegrinaggio durò quasi un anno. Egli stette vagando tra Genova , 
Torino e Firenze ; e fu allora che io conobbi questo onorato vecchio , 
aifranto più che dagli anni , dalle sventure della patria , ma sempre 
alacre col pensiero e impetuoso negli affetti. Quando seppe peraltro 
che la sua Venezia si apparecchiava all' ultime difese , volle ad ogni 
costo tornarvi , e imbarcatosi a Ravenna , andò a partecipare coi suoi 
concittadini alla guerra , alla fame e al cholèra. 

Caduta Venezia , egli si ritrasse ad Onigo , e rigettate le offerte di 
una Cattedra a Padova , tornò coraggiosamente ai suoi studi ed alla 
t-ua poveri à. Negli anni che corsero dal 49 al 66, corresse ed ordinò 
alcuni dei suoi scritti più notabili , e lesse importanti memorie all' Isti- 
tuto veneto. Tra (lueste , delibo rammentare quelle relative a Francesco 
Lomonaco ; il quale scampato a Napoli pei- un felice errore di nome , 
alla carneficina del 1799, andò a Milano neirSOO , e iiominato Profèssoi'e 



(ursKppi': p,iAN"(ir,:TTi 175 

nel Collegio militare a Pavia , si uccise poi miseramente gettandosi nel 
Navigliaccio. Il Lomonaco era uomo di varia dottrina , ma ingegno fan- 
tastico e malinconico , scrisse dei suoi tempi le stesse querimonie che 
ora si scrivono dei nostri , declamò con furore sugli stessi argomenti , 
che anche oggi sono messi in campo da coloro ai quali pare nulla an- 
che questo regno d'Italia a gran fatica ricomposto. Il Bianchetti s'era 
preso di grande amore per questo infelice ; la vita fortunosa , l'energia 
del sentimento che mostra nei suoi scritti , un amore non corrisposto 
di cui trovò traccia nelle sue lettere , la tragica line , destarono la sua 
ammirazione. Ne illustrò la vita , ne raccolse gli scritti anche dubbi , 
con cure indefesse ed affetto generoso. Ma se potè rinfrescare la me- 
moria del Lomonaco , non riuscì a farne rivivere la fama ; e se il di 
lui nome non anderà sconosciuto ai posteri , sarà piuttosto in grazia 
di un sonetto di Alessandro Manzoni che tutti conoscono. 

La liberazione di Venezia venne troppo tardi , perchè il Bianchetti 
potesse partecipare alla vita politica del nuovo Regno d' Italia integrato 
da quella nobile provincia. Sebbene avesse nomina di Senatore , non potè 
mai occupare il suo seggio , accasciato com'era dalla vecchiezza e dalle 
infermità. Finì tranquillamente i suoi giorni ad Oiiigo , compianto da 
quanti tengono in pregio il sapere e la virtù. 

Il Bianchetti fu di natura austera , di costumi semplici , di perse- 
veranza meravigliosa negli studi. Si sarebbe detto uno Stoico antico , 
tanto egli disprezzava tutte le vanità, e si mostrava inflessibile nelle 
sue convinzioni. Le stesse sue opere hanno la forma espositiva dei 
moralisti antichi , e si sente subito che il valor morale dello scrittore 
supera il pregio letterario del libro. Ebbe amici i più illustri dell'età 
sua , coi quali tenne carteggio ; né le sue lettere scompariscono accanto 
a (luelle del Giordani e del Leopardi. Alcune ve ne ha di stampate che 
descrivono le cose vedute nei suoi viaggi in Francia , in Grecia ed in 
Svizzera, che posson leggei'si con diletto e con frutto. Letterato all'an- 
tica , aveva certe singolarità nella vita , che in altri sarebbero parse 
ostentazioni ; in lui si scusavano. 

Studioso della forma anche negli scritti ordinari . dava importanza 
ad ogni minima cosa che gli uscisse dalla penna, e la stimava degna 
del pubblico. Fra le lettere che pubblicò nel 1870, intitolate « R mio 
esilio », non poche parlano soltanto d'una valigia che gli fu involata 



170 GIUSEPPE BIANCHETTI 

nel viaggio da Bologna a Ravenna nel 49 : cosa grave e incresciosa per 
lui , ma sicuramente non tale che se ne occupi l' Italia venti anni dopo. 
Ma in quale vita umana non si riscontrano queste debolezze che i La- 
tini cliiamavano vestigia liominis ? Il Bianchetti peraltro , anche lacendo 
getto di molte opericciole che non gli sopravviveranno , avrà nome ono- 
rato nella storia delle lettere , perchè i suoi scritti , oltre all'eleganza 
ed alla venustà del dettato , sono informati a principii di alta moralità 
e prendono colore da affetti nobilissimi. Ove poi si riguardino gli 
intendimenti civili che egli si propose come scrittore italiano , non è 
dubbio che merita di essere annoverato fra i più efficaci e costanti propu- 
gnatori della libertà e della indipendenza della patria. 



GIUSEPPE BINI. 

L'anno 1873 non meno funesto a noi di quello clie lo precesse, si 
apri con la morte del Canonico Giuseppe Bini , il quale era stato eletto 
dei Residenti nel giugno del 1856, e ci mancò d'improvviso qui in Fi- 
renze , ai 12 di Gennaio. Se io dovessi obbedire al cuore , farei lungo 
discorso sopra quest' uomo egregio , tanta era l' amicizia che a lui mi 
legava ; ma so bene che questa non è occasione per dare sfogo ad af- 
fetti privati ; però le mie parole saranno modeste come fu modesta la 
sua vita. 

Egli sorti i natali nella Parrocchia di Candeli , che sta a cavaliere 
dei poggi ameni i quali chiudono dal lato orientale la Valle dell'Arno , 
sopra Firenze. I suoi genitori, onesta gente di villa, secondarono il 
desiderio del figliuolo di farsi prete, e lo inviarono in città per atten- 
dere agli studi letterari nelle Scuole dei Cherici di San Lorenzo ; dalle 
quali passò alle Calasanziane di San Giovannino , ove apprese la Filo- 
sofia e le Matematiche. AI tempo stesso attendeva allo studio del greco, 
frequentando le lezioni del canonico Francesco Boni , il lodato tradut- 
tore di Tucidide; il quale lo prese a ben volere, e gli fece ottenere 
più tardi una prebenda nel Capitolo della Basilica Laurenziana; colle- 
gio che fu sempre ricco di eletti ingegni , singolarmente nelle lettere 
e nella buona erudizione. 



GIUSEPPE li INI 177 

Avere un canonicato è passato in proverbio per dire di chi non 
ha da far nulla ; ma cosi non la intendeva il Bini ; il quale ftittosi prete 
per vocazione sincera , avrebbe voluto esercitare tutte le funzioni del 
suo ministero. La salute peraltro , per debolezza congenita , non gli reg- 
geva; ed egli che pur voleva adoperarsi al bene altrui, pur pensando 
che sia ufficio degno di sacerdote la educazione della gioveniu, accettò di 
essere precettore presso una delle più illustri famiglie della città nostra. 
La condizione di un prete in una casa signorile è qualche volta 
assai singolare. Egli non è nò prete , né maestro ; chò dai doveri di 
prete si franca da sé , da quelli di maestro lo assolvono i capricci dei 
discepoli e le condiscendenze dei genitori ; i quali considerano il pre- 
cettore poco più che un lamiglio. Il Bini non avrebbe mai accettata 
una condizione tanto abietta , né la famiglia presso la quale si allogò 
avrebbe mai pensato d' imporgliela ; tanto essa voleva che si educasse 
sul serio , e tanto pregiava le qualità morali e l' ingegno dell'educatore 
che avea scelto. Ed egli , sebbene nato in umile condizione , sentiva 
troppo la dignità di uomo e di prete , per sacriflcarla alla vanità di 
abitare un palazzo storico e di sedere a una mensa signorile. Egli 
chiese fiducia e l'ottenne intiera; da ciò la sua autorità, e la defe- 
renza e il rispetto che ne conseguirono. 

Come avviene a tutti , il Bini insegnando agii altri , perfezionò se 
stesso , ed allargò la propria cultura. Egli non aveva ingegno inven- 
tivo , ma era una di quelle menti bene ordinate , nelle quali ogni idea 
è al suo luogo, ogni principio ha la sua deduzione, ogni latto il suo 
giudizio pensato. Specialmente sulla lingua aveva studi accuratissimi ; 
e coll'aiuto del latino e del greco, era riuscito a dare allo stile un'im- 
pronta sua propria , che sapeva di moderno e di antico , perchè senza 
perdere la spontaneità nativa , mostrava d'avere attinto anche dai 
buoni scrittori. Era pure dotto nella Teologia e nelle altre scienze 
sacre ; e quando ne scriveva , sapea vestire di forme venuste i più 
severi argomenti. In ogni lavoro , per breve e poco importante che 
fosse , usava diligenza grandissima , e non vi levava le mani , finché 
non lo avesse condotto alla maggior perfezione ; ignorando affatto il 
mestiere oggi comune di abborracciare. 

Di cuore pietoso , di animo mite , era sempre disposto a vedere 
piuttosto il bene che il male nelle cose umane, a conciliai-e piuttosto 
Ar<h , 3> Serie , Tdin. XIX. 12 



178 GIUSEPPE BINI 

che a contendere. Severo con se stesso , indulgente cogli altri , confi- 
dava più nella dolcezza che nel rigore , più nella persuasione che nel 
comando , più nella tolleranza che nello zelo fanatico. Modestissimo 
com'era, non solo rifuggiva dagli onori, ma benanche da ogni este- 
riorità che lo mettesse in vista; né c'era modo di trarlo da quel vi- 
vere oscuro che tanto amava , altro che proponendogli di adoperarsi 
in cosa da cui potesse derivare qualche bene ad altrui. 

Di questa moderazione, di questa mitezza d'animo, sentii qualche 
volta fargli rimprovero , da chi vorrebbe il Cloro inframmettente e 
versato nella vita civile. Ma il rimprovero mi pare ingiusto ; che di 
preti battaglieri ne abbiamo anche troppi ; e quanto il sentimento re- 
ligioso sia per vantaggiare da queste lotte quotidiane di sofismi e di 
contumelie , lo vedrà la generazione che ora cresce nell'odio e nel di- 
sprezzo delle cose più venerate. Il Bini andava per tutt'altra via , e i 
frutti che ne raccolse debbono averlo confortato a persistervi. 

Tenne alcuni ufiìcii pubblici da lui nò cercali né ambiti. Prima 
del 1847 fu regio Censore della stampa ; incarico delicato che egli eser- 
citò con la temperanza propria della sua natura. Nel 1856 , morto 
l'Arcangeli , assunse il segretariato dell'Ateneo Italiano , e pose ogni 
studio per render vita a quell'Accademia letteraria. Nel 18G0 fu chia- 
mato ad istruire nella religione le Alunne del R. Istituto della san- 
tissima Annunziata: e questo veramente era ufficio secondo il cuor 
suo, e vi consacrò tutto se stesso. 

Alieno dallo spirito di parte, che guasta oggi le cose più sante, e 
poco fidando in certe pratiche sterili , nelle quali molti fanno consi- 
stere tutta la religione, egli mirava a compenetrare le giovani anime 
dello spirito cristiano, perchè entrassero nella vita sicure di sé ed 
appagate del vero. La memoria di lui rimarrà in queir Istituto be- 
nedetta ed amata. 

Poche testimonianze ci restano del suo ingegno che pure sarebbe 
stato capace di cose maggiori ; si hanno di lui alcuni elogi ; un vol- 
garizzamento antico dei Proverbi di Salomone , tratto da un Codice 
Strozziano , diligenLemente annotato ; la illustrazimie della Vita di Fi- 
lippo Strozzi il vecchio , scritta da Lorenzo suo figlio; una versione 
dal greco di alcune Sentenze di San Giovan Grisostomo , e la tradu- 
zione accuratissima del Viaggio d' un Irlandese in cerca d' una lieti- 



GIUSEPPE BINI 179 

g^one di Tommaso Moore , il poeta degli amori degli Angeli convertito 
in sottile controversista. 

Nella nostra Accademia il Bini lesse l'elogio dell'Accademico Fran- 
cesco Del Furia a cui successe ; né i meriti del lodato potevano essere 
giudicati da più autorevole lodatore. 

Ai lavori del Vocabolario prestò opera assidua, dapprima come. 
Compilatore , poi come Deputato all' ultima Revisione. Numerosi spo- 
gli di scrittori e copiose note di parole e modi dell' uso , attestano del 
suo amore e della sua diligenza negli studi della lingua. Scrupoloso 
anche nell'adempimento dei doveri accademici , lo avemmo assiduo 
alle nostre tornate finché gli durò la salute. Ma la gracilità del suo 
temperamento gli aveva anticipata la vecchiezza, e noi lo vedemmo 
scomparire con rammarico , per colpo di apoplessia quando meno si 
sarebbe temuto. Per onorai'ne la memoria , i suoi Colleghi della Crusca 
residenti in Firenze assisterono alle sue esequie , e l'Accademico Tor- 
toli disse sul feretro parole d'affetto. Ad animo più riposato ne scrisse 
pure una commemorazione l'Accademico corrispondente Cavaliere Luigi 
Venturi , e con tale eleganza ed efficacia di dettato , che questa mia 
non può esserne che un pallido riflesso. 

Questo concerto di lodi ad uomo così umile , come fu il Canonico 
Giuseppe Bini ^ è veramente omaggio spontaneo reso alla virtù , e mi 
fa augurare all' Italia preti che gli somiglino. 



RAFFAELLO LAMBUXJSCHIISI. 

Il d\ 8 di marzo , ultimo al vivere mortale del nostro Arciconsolo 
Senatore Raffaello Lambruschini , fu per l'Accademia un lutto dome- 
stico. In lui noi perdemmo il nostro Capo illustre, la nazione uno 
degli uomini che più le facessero onore. Egli aveva toccato l'estre- 
mo limite concesso alla vita umana, era accasciato dagli anni nel 
corpo e nello spirito, il quale negli ultimi tempi splendeva di luce 
intermittente , ed aveva bisogno di lunghi riposi , per riacquistare un 
avanzo dell'energia dei suoi belli anni. Ma pure anche quella esistenza 
dhnezzata ci era cara , e facevamo voti perché si conservasse ; e con 



180 RAFFAELLO LAMBRUSCHIXI 

dolce violenza lo mautenevamo su questo seggio , paghi di vederlo ogni 
tanto alle nostre tornate , e di avere i suoi saggi consigli. Ed egli po- 
che volte mancava, anche quando il muoversi eragli divenuto difficile 
e penoso. Come viaggiatore che ha raggiunto la meta del suo cam- 
mino , ora egli riposa sotto gli archi del modesto Cimitero di Figline ; 
ed a quanti j)assano in mezzo a quella valle amenissima , quel cimi- 
tero rammenta il suo nome e la sua vita modestamente operosa. 

Il nostro Raffaello nacque a Genova da Luigi Lambruschini e da 
Antonietta Levrero , il 14 d'agosto del 1788; proprio alla vigilia dei 
tremendi avvenimenti che mutarono fàccia all' Europa. Seguendo le tra- 
dizioni di famiglia , di buon'ora vestì l'abito ecclesiastico , e per fare gli 
studi convenienti ad uomo di Chiesa , fu inviato a Roma , ove erano 
due suoi zii paterni , ambedue molto innanzi nelli ufficii prelatizi. Stu- 
diò sotto la disciplina dei Gesuiti , prima a Roma , poi ad Orvieto , 
della quale città uno degli zii era divenuto Vescovo. 

S'era ordinato prete, quando scoppiò nel 1809 la tempesta napoleonica 
che seco travolse Pio VII; e come il Vescovo di Orvieto venne con molti 
altri Prelati bandito in Corsica , egli seguì lo zio nell'esilio , per affetto 
che aveva a lui , e anche per sdegno di quelle violenze del conquistatore 
fortunato , contro le quali gli pareva generoso di protestare. Tornò a 
Roma coi trionfi del Pontificato; ma, gli entusiasmi popolari e le de- 
ferenze diplomatiche non lo sedussero; e visto l'avviamento che pren- 
deva quella restaurazione religiosa e politica , abbandonò mal sodisfatto 
una via , nella quale le sue giovanili ambizioni ed il suo interesse , 
avrebbe presto o tardi trovato da sodisfarsi. Il nome , l' ingegno e le 
parentele lo avrebbero di sicuro condotto alle più alte dignità della 
Curia ecclesiastica ; ed egli rinunziò a tutto per serbare la sua indi- 
pendenza. Fu atto onorevole e meritorio , e vedremo che non lù il solo 
della sua vita. 

Intanto il padre del Lambruschini aveva preso stanza in Toscana . 
comprando in Val d'Arno, presso Figline, una vesta tenuta che era 
già dei Salviati. Raffaello raggiunse la famiglia in Toscana , e prese 
stanza nella Villa di San Gerbone , la quale in antico fu dei Franzesi , 
e rammenta quel Muciatto che divise col Nogaret l' infamia dell'atto 
scellerato di Anagni. Ivi egli si diede tutto alla Agricoltura, e visse 
ignorato parecchi anni , studiando il miglioramento delle pratiche agra- 



RAFFAELI. LAMBRUSCIIINI 1>^1 

rie , senza alterare il sistema della mezzeria vigente fra noi. E come 
vedeva fin d'allora, che l'arte riesce monca quando è priva dei sus- 
sidj della scienza , così cercava di erudirsi nelle cose naturali , recan- 
dosi di frequente a Firenze , per udire le Lezioni di Botanica , e di 
Fisica che si davano al Museo. E come discepolo lo conobbero allora i 
Professori Carlo Passerini ed Ottaviano Targioni. 

Era in quei giorni a Firenze , in ogni ordine di cittadini , molto fer- 
vore di studi , e desiderio grande di seguire i progressi del secolo ; 
dacché le tradizioni dell'antica coltura , rotte dai Francesi per tutto , 
e massime in Italia, non si potevano riannestare, né la restaurazione 
del Governo granducale aveva portato seco alcun alito di vita nuova. 
Già era sorta V Antologia , ed il suo fondatore Gian Pietro Vieusseux di 
cara memoria , non contento di quel primo successo , cercava nel 1825 
di dar vita anche ad un Giornale di Agricoltura , nel quale le questioni 
di economia pubblica e di arte agraria , trattate nell'Accademia dei Geor- 
gofili , fossero divulgate in modo più popolare. Aveva già accaparrato 
cooperatori all'opera il Marchese Cosimo Ridolfi e Lapo De Ricci , e ne 
cercava qualcun altro , quando il Prof Passerini gli mise in vista il 
nostro Raffaello , che niuno conosceva né come scrittore , né come agro- 
nomo. Il Vieusseux andò a trovarlo a Figline e, dopo averlo conosciuto, 
ebbe a dire , come narra il Tommaseo , che cercando un agronomo 
aveva trovato un uomo. D'allora in poi si strinse tra i due quell'ami- 
cizia che durò costante quasi quarant'anni. 

Il Lambruschini si mostrò subito nel Giornale Agrario scrittore ele- 
gante e tutt'altro clie novizio ; ed egli prete non toscano rinnovava 
gli esempi del Landeschi, del Paoletti e del Lastri, preti toscani, ai 
quali molto deve la nostra Agricoltura. Non mi é possibile di rammen- 
tare anche sommariamente i molti scritti di argomento agrario ed 
economico, divulgati da lui nel Giornale o letti ai Georgofili che lo 
vollero dei loro nel 1831. Mi basterà di notare, come egli tenesse 
nella economia le dottrine della libertà nei commerci e nelle industrie, 
che son quelle del buon senso , e che allora prevalevano tra noi nelle 
leggi e nelle opinioni ; e come a questi principii serbasse fede saldis- 
sima finché visse , non curando schiamazzi di piazza e sofismi di scuole. 
Nelle cose agrarie parteggiava per le utili novità, ma voleva proce- 
dere con cautela, e per via di ripetute esperienze; aborrendo da quei 



182 RAFFAELLO LAMBRUSCHINI 

mutamenti repentini , i quali danno larga promessa di vantaggi rare 
volte conseguiti. Ma economista ed agronomo , subordinò sempre la 
scienza dell' utile al sentimento di umanità ; e per lui come per tutta 
la nostra scuola toscana, le ragioni morali al pari delle economiche, 
debbono aver valore nella soluzione di tutte le questioni. Così quando 
fu messa in dubbio la bontà del sistema di mezzeria nell' interesse dei 
padroni della terra , egli lo difese nell' interesse reciproco dei padroni 
e dei coltivatori , giacché in tutto il complesso degli interessi sociali 
egli vedeva tale legame di necessarie relazioni , da non poter conside- 
rare vera utilità degli uni , ciò che si compra col danno degli altri. 

Nella Storia dell'Agricoltura toscana , il nome del Lambruschini 
rimarrà congiunto principalmente agli insegnamenti per allevare e cu- 
stodire il baco da seta, che fu sempre oggetto principale delle sue 
cure. I frutti della sua lunga esperienza compendiati in un libro di 
semplice ed elegante dettato , diffusero metodi ragionati di allevamento, 
i quali sostituiti all'empirismo ed al pregiudizio , assicurarono la pro- 
duzione serica nei tempi prosperi , e minorarono i danni dei disastri 
dai quali anche questa nostra ricchezza venne colpita. Quanto agli effetti 
delle sue pratiche agrarie , i volgari che giudicano tutto alla misura 
del tornaconto , domanderanno di quanto il Lambruschini arricchisse , 
in sessantanni che fece l'agronomo. Risponderò a questi petulanti , che 
il Lambruschini non arricchì; non per vizio dei suoi metodi di cultura , 
ma perchè quando la proprietà territoriale è comprata senza danari , 
il debito se la rimangia. 

Ma la cultura dei campi e Io studio delle materie economiche, non 
potevano intieramente appagare l'animo di chi considerava i progressi 
materiali come scala al perfezionamento morale dell' uomo. Il Lambru- 
schini pensava saviamente , che i tentativi i quali allora si facevano per 
rialzare le condizioni d' Italia , sarebbero sempre tornati vani , finché 
si manteneva nei ricchi il vivere scioperato e nel popolo l'ignoranza. 
E vedendo che la fortuna delle nazioni dipende in gran parte dall' av- 
viamento che si dà alla gioventù , cosa molto curata dai popoli antichi 
e pochissimo dai moderni , pose all' Italia il problema dell'educazione , 
e si diede a studiarlo scientificamente nella Gunìa cMl'Educatoì^e , co- 
minciata nel 1836, e praticamente in un Convitto di giovani di famiglie 
agiate , che aprì nella sua Villa di San Gerbone. Compagni e coopera- 



RAFFAI-;i.LO LAMBRUSCIIINI 183 

tori alla nobile impresa ebbe Enrico Mayer , a cui la conoscenza delle 
cose straniere dava modo di far noto agli Italiani , quanto di meglio 
si era fatto e si faceva oltremonti sulla pubi)lica istruzione ; Stanislao 
Bianciardi e Pietro Thouar , il quale fu primo a scrivere per l' infan- 
zia e per l'adolescenza con la semplicità e con la grazia spontanea 
del vivo linguaggio toscano. Alla Istruzione popolare il Lambruschini 
aveva giù pensato, eccitando fino dal 1831 con parole bellissime l'isti- 
tuzione delle Sale di asilo per l' infanzia , e promovendo le Scuole di 
mutuo insegnamento. 

Narro storia che pare ormai passata da secoli , tanto ora è fatto 
volgare il tema dell'educazione e dell' istruzione popolare ; e non v' ha 
scrittorello che non ne empia giornali , o maestrucolo che non ne fac- 
cia soggetto di discorsi. Ma quarant'anni sono , erano questi i primi 
tentativi che si facevano per metter luce in questioni morali e politi- 
che , le quali scaturivano dalle viscere della Società moderna; tentativi 
allora contrastati e derisi , con poco senno e manco previdenza. 

Oggi che a conveniente distanza possiamo giudicare l'opera dei pro- 
motori di questo rinnovamento educativo , dobbiamo confessare che 
forse fissi esageravano il principio della educazione , ripromettendosene 
effetti maggiori di quelli che ragionevolmente se ne possono sperare. La 
natura si dirige ma non si forza, e tutti gli artifizi di un sistema 
non arrivano a nulla , se nel fanciullo non è forza propria che espli- 
chi r uomo , con le sue qualità native , e con la spontaneità dei suoi 
atti. Le nazioni antiche ci offrono , in questo , esempi poco imitabili. 
Gli Spartani, con disciplina austerissima , per fare il cittadino dista- 
cevano r uomo ; meglio gli Inglesi moderni che colla libertà sanno fare 
uomini cittadini. Questi dubbi furono mossi fin d'allora da una voce 
autorevole , ed amica ai progressi sociali , la quale turbò alquanto i 
sogni dorati di molti , che rincarando sulle dottrine del maestro , si 
erano quasi addormentati in una nuova Arcadia. 

Il 48 interruppe tutti questi studi , tutte queste controversie teo- 
riche ; la nazione stanca del discutere , si metteva all'opera , con riso- 
lutezza e coraggio anche maggiori delle forze. 

Il Lambruschini prestò alla causa nazionale tutto l'aiuto che era da 
sperare dal suo patriottismo illuminato. Nel giornale La Patria insie- 
me ai suoi amici Vincenzo Salvagnoli e Barone Bettino Ricasoli, tentò 



184 RAFFAELLO LAMBRUSCHINI 

di fare l'educazione politica del popolo italiano , e di prevenire gli 
errori di quell'avventatezza passionata , che poi condusse agli ultimi 
disastri. Deputato all'Assemblea, parlò sempre con senno, e votò con 
savia indipendenza ; e quando gli esaltati soverchiarono , eLbe coi m i- 
gliori , gli scherni e gì' insulti di quel volgo di scrittori e di adulatori 
plebei , che si trova sempre in ogni paese pronto a dare addosso ai 
caduti. 

Ritrattosi nella solitudine di San Cerbone , non vide l' ignobile farsa 
in cui ebber termine in Toscana i baccanali della democrazia , né s' in- 
contrò nelli Austriaci che vennero ad occupare lo Stato. Ebbe peraltro 
da quelli eventi dolore acerbissimo , che sfogava cogli amici negli intimi 
colloqui e nei frequenti carteggi. Allora cominciò per lui una vita nuo- 
va di raccoglimento e di studio. Meditando sui fatti interiori e non 
appagandosi delle spiegazioni della Filosofia moderna , tornò a stu- 
diare San Tommaso e Sant'Agostino , e gli pareva di trovarci più 
ampiezza e più comprensione di pensiero, ed anche più luce di verità; 
quando si arrivi a dissipare le nebulosità scolastiche che sulle prime 
l'offuscano. 

Frutto di questi studi furono i due LilnH della Educazione, divulgati 
nel 1849, nei quali svolse compiutamente i principii che aveva qua e 
là sparsi nella Guida dell' Educatore. Cominciò anche la stampa dei 
Dialoghi sulla Istruzione, ma presto la interruppe, perchè senti che- 
quel lavoro avea bisogno di maggiore apparecchio. La Pedagogia quando 
è ridotta ad un'arida esposizione di metodi meccanici, è una povera 
scienza ; ma se indaga le leggi che regolano lo svolgersi progressivo 
della mente umana , nella genesi delle idee e nella formazione del lin- 
guaggio, tiene luogo eminente tra le scienze speculative. A tale alto 
fine mirava l'opera del Lambruschini ; la quale ripresa più tardi e 
lungamente meditata , venne in luce nel 1871 , distinta in quattro Dia- 
loghi , con la giunta di alcune Lezioni. Le dottrine psicologiche di 
San Tommaso servono di fondamento alla pedagogia del Lambruschi- 
ni , e la forma dialogica da lui scelta , mentre conferisce alla maggior 
chiarezza dei pensieri , e si presta a tutte le eleganze dello stile , dà 
a questo lavoro un carattere antico che rammenta Cicerone. 

Gli avvenimenti del 59 non lo trovarono né impreparato , né sgo- 
mcntn. Diodo l'opera sua al Governo nuovo, e nell'ufficio di Ispettore 



RAFFAELLO LAMBRUSCHINI 185 

delle scuole , mostrò come il suo alto intelletto non sdegnasse discen- 
dere anche alle i)iù umili cose; giacché oltre al provvedere all'ordi- 
namento di nuovi istituti scolastici , seppe trovar tempo di comporre 
manuali di lettura sillabica e di grammatica elementare. 

Sebbene avesse spirito riformatore , pure non voleva procedere alla^ 
cieca, e innanzi di distruggere avrebbe voluto edificare. Inoltre se egli 
era per la scuola laica, non la voleva però irreligiosa. Questi tempe- 
ramenti e queste cautele non garbavano peraltro a chi voleva proce- 
dere alla lesta e senza tanti riguardi ; ed egli eble ad avvedersi che non 
era più uomo adatto ai tempi. Infatti l' ufficio di Ispettore fu soppresso, 
e il Lambruschini fu nominato Soprintendente all'Istituto di studi su- 
periori ; ma per conservare il non lauto stipendio , dovè rassegnarsi a 
dare Lezioni pubbliche di Pedagogia. Non si sgomentò , quasi ottuage- 
nario , a salire la cattedra , ad assistere a conferenze magistrali , a 
sbrigare gli affari quotidiani della soprintendenza: tutto faceva colla 
alacrità di un giovane. 

Come Senatore , prese parte anche alla vita parlamentare del nuovo 
Regno d'Italia, ed a Torino e a Firenze fece udire la sua parola au- 
torevole , ogni volta che si avvenne in discussioni di sua competenza. 
Non amava peraltro di parlare senza necessità, e non mescolandosi 
nella politica attiva , esprimeva più spesso le sue opinioni col voto. 

Nel nostro Collegio entrò prima come Accademico corrispondente 
nel 29 agosto 1854 prendendo il luogo di Giuseppe Barbieri ; e fu Mto 
dei Residenti nell'agosto del 1866. L'anno dopo , lesse pubblicamente 
una Lezione sulla formazione delle lingue e sulle cagioni del loro cor- 
rompimento , ricca di dottrina filosofica e di argute considerazioni. 
Nel settembre del 1869 il suffragio unanime dei Colleghi lo portò 
all'Arciconsolato , che tenne , sebbene repugnante , fino alla sua morte. 
Assiduo alle nostre tornate , risolveva i dubbi proposti dai Compila- 
tori del Vocabolario con quell'acume e quel sicuro giudizio che tutti 
gli conoscevano ; singolarmente sulla proprietà delle parole e dei modi 
della lingua del popolo, a lui familiare nelle sue più riposte bellezze, 
come se fosse nato e cresciuto in Toscana. 

Le sue opinioni sulla Lingua , le quali consentivano con quelle pro- 
fessate dall'Accademia , fece manifeste in quella risposta ad Ales- 
sandro Manzoni , che andò per le mani di tutti e che non occorre 



186 RAFFAELLO LAMBRUSCHINI 

ripetere. Da quella scrittura come da altre sue , è facile dedurre V im- 
portanza che egli dava alle questioni di lingua ; le quali mentre da 
alcuni si riguardano come miserie grammaticali di pedanti, sono ve- 
ramente connesse con la coltura nazionale , anzi con la vita stessa 
della nazione. E con l'esempio confermò le sue dottrine , perchè senza 
ripudiare la lingua dei buoni scrittori , seppe rinvigorirla con tal vena 
di lingua viva e popolare , da farlo maestro di tutte le più squisite 
eleganze dello scrivere. Pochi come il Lambruschini ebbero cura della 
proprietà delle parole , e pochi al pari di lui si sdegnarono dello spro- 
positare quotidiano degli scrittori e dei parlatori odierni. Di questa 
vergogna nostra , disse con attico sale una lezione ai Georgofili ; e ne 
mosse querela pubblica anche in Senato, per ciò che riguarda gli Atti 
del Governo , non meno deplorabili a questo riguardo delle private 
scritture, con danno anche maggiore per l'autorità dell'esempio. 

Tranne una molestia nervosa che lo travagliò stranamente nel 1845, 
il Lambruschini ebbe prospera ed operosa vecchiezza. Il vigore del 
temperamento ed il vivere parco ed ordinato , gli consentirono di spen- 
dere nel pensiero e nell'azione quelli anni, che per il più degli uomini 
sono consacrati , anche involontariamente , al riposo. Quasi ottuagena- 
rio potè stampare i Dialoghi svila Istruzione , e raccogliere un Volume 
dì Elogi di uomini illustri e di amici . da lui scritti in diverse occa- 
sioni ; e prima di morire gli bastò l'animo di ricomporre un tratta- 
tene di morale pratica , cogli articoli inseriti su questo argomento nella 
Guida dell'Educatore. Si contentava di lavorare a quarti d'ora, non 
concedendogli la debolezza del corpo di prolungare l'applicazione della 
mente ; poi ripigliava quando il riposo lo rendeva capace di nuova 
attenzione. L'energia della volontà dovè per altro cedere alla natura ; 
cominciò la paralisi negli arti inferiori , ed era spettacolo miserabile 
vederlo trascinarsi a mala pena , e chiuder gli occhi appena posato , 
in un sonno letargico. Non intermesse peraltro le sue consuetudini , e 
veniva quasi ogni settimana da Figline a Firenze , con trepidazione 
degli amici , ai quali rispondeva sempre , che per lui ristarsi era mo- 
rire. Gran lezione e gran rimprovero a chi nella pienezza delle forze , 
marcisce nell'ozio ! 

Morì sereno e tranquillo quando la paralisi gli arrivò alle parti più 
vitali del corpo. Consapevole appieno del suo stato , volle accomiatarsi 



RAFFAELLO LAMBRUSCHINI 187 

dai suoi famigliari e dai suoi contadini , e li consolò con parole d'affetto;* 
ordinò che si seppellisse con le insegne sacre del suo ministero. 

Ebbe esequie solenni , e gli amici e gli ammiratori suoi trassero 
numerosi a Figline a rendergli l'estremo onore. L'Accademia, nostra vi 
fu rappresentata da una Deputazione, e dei suoi sentimenti verso il 
defunto fu interprete fedele l'Accademico residente Giuseppe Rigutini , 
il quale insieme al Corrispondente Prof Giuliani, parlò degnamente sul 
feretro. 

Se si considera questa vita di 85 anni , tutta sapientemente ope- 
rosa, e la copia e la qualità dei frutti di questo nobile ingegno , che 
si manifesta soltanto nella sua piena maturità , e continua a mandar 
luce fino all'ultimo, una cosa soprattutto colpisce; ed è lo studio con- 
tinuo posto dal Lambruschini nel perfezionare sé stesso , come uomo 
e come scrittore. Poche menti appariscono progressive come la sua ; 
i suoi scritti crescono di merito in ragione di data ; i più recenti val- 
gono sempre più di quelli che li precedono. Senza avere dottrine pro- 
fonde in un ramo più che in un altro del sapere , andò sempre innanzi 
collo studio e colla meditazione , per raggiungere più pieno il concetto 
del vero. Abitò in campagna la più gran parte dell'anno ; e forse da 
questo stare all'aperto e tra la gente di contado, gli derivò quella 
serenità di pensiero , e quella semplicità di forma popolare , che sfugge 
a noi condannati alle lotte sterili ed al vivere chiuso ed artificiale 
delle città. La sua filosofia era fondata sull'esame accertato dei fatti 
interiori , e schiettamente spiritualista. Combattè a viso aperto i mate- 
rialisti , e n'ebbe per risposta insulti arroganti e taccia d' ignoranza ; 
quasiché chi ha studiato il pensiero lunano e le leggi che lo governano , 
non abbia competenza per contradire a chi pretende di mostrargliene 
la natura col coltello dell'anatomico e cogli alambicchi del chimico. 

Gli fu apposto di professare dottrine religiose che si scostavano 
dalle cattoliche, e glie ne vennero lodi od accuse secondo le parti. 
Quanto ai fatti , egli dichiarò pubblicamente quello che c'era di fran- 
teso e di erroneo , ed io non ho nulla a soggiungere ; e quanto alle 
sue dottrine non so che fossero mai autorevolmente censurate. 

Ma per intendere certi suoi sentimenti e certe sue parole , mi pare 
che giovi sapere come egli abbia sempre attribuito grandissima im- 
portanza alla religione nelle società umane , e come deplorasse lo sca- 



188 RAFFAELLO LA^IBRUSCHINI 

dimento ogni giorno maggiore che hanno tra noi le idee religiose. In 
questa disposizione di spirito ed in certi tempi della sua vita , forse 
dubitò se nel Cattolicismo foss^ ancora tanta forza vitale da riprendere 
efficacemente la direzione delle anime , e cercò se l'avessero mag- 
giore altre comunioni cristiane. Da ciò le sue oscillazioni , e forse i 
.suoi intorni combattimenti , dei quali erano segno certe affermazioni 
non sempre misurate , di cui abusavano i meno discreti. Quando pe- 
raltro dopo gli avvenimenti del 1848 , vide che dai novatori , non solo 
si voleva potare l'albero , ma porre la scure alla radice , non esitò a 
prendere risolutamente il suo partito , e vi rimase costante per tutta 
la vita ; tuttoché disapprovasse le tendenze politiche del Clero , e la 
passione da cui si lasciò vincere di fare della religione strumento 
di regno. 

E tale era stato fino da giovane il suo giudizio sulla direzione presa 
dal Clero italiano dopo le persecuzioni napoleoniche ; e fu per questo 
convincimento che allora abbandonò Roma , e più tardi rifiutò le offerte 
fattegli dallo zio Cardinale Luigi Lambruschini ; il quale Segretario di 
Stato di Papa Gregorio XVI, avrebbe voluto il nipote a Roma ai suoi 
servigi. In quel tempo la Santa Sede attaccata in Francia dal Lamen- 
nais, ed in Germania dal razionalismo, sentiva il bisogno d'avere in 
Italia scrittori di vaglia, e avrebbe accolto volentieri il nostro Lam- 
bruschini, aprendogli la via alle afte dignità ecclesiastiche. Ma egli 
non volle , e le ragioni del rifiuto espresse al Cardinale suo zio in una 
lettera , che quando sia conosciuta, onorerà la sua memoria e spie- 
gherà i suoi sentimenti. 

Sono entrato in questo delicato argomento , perchè mi è parso che 
fosse dovere di amicizia verso il defunto Collega, di a '.Tentarlo a viso 
aperto. Non si mentisce, né si parla a mezzo dinanzi ad un sepolcro; 
e quando chi scrive di un uomo d'alto intelletto, ebbe con lui lunga 
ed intima consuetudine, non può dire soltanto quello che tutti sanno, 
fermandosi alla sua vita esteriore, ma deve per quanto può, rappre- 
sentarne l'animo ed i sentimenti. Conlido inoltre che queste mie di- 
chiarazioni piuttosto che giudizi, troveranno conferma quandoché sia 
in un libro che il Lambruschini andava dettando negli ultimi tempi 
della sua vita , e che voleva intitolare Pensieri d'un solitario. In quelle 
pagine che indarno ho chiesto di consultare, egli deponeva , a quanio 



RAFFAELLO LAMBRUSCHINI IS!) 

mi disse più volte, 1 suoi convincimenti sulle questioni più ardue che 
agitano gli spiriti ai nostri tempi. Questo doveva essere il suo te- 
stamento morale, politico e letterario; ma fino a tanto che non sia 
aperto, gli amici hanno diritto di vendicare la sua memoria con pro- 
prie attestazioni, desunte da fidati colloqui; perchè se i meriti del 
Lambruscliini sono grandi verso la patria e verso le lettere , non 
debbono essere offuscati da accuse che offenderebbero la sincerità del 
suo animo, e recherebbero ingiuria all'uomo, allo scrittore, ed al 
prete. 



Il 29 di maggio fu giorno di lutto per l' intiera nazione. Alessan- 
dro Manzoni spirava , e quest' Italia che si vorrebbe fir credere incu- 
rante di tutto e quasi stacca della stessa sua gloria, gettava un grido 
di dolore al triste annunzio , come le fosse tolta una parte di sé. La 
nuova generazione che pare cresciuta scettica e beffarda , insoffe- 
rente d'ogni supremazia anche dell' ingegno , si commosse tutta, e 
gente d'ogni parte e di ognifeie, con insolita unanimità di sentimento, 
convenne a Milaao a rendere gli ultimi onori alla fredda spoglia del 
grande spirito che aveva lasciato la terra. E sì che il Manzoni non 
aveva blandito il secolo , uè gli aveva risparmiato insegnamenti che an- 
davano contro la corrente ! Anzi poco avanti la sua morte , un critico 
sottile lo aveva segnato alla nazione come capo di scuola infingarda , 
come apostolo della vile rassegnazione ! Perchè dunque tanto universale 
cordoglio? Consoliamoci, o Signori, che l'altezza e la rettitudine del- 
l' ingegno trova sempre ammiratori , che la virtù vera non è nome 
vano nel mondo , come ai tempi della decadenza di Roma antica. 

E che dirò di quest' uomo che non sia stato detto ? Dovrò forse ri- 
correre a quelle arti misere della parola, da cui egli tanto aborriva, 
e fare oltraggio più che onore alla sua memoria? Concedetemi che io 
mi sdebiti di questa commemorazione ," con la maggior semplicità pos- 
sibile , e vi parli così alla piana dell' uomo e dello scrittore , e della 
azione da lui es.n'citata sulle lettore del suo tempo. 



190 ALESSANDRO MANZONI 

La sua vita è senza avvenimenti. Basta sapere che nacque a Milano 
il 7 di marzo 1783 , e che gli fu madre una figlia di quel Cesare Bec- 
caria , il quale dalla filosofia del Secolo XVIII trasse il più ardito corol- 
lario, l'abolizione del carnefice. La madre lo condusse giovinetto a Parigi 
nel 1805 , e nelle sale della Cabanis a Outeil , conobbe quella singolare 
generazione che era stata capace di sconquassare la vecchia Francia , 
ma non era riuscita a fondare la libertà. Giacobini livreati , abati 
filosofi , convenzionali smessi , enciclopedisti emeriti , donne sapute ed 
eleganti , tutti questi attori e spettatori del terribile dramma che si 
chiama rivoluzione francese , passarono dinanzi al giovane lombardo , 
cospicuo per larga fronte ed occhi vivissimi. Egli ascoltava i discorsi , 
notava gli atti di quelli strani personaggi , non per curiosità dello spet- 
tacolo , ma per studio delle idee , delle passioni che s'agitavano in quel 
grande momento. Strinse amicizia con Claudio Fauriel dotto ed entu- 
siasta dell'arte , e con lui ragionava dell' indirizzo da dare alle lettere, 
perchè trovassero posto in quella nuova società. 

La gioventù per la più parte degli uomini è un' età di disfacimento 
e di ricomposizione. Il contatto del mondo guasta per solito l'edifìzio 
della prima educazione , e molti rimangono in quella rovina , né uomi- 
ni , né fimciulli , col sentimento della propria impotenza. I pochi che 
hanno forza propria , si rifanno da sé una vita nuova , chi con slancio 
potente di volontà aiutata dall' intuizione del bene ; chi a stento , e pie- 
gandosi ai duri insegnamenti della esperienza. Ma é raro che l'uomo 
si rifaccia intiero ; rimangono lacune , ombre , fantasmi ; e da ciò le 
incertezze e le contradizioni della vita. 

Il Manzoni che al pari di tutti gli uomini dell'età sua, aveva at- 
tinto i primi pensieri dalle dottrine filosofiche e letterarie che domina- 
vano il Secolo XVIII , uscì dalla giovinezza intieramente trasformato per 
virtù propria , con la piena coscienza di se stesso , con un fine deter- 
minato da imporre alla sua operosità intellettuale , con la direzione 
morale dei suoi atti. Sposatosi nel fervore dei suoi 25 anni a donna 
amatissima , i suoi affetti ebbero pura effusione nella pace del santuario 
domestico ; dove molti che vi entrano con animo sciupato dai vizi, tro- 
vano pur troppo la pena di sconsigliate profanazioni. 

La sua intelligenza lucidissima , era di quelle che non si appagano 
di frasi, che non riposano in certe comode generalità, vestito tagliato 



ALESSANDRO MANZONI 191 

a tutti i dossi. Egli sopra tutte le cose cercava idee determinate e 
precise, di cui studiava la formula che le rappresentasse con esat- 
tezza geometrica. Si potrti dubitare come pensasse in ciò che non ha 
detto , ma su quello che ha voluto spiegare , nessuno può dire di 
averlo iranteso. 

Un complesso felice di facoltà che raramente si trovano congiunte 
in grado eminente , aiutava il lavoro incessante del suo pensiero. Fan- 
tasia di poeta e logica di matematico ; divinazione di filosofo , e pa- 
zienza instancabile di erudito ; sentimento vivo d'artista e fredda acu- 
tezza di grammatico. 

La verità in tutto era la mira costante delia sua mente ; da ciò 
quella precisione di linguaggio che sdegnando le perifrasi e gli artifizi 
dei retori , chiama le cose col loro nome , e non smozzica un'idea in 
grazia d'una frase meglio girata. Questo amore del vero non era in 
lui come in tanti un platonismo annacquato , che si contenta di sterili 
affermazioni. Siccome le sue dottrine erano frutto di lunga meditazione , 
così egli non rifuggiva dalla controversia , e le difendeva col calore che 
dà sempre un profondo convincimento. E ciò non solo nella conversa- 
zione amichevole che fu sempre la sua passione , ma anco pubblica- 
mente quando la contradizione urtava i suoi più intimi convincimenti. 

A tutti i suoi concetti sovrastava un alto sentimento di moralità , da 
cui era nobilitato ogni argomento , abbellita ogni forma. A questo ri- 
guardo non so trovare nei poeti di tutto questo secolo un' ispirazione 
più divina della sua. L' amore della giustizia, la pietà per i deboli e per 
gli oppressi , la fede inconcussa in una Provvidenza riparatrice dei torti 
e punitrice degli oppressori , fanno dei suoi versi e della sua prosa , 
la lettura più educatrice della mente e del cuore, che possa mai de- 
siderarsi. 

Nell'arte egli fece divorzio assoluto coli' immaginario , col manierato, 
e con quella specie di falso accettato dai più , e che si disse conven- 
zionale. Dal vero trasse sempre le sue ispirazioni. 

Le sue credenze religiose furono rigidamente cattoliche. Fermati i 
dubbi del pensiero in una formula di fede liberamente accettata , la pose 
al di sopra di ogni convenienza transitoria di fatto. Non era di quelli 
che si fanno religiosi al riverbero degli incendi della Comune di Parigi, 
e tornano atei alla lettura d' un' Enciclica del Papa , o di una pasto- 



192 ALESSANDRO MANZONI 

rale di Vescovi oltramontani. Né il suo ingegno si abbassò o si impic- 
colì nell' ossequio della fede , ma ne trasse anzi forza e virtù per le- 
varsi sempre più in alto nelle regioni ideali. 

In politica amava la libertà , da cui nasce la tolleranza , la quale do- 
vrebbe essere figliola primogenita della carità. V era condotto dalle sue 
credenze e dal suo amore per l' umanità ; il quale in lui non era fantasia 
di panteista, ma sentimento verace di cristiano, che in ogni uomo vede 
un fratello, in ogni anima immortale una fattura di Dio, chiamata alla 
partecipazione delle divine promesse. Alla sua patria augurò fino dalla 
sua gioventù , unità di reggimento , convinto che unicamente acquistando 
personalità di nazione sarebbe riuscita a liberarsi dalle straniere domi- 
nazioni. Otto secoli di storia italiana e 1' esempio della Francia , lo ave- 
vano persuaso non esservi per noi altra via di scampo ; e non mutò 
mai per contraria evenienza di casi, o per prevalenza d'altre opinio- 
ni; salutando col verso potente ogni tentativo che si facesse a quel 
fine. 

Cosi erasi di buon ora formata la mente di Alessandro Manzoni ; in 
queste convinzioni riposava tranquillo il suo genio ; il quale per mani- 
festarsi non aveva bisogno di eccitamenti esteriori , ed era una limpida 
aurora che diffonde luce in un cielo sereno , non un lampo che splende 
nel cupo delle nuvole addensate dall'uragano. 

Dopo un secolo di puerili mascherate arcadiche , degno riscontro alla 
sdolcinata mollezza dei costumi, la poesia italiana si era ritemprata a 
più alti e civili concetti col Parini e colTAlfieri. 11 Monti ed il Foscolo 
erano entrati risolutamente nel nuovo arringo ; il primo con facoltà poe- 
tiche diffìcilmente superabili , il secondo con anima ardente in cui riso- 
navano tutte le armonie dell' Eliade antica. Ma la nuova Scuola mirava 
piuttosto a mescere una vena di virilità nelle limpide e scipite acque 
castalie , che non a dare un vero e nuovo iiidirizzo all'arte. Tutto era in- 
determinato in quella poetica ; la religione, la filosofia, la politica, non 
si sapava se erano greche , latine o cristiane. Il Monti cominciava col 
Pellegrino apostolico e finiva col Sermone sulla Mitologia , in cui rialji- 
jitava , come ora si direbbe , tutto il vecchio Olimpo. Il Foscolo , un 
po' retore , ma efncacissimo e tutto moderno nella prosa , non fa che rin- 
giovanire Esiodo e gli altri antichi nella poesia. Fuori d' Italia , Goethe 
regnava sovrano in Alemagna , aprendo nuove vie all'arte ; i)i Francia 



ALESSANDRO MANZONI 193 

e' era la poesia dei fatti , non quella del ritn^o ; ed appena lo Chateau- 
briand faceva risplendere il crepuscolo di un nuovo giorno. 

In queste condizioni trovò il Manzoni il mondo dell'arte. Egli sentiva 
la sua vocazione poetica , e nel carme ad Urania , manifesta la speranza 
che Italia lo aggiunga un giorno al sacro drappello dei suoi poeti. Ma 
appena tentati i primi passi , dovè accorgersi che la scuola a cui lo 
avevano educato i suoi contemporanei, era ormai esaurita. Che cosa 
mai poteva aggiungersi alle collere generose di Alfieri , alla magnilo- 
quenza del Monti , all'ellenismo del Foscolo ? Il vocabolario non aveva 
più invettive contro i tiranni , dopo Filippo e Creonte ; non e' erano più 
colori possibili per dipingere i saturnali della libertà e le miserie della 
patria , dopo le cantiche su Basville e Mascheroni ; nulla poteva trovarsi 
di più armonioso e di più pagano dei carmi sui Sepolcri e sulle Grazie. 

Intanto scompariva Napoleone ; gli alleati a malgrado delle promesse 
fatte ai popoli nell'ora del pericolo, ricostituivano a capriccio l'Euro- 
pa , e 1' Italia ricadeva in condizione più umile e più servile di prima , 
con la dominazione straniera più estesa e meglio munita. Invano il Man- 
zoni nell'aprile del 1815 , salutava il re Gioacchino con quei versi : 

delle imprese alla più degna accinto , 
Signor , che la parola hai proferito 
Che tante etadi indarno Italia attese , 

che l'impresa era sfumata prima che il poeta avesse potuto finire la 
sua canzone. Tolta così per allora ogni speranza di meno trista for- 
tuna , persuaso dalle ragioni.' dell'arte e dalle necessità della patria , 
volse il suo genio a mutare l' indirizzo delle lettere , portando il ragio- 
namento dove fino allora aveva regnato senza contestazioni l'autorità e 
r esempio. 

Con coraggiosa franchezza , egli la ruppe con tutte le scuole che al- 
lora tenevano il campo ; bruciò le poetiche e le mitologie , che davano 
norme e materia alla poesia artificiale , e proclamò unica fonte d' ispi- 
razione il vero , illuminato da una idealità che non bisognava desumere 
dalle favole antiche , ma dagli afietti e dalle credenze che aìjbiamo noi , 
che hanno tutti gli uomini del nostro tempo. 

Arch. , 3.» Serie, Tom. XIX. 13 



194 ALESSANDRO MANZONI 

Così egli intendeva di instaurare una letteratura veramente nazio- 
nale , che uscisse dalle viscere della società moderna , come documento 
della sua vita , e non si soprapponesse a lei , come ornamento accat- 
tato. La questione dei classici e dei romantici che scaturì dalle dot- 
trine del Manzoni, per questo rispetto non fu intesa che a mezzo. In 
Italia la questione non era puramente estetica : non si trattava di sa- 
pere quali forme fossero meglio adatte ad esprimere il bello ; ma sib- 
bene se la nazione che cominciava a risentirsi , potesse avere un lin- 
guaggio che esprimesse la verità dei propri sentimenti; se la poesia 
dovesse esser sempre un simbolismo pagano, la prosa un artifizio ac- 
cademico. I Greci ed i Romani erano stati sicuramente scrittori nazio- 
nali a' loro tempi ; perchè non potevamo esserlo noi alla nostra volta, 
studiando l'arte negli antichi, ma smettendo di grecizzare e di latiniz- 
zare il pensiero del Secolo XIX? 

Questo e non altro era in fondo alla disputa ; e la nazione lo capì ; 
ed a malgrado dei difensori autorevoli delle forme classiche , i novatori 
la vinsero. Si tentarono transazioni con dottrine eclettiche trovate da 
paceri di corta vista , ma tutto fu inutile ; ed appena tramontò la ge- 
nerazione che aveva adorato il Foscolo e il Monti , tutta la letteratura 
italiana si avviò per la nuova strada. Che valse al nostro Bagnoli di 
aver cantato m un poema con ottave ariostesche i primordi della 
civiltà? Non siamo anche spariti noi suoi scolari, e la dimenticanza ha 
coperto il suo nobile ingegno. 

Le teoriche letterarie del Manzoni dedotte da una filosofia alta e 
feconda, si riassumono nel Dialogo sulla invenzione che gli antichi 
avrebber detto degno di Platone , nei due Discorsi sul romanzo storico 
e nella Lettera svlVunità di tempo e di luogo nella Tragedia. In que- 
ste scritture peraltro non si danno norme per fare o per giudicare al- 
cuna specie di componimento , come facevano le vecchie poetiche e le 
vecchie rettoriche , delle quali egli si confessava ignorantissimo , ma 
piuttosto si cercano le ragioni supreme dell'arte in ciò che essa ha di 
recondito , investigando le attinenze del pensiero con la forma , dell'este- 
tica con la morale. 

Egli non amava quel teorizzare a vuoto che spesso tenta i capiscuo- 
la ; egli insegnava più volentieri coll'esempio. E splendidi sono gli 
esempi che egli lasciò nella Lirica , nella Drammatica e nel Romanzo 



ALESSANDRO MANZONI 195 

storico, il quale ò la forma che il poema epico ha preso al nostro 
tempo. 

Nella lirica religiosa egli seppe trasfondere tutta la sublimità dei 
dogmi cristiani. Lo studio amoroso e riverente dei libri santi e dei Padri 
della Chiesa, gli fecero comprendere il Cristianesimo nella sua espres- 
sione più alta , che è la redenzione del genere umano. La sua ispira- 
zione religiosa non è l'ascetismo di Pellico a cui l'arte si ribella ; non è 
l'idealismo vago del Lamartine, religione senza altari e senza culto. Il 
Cristianesimo del Manzoni è veramente quello che recò nel mondo la 
buona novella , che non distinse fra ebrei e gentili , tra schiavi e liberi, 
ma abbracciando l' umanità tutta quanta , portò la pace agli uomini di 
buona volontà. Queste sacre armonie che risuonarono nelle anime an- 
che le più scettiche , fecero pensare a molti che c'era una religione di- 
versa da queUa che allora si predicava per rassodare i troni , e sorse 
una generazione credente , che propugnò il cristianesimo e la libertà, la 
ragione e la fede, E da lei uscì il 48 , e forse inconsapevole anche Pio IX. 
Nulla dirò delle altre sue liriche; il 5 Maggio sovrasta a tutte le poesie 
che furon fatte nel mondo sulla morte dell' uomo fatale , ed è tradotto in 
tutte le lingue d' Europa : i Cori dell'Adelchi e del Carmagnola sono nella 
memoria e nel cuore di ogni italiano che non sia straniero alle lettere. 

Il principio tragico dei Greci, era la lotta dell'uomo col fato , spet- 
tacolo , come essi dicevano , degno dei numi. Alfieri portò nella trage- 
dia la lotta della libertà contro la tirannide. Il Manzoni prese dalla 
storia il fatto tragico , e si studiò di inalzare tutte le potenze morali 
dell'uomo colpito dal dolore e daUa sventura. I suoi eroi non sono 
Ajaci che sfidino l'ira degli Dei, né Timoleoni che vadano incontro alle 
vendette dei tiranni ; ma uomini che la legge morale o l' ingiustizia 
umana condanna a soffrire, e che sanno trovare in se stessi la forza 
del martire e la rassegnazione del credente. Non voglio qui indagare la 
ragion poetica della tragedia Manzoniana ; dirò soltanto , che imitazioni 
anche felici delle collere di Alfieri e delle declamazioni tragiche del 
Monti, ne ho sentite parecchie; ma la grandezza morale delle ultime 
scene di Adelchi , non l' ho vista mai da nessun poeta drammatico toc- 
care da lontano , non che raggiungere. 

Come la storia diede al Manzoni la Tragedia, così gli fornì la ma- 
teria del Romanzo. Sulla semplice trama d' un amore di due poveri 



196 ALESSANDRO MANZONI 

giovani di contado, egli seppe tessere un'epopea che non teme para- 
goni in tutte le letterature moderne. 

II Gioberti metteva i Promessi Sposi dopo la Divina Commedia 
ed il Furioso , né questo giudizio credo punto avventato. Quanto ha di 
più alto la storia , di più commovente l'affetto , di più sottile la scienza 
del cuore umano , di più nobile il pensiero , di più efficace la parola , 
trovasi in quel libro, il quale è uno dei pochi che si tornano sempre 
a leggere con nuova compiacenza. E quella lettura ci fa migliori , ci 
innamora del bene , ci desta il senso morale , e ci insegna la compas- 
sione per molte miserie umane , sulle quali altri godono di versare 
fiele ed aceto. - Non tutti gli uomini sono eroi , né tutti i giorni si 
possono fare eroismi ; ma ci sono virtù modeste che possono esercitarsi 
da ciascuno ogni giorno , le quali sommate costituiscono la pubblica 
moralità che é fondamento agli Stati. Ora queste virtù casalinghe , que- 
sti doveri che ognuno dimentica come cosa volgare, s'imparano in quel 
libro , che ogni giovane dovrebbe avere , ogni famiglia leggere a veglia ; 
perché sopra quel libro ciascuno può fare la propria educazione. 

Ciò quanto al valor morale del romanzo del lylanzoni , che quanto 
al merito estetico , si può dire senza fallo che tocchi il sommo dell'arte. 

Le difficoltà inerenti al romanzo storico son molte ; lo stesso Man- 
zoni ne ha trovate tante, da giungere a condamiare questo genere di 
componimento letterario ; e buon per noi che a questa conclusione venne 
dopo aver compiuto l'opera sua. Fra le difficoltà, principalissima è quel- 
la dell' innesto del possibile immaginato che deve farsi sul vero storico. 
D'ordinario la storia è messa sotto i piedi nel romanzo per servire alla 
necessità dell'arte , o si fanno romanzi storicamente veri ed artistica- 
mente falsi. Il Manzoni ha vinto la difficoltà in modo meraviglioso ; agli 
avvenimenti veri da lui narrati da grande storico, egli ha saputo ag- 
giungere i fatti inventati senza che si veda né toppa né cucitura. Nei 
Promessi Sposi tutto è vero secondo il tenipo ed il luogo ; e tutto è 
vero secondo tutti i tempi e tutti i luoghi ; perchè nei suoi personaggi 
dai primi agli ultimi , dipinge la natura umana , colle sue virtù , coi 
saoi errori, coi suoi vizi, come é e come sarà sempre. Per questo il 
libro non invecchierà mai ; e sarà sempre popolare nel vero senso della 
parola , perchè ogni età ci si potrà specchiare dentro come in un libro 
nuovo. 



ALESSANDRO MANZONI 107 

Oggi idealisti e realisti tengono diviso il campo dell'arte , e ciascuno 
crede nel principio esclusivo della sua scuola ; senza avvedersi che il 
reale e l' ideale sono ambedue elementi essenziali dell'arte , e debbono 
contemperarsi in modo da lumeggiarsi tra loro. Se questo non è , l'arte 
si perde nell'astratto rinunciando alla potente attrattiva del vero , o 
si abbassa tanto da farsene riproduttrice quasi meccanica ; e la foto- 
grafìa non sarù mai arte nel vero senso della parola. Oggi il concetto 
direttivo dell'arte ondeggia tra il realismo che ci affoga , ed una idealità 
che non siamo più capaci di raggiungere. 

Nel Manzoni , come in tutti i grandi scrittori , meraviglioso è l'ac- 
cordo dell' ideale col reale ; e mentre egli dipinge dal vero , nobilita i 
suoi quadri con le creazioni ideali del suo pensiero. L'Innominato e Don 
Rodrigo, il Cardinale e Don Abbondio, Fra Cristoforo e Fra Caldino, non 
solo sono mirabili contrasti di nature diverse , ma creazioni stupende 
tratte da due mondi , con arte inarrivabile. 

Quando si pensa a ciò che oggi è ridotto il romanzo , e quale stru- 
mento di corruzione morale egli sia divenuto nelle mani di scrittori vol- 
gari e venali , che hanno posto l' ingegno a servigio dei più malvagi 
istinti della società corrotta, bisogna compiacersi che l' Italia sia povera 
di questa specie di facile letteratura , e che alla mostruosa fecondità 
delle nazioni straniere , essa possa contrapporre i Promessi Sposi di 
Alessandro Manzoni , libro che in mezzo a tutta la romanzeria moderna, 
fa la figura d' una vergine in un lupanare. 

Per raggiungere il vero da cui si ispirava la sua poesia, il Man- 
zoni non solo avea il genio che crea e che indovina , ma s'aiutava an- 
cora di studi fortissimi sulla storia. Anche in questo campo egli lasciò 
un indirizzo nuovo, il quale non risulta da un lavoro storico compiuto, 
per quanto il Discorso sui Longobardi ed anche La Colonna infame 
siano lavori storici importantissimi , ma si desume da molti luoghi delle 
sue opere , nei quali gli avviene di fare una ricerca o di stabilire il 
vero criterio per giudicare di un avvenimento. Seguendo il suo metodo 
di non accettare giudizi belli e fatti , e dando come sempre , la preva- 
lenza alle ragioni morali , riesce a conclusioni che possono urtare il 
pregiudizio , ma che fermano la mente, e la conducono a considerare 
le singole azioni umane e i fatti collettivi , sotto un aspetto che spesso 
sfugge agli storici magniloquenti. La sua analisi per mettere in chiaro 



198 ALESSANDRO MANZONI 

gli elementi morali di un'azione è meravigliosa , e non è cantuccio del 
cuore umano dove non arrivi la sua potenza indagatrice. 

Come nel resto , così anche nella storia , il Manzoni diede l' intona- 
zione, e bastò perchè gli ingegni più eletti l'accogliessero, e sorgesse in 
Italia una letteratura storica che è forse la parte più degna della col- 
tura nazionale di questi ultimi cinquant'anui. Le tendenze di questa 
scuola sicuramente non piaceranno a coloro , i quali non solo predicano 
il regno della materia per il presente e per l'avvenire , ma applicano 
anche al passato lo stesso criterio, e spiegano il faticoso cammino 
dell' umanità con le stesse leggi che dominano le forze materiali nella 
natura : quasiché tutto il processo storico degli eventi umani , non 
manifesti la prevalenza dell' idea sul fatto , e non si vedano spesso i 
popoli vinti nelle battaglie, riuscire vincitori nel campo delle idee, che 
è quello della civiltà. 

Il Manzoni fu eletto Accademico corrispondente della Crusca il 17 di 
gennaio del 1828. Gli fu caro quest'onore, e rispondeva coli' usata mo- 
destia, è piaciuto all'Accademia di aggregarsi un discepolo, e di pre- 
miare in me, come un merito , V affetto vivissimo e lo zelo per la lin- 
gua. Più tardi , richiesto di mandare studi relativi alla lingua , annun- 
zia di aver tra le mani un lavoro sopra questo argomento, ma essere 
' ancora molto lontano dalla fine ; e quasi a farne capire il concetto sog- 
giunge: Non so ravvisare una lingua italiana, diversa dalla toscana; 
intorno a questa , per esser nato e vissuto fuori del privilegiato paese 
dove essa vive , non ini è dato di far altro che cercare di apprender- 
la, senza speranza di arrivar mai ad apprenderla tanto, da farmene 
maestro altrui. Mi sembra peraltro che il dimostrare e ridimostrare 
cotesto, possa appunto essere utile ed importante. Ma meglio d'ogni 
scrittura gli pare che deciderebbe la disputa un Vocabolario , il quale de- 
terminasse con precisione quale sia lingua e quale sia stata. 

Per il Manzoni, l'unità della lingua discendeva spontanea dall'unità 
della nazione , e per ottenerla , egli proponeva di prendere addirittura 
il volgare fiorentino ; perchè questo era in fondo l'unico materiale di 
lingua comune che avessero gì' italiani , e perchè sodisfaceva alle con- 
dizioni essenziali di ogni lingua vivente , di essere cioè scritta e par- 
lata , e di potersi arricchire secondo il bisogno , non per invenzioni ar- 
tificiose di scrittori ma per genio di popolo. 



ALESSANDRO MANZONI 199 

L'Accademia non era molto lontana da questi concetti come dottri- 
na ; ma sulla loro applicazione al Vocabolario ormai fondato in gran 
parte sull'autorità degli scrittori, dovè fare le sue riserve: le quali 
furono più volte spiegate pubblicamente , per non dare occasione a di- 
spute inutili. Sarebte ora fuor di luogo tornare su questo tema; e sol- 
tanto voglio notare che in questa come nelle altre cose morali , i con- 
cetti unitari sono una delle caratteristiche dei grandi ingegni; perchè 
vedere le somiglianze tra elementi in apparenza difformi , e somman- 
dole , dedurne con sintesi coraggiosa il concetto unitario , è opera del 
genio. Gì' ingegni mediocri vedono piuttosto le differenze , e dividono e 
sminuzzano per giungere a resultati sempre meschini. I grandi unifica- 
tori di sistemi , di dottrine, di popoli , sono intelletti potenti ; i dissiden- 
ti, i parteggiatori , sono sempre menti ristrette ed animi piccoli. Ed il 
Manzoni fu unitario nelle credenze religiose, nella politica, nella lingua. 
Il Manzoni apre in Italia il nuovo ciclo letterario del secolo XIX. 
II Parini, l'Alfieri, il Foscolo, il Monti che chiusero degnamente il ri- 
nascimento classico del secolo XVIII , gli stanno dietro le spalle ; dinan- 
zi egli ha tutta la letteratura moderna , tranne Niccolini e Leopardi , due 
grandi personalità , che stanno da sé. Non parlo di scuola manzoniana , 
che a lui distruttore delle scuole vecchie , non si addiceva fondare scuola 
nuova; parlo dell'impulso dato a tutto il moto letterario dal 1820 a 
oggi , con intendimenti civili , nazionali e cristiani. A questo riguardo 
l'indirizzo che ebbero da lui le lettere italiane, non era novità incon- 
sulta , ma le riportava all' ispirazione antica , alla loro forma originale, 
quando la grande arte nasceva con Dante, fondata sulla verità storica, 
sul patriottismo , sulle credenze religiose. Non parlo degli imitatori , 
servum pecus di cui non si tien conto ; quantunque a chi guardi bene , 
nel canto manzoniano del 1821 ci sia tutto il Berchet, e manzoniana sia 
r ispirazione del S. Ambrogio del Giusti ; parlo dell' educazione morale 
data al pensiero italiano , dei nuovi orizzonti aperti all'arte , delle nuo- 
ve armonie destate nell'anima umana , non con nuove poetiche , ma con 
una strofa, con un verso, con un periodo di prosa. Questa è l'opera 
del genio , che io non ingrandisco a comodo del discorso , ma espongo 
con la persuasione del vero. 

Si disse che egli avea attinto troppo dai Francesi. Sta bene; ma 
dove volete che egli potesse cogliere le scaturigini del pensiero moder- 



200 ALESSANDRO MANZONI 

no , altro che in Francia ? E quanti siamo che non abbiamo voluto essere 
stranieri al nostro tempo , non siamo stati costretti ad attingere alla 
cultura francese ? Credete voi che si possa dominare il secolo XIX colle 
idee pescate nel Cavalca e nel Passavanti? 

Si disse che le sue dottrine morali conducevano all'acquiescenza di 
tutte le tirannidi; e non si pensò che il Cristianesimo s'era imposto al 
mondo senza collere tribunizie, e col solo spettacolo del dolore inven- 
dicato degli oppressi. 

Non sono molti anni , che un' eletta di giovani ricchi d' ingegno e di 
studi , tentò una reazione in favore del classicismo esclusivo. Innamorati 
della forma antica e sensuale dei greci e dei latini, ebbero in dispetto 
l'austerità ascetica del Cristianesimo , derisero il Manzoni , e vollero in- 
fondere nuova vita al pensiero pagano. Che uscì da questa Scuola ? Nulla, 
tranne una forma di poesia più corretta e quasi ellenica.' Ma quanto a 
sentimenti bisognò evocarli dal mondo moderno , e se ne prese la parte 
peggiore. Negando il Dio dei Cristiani , non riuscirono a ristabilire il 
culto dell'arte pagana di Orazio e di Catullo , né a render credito agli 
atomi di Democrito cantati da Lucrezio. Furono Simmachi, che tenta- 
vano di rialzare l'ara della Vittoria in mezzo alle rovine d'un impero 
disfatto. 

Il concetto dell'arte che il Manzoni infuse alle lettere italiane , fu in 
questi ultimi tempi menomato , se non si ha a dire sviato , dalle con- 
seguenze fatali della costituzione nazionale. I dissidi religiosi ebbero il 
loro contraccolpo anche nelle opere dell' ingegno più indipendenti 
dalle quotidiane polemiche. Una letteratura minuta , empia e beffarda , 
rimarrà come espressione di questa lotta dolorosa. Ma quando il tempo 
avrà calmate le passioni , ho sempre sperato che le intelligenze ripren- 
deranno la nobile ispirazione che il Manzoni aveva saputo dare al secolo. 
Ed in questa fede mi confermava la calma e la fiducia che mostrava 
egli stesso ai più timorosi. 

La nazione intiera guardava commossa a quest' uomo intemerato , a 
cui gli anni non pareva che facessero ingiuria, e si rassicurava nel suo 
sguardo pacato , nella sua parola semplice e piena di speranza. E ve- 
ramente in quella vecchiezza serena e tranquilla, che nulla aveva da 
ritrattare o da disdire , c'era qualche cosa di divino , e vi si leggeva 
quasi il presagio dell'avvenire. 



ALESSANDRO MANZONI 201 

Quando si farà la storia di questi nostri tempi, si stupirà che in 
mezzo a tanta rovina di credenze , a tanta dissoluzione di dottrine , il 
Manzoni ed il Rosmini, le intelligenze più alte e più credenti del seco- 
lo, siano stati quasi respinti da quello che si vuol chiamare partito 
religioso. Da ciò si argomenterà quanto di religione vera fosse in que- 
sta gente , la quale , chiuso il Vangelo , si atteggia a fazione , e disputa 
in diarii furibondi, non di fede ma d'interessi. 

Ed infatti noi assistiamo ad una lotta che addolora chiunque non si 
lascia vincere dalla passione. Da una parte in nome della fede , si oflfen- 
dono tutti i sentimenti delle anime generose, si eccitano le rivalità di 
popolo contro popolo , si mesce il santo nome di Cristo a propositi di 
guerre spietate ; la truce notte di S. Bartolommeo trova apologisti. Dal- 
l'altra, in nome di non so quale liberalismo, bestemmiatori pasciuti e 
salariati , insegnano sofismi alla gioventù e ai volghi digiuni , offen- 
dono ogni giorno ciò che v' ha di più sacro nella coscienza del credente, 
dispensano il biasimo e la lode a misura di empietà. Cosi con diversi 
intendimenti si semina l'odio dell'uomo contro l'uomo e il disprezzo 
per ogni legge; e si tenta di cancellare dalla mente umana il concetto 
di Dio , di questa suprema ragione di tutte le cose , di questa sanzione 
necessaria d'ogni dovere e d'ogni diritto. 

La vita del Manzoni , così modestamente gloriosa e santamente pa- 
triottica , è un grande insegnamento per gli uni e per gli altri. Egli cre- 
dente senza intolleranza , patriotta senza rancori , poeta senza sdegni , 
ha insegnato a tutti , come si può amare l' Italia e la libertà , e ser- 
bare la fede religiosa e non bruciare quello che si era adorato ; come 
si può esser cattolici, e non maledire alla metà del genere umano, e 
non invocare ogni giorno una spada straniera che ricacci in servitù un 
popolo liberato. 



OIOVAIVIVI OA.LVA1VI. 

Anche il mese di Aprile ebbe la sua vittima; e il di 19 morì a Mo- 
dena dopo lunga e dolorosa malattia il Conte Giovanni Galvani filologo 
di vaglia , benemerito indagatore delle origini di nostra lingua , e illu- 



202 GIOVANNI GALVANI 

stratore infaticabile dei suoi monumenti. Della sua vita poche notizie 
mi riuscì di raccogliere , e le esporrò qui senza commenti. 

Nacque a Modena il 24 di Giugno del 1806, di famiglia agiata, e 
appena uscito dall'adolescenza, si diede a studiare con tanto fervore 
che ne cadde pericolosamente ammalato. Attese alla giurisprudenza, 
ma i suoi amori furono per le lettere e per l'erudizione. A perfezionarsi 
nella conoscenza delle lingue classiche e delle neolatine, frequentò a Bolo- 
gna le lezioni dello Schiassi e del Mezzofanti; e contava appena 19 anni , 
quando pubblicò le sue osservazioni sulla poesia dei Trovatori, opera d'in- 
gegno maturo. Fu pago d'essere prima aggiunto e poi Vice-Bibliotecario 
della Estense , per avere occupazione di suo genio e comodità di libri. 
Il Duca Francesco Quinto lo tolse nel 1849 a quella quiete studiosa, 
chiamandolo ad alti uffici amministrativi e diplomatici ; dai quali uscito 
per i mutamenti del 59 , tornò alla vita privata, ripigliando con alacrità 
giovanile i lavori mterrotti. L'Accademia nostra lo elesse Accademico 
Corrispondente nel dì 5 Settembre del 1843, e fece atto di giustizia, 
che pochi meritavano più di lui di esserci ascritti. 

Delle opere letterarie che gli valsero questo onore accademico , ed 
alle quali è oggi raccomandato il suo nome , mi conviene scegliere le 
principali , che a dire anche brevemente di tutte, sarebbe darvi il tedio 
di un arido elenco. 

L'opera sulla Poesia dei Trovatori è sicuramente quello che di più 
importante si è fatto in Italia sopra questo argomento , e si lascia ad- 
dietro di gran tratto quanto ne scrissero il Crescimbeni ed il Quadrio , 
poco più che sterili infilzatori di notizie raccolte senza critica. Il Gal- 
vani intese a dichiarare la poetica dei Trovatori , mettendola a riscontro 
con quella dei nostri poeti volgari , e additando agli studiosi le fonti a 
cui possono attingere. Come ognun vede, le ricerche dell'autore sono 
dirette a mostrare piuttosto la forma esteriore che l'intima natura di 
quella specie di poesia, ed il tema rimane presso a poco al punto a 
cui lo aveva lasciato il Renouard , sulle orme del quale l'autore cauta- 
mente procede. Soltanto mentre il Renouard prende per termine di con- 
fronto la poesia francese , il Galvani prende l' italiana ; mostrando si- 
curamente grande acume e critica sottile, ma fermandosi per così diro , 
alla corteccia dell'argomento. Il quale con i sussidi che danno oggi gli 
studi filologici del provenzale e delle altre lingue romanze , meriterebbe 



GIOVANNI GALVANI 203 

di esser ripreso e svolto in tutta la sua ampiezza; giacché per noi 
r innesto della poesia provenzale fatto sul primo germoglio nativo della 
poesia italiana , ha un' importanza più che letteraria. Né deve dimen- 
ticarsi come il favore grande che ebbe in Italia il poetare dei proven- 
zali , si deve in gran parte alla supremazia di Carlo d'AnJou , il quale 
nella seconda metà del Secolo XIII , vincitore degli Svevi , padrone dei 
reami di Napoli e di Sicilia , Senatore di Roma , Vicario imperiale in 
Toscana, e fautore della Lega guelfa, come falsò l'indirizzo politico e 
nazionale della parte guelfa , così ne falsò Io spirito letterario , pro- 
movendo r imitazione dei Poeti provenzali. Forse la poesia italiana 
nella forma si vantaggiò di quella imitazione ; ma il suo genio primitivo 
ne rimase guasto in sul nascere ; e per quanto l' ingegno grandissimo 
di Dante cercasse di spastoiarla , e di renderle la sua impronta nazio- 
nale e civile, pure uno strascico di quelle quintessenze amorose, rimase 
sempre nella nostra letteratura poetica, rifiorito più tardi col favore 
in cui vennero le dottrine platoniche. 

Questi studi sul provenzale e sull'antico francese , sebbene con inten- 
dimenti puramente filologici , riprese più volte il Galvani nel corso della 
vita; e pur tacendo di cose minori , dirò come nel 1845 traducesse per 
V Archivio Storico Italiano la Cronaca dei Veneziani di Maestro Martino da 
Canal ; e in questi ultimi tempi la singolarissima Istoria della santa vita 
e delle grandi cavallerie di Luigi IX re di Francia , scritta da Gio- 
vanni Sire di Joinville , gran Siniscalco di Sciampagna e compagno del Re 
nella guerra d'oltre mare. Questa versione d'uno dei più antichi mo- 
numenti della lingua francese , è condotta con grandissimo amòre e di- 
ligenza , e tanto ritrae nello stile dai nostri più antichi scrittori di prosa , 
da parere cosa origiuale di quei tempi. La precede una prefazione molto 
dotta, nella quale si ragiona a lungo dei lumi che si posson trarre 
dal francese antico , per schiarire le origini tuttora oscure della lingua 
italiana. 

Sul quale argomento , il Galvani non si è mai ristato dal porre in 
luce lavori di polso , tanto da dire che se egli non ci ha dato una sto- 
ria compiuta della lingua , ha però apparecchiato materiali preziosi a 
chi voglia giovarsene. Fra questi citerò il libro sulle Genti in Italia e 
sulle loro favelle dai primi tempi storici fino ad Augusto, accolto per 
la sua importanza nel Voi. XIV àoW A.rcliivio Storico, sebbene la materia 



204 GIOVANNI GALVANI 

non fosse conforme allo spirito di quella riputata collezione di docu- 
menti. 

In quell'opera il Galvani esamina sotto un nuovo aspetto la questione 
tante volte posta e non mai risoluta , dei volgari italici anteriori al la- 
tino , e della loro fortuna dopo la prevalenza della lingua di Roma. 
Le ricerche che egli istituisce sono ingegnose , la erudizione vasta e non 
comune, e se viene a conclusioni poco più che congetturali, la colpa 
non è sua ma dell'argomento. La parte che riguarda l'azione che ebbe 
la guerra sociale sui volgari italici , e singolarmente sull'etrusco, mi par 
che contenga considerazioni profonde ed originali, e degne d'essere stu- 
diate. Il ragionamento si appoggia alla autorità, degli Scrittori Latini, ma 
come faro altrimenti ? Come credere che noi possiamo saperne più di 
loro ? Solo i critici Tedeschi hanno questa pretenzione; ma chi vorrebbe 
seguirli in questa via, quando le scoperte archeologiche , più che avva- 
lorare , contraddicono ogni giorno le loro divinazioni ? 

Gli studi del Galvani sulla lingua non erano soltanto archeologici ; 
ma toccavano anche le questioni che si suscitarono in Italia ai tempi 
nostri. Nei suoi dubbi svile verità delle dottrine perticariane nel fatto 
storico della Lingua , confutò vittoriosamente la parte più falsa che è 
nei giudizi del genero ingegnoso ed eloquente di Vincenzio Monti. Venne 
poi a conclusioni conciliative di valore assai contestabile , e cercò con 
sottili interpretazioni di tirare alla sua sentenza l'autorità dell'Alighieri , 
tanto abusata dal Perticari. Per il Galvani c'è in Italia una lingua 
scritta sull'esempio dei classici , diversa da quella che si fonda sull'uso 
del parlare toscano. Stima che tutti i dialetti italiani abbiano valore 
potenziale di lingue distinte , e che siano rimasti in condizione bassa , 
solo perchè mancarono scrittori autorevoli che li ingentilissero, e loro 
dassero credito , come ebbe il dialetto toscano. 

Questi ed altrettali erano i suoi concetti manifestati in quella disputa ; 
alla quale non voglio neppure accostarmi , per paura d' impigliarmici e 
fuorviare. Dirò puttosto che di merito superiore a queste polemiche, le 
quali d'ordinario lasciano il tempo che trovano , è il suo Glossario 
Modanese ricco di erudizione e di scienza filologica. 

Le opere che ho rammentato basterebbero ad assicurare la fama di 
Giovanni Galvani. Ma molte più ne rimangono, varie di soggetto, di 
mole e d' importanza , dello quali mi è forza tacere. Dirò solo che 



GIOVANNI GALVANI 205 

chiunque prenda a scorrere anche queste sue cose minori, c'imparerà 
sempre_ciò che altrove non avrebbe imparato ; e questo è gran pregio , 
singolarmente in un tempo in cui i compilatori tengono il campo , e 
scrivere per molti non è altro che ripetere. 

Il Galvani fu inoltre magistrato integro ed amministratore intelligente , 
a confessione dei suoi stessi avversari. Come letterato ebbe riputazione 
minore del merito, colpa forse la parzialità delle parti politiche di cui 
patiscono anco le lettere. Tra quelli che più giustamente lo stimarono , 
ricordo a suo onore G. P. Vieusseux , che ci tenne corrispondenza , e si fece 
editore dei suoi lavori. Il Guessard con la precipitazione ornai tradizio- 
nale degli alunni della Scuola delle Carte di Parigi , lo accusò di plagio 
nella stampa dell'antica grammatica provenzale di Raimondo Vidal , e 
i giornali nostrali diedero subito ragione al critico francese , contro il 
codino italiano. Ma il Galvani provò ad evidenza di aver condotto la 
stampa del Vidal nel 1843 sopra un Codice Laurenziano , non già sulla 
edizione parigina del 1840, da lui allatto ignorata, e dalla sua in molte 
parti difforme. 

La morte fece fare del Galvani più equo giudizio. Ne furono onorate 
le esequie dai suoi Colleghi dell'Accademia modenese e della Deputazione 
di storia patria , e si costituì una Giunta per porgli un busto nella Bi- 
blioteca Estense , dove il suo nome non scomparirà accanto a quelli del 
Sigonio , del Muratori e del Tiraboschi. 



GIOVANNI RE I>I ©AUSONIA. 

Col nome del Conte Galvani speravo che fosse chiuso per quest'anno 
il Necrologio accademico , ma in questi ultimi tempi avvenne la morte 
del Re Giovanni di Sassonia nostro Accademico Corrispondente ; sul 
quale debbo aggiungere alcune parole di commemorazione; fortunato 
clie il valore dell' uomo mi dia materia di giusto elogio , senza bisogno 
di far riflettere sul suo nome lo splendore della corona di re. 

Egli nacque il 2 di dicembre del 1801 , ed a malgrado degli scon- 
volgimenti che ebbe a patire l'Alemagna durante la sua adolescenza , fu 
educato con quella cura con cui in Germania si sanno educare anche i 



206 GIOVANNI RE DI SASSONIA 

Principi. Acquistò ampia e svariata coltura, e gii piacque di conoscere 
tutti i progressi non solo dello spirito germanico , ma sibbene dello 
spirito umano , e seppe di lingue e di letterature straniere al suo paese, 
piuttosto da dotto che da dilettante. Lontano dalla politica, nella sua 
gioventù si diede tutto agli studi ; e gii uomini eruditi si onoravano 
della sua amicizia , e le Società dotte lo acclamarono Protettore dei loro 
lavori, e Presidente dei loro collegi. Nel 1830 diede in luce sotto il 
pseudonimo di Filalete , una versione tedesca di una parte della Bivina 
Commedia di Dante, molto lodata in quel tempo e tuttora in credito. 
Da questa versione si può dire che abbia avuto principio in Germania 
quella serie di studi sul nostro maggior Poeta , che forma ormai una 
vera Biblioteca dantesca germanica , nella quale tiene alto luogo il pro- 
fessore Carlo Witte nostro collega. 

Un lavoro cosi dotto ed accurato diede riputazione anche in Italia al 
Principe Giovanni; il quale nel 1838, venuto a visitare la Corte di To- 
scana, a cui lo univano legami di parentela, nell'Adunanza straordma- 
ria del 14 aprile, sulla proposta del Segretario Becchi, fu eletto Acca- 
demico Corrispondente della Crusca. Ed egli ebbe tanto in pregio questa 
spontanea testimonianza di stima dell'Accademia , che volle occupare il 
suo seggio , nella successiva Adunanza del 24 di giugno. 

Né l'aflfetto verso la Crusca gli venne meno, quando la morte del 
fratello Federigo Augusto, nel 1854, lo fece salire sul trono Sassone; 
giacché nel 1857 essendo tornato a Firenze dopo il matrimonio della 
figliola Maria Anna col Principe ereditario di Toscana, gradi che la 
Crusca tenesse un'Adunanza in suo onore , e vi intervenne con animo 
assai benigno e cortese verso gli Accademici. 

Della sua vita come re a me non spetta di parlare ; .dirò soltanto 
che egli fu sempre fedele alla Costituzione dello Stato , e promosse le 
riforme legislative le più ardite , fino all'abolizione della pena di morte 
da lui sanzionata nel 1868. La sua politica ebbe per esecutore un uomo 
di molto acume , il Conte De Beust , ed era diretta a tenere uniti gli 
Stati minori della Germania per resistere alle preponderanze Austriache 
e Prussiane. Questo sistema se era utile per conservare le autonomie 
degli Stati , contrastava peraltro alle tendenze unitarie della nazione •, e 
non poteva durare a lungo. Infatti nella guerra del 1866, la Sassonia 
prese le parti dell'Austria , ed ebbe a patirne funesti effetti. Anzi se non 



GIOVANNI RE DI SASSONIA 207 

era la considerazione personale che godeva in Germania il re Giovanni, 
forse alla Sassonia toccava il destino dell'Annover. Dopo questo esperi- 
mento, il re cedette alla fortuna del vincitore di Sadowa , e senza ac- 
campare velleità di particolarismo, come dicono i Tedeschi, fu alleato 
lealissimo della Prussia nella terriijile guerra del 70 , a malgrado di 
ogni tentazione per parte della Francia , di separarlo dalla nazione. 

Egli morì nel suo Castello di Plinitz il 29 di ottobre di quest'anno , 
e la sua morte fu deplorata in Germania ed in Italia, 'come quella di 
un Principe giusto e liberale , e di un cultore appassionato delle lettere 
e dei buoni stu^j. 

M. Tabarrini. 



NECROLOGIE 



ERMANNO REUGHLIN. ^ CARLO HOPF. 

Il di 14 maggio ultimo passato pose termine alla vita di 
Ermanno Reuchlin.di Reutlinga nella Svevia, discendente della 
famiglia resa ben nota nel mondo letterario pel celebre uma- 
nista, il quale in Germania segui le traccie di Marsilio Ficino 
e di Pico della Mirandola , da lui personalmente a Firenze 
conosciuti, ed ebbe a sostenere lotta di gran lunga più aspra 
e più lunga di quella che amareggiò gli ultimi anni della « fe- 
nice degli ingegni » (1). Il fratello di Giovanni Reuchlin , Dio- 
nisio , stato scolaro del Ficino , le cui lettere più d'una volta ne 
fanno menzione , continuò la famiglia , in cui ai tempi nostri 
ridestossi l'amore delle cose italiane, già così vivo nel sommo 
erudito, il quale, mentre partecipò alla sorte dei dotti Italiani 
che in certo modo servirongli di modello , di non aver lasciato 
cioè opera oggidì ancora o pel contenuto o per la forma ri- 
masta viva, pure al pari di loro contribuì grandemente al pro- 
gresso della scienza e dell'umano spirito. Ermanno Reuchlin 

(1) Nel 1870 L. Geiger stampò a Lipsia la Vita di Giovanni Reu- 
chlin , opera coscienziosa e diligentissima, la quale non manca nemmeno 
d' interesse per l' Italia , inquantochè nella medesima si tratta a distesa di 
quegli studi cabbalistici , nei quali l'Alemanno ebbe a compagni , o mag- 
giormente a maestri gli eruditi italiani, ed in genere degli studi dell'epoca 
dell'Umanismo, dall'Italia estesisi ai paesi oltramontani. Non ho bisogno 
d'accennare al dotto lavoro di Leopoldo Galeotti sopra Marsilio Ficino, 
inserito in quesVArchivto Storico, in cui si parla delle visite fatte all'Ita- 
lia dal dotto Svevo , la prima nel 1482 allorquando egli accompagnò il suo 
signore Eberardo conte poi duca di Wurtemberg , la seconda nel 1490 in 
compagnia d'un figlio di esso duca. Il Benigno, cui Lorenzo il Magnifico e 
dopo di lui Papa Leone X dimostrarono tanta fiducia, del pari che nella 
causa mossa a Pico della Mirandola erasi mostrato favorevole all'accusato, 
in seguito prese a difendere ancora il Reuchlin in simile circostanza. 



N r<: e R L G I E 209 

studiò maggiormente la teologia, e al campo teologico appar- 
tiene la prima di lui opera, la storia del Giansenismo {Geschichte 
von Port-royal) pubblicata in due volumi negli anni 1839-44, 
opera colla quale si collega altra più breve sopra Biagio Pascal 
( Pascal's Lehen und der Geist seiner Sclirifteìi) uscita nel 1840. 
Non mancò al Reuchlin la diligenza nel raccogliere i materiali 
nelle biblioteche, all' infuori della sua patria, di Francia, dei 
Paesi Bassi e d'Italia, né difettò esso d'acume e di scienza, 
ma non gli riuscì l'addentrarsi nello spirito francese di quel 
memorando tempo, mentre i di lui giudizi troppo si risentono 
delle prevenzioni difficili a scansare dal teologo protestante, 
ancorché dotto ed imparziale, nelle questioni interne della 
Chiesa Cattolica. L'essersi l'opera surriferita pubblicata con- 
temporaneamente con quella del Sainte-Beuve , inugualissima 
e non troppo omogenea nelle singole parti, ma pure prova di 
non comune ingegno e di non minor talento per la forma , non 
giovò allo scrittore tedesco. Dopo di avere iniziata la carriera 
sua letteraria con tali lavori intorno alla storia francese, il 
Reuchlin si voltò a quella d'Italia, cui dedicossi interamente 
nei due ultimi decenni della sua vita. Nel 1859 esci il primo 
volume della Storia d' Italia moderna ( Geschichte Italieìis von 
Grùndung der regierenden Dynastien bis auf die Gegenivart), 
il cui terzo volume, nel quale narransi gli avvenimenti degli 
anni 1849-1860, si rese di pubblica ragione nel 1870, mentre 
il quarto, procedente sin alla riunione dell'intera penisola 
sotto lo scettro della dinastia Sabauda, esci quasi contempora- 
neamente alla morte dell'autore. Il titolo dell'opera non corri- 
sponde al contenuto. Mentre si crederebbe di trovare nella 
medesima la storia italiana dalla fondazione delle dinastie 
(allora) regnanti, poche pagine sono sembrate bastanti all'au- 
tore prima di giungere alla restaurazione del 1814 , dimodoché 
non si sarebbe dovuto dar luogo ad erronea supposizione col- 
r indicazione contenuta nel frontespizio. Principiando da quel- 
l'anno, il racconto procede limpido e copioso, e lascia poco da 
desiderare quanto all'esattezza materiale, mentre la forma, se 
non brillante, é seria e sobria, quale si conviene allo scopo. 
Non prima degli anni 1846-47 l'autore entra nei particolari più 
minuti, di maniera che la di lui opera non va esente di difetto 
quanto alle proporzioni ; difetto però da tenersi in minor conto 

Arch. , 3.« Sierie , Tom. XIX. 14 



210 NECROLOGIE 

(li quello dell'essersi prestata fede soverchia a delle date non 
sempre ammesse con critica abbastanza severa. Nell'insieme 
però l'autore merita lode, e per la diligenza da lui messa 
nell'esame dei fatti e per l'esposizione dei medesimi , lode quale 
volentieri vado tributandogli , mentre le di lui opinioni e ve- 
dute spessissimo poco corrispondono colle mie. Mentre stava 
pubblicandosi quest'opera, la quale conserverà importanza e 
pregio, quantunque varie parti di essa siano composte sotto 
r impressione troppo viva dei fatti contemporanei , l' autore 
stampò varie cose appartenenti all' istesso argomento e periodo , 
sopra Cesare Balbo, Giuseppe Garibaldi, Daniele Manin, sui 
generali Florestano e Guglielmo Pepe ec, scritti non sempre 
bastantemente maturati, e presto dimenticati (1). L'ammirazione 
del Reuclilin per Cammillo Cavour , nella di lui patria sveva gli 
aveva procurato il soprannome di « Cavourle » , il Cavourino ; 
ammirazione sincera ed in ogni caso senza secondi fini. Egli 
mori a Stuttgarda, nell'anno suo sessantesimo terzo, appena 
condotta a termine l'opera, per la quale varie volte visitò 
l'Italia, non perdonando a fatiche letterarie ne ad indagini per- 
sonali onde renderla quanto più si potesse compiuta ed esatta. 

A soli quarant'anni giunse la vita di Carlo Hopf , di Hamm 
nella Westfalia, professore di storia e primo bibliotecario nel- 
l'Università di Konigsberga, morto d' improvviso a di 23 agosto 
a Wiesbaden , dove erasi recato a cercare nei bagni guarigione 
d'un male locale. La perdita di quest'uomo, tolto alla scienza 
storica nella pienezza delle forze fisiche e morali, è sensibilis- 
sima. I lettori dell'Archivio Storico forse si rammenteranno dei 
cenni , che varie volte ebbi occasione di porgere intorno ai di lui 
scritti sulla storia di Grecia medievale, anni fa nelle Notizie 
bibliografiche dei lavori tedeschi sulla Storia d'Italia, ed in ul- 
timo luogo ragionando della vasta opera dal medesimo pubblicata, 
nella quale riassume l'intera storia della Grecia, dall'irruzione 
dei Go i sotto Alarico sino al principio dell'insurrezione del 1821 
contro il giogo turco (Vedi Ardi. Sior., voi. XV del 1872 a 



(1) Nella Bibliografla dei lavori alemauni sulla Storia italiana e nei 
Supplementi alla medesima aggiunti uéiV Ar chimo Storico trovansi indàcati 
i vari lavori del Reuchlin. 



NECROLOGIE 211 

pag. 113 e segg. ), Esposi liberamente e i pregi e i difetti delle 
opere dell' Hopf, pregi non comuni e di gran lunga superiori 
ai difetti risultanti non già sempre dall'indole e dal metodo 
dell'autore, ma spesso dall'aridità dell'argomento. Allorquando 
enunciai la speranza, che l'autore avrebbe ripreso in mano la 
sua storia, togliendone quanto stesse in lui i difetti, miglio- 
randone la dettatura e completando la parte ultima rimasta 
povera, di confronto maggiormente a quella che tratta dell'epoca 
del dominio franco , non mi venne in mente , la di lui mortai 
carriera essere per chiudersi cosi presto. Nessuno al pari di 
lui erasi addentrato in quel campo, coperto di spine fra le 
quali per lo storico fioriscono poche rose. Il Ducange nel Sei- 
cento, ai giorni nostri più di qualunque altro il Buchon e il 
Fallmerayer eransi occupati dei tempi bizantino- franchi, mentre 
vari altri , di cui non ho qui da ripetere i nomi , avevano trattato 
maggiormente delle relazioni tra la Grecia e l'Italia. L'Hopf, 
completando ed ampliando in varie parti i lavori del Ducange, 
ordinando e spesso correggendo quei del Buchon, sceverando 
in quelli del Fallmerayer il vero dall'arbitrario e finanche ap- 
passionato, aveva portato la critica la più paziente e minu- 
ziosa nelle ricerche, e se non seppe infondere vera vita ai 
risultati, non di lui solo ne è la colpa. Chi é per riassumere 
l'ardua, e bisogna pure confessarlo, non troppo grata fatica? 
Poco prima di morire, l' Hopf ultimò il volume stampato a Ber- 
lino col titolo: Chroìiiques greco-romanes médites oitjjeu co7i- 
nues , collezione già da vari anni annunziata (Vedi Arch. Stor., 
serie II, voi. XVII). Alla Storia d'Italia ancora esso giovò 
assai colle sue fatiche. In primo luogo colle ricerche sulla 
Storia Greca, in tanti modi con quella d' Italia collegata, mol- 
tissime famiglie non solo venete e genovesi , ma napoletane , 
fiorentine ed altre avendo avuto dominio nella Grecia, oltre 
quelle parti e della Grecia continentale e delle Isole sottoposte 
alla Repubblica Veneta e ai Sovrani napoletani. In secondo 
luogo con varie monografie sulla storia italiana, cui di già 
accennai in quest'Archivio Storico , sui Due Foscari , sul Con- 
siglio dei Dieci, sul Duca d'Atene ec, e colla stampa dei capitoli 
spettanti a Carlo d'Angiò nella Cronaca di Marin Sanudo il 
vecchio. Una delle monografie dell' Hopf, sopra Graziano Zorzi 
signore di Santa ^ylaura, venne pubblicata a Corfù nel 1870 in 



212 NECROLOGIE 

versione greca di I. A. Romano, con erudita e copiosa intro- 
duzione di P. Lambro sulla storia e letteratura dell'epoca 
Franca in Grecia e sul dominio di un ramo degli Orsini nelle 
isole di Cefalonia e di Zante. Di altri lavori suoi , segnatamente 
del grande prospetto genealogico delle famiglie regnanti ed 
altre, non occorre parlare nel presente luogo, dove si tratta 
d'accennare ai servigi da lui resi alla Storia d' Italia maggior- 
mente nelle relazioni coi paesi levantini, e alle di lui dili- 
genti ricerche, soprattutto negli archivi e nelle biblioteche di 
Venezia e di Napoli, ma ancora a Firenze, a Roma e in altre 
città della penisola. 

A. R. 



ANiNUNZI BIBLIOGRAFICI 



Mionog-rafia storica e statistica del Coinune di 
Mloiitespertoli , compilata dall'Avv. Marcello Nardi-Del 
Firenze, Tip. Cooperativa, 1873. 

Montespertoli è piccolo ed oscuro paese posto sul vertice di una di 
quelle colline che sorgono in mezzo alle ubertose valli bagnate dall'Elsa, 
dalla Pesa e dall'Arno. E distante da Firenze ventidue chilometri, e lo 
attraversa la strada provinciale che da quella città mena a Volterra. In 
antico il Comune , di cui è capoluogo , repartivasi , secondo l'usanza 
fiorentina , in tre pivieri : piviere di San Pietro in Mercato , di San Pan- 
crazio e di Coeli-Aula; e questi pivieri comprendevano cinquantadue 
popoli o parrocchie. Con l'andare del tempo alcune d'esse scomparvero, 
e le provvide riforme leopoldine , onde fu soppressa nel 1774 la repar- 
tizione , resa inutile , dei territori comunali per pivieri , le ridussero a 
quaranta: oggi sono ventisei parrocchie sopra una superficie di et- 
tari 12322, 66. La popolazione del Comune nel corso di un secolo è più 
che raddoppiata: difatti nel 1771 vi si contavano 4087 abitanti: cent'anni 
dopo sommarono a 9135, dei quali oltre alla metà agricoltori, e più 
che sette decimi , analfabeti. 

Di questo tratto brevissimo del territorio toscano l'avv. Marcello 
Nardi-Dei ha compilata una Monografia storica e statistica, che perla 
diligenza delle ricerche, per la copia delle notizie e per la facile e chiara 
esposizione ci sembra degna di lode. A dir vero , la Toscana , mercè il 
Dizionario del Repetti, ha molto meno d'ogni altra provincia d'Italia 
il bisogno di siffatte monografie, che riescono poi grandemente profit- 
tevoli alla storia generale del nostro paese. Ma ciò non menoma punto 
il pregio di questa Monografia , anzi lo accresce ; essendo libro che assai 
volentieri si legga anche da chi abbia familiare e frequentemente tra 
mano quel Dizionario. Oltre a ciò , come il buon Repetti non potè tutti 
vedere i documenti propri d'ogni città , d'ogni paese , d'ogni borgata e 
fin d'ogni parrocchia della Toscana , né sempre ebbe agio di raccogliere 



214 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

su i luoghi dalli scrittori le notizie che gli bisognavano per la sua 
opera lodatissima, così cadde talvolta in alcuna di quelle dimenticanze o 
inesattezze , che sono ad ogni modo inseparabili da compilazioni tanto 
ampie e laboriose. Ma così avesse tutta Italia un Dizionario storico , 
quale ebbe dal Repetti la nostra Toscana; o almeno molti Comuni aves- 
sero una monografia simile a questa toccata in sorte a Montespertoli ! 

Il Nardi-Dei ha diviso il libro in quattro parti: nella prima (Topo- 
grafia) discorre della postura geografica, dell'antica e presente circo- 
scrizione del Comune Montespertolese, riserbando al terzo capitolo le 
notizie storiche del capoluogo e delle parrocchie nel Comune esistenti. 
Nella seconda parte {Popolazione) l'Autore ci presenta in più tavole il 
numero degli abitanti, « la loro repartizione sul territorio comunale, 
il loro sesso , stato civile ed età , la loro origine ed abituale residenza » 
(pag. 69), e queste Tavole accompagna con utili e giudiziose conside- 
razioni. Notevole su le altre la prima tavola, dove la popolazione del 
Comune è notata nel corso di un secolo (1771-1871) per ogni decennio , 
e distribuita per frazioni, o parrocchie, e per sesso. La terza parte 
{kgricoltura , Industria e Commercio) ha notizie importanti sulle antiche 
condizioni agricole ed economiche di quel paese, e ci dà ragguaglio della 
cresciuta cultura del suolo, massime nel nostro secolo, poi che alle in- 
colte boscaglie che lo ricoprivano, luogo di sollazzo e di caccio alla evi- 
rata Corte Medicea, furon sostituite fruttuose coltivazioni di viti e uli- 
vi. È finalmente nella quarta parte {Amministrazione) ciò che concerne 
alla passata e odierna costituzione politica, economica e giudiziaria del 
Comune, avendo l'Autore avuta altresì la diligenza d'inserirvi la serie 
dei podestà, cui succedettero i gonfalonieri, che governarono Monte- 
spertoli dal 1570 al 1872. 

A compilare questa Monografia l'Autore non solo si giovò delle carte 
dell'Archivio Montespertolese, raccogliendo ancora quante più seppe 
notizie dalli scrittori di cose toscane, ma ebbe ricorso eziandio a quella 
fonte copiosissima che è l'Archivio di Stato in Firenze, dove i documenti 
della Badìa di Passignano e i Libri delle Decime ed altre carte gli for- 
nirono opportune notizie, sì che alcuni pochi errori del Repetti corresse, 
ne riparò qualche omissione, e più compiuta ci diede la storia di quel 
Comune. Nella quale non sono veramente da ricercare avvenimenti no- 
tevoli né tampoco gli effetti di quelle gare intestine , di quelle rivolu- 
zioni civili che tanto travagliarono le nostre città; pur nondimeno si 
rifiette ancor su que' luoghi piccoli ed ignorati lo splendore eia gloria 
di alcune di quelle famiglie italiane, che le virtù e il genio, l'antichità 
e le ricchezze fecero più celebri di tante famiglie principesche e reali. 
Ebbe i suoi nobili anche Montespertoli , famiglia antica e di assai stato , 
che diede alla Repubblica Fiorentina cittadini adoperati più volte in 
pubblici negozi : un Arrigo designato giudice nell'atto di cessione del 



ANNUNZI BIBUOGRAPin 215 

castello di Semifonte, fatta dai conti Alberti il 12 febbraio 1190 ai Fio- 
rentini, ed eletto nel 1203 podestà di Volterra; un Ottolino che firmò 
nello stess'anno il trattato di pace conchiuso tra Siena e Firenze. Dino 
Compagni ricorda nel secondo libro della sua Cronica un Lotteringo da 
Montespertoli , e lo annovera tra i buoni cittadini, che nel 1301 consi- 
gliavano ai Priori di fare l'ufizio nuovo , di ritornare i confinati a città 
e di travide le porte de' gangheri ; consigli che l'ira di parte ricusò di 
seguire, e ne derivò la morte del divino Aliglneri in esigilo. Che codesti 
nobili appartenessero alla potente famiglia dei conti Alberti a me non 
sembra bene chiarito , ma l'Autore lo crede e non senza buone ragioni : 
certo è che se non ebbero sul paese una vera signoria , vi goderon pri- 
vilegi, quello, ad esempio, di percipere un diritto di pedaggio sulla 
strada che da Montespertoli conduce a Castel Fiorentino. Comunque, ai 
possessi ed alle ragioni di codesta famiglia, mancata verso la fine del 
secolo decimoquarto , succedette quella dei Machiavelli , che da tempo 
antico aveva in quelle parti moltissimi beni. Gli eredi furono Lorenzo e 
Boninsegna di Filippo Machiavelli , Boninsegna che fu bisavolo del grande 
Segretario fiorentino (1). Il quale non sappiamo se a Montespertoli pos- 
sedette, non essendone menzione nel suo testamento, ma è certo che 
egli pure godè il giuspatronato delle chiese di Montespertoli, di Orti- 
mino e di altre (2). Illustrano eziandio il Comune Montespertolese altre 
famiglie nobilissime ; e per tacere di quella dei conti Alberti , che v'eb- 
bero larghe possessioni , sono da ricordare le famiglie dei conti Cadolingi 
da Fucecchio , dei Guicciardini , dei Ridolfi che si vogliono oriundi di Pop- 
piano, dei Frescobaldi e di quella men nota dei Ravignani, che fu lo 
stipite della celebre famiglia dei conti Guidi. Accenni a queste famiglie 
occorrono frequenti nel libro del nostro Autore , e notizie che loro si 
riferiscono, non sempre da libri raccolte , ma più spesso da documenti. 
Più largamente ancora vi si parla degli Acciaioli, che possedettero il 
castello di Montegufoni, dove, molto prima che fos.se ridotto a villa di 



(1) Riportiamo dall'Autore la denunzia fatta nel 1427 da Boninsegna di 
mess. Francesco Machiavelli , relativa ai beni di Montespertoli : Ancora vi 
facciano noto e catastiamo il quarto di quelle ragioni che lasciò Orango 
di Agnolo da Montespertoli a Lorenzo nostro avolo , il quale Ciango 
lasciò per indiviso a detto Lorenzo la metà delle padronanze delle chiese , 
delle quali era padrone , e la metà di ogni ragione avesse in sul castello 
e piazza di Montespertoli (R. Arch di Stato in Firenze, Libri delle Decime). 
Ciango d'Agnolo surricordato fu Tultinio della famiglia dei nobili da Monte- 
spertoli. 

(2) V. l'A. a pag. 27, n. 2. Alle ragioni dei Machiavelli succedettero per 
testamento del march. Francesco Maria, ultimo della famiglia (2 febbra- 
io 1726), i marchesi Raiigoni di Modena, ed a questi i marchesi Ceppi. 



21 G ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

splendida magnificenza, nacque Niccolò, il gran Siniscalco, che nel 1345 
vi condusse a salvamento il principe dì Taranto , regio pupillo di cit- 
tadini repubblicani. 

Bastino queste parole a raccomandare alli studiosi il libro del Nardi- 
Dei, il quale per verità non abbisognerebbe di alcuna raccomandazione, 
se talvolta la modestia del titolo e la poca importanza presente dei 
luoghi non lasciasse passare inosservate simili compilazioni , che fra noi 
non hanno molti lettori, e nemmeno il facile ed effimero plauso delle 
gazzette. 

1.0 febbraio 1874. L. Banchi. 



Die tJel3ertra.g"mig' cler Fteliquieu des li.eilig"eii 
GJ-enesitis iiaeli Scliieiien, ed. W. Wattenbach. ( Dalla 
Zeitschrift fur (Jeschichte des Oberrhems . XXIV, an. 1873.) 

Giustamente osserva l'editore che i racconti delle reliquie dei Santi , 
e dei loro trasferimenti, e dei miracoli a quelle attribuiti, possono 
utilmente consultarsi come fonti preziosissime di storia ; imperocché , 
in mezzo a molte pie favole , contengono spesso gran quantità di mi- 
nute notizie storiche , topografiche e biografiche , e ragguagli d'arte , di 
cultura e di costumi. 

Così in questo racconto del trasferinaento delle ossa di San Genesio a 
Schienen ( nel vescovato di Costanza) , scritto da un monaco di Reiche- 
nau nei primi anni del secolo IX, che il sig. W. Wattenbach, toglien- 
dolo da un codice della Biblioteca granducale di Baden (Cod. Aiigiensis, 
CCII, fol. 109 t.-122), ha pubblicato e illustrato con esemplare diligenza 
e dottrina, trovansi alcuni accenni alla storia di Firenze del tempo di 
Carlomagno e di re Pipino. Vi si narra come certo diacono , il quale , 
per ordine di Gebaardo conte di Treviso , era andato a Gerusalemme 
a prendere le reliquie di quel Santo , reduce nel principio dell'anno 798 
dalla sua spedizione (la data è stabilita dall'editore), sbarcò a Porto, 
dove incontrò il nobile Scrot, alemanno, conte della città di Firenze, 
che andava peregrinando a Roma insieme con la moglie ; e come poi 
il conte, essendo riuscito ad avere una parte delle ossa del Santo, ri- 
tornatosene in patria con licenza del re Pipino, portò seco le preziose 
reliquie, a onore delle quali fu poi fondato un monastero. 

Ecco i passi, nei quali si ia menzione di Scrot: 

Hisdem.... temporibus reliquiae Sancii Genesii martyHs Cìiristi par- 
tibus Germaniae dacatus Alamamiiae , cuidam fideli viro Scrot nomi- 
ne , ex ìwbili orto progenie , evehente , allatae sunt (Ibi. 110 del ms.). 



ANNUNZI BIlJLIOGRAFiri 217 

Nam Scrot vir ille réligiosus, cuius superius fecimus meneionem, 
qui eodem tempore comes Florentinae cAvitalis erat, oracionis causa, 
ima cum ccmiuge sua liisd^m diehus Romam advenerat (fol. Ili t.). 

Comes vero xyroefatus partem corporis , quae sibi dei ut credimus 
providentia fueì^at condonata, diligentissima cautela iussit involvi ,..., 
petitoque commeatu a rege Pipino, per tuga Alpium thesaurum admo- 
dwn precioswn nostra')n prone xit ad pntriani (fol. 113 t.). 

Abbiamo qui dunque notizia d'un conte tedesco in Firenze , nel tempo 
che, secondo le tradizioni raccolte dal Villani e da Dante, la città non 
era stata ancora rifondata sopra il cener che d'Attila rimase: e que- 
sta notizia, per quanto nuda e sola, stimo utile additare agl'investi- 
gatori dei primi tempi della storia fiorentina ; intendendo che , dove 
l'oscurità è molta e i monumenti pochi, d'ogni piccola cosa debba farsi 
prò. Né sarà forse superfluo d'aggiungere , per gli opportuni confronti , 
come Cosimo Della Rena ( Buchi e Marchesi di Toscana , Parte I , pa- 
gina 88) riferisca dagli Annali di Francia la notizia che nel 774 Carlo- 
magno , re de' Longobardi , prepose un conte a ciascuna città d' Italia ; 
e come in una lettera di papa Adriano I del 784 (Murat. . RR. IL 
SS.,IU, Farteli, col. 234. J affé , N.» 1877) trovisi menzionato un Gua- 
dibrando, dux civitatis florentinae. Nelle carte caroline dell'Archivio 
Fiorentino non m'è occorso di trovare verun conte di Firenze; ma solo 
un conte Magenrad , sedente in un giudicato tenuto a Pistoia nell'agosto 
dell' 806. ( Carta dei Rocchettini di Pistoia. Brunetti , Cod. dipi, tose, II , 
pag. 358.) C. P. 



Del delitto di violato sepolcro. Dissertazione del piro- 
fessoreY. BuoNAiynci; Pisa, Nistri , 1873; 8vo di pag. 176. 

L'argomento è di natura giuridica ; ma l'autore , che , mentre pro- 
fessa con onore proprio e profitto altrui le discipline legali, è aman- 
tissimo della storica erudizione, ha trovato il modo d'inserirvi notizie 
curiose sulle varie costumanze nelle tumulazioni, da' tempi dei popoli 
selvaggi a' nostri giorni. Da' suoi ragionamenti apparisce che la tomba 
è frutto e misura della civiltà, espressione del sentimento religioso, 
pegno di domestico afifetto. Onde l'esserne privo si tenne fra gli antichi 
per disonore o per gastigo , e i soli miscredenti o chi non lasciava ere- 
dità d'affetti non si curarono dell'urna. Vero è che i sepolcri , come tutte 
le cerimonie e le pompe che in certi tempi precedevano e succedevano 
al seppellimento , furono non di rado occasione di festosa vanità e mo- 
numenti di amore simulato o di menzognera virtù ; per la qual cosa uomini 



218 ANNUNZI BIBLIOGRAFICI 

di buon senso coprirono di disprezzo lo sfarzo inopportuno e le lodi bu- 
giarde. Ma ciò non ha fatto mai venire in uggia il luogo certo posto 
alle reliquie de' nostri cari, né rinunziare al conforto di leggerne inciso 
il nome sopra una pietra modesta. 

In questo ravvicinamento di sentimenti e di fatti, che si riferiscono 
alle sepolture, si rende meravigliosamente manifesta l'uniformità degli 
uni e degli altri in tempi così fr-a loro diversi. Lo che prova una volta 
di più come le leggi del cuore umano siano immutabili e come sia con- 
tinuo il mescolarsi degli affetti e delle passioni. La venerazione de' se- 
polcri si trova presso le antiche nazioni come presso le moderne. E 
anc'oggi , come allora , si vorrebbe negato agi' immeritevoli l'onore di 
giacere accanto a' fratelli migliori. Al Nec tumidirm curo di Mecenate, 
al nemmeìn de supremo officio rogo di Seneca risponde bene il voto del 
Giusti d'andare al diavolo senza iscrizione e lo statuto delle società 
d'afìranchisement e des solidaires del Belgio. La decima tavola di Roma, 
che frenava il lusso funebre, pare abbia servito di modello alle leggi 
suntuarie delle repubbliche italiane. Perfino il delitto di violato sepolcro 
si estende a tutta l'età dei sepolcri. 

Queste ed altre considerazioni, senza contare quelle molte di diritto 
civile e criminale che fa l'autore da sé, vengono spontanee dalla let- 
tura del libro. Al quale, perchè nulla mancasse di quanto concerne al 
soggetto, si è voluto unire, con soprabbondanza che non dispiace punto, 
una nota allàbetica di parole che si trovano nelle leggi e la loro spie- 
gazione. Né è questo un semplice lusso filologico, ma l'autore ne trae 
occasione a notizie che non avrebbero avuto luogo altrove. Certo, sto- 
ricamente parlando , non si può chiamare lavoro compiuto , e noi stessi 
troveremmo facilmente da aggiungere fatti e vocaboli; ma bisogna ri- 
cordarsi che qui la storia occupa un posto secondario : e , vedendo come 
l'autore sa adoperarla a vantaggio della sua scienza, dobbiamo deside- 
rare che egli prosegua in questo metodo utile agli eruditi ed ai legisti 
e lo applichi con egual fortuna ad impresa più vasta. C. L. 



Stoi-iit dell' Italiit antica, scritta da Atto Vannucci. Terza 
edizione accresciula e corretta, la sola illvsfrata coi monumenti. - 
Voi. primo. In 8vo di pag. 904; Milano, tip. editrice lombarda, 1873. 

Quando ristampò la seconda volta, coi tipi del Le Mounier, nel 1863 e 
64, questa sua storia, l'autore aveva fatto tesoro di molti studi più re- 
centi, e con ricerche nuove aveva potuto ampliare con aggiunte di fatti 
il suo dotto lavoro, del quale fu ciarlato ìiqìV Archioio Storico. Dal 64 in 



ANNUN/l inBLIOGRAFICl 210 

poi, i sussidi per lo studio delle antichità italiane sono immensamente 
cresciuti; di studi poco o mal conosciuti, o secondo il merito non ap- 
prezzati, s'è avuta più precisa la cognizione; e possiamo con compia- 
cenza attermare che non pochi sono gl'Italiani che con indipendenza di 
giudizio , fondandosi sui fatti e sui documenti , non fantasticando con 
ipotesi più meno ingegnose, si sono adoperati a rischiarare i punti 
più oscuri della storia nazionale. Il Vannucci ha seguitato il procedi- 
mento di questi studi con quell'amore che doveva avere per il suo libro, 
e che principalmente ha per la verità. Quindi per la edizione che annmizia- 
mo aveva potuto apparecchiare altre notizie da crescere quasi d'un terzo 
il libro, da confermare più autorevolmente e rettilìcare all'occorrenza la 
narrazione dei fatti. Tra le cose che ora troviamo di nuovo si vuol notare 
un riassunto chiaro, preciso di moltissimi scritti sui tempi preistorici , 
che agli studiosi risparmia la gran fatica che a lui dev'esser costata. 
Cresciuta pure è l'esposizione dei lavori di critica storica ; e vi leggiamo 
belle pagme consacrate alla memoria di Bartolommeo Borghesi , come 
un giudizio nobilmente pensato e degnamente esposto su Teodoro 
Mommsen. Le nuove scoperte archeologiche, le più accurate indagini 
sui monumenti gli han dato modo di estendersi di più sulla storia 
dell'antico Lazio. 

Il disegno è il medesimo ; perciocché l'autore ebbe fin dal principio 
il proposito di esporre fatti quanti più era possibile , convalidati dall'au- 
torità e appurati col proprio criterio , non di mettere in campo ipotesi 
ingegnose, alcune delle quali vediamo distruggersi per i progressi della 
scienza. 

AH edizione presente dà pregio immensamente maggiore la illustra- 
zione coi monumenti, che vedesi condotta con esattezza scrupolosa e 
con perizia di disegno : tutti i monumenti o sono disegnati sul luogo , 
sono ricavati dalle opere monumentali più accreditate presso i dotti, 
ma poco accessibili al comune dei lettori. 

Non dovevamo più oltre difiFerire l'annunzio del primo volume uscito 
in luce nell'anno decorso. Peraltro de' pregi che più ora raccomandano 
il libro sarà in seguito discorso con ampiezza. " G. 



220 



RETTIFICAZIONE. 



M/O caro Gelli , 

Leggendo nell'ultima Dispensa AeWArchwìO Storico l'erudita Memo- 
ria del Barone Gaudenzio Claretta da Torino intorno alla vita e agli 
scritti di Carlo Promis, fissò naturalmente la mia attenzione quel punto 
dove si assevera che nei Cenni Necrologici àSi me pubblicati la primavera 
scorsa , io caddi in errore , allorché , parlando del Libro sulla guerra 
del 1848, compilato dal Promis per commissione del re Carlo Alberto, 
ebbi a dire che tal lavoro rimase quasi ignorato « perchè , per ragioni 
non chiare, quasi tutta l'edizione fu sopr attenuta per i voleri mutati, 
e alquanto mutevoli, di Carlo Alberto ». Ma (soggiunge il Claretta) a 
glorioso ricordo del magnanimo principe deggio invece osservare, che 
di questi scritti furono fatte invece tre edizioni , di cui una persino in 
gran formato coi tipi del Perrin. 

E queste edizioni realmente furono fatte , ed io ebbi il torto d' igno- 
rarlo mentre scrivevo. Ma non capisco come esse possano servire di 
glorioso ricordo al magnanimo principe; quando è evidentissimo che 
tutto ciò seguì a ^ua insaputa , e quasi direi , a suo dispetto. Come no ? 
Essendo cosa certa ed irrefragabile , che l'edizione principe ; l'edizione 
curata da Carlo Promis ; l'edizione , insomma , eseguita per ordine regio , 
ixk quasi tutta soppressa per i mutati consigli di Carlo Alberto. Ed io , 
scrivendo di quella notevole e laboriosa opera del Promis , non potetti 
trattenermi dall'accennarne la stranissima fine. Della qual fine stranis- 
sima l'ottimo amico mi avrà parlato un milione e mezzo di volte. 

Ristabilita così la verità dei fatti , e dato a ciascuno il suo , non 
resta se non che io vi ringrazii molto , carissimo Gelli , del posticino 
che mi avete dato neW Archivio , e che vi stringa di cuore la mano con 
quell'amicizia che sapete. Addio. 



Di Casa, ai 10 febbraio 1874. 



Il tutto vostro 
Matteo Ricci. 



1 MANOSCRITTI TORRIGIANI 



AL R. ARCHIVIO CENTRALE DI STATO 

DI fiuknze: 

(Continuazione , Yed. Dispensa l.-'^, pag. 16.) 



[Registro di lettere di Pietro Ardinghelli , in nome pro- 
prio, e talvolta anche in nome di Giovanni Vespucci, dal 
19 gennaio al 15 agosto 1515]. 

Un quaderno di carte 54, delle quali 7 bianche ; autografo. 

Sulla prima carta , che serve come di coperta , sta scritto : Bie xviiy 
ianuarii M. D. XV. Regisirum prò illustrissimo et excellentissimo Do- 
mino B. luliano de Medicis. Finitum die 15 augusti 1515. E in fine è 
la minuta di due lettere de' 27 e 29 ottobre. Son lettere scritte , per 

10 più, a Giuliano , e in modo affatto privato ; ma il Segretario vi parla 
in nome del Pontefice, ed è vei'amente carteggio ft'a Leone X e il Ca- 
pitano Generale di Santa Chiesa , che si trovava già in cammino per 
andare a sposarsi con Filiberta sorella del duca Carlo di Savoia e della 
Luisa duchessa d'Angouléme madre di Francesco 1 ; il quale era succe- 
duto a Luigi XII pochi giorni avanti la prima data di questo Registro. 

11 Registro , che dal marzo ci lascia fino al luglio , contiene peraltro 
documenti importanti circa la lega contro Francia , alla quale Leone X 
s' accostò con passi molto misurati : ond'ebbe modo non solo di ritrar- 
sene , ma di collegarsi col Cristianissimo (settembre 1515), appena 
vide che la fortuna dei collegati veniva a mancare. Seguì allora il con- 
gresso di Bologna (dicembre 1515), nel quale Leone e Francesco si 
premessero molte cose, con quell'animo che le storie ci attestano. 

Ahch., 3.^ Serie, Tom. XIX. v 15 



222 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 



19 gennaio. - Domino Iiiliano de Medicis. Nomine domini 
Petri de Ardinghellis. 

« Avanti hieri per un corriere che andava in Francia scripsi a la 
Excellentia Vostra , et li mandai la copia de le ultime lettere di Tri- 
carico et del Pandolphino (1), et per una postscripta accusai la ricevuta 
de le sue de'xv. Hiermattina a la Magiiana (2) arrivorno le vostrede'svi 
a li reverendissimi Medici et Sancta Maria in Portico (3) con le lettere 
di messer Raffaello Hieronimi (4) de' 14; et volendo Sancta Maria in 
Portico liaver N. S. quieto et reniotis arbitris, non si ebbe tempo ad 
parlarli , perchè andò a caccia , se non hiersera ; et li parve , per levar 
ombra a qualcuno , che io solo facessi questo offìtio , et presentassi le 
lettere: et così, presa buona occasione, in camera solo decti a Sua 
Beatitudine per ordine tucte le lectere, et a bocca li subiunsi quanto 
mi parve ad proposito ; accennandoli che la parte circa al disegno di 
Milano ec. , per essere scripta solum a Sua Santità et a Sancta Maria 
in Portico , 1' havevo voluto conferire senza testimoni. Non potrei expri- 
mere a la Excellentia Vostra con quanta gratitudine et attentione lesse 
tucte le lettere et udì quello che io li parlai ; et acceptò senza replica 
alcuna tenerla secreta. Et factomi un bellissimo discorso , mi commisse 
respondessi per sua parte ne la infrascripta sententia. Prima, Sua 
Santità ha preso piacere de la fede et dispositione de la Excellentia del 
Duca (5) ; et se bene non si ha mai promesso altrimenti , tamen li pare 
bavere obligo, et è in animo di corresponderli in modo che Sua illu- 
strissima Signoria si terrà ben contenta di questo parentado. Di poi 
commendò et aprovò el partito di V. Excellentia di sollicitare la andata 
sua , et di battere il ferro mentre che è caldo , dando notitia al Duca 
de lo andar vostro , et come li porterete buona resolutione. Circa a la 
pratica che li oratori Svizeri li hanno mosso , pare a N. S. che la si 
debbi abscoltare et tenere ad ogni modo , procedendo cautamente , perchè 
dubita non sia per tentare non solo lo animo di Sua Excellentia , ma 

(1) Francesco Pandolfìni , eh' era in Francia oratore della Repubblica 
di Firenze. Il Vescovo di Tricarico era a quella Corte come nunzio. 

(2) Villa a cinque miglia fuori della Porta Portese. Sisto IV la cominciò 
a edificare col disegno di Giuliano da San Gallo ; Innocenzio Vili , Giulio li 
e Leone X rabbellirono. Dal monastero di Santa Cecilia è caduta nelle 
mani del Demanio , e serve di granaio e di ricovero ai bifolchi. 

(3) Cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena. 

(4) Raffaello Girolami , che poi ebbe parte nelle vicende ultime della 
Repubblica. 

(5) Di Savoia. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 223 

anchora di Sua Santità: et il modo tenuto insino a qui non li potria 
più piacere ; et sopratucto governarsi in forma , che con loro si vadi 
ad guadagno et non a perdita: et quando pure e' dicessino da vero, 
N. S. adiuterà, et favorirà dal canto suo perchè la si conduca con ho- 
nore et grado comune ; et spera per le mani di Sua ExccUcntia non 
possi esser tractata se non con somma prudentia et amore , et maxime 
trovandosi la V. S. , che potrà intendere et advisare a la giornata 
quello che accadessi. Hora V. S. scriva o si riservi a bocca ad fare 
intendere questo parere di N. S., come meglio li occorrerà. Quanto al 
disegno della causa di Milano , V. Excellentia può immaginare quanto 
sia suto grato a N. S. ; ma letto tucte le lettere di Raphaello (1), non 
vi vede già quello che per le vostre pare si presuppongha , perchè o 
costì è restato qualche adviso che non havete mandato , o vero havendo 
nel petto vostro qualche cosa che non si intende , mettete questo di- 
segno più facile che non si comprehende ne le due lettere di Raphaello , 
et ne le credentiali del Duca a N. S. ; et per tanto a Sua Santità occorre 
di presente , non ludica sia el tempo et la stagione , perchè da la banda 
di Francia non crede si possi toccare questo tasto tanto leggieri et 
suave , et maxime in questo principio , che non se li dia ne li occhi et 
nel core; ma quando quella INIaestà intenderà le dilBeultà che saranno 
a questa impresa, uno da canto potrà meglio, come da sé, mettere 
innanzi questo partito ; et quando lo humore franzese fùssi quietato, 
non sana cura difficile disporre Sedunense (2) et li Svizeri , benché e ma- 
neggi loro si possine male tenere secreti , come interviene ne' Governi 
populari. V. Excellentia tengha l'occhio in su questo disegno, et advisi 
se ha altro di più fondamento che le ofiferte di quelli oratori Svizeri , 
et mandi la copia che allega la lettera credentiale del Duca a N. S. , 
che forse per inadvertentia è restata costà. Quanto a la disposictione 
del Papa verso il Cristianissimo , V. Excellentia potrà a lo arrivar suo 
fare intendere al Duca come Sua Santità ha facto questo parentado non 
solo per darli la persona vostra , ma tucta la Casa , et essere con Sua 
Excellentia una medesima cosa : et che quando la Cristianissima Maestà 
si porti bene con Sua illustrissima Signoria , et la ami et tracti come 
zio et buon parente, Sua Santità vuole bavere la prefata Maestà per 
suo dilectissimo figliolo, et farli tanto honore et utile quanto (salva la 
conscientia et dignità sua) si potrà inmaginare. Così , quando il Re fa- 
cessi il contrario, N. S. è disposto correre una medesima fortuna con 
la Sua Excellentia et con la Casa sua , come ricercano li oblighi , lo amore , 
la fede et questa affinità. Occorrerebbe a N. S. , che V. Excellentia, 

(1) Girolami. 

(2) Matteo Schinner, vescovo di Sitton o Sion , nella provincia Taranta- 
sieuse , oggi di Chambery. 



224 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

facte le noze, et trovate le cose in quello termine che si disegna, man- 
dassi secretamente uno homo fidato al Re Cristianissimo ad congra- 
tularsi de la assumptione sua , et del parentado , et ad farli intendere 
la buona dispositione di Sua Beatitudine , et maxime per conto et opera 
vostra, faccendovene grado; et che non si maravigli se in questa im- 
presa di Italia ci va un poco fredda; perchè, per essere pastore et 
padre universale, non può desiderare né procurare se non la pace 
fra' Cristiani , né debbo ricercare la guerra et la effusione del sangue 
per altro conto che per la exaltatione del nome di Cristo et per la 
impresa contro a li Infldeli ; ma che quando pure Sua Maestà vegli 
venire in Italia, V. S. spera operare in modo che il Papa non li sarà 
contro ; come in facto pare che quella Maestà lo ricerchi per le let- 
tere del Nuncio Tricarico ; presupponendo che anchora epsa sia per 
riconoscere Sua Santità per patre , et beneficare V. Excellentia et la 
Casa de' Medici, et che la venuta sua habbi ad essere ad commodo et 
benefitio comune. 

« Hora , illustrissimo Signore mio, V. Excellentia intende la mente 
di N. S. , la quale per respecto vostro è meglio hedificata a le cose di 
Francia che la sia suta mai , et non cessa pensare ad farvi grande. 
Dipoi c'è el Reverendissimo di Sancta Maria in Portico, che se havesse 
ad fare per la anima sua , non crederrei vigilassi più che si facci per 
ler cose vostre , con la gratia et auctorità che ha apresso a N. S. , et 
con la cui pariieipatione , parere et commissione , in questa et in ogni 
altra cosa io mi governo. Vadi adonque V. Excellentia a buon viaggio 
et a felice noze. Di qua sarà di continuo advisata, et de li advisi 
vostri si farà buona resolutione ; et in breve vi si potrà fài'e più lume, 
perchè di Hispagna, di Inghilterra et da' Svizeri ci doverrà essere 
nuove lettere che adiuteranno fare buona resolutione. El Reverendissimo 
Medici et il Magnifico Lorenzo han visto tucto, excepto le vostre a 
N. S. et a Sancta Maria in Poi tico , et si rachomandano a V. Excel- 
lentia ; et il Cardinale de' Medici non responderà altrimenti, referendosi 
a questa. Et Sancta Maria in Portico ha scriptb per Innocentio, che 
partirà domani et porterà il breve del Capitaneato et li dui gioielli , 
che in uno è il rubino grande et bello , di sopra uno diamante, di sotto 
uno smiraldo picciolo , a piò tre perle bellissime. L'altro ò il balascio 
secondo , grosso et netto , uno smiraldo grande , et la perla grossa. 
Ritraggho da messer Io. Baptista de la Aquila , che N. S. ordina una 
bella collana , per donare a la illustrissima Consorte vostra , quando 
la arriverrà qui. Postscripta. Son comparse lettere di Spagna , et lo 
Imbasciatore è ito ad trovare N. S. a la Magliana ; et per quanto in- 
tendo , le cose vengo' ad voto di N. S. , ec. ». 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 22Ì; 



23 gennaio. - Domino luliano de Medicis. Nomine domini 
Petri de Ardinghellis. 

« A' 19 fu l'ultima mia a la Excellentia V., con la cifra di messer 
Io. Vespucci , con la quale era scripta la vostra , et iermattina com- 
parsono le vostre de' 20, con la lettera di messer Rapliaello Hieronimi 
et con una al Reverendissimo di Sanata Maria in Portico , la quale su- 
bito diciferata li portai. Parve a sua Signoria Reverendissima, che io 
solo la portassi a N. S. a la Magliana; et così feci. Et hiorsera Sua 
Santità, tornata da caccia, la lesse, et liebbe dispiacere de la passione 
vostra; la quale, a lo arrivare de le preallegate mie de' 19 , doverrà 
esser cessata. Et di nuovo Sua Beatitudine mi conflrmù la buona di- 
spositione che bave va a la Excellentia del Duca, et come, per suo 
amore, dimonstrerrebbe al Christianissimo el capitale che fa di questo 
parentado. Et quanto al concludere qui la lega con lo Imperatore , Spa- 
gna ec, V. Excellentia stia con lo animo quieto, che non sarà prima 
(quando si babbi ad fare) che dopo le noze , et forse V. Excellentia sarà 
tornata. El Papa intende quanto importa questo caso ; et io , con quella 
reverentia che si ricerca , li ho ridotto in memoria le qualità di questo 
nuovo Re , lo strecto vinculo del parentado con Sua Maestà , lo inte- 
resso del Duca di Savoia e'I desiderio di V. Excellentia, et il godere il 
beuefltio del tempo, et maxime non essendo constrecto; in forma che 
Sua Santità mi ha più presto augumentato che diminuito quanto per 
la ultima vi scripsi. Et sia certa V. Excellentia , che la stanza de la 
jNIagliana non è suta per altro conto che per mettere tempo in mezo, 
benché li Oratori de le prefate Maestà sollecitino forte. Io mi maravi- 
glio che 'l Maiordomo ve la mettessi sì calda , et lassassi la parte indreto 
de la andata vostra in Francia ; perchè Sancta Maria in Portico mi ha 
decto che expressamente li commisse, che per parte di N. S. reférissi 
a V. Excellentia che non vi andassi m gnun modo , trovando scusa di 
bavere ad tornare subito a Roma ad fare la compagnia de le genti 
d'arme, et chiamato et sollecitato da Sua Santità per altre occurren- 
tie; et così è stasera la oppinione sua. Potria seguir cosa che forse si 
muterebbe. Di Spagna vennon lettere de' v dì , et siamo stati un dì et 
una nocte ad diciferarle ; et circa a'capitoli de la lega che si tractava, 
la Maestà Catholica li ha moderati in molti luoghi, ma non in cose di 
importantia. El parentado del Magnifico Lorenzo non è concluso , per- 
chè, come si può ricordare V. Excellentia, si decte commissione a'Nun- 
cii che concludessino in caso che il Re promettessi , fra tre mesi , 
dare quelli Stati. Hora Sua Maestà allega non bavere tanti di quella 
sorte né di quella entrata , non vi computando dentro e fuochi et sali , 



22G I MANOSCRITTI TORRIGIàNI 

né etiam di quelle persone che si ricercava. Et per questo ha scripto 
a Napoli al Conte di Monte Leone , che venghi qui ad concordare que- 
sta cosa ; et in questo mezo ha mandato a la Duchessa di Gardena , 
per havere la auctorità. Benché il suo oratore qui , quando le cose sieno 
d'accordo, prometterà lui, non dimeno ci veggio andare un mese di 
tempo; et questa dilatione non piace a qualcuno, et il Magnifico Lo- 
renzo fra pochi giorni se ne andrà a Firenze. Di Francia, questa sera, 
son venute lettere de'xiii, che monstrono grande opinione che quello 
Re liabbi ad essere potentissimo et desideroso di essere unito con N. S ; 
et come non vuole pigliare partito con Principe alcuno, se prima non 
intende ad che cammino va Sua Santità. Advisono etiam come Monsi- 
gnore di Borbona é facto gran Contestabile di Francia , Monsignor 
d' Utrech Marischalo di Francia, et così Monsignore de la Pellissa che 
prima era gran Maestro , et il gran Maestro si é dato a Boesì che era 
Governatore di questo Re, et il quarto Marischal sarà Monsignore di 
Orval. Il Re doveva partire ne la futura septimana per andare a Rens 
per la unctione consueta, et dipoi tornerebbe a San Dionigi per inco- 
ronarsi. Sopra la chiesa di Nerbona, il Re scrive haverla confirmata 
a Monsignore di Parigi et non voler disdirsi ; ma la prima che vache- 
rà, escepto Claramonte , promette darla al Reverendissimo de' Medici. 
La quale resolutione non è punto piaciuta a N. S. Se la Excellentia V., 
per la via del Duca, ci potessi fare opera, sarebbe molto ad proposito 
di quella Maestà. Queste nuove la Excellentia V. le intenderà prima et 
meglio di noi ; pure non ho voluto mancare del debito , sperando che 
questa la trovi in cammino , che si manda per staffetta a Firenze et 
si ordina che li sia mandata a Genova, in diligentia. — Io non hebbi mai 
maggior faccende fra mano, né quelle che mi tenessino in vigilie el d\ 
et la nocte , che queste di V. Excellentia ; né mi credo poter quietare 
fino che non intendo babbi consumato el matrimonio, che Dio lo con- 
duchi a perfectione.... ». 



26 gennaio. - Domino Iiiliano Medices. Nomine domini Petri 
de Ardinffliellis. 



« .... Io sono ogni dì ricerco da N. S. se ho nuove di V. Excellentia, 
et male posso respondere , non havendo ad viso de la partita sua di Fi- 
renze se non da amici mia; che per una cavalcata non costava niente 
advisarne. Non sia grave a la Excellentia V. commettere a messer La- 
tino, che, quando hanno commodità, scrivino dove si trova; et adyi- 
sate la arrivata di messer Innocentio che portò e gioielli, et partì la 
mattina de' ^0,... ». 



DONATI AL II. ARCHIVIO DI FIRENZE 227 



1 febbraio. - Domino luliano Medices. Nomine domini Petri 
de Ardinghellis. 

« .... Questo di è comparso la vostra de' 26 et mi ha tiicto rischia- 
rato , perchè in facto sono come hi luna, che tanto ho lume quanto 
V. Excellentia mi guarda et mi dà reputationc. Crediamo , a lo arrivar 
di questa , sarete giunto a salvamento , et forse celebrato le noze ; di 
che ne attendiamo adviso con desiderio. Ricordoli per parte di N. S. , 
che non perda tempo , et consumi el matrimonio prima che si può , 
usando col Duca quelli termini amorevoli che per altre li ho scripto. El 
parentado del JMagnifico Lorenzo si può dir concluso (1), perchè li capituli 
et le condictioni sono ferme et stipulate fra N. S. et lo oratore del Re 
Catholico, che sono in facto le medesime che altra volta si ragionò; 
salvo che , ne la entrata de' s mila ducati dello Stato che ha havere el 
Magnifico Lorenzo , si intende e fuochi et sali , fino a tanto sia provisto 
d'altri Stati , che con la entrata ordinaria fra tucti adscenda a la somma 
di X mila ducati. Attendono hora el Conte di Monte Leone da Napoli , 
per sapere a punto quale stato si può havere ad proposito de l'uno et 
de l'altro ; et N. S. si è obligato , fra tre mesi , darli uno Stato di si- 
mile entrata , che la metà o più sia nel Reame , il resto in terra di 
Roma; se non, sborsare et depositare et donare 100 mila ducati al 
Magnifico Lorenzo. N. S. , circa a la capitulatione de la lega generale 
che si tractava , va prolungando et movendo difiìcultà (2). In questo mezo 
Sua Santità penserà bene , et V. Excellentia harà facto le noze. Sancta 
ISIaria in Portico mi ha monstre una lettera de lo Arcivescovo di Sa- 
lerno (3), de' 26, a messer Thommasino Pecunia, suo agente qui ; ne la 
quale responde , che per non havere anchor monstre la capitulatione 
a quelli cittadini, non si è potuto provedere a la parte de' danari che 
tocca loro, et maxime havendo inteso da la Excellentia V., che N. S. 
neh è inclinato ad far decta lega. Questa vostra participatione de la 
mente di Sua Santità è molto dispiaciuta a Sancta Maria in Portico, 
et se N. S. ne harà notitia , sarà più scarso in conferirmi un'altra volta 
e pensieri sui. Ricordo a la Excellentia V. andar cauto, et maxime con 
simili che hanno passione ne le cose di Francia. Di Inghilterra ci sono 
lettere al Vescovo de' Gigli de' 17, che danno notitia come fino a tempo 
de lo altro Re di Francia quella Maestà era suta ricerca da'Franzesi 

(1) Il matrimoaio con la figliuola del viceré Gardena, che non andò poi 
avanti. 

(2) Sul punto in cui era Giuliano d'imparentarsi col Re di Francia, il 
Papa teneva addietro la lega che doveva essere, e fu, contro il Gristianissimo. 

(3) Federigo Fregoso , fratello di Ottaviano doge di Genova. 



228 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

che scrivessi una lettera al Papa , et si dolessi che Sua Santità tenessi 
pratica di impedire la recuperatione de la ducea di Milano al Re di 
Francia suo cognato ; la quale lettera fu facta et data loro , benché an- 
chora non è comparsa. Tamen el Re di Inghilterra fa intendere secre- 
tamente, che Sua Santità non guardi a quella lettera, et che quando 
desidererà qualche cosa, lo farà noto per altra via. Questo Re nuovo 
ha mandato in Inghilterra uno suo oratore ad condolersi et, congratu- 
larsi et ad ricercare la confirmatione de la pace. Quella Maestà , se- 
condo el contenuto di decte lettere, ha resposto, che quando il Chri- 
stianissimo observi et satisfacci ala Regina vedova quanto erano li 
oblighi vecchi et il testamento del Re morto, che sarà per continuare 
ne la pace: quando altrimenti fussi, non intende esserli amico. Et di 
già hanno mandato tre oratori , che sono passati a Cales per ricondurre 
la prefata Regina vedova ne la Isola. — Quando la Excellentia V. sbor- 
serà costì li XXV mila ducati , ricordisi fare expressamente nominare 
nel contraete , che sieno in diminutione de la promessa che ha facto Ia- 
copo Salviati de' 100 mila, et mandine qui una fede auctentica. Sancta 
Maria in Portico mi ha dato ordine per parte di N. S., che sia con 
madonna Lucretia vostra sorella , per j ansare et disegnare le cose che 
bisognano per la casa dove harà adloggiare la illustrissima sua Con- 
sorte; et di già se ne è facto qualche lista. La casa mi par si disegni 
quella di madonna Alphonsina. Se a la Excellentia V. accade ricordare 
nulla , me ne advisi ; et mi conservi_j^ne la gratia sua , a la quale mi 
rachomando ». 

5 febbraio. - Domino luliano de ]Meclicis. Nomine domini 
Petri de Ardinghellis. 

« .... N. S. a' dui dì ne andò a la Magliana con pochissima comiti- 
va, et il dì seguente andorno a ritrovarlo a Palo el Reverendissimo 
de' Medici et il Magnifico Lorenzo : di altri Cardinali non vi è ito se non 
Cornare , perchè Sua Santità disse volere stare fuori otto giorni sanza 
far faccende et sanza moltitudine. Lassò qui a Sancta Maria in Portico 
el carico di correggere et saldare et distendere e capitoli de la lega 
generale col signore Alberto et con lo oratore di Spagna ; et sonvi 
stati occupati tre giorni continui , con più diligentia che non mi pareva 
conveniente per quello seripsi a V. Excellentia, che lo hebbi di bocca 
de lo oraculo ; et finalmente li hanno fermi , ma non già stipulati. La^ 
ragione che milita nel mio poco iuditio , et le parole di N. S. mi fanno 
credere quel medesimo che io seripsi a la Excellentia V. : questa troppa 
diligentia et le continue bombarde a li orecchi di Sua Santità mi fanno 
vacillare che a la fine el Papa non inclini a questa banda spagnola. 
Trovo pure in questi capituli molte ditìicultà , che non so poi con Svi- 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 229 

zeri et col Duca di Milano come si hal)bino ad posare , che almeno non 
occupino tempo assai ; ut maxime il ritenere Parma et Piacenza per 
darla a chi nominerà N. S. ; a la qual cosa el signore Alberto et lo 
oratore Spagnolo concorrono, con dare ricompensa al Duca di Milano 
Bergamo Crema et Asti. Potria essere che il Papa, come sapientissi- 
mo , acconciassi la cosa in modo che , non seguitando , fussi excusato 
con costoro; et succedendo, li paressi tanto bello acquisto, con le altre 
cose che disegna darvi, che si lassassi andare. Di questa cosa si è 
scripto questa nocte a Veruli et al Sedunense , che vegghino indurci e 
Svizeri ad contentarsi di questa ricompensa, et ad farne capace et 
contento el -Duca di Milano ; et a lo Imperatore et Spagna si manderà 
la copia di questi capituli corretti et limitati ; benché el Signore Al- 
berto et lo oratore del Catholico monstrono poter concludere loro qui , 
sanza bavere ad mandare più in qua et in là. Una volta , per molti 
si crede , che venuto la nuova de la consumatione del matrimonio vo- 
stro, el Papa si inclinerà a questi altri; et per questo son forzato, 
come vero servitore, darvi notitia d'ogni ombra. Ma per quello mi 
detta il iuditio mio , credo che Sua Santità non sia per andarne così 
presto , fondandomi in su molte ragioni che mi occorrono ; che se non 
vuole esser franzese , può andar temporeggiando neutrale , non ci sondo 
bora la causa urgente de la venuta de' Franzesi in Italia , che lo mo- 
vea ad volersi opporre ec. , come forse era al tempo de lo altro Re, 
né etiam sospecto che lo Imperatore et Spagna faccino quello paren- 
tado di che tanto si temeva ; et mancando quelle cause che lo moveano 
a questo partito , doverrieno ancor mancare li efFecti. Io so bene che 
a N. S. é dispiaciuto quello che V. Excellentia comunicò al Doge di 
Genova o a lo Arcivescovo suo fratello, che Sua Beatitudine fussi incli- 
nata a Francia ; et dubita che loro non se ne sieno alterati , et fare lor 
forse scrivere in contrario. Se la Excellentia V. è di oppimene che Sua 
Santità debbi esser palese o secreto amico di Francia , o almeno starsi 
di mezzo , non sarà fuor di proposito li scriva una buona lettera , mo- 
strando discorrere, et non scriver per lo adviso mio; et io poi l'ac- 
compagnerò con quelle parole che mi occorreranno. In Spagna non si 
è anchora spacciato, che si scriverrà domani ; et del parentado del Ma- 
gnifico Lorenzo si aspecta saldare quale città o luoghi babbi bavere 
per la dota , che d'ogni altra cosa sono d'accordo ; et come seguirà la 
perfectione , ne adviserò V. Excellentia. Di Francia , per lettere de' 19 
del passato, ci è nuove come Madama di Anguléme havea decto al Ve- 
scovo di Tricarico , che havea inteso da Monsignore di Marsilia , che 
V. Excellentia si era partita in poste, in su la morte del Re, per re- 
specto non li fussi rotto el parentado ; monstrando che non bisognava 
quella no dubitassi, perchè non erano per interromperlo.... ». 



230 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 



10 febbraio, - Domino luliano de Medicis. Nomine domini 
Petri de Ardinghellis. 



« .... Sono venute lettere de' 27 del passato, dal vescovo Verulano, 
elle danno notizia coni' e Svizeri hanno una lega con lo Imperadore 
Catholico et Duca di Milano , lassando loco ad chi volessi entrare ec. ; 
et , secondo li oblighi, hanno compreso et messo in capo di tavola N. S., 
sanza sua saputa et sanza participatione del prefato vescovo Verulano, 
La qual cosa ha più presto indegnato che perturbato Sua Santità , pa- 
rendoli che quelli signori Elvetii et li agenti di questi Principi sieno 
proceduti con poco respecto di Sua Beatitudine. Nondimeno non è per 
dimostrarne alteratione. Et benché el signore Alberto et lo oratore 
Catholico affermino, che li agenti di Cesare et di Spagna non hanno 
mandato ad concludere, et che questo sarà valido quando sarà apro- 
vato da' loro patroni ; credo che N. S. dimonstrerrà haver caro che , 
sanza sua spesa o carico , possine per lor medesimi far quelli elfecti 
che Sua Santità desiderava, et che havendo mandato a li prefati Prin- 
cipi la copia de la capitulatione praticata qui , sia bene aspectare bora 
la loro resolutione ; et così correrà tempo : el quale , se questo acci- 
dente non seguìa , dubitavo non si ristringessi troppo. E' mi pare , 
illustrissimo Signore mio, che queste cose vostre sieno governate di 
sopra , et che la divina Providentia le indirizi meglio che non saper- 
remo per noi medesimi desiderare. Questa stravaganza, facta fuori 
d'ogni misura , farà forse conoscere più chiaramente a N. S. el vero 
cammino di starsi neutrale et dare le leggi a li altri et non le rice- 
vere da persona , et a V. Excellentia potrà dare qualche grado apresso 
del Re Christianissimo et del Duca vostro cognato ; perchè si conoscerà 
per questa confederatione quale sia lo animo di Sua Beatitudine. La 
quale, questa mattina a la Magliana, mi commisso che io scrivessi a 
la Excellentia V., per sua parte, che di questo caso non ne demon- 
strassi punto alteratione o dispiacere, et maxime per respecto de' Svi- 
zeri. Vedremo ora che seguirà, et di quello intenderò degno di noti- 
tia ne la adviserò. N. S. è ritornato questa sera qui , et con desiderio 
attende la arrivata vostra a salvamento a Turino , et la perfectione 
del matrimonio. Le altre cose si stanno ad l'usato, El Reverendissimo 
di Sancta Maria in Portico , che non vigila altro che le cose vostre , 
se li raccomanda; et io humilmentc fo il simile. Quae faelicissime 
valeat ». 



. DONATI AL II. ARCHIVIO DI FIRENZE 231 

14 febbraio. - Domino Iiiliano. Nomine domini Petri de Ar^ 
dino'hellis. 



« .... El Cardinale de' Medici mi domandò liieri molto strectamente , 
se io sapevo che V. Excellentla liaves.-^i preso a' servitii sui Nicolò Ma- 
chiavelli; et respondendoli io, che non havevo notitia né lo credevo, 
Sua Signoria reverendissima mi disse queste formali parole : Anchora io 
non lo credo ; (amen , perchè da Firenze ce ne è adviso , io li ricordo 
che non è il bisogno suo , né il nostro. Questa debbo essere inventione 
di Paulo Vectori, come fa farlo andare ad desinare con Martino Scarfi (1). 
Scriveteli per mia parte, che io lo conforto ad non si impacciare con 
Nicolò ; et questo non dico per insegnarli quello babbi ad fare , ma 
mosso da lo amore ec. (2). Dipoi si dolse meco di Paulo (3) , che havessi 
decto in Firenze, che il ]Magnifico Lorenzo si voleva lar del tucto signore 
di quella città; et come, quando era qui, el Papa et Sua S. reveren- 
dissima et il prefato Magnifico crono stati in secreto a questo ragio- 
namento. Emmi parso di tucto advi>!ar V. Excellentia ; et maxime per- 
chè possi advertire Paulo ec-, el quale dubito non sia troppo largo 
nel parlare. N. S. mi ha ricerco , chi si trova V. Excellentia apresso 
di sé da mandare in Francia ; et nominando io tucti quelli che io sa- 
pevo di fiorentini et d'altri , Sua Santità mi disse : Scrivili per mia 
parte , che Giovanni Vespucci mi piace , per essere fresco di Spagna (4) , 
dove ha inteso molte cose , et per parermi homo prudente et fìdele. 
Hieri vennon lettere da Tricarico de' v , che han dato buona nuova al 
Reverendissimo de' Medici , perché significa che il Re è contento che 
lo arcivescovado di Nerbona sia di Sua S. reverendissima; et tucto 
per opera di Madama di Anguleme sua matre , per amor di Y. Excel- 
lentia et così del vostro felice parentado. El Cardinale , per il primo , 
ha colto questa rosa. Questa mattina , in consisterò , si é facto la provi- 
sione ; et per questo corriere si manderà la expeditione.... ». 

(1) Tra la cacciata de' Medici e V assedio del trenta fu de'« popolani alla 
« scapestrata », uomini « buoni ma con poco giudizio » , come scrive il Bu- 
sitii nella sua Lettera XY. De' pranzi dati a Giuliano da' giovani fautori di 
libertà, vedi ciò che scrive Io stesso Susini nella decima delle sue Lettere 
al Varchi. 

(2) A.' futuri biografi del Machiavelli gioverà saper quest' aneddoto , 
ignorato, ch'io sappia, fino ad ora. 

(3) II Vettori ricordato poco avanti. Anche di lui parla il Busini , let- 
tere V e IX. 

(4) Vi era stato in ufficio d" oratoix». 



232 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 



23 febbraio. - Domino luliano de Medieis. Nomine domini 
Petri de Ardinghellis et Io. Vespucii. 

«.... Ha vendo noi più pàrticularmente inteso el disegno et deside- 
rio di V. Excellentia circa el ritorno suo , per le preallegate de' 19 , 
siamo suti a' sauctissimi piedi di N. S. , con le lettere e con subiunger 
quanto ci è occorso, per imprimere ne la mente di Sua Santità el de- 
siderio vostro , et per intendere la voglia sua ; et con somma benignità 
et amore si è resoluta consolare V. illustrissima Signoria , di conce- 
derli in governo non solo Piacenza et Parma ma Modona et Reggio ; 
et così piacendo a Dio , spero io Ioanni portarli el breve a benepla- 
cito di N. S. Saremo lior drieto con ogni diligentia a le provisioni , 
percliè V. Excellentia possi partir presto, come epsa desidera. Quanto 
al cammino che la disegna tenere , di nuovo li replichiamo per parte 
di Sua Santità , che ne satisfacci ad sé stessa et a la Excellentia del 
Duca et di Madama, che tucto di qua sarà aprovato. Et quando la si 
resolva tornare qua per terra o formarsi in Firenze , ^una o due di 
queste vostre sorelle et madonna Alphonsina verrà incontro , o a Pisa 
a Bologna , dove et come più vi satisfarà. Ma se pensassi fermarsi 
in Lombardia , non piglierieno già disagio di venir tanto avanti. Et se 
li venissi bene condurre qui Madama , N. S. ci ha decto , che la casa 
dove sta el Magnifico Lorenzo si ordinerà et provedrà ; et che V. Excel- 
lentia ne advisi a bora che si possi dare ordine buono. Et in caso che 
Madama si contentassi venir per mare, et V. Excellentia non si vo- 
lessi fermare in Lombardia , N. S. ci ricordava , che potresti venir qui 
per mare sino a Civitavecchia, et di poi andarne ad star la state in 
Firenze. Pur V. Excellentia pensi et resolva come meglio li torna , et 
ci advisi de la voglia sua. Intendiamo come el Re di Inghilterra manda 
quattro oratori ad dare la obedientia a N. S., et debbon partire a 8 di di 
marzo ; et hanno commissione venire ad trovare Y. Excellentia ad pre- 
sentarli l'ordine de' Garterii. El Magnifico Lorenzo , fra pochi giorni , 
crediamo andrà a Firenze ; et fra li Stati che si ragiona per la dote 
sua è Troia, con certe altre torre , che fanno la somma di xi mila du- 
cati d'entrata. El resto in fuochi et sali, tanto che vanghi certi Stati 
che sono di proximo per ricadere a la Catholica Maestà ». 

28 febbraio. - Domino luliano. Nomine domini Petri de Ar- 
dinghellis et domini Ioannis Vespuccii. 

« .... Come più volte io Piero ho scripto a la Excellentia V. , poi 
che la parti di qua , N. S. fra li primi sui disegni et desidcrii ha di 



DONATI AI. R. ARCHIVIO DI FIRENZE 233 

farla grande et gloriosa, parendoli, oltre al debito di natura, collocare 
bene ogni sua opera per le virtù di V. Excellentia et far felici quelli 
homini che verranno sotto el dominio o governo vostro. Noi siamo più 
volte stati a' sui santissimi piedi , et cosi al reverendissimo Cardinale 
di Saacta INIaria in Portico, per conto del goveino di quelle città di 
Lombardia ; et (midem , per benignità di Sua Beatitudine et por opera 
del prefato Reverendissimo, hiersera, col nome do lo altissimo Dio, 
Sancta Maria in Portico , per parte di Sua Santità , ci dette la bolla 
expedita in tucto de li governi di Piacenza, Parma, Modena et Reggio; 
la quale, a beneplacito, ò amplissima , non solo di tucto il governo et au- 
ctorità, con mero et mixto imperio, di levare et porre tucti li ofStiali 
(et ex mine sono revocati), ma di bavere et valersi di tucte le intrate 
di decte città et luoghi. Et io Giovanni la porterò meco ; et a la prima 
resposta , et non havendo altro in contrario , disegno partirmi et ve- 
nirne volando ad portarli questo presente et ad baciarli le sue illustris- 
sime mani, che mi pare ogni hora mille anni. Siamo certi che, come 
questa cosa si intenderà costì , V. Excellentia harà mille cani intorno 
ad ricercarla di otfitii et di gratie in publico et in privato , atteso 
chi r ha adpresso. Preghiamola humilmente come fidelissimi servitori 
et per parte del Reverendissimo di Sancta Maria in Portico li ricor- 
diamo efBcacemente due cose ; l' una , che V. Excellentia non prometta 
cosi presto , et si riserbi ad deliberarne tanto che bene babbi notitia de 
le cose ; l'altra, che di noi Piero, Giovanni et Bernardo , per sua gratia , 
si ricordi, et ci conservi qualche subventione, non sendo presenti ad 
poter di bocca domandarle ; et non ci reducendo noi in memoria a la 
Excellentia V. , in tante sue occupationi , crederremo ci biasimassi di 
pigritia et negligentia. - Non vogliamo tacere, che il Reverendissimo di 
Sancta Maria in Portico , come sviscerato et prudentissimo , ricorda a 
la Excellentia V. che intractenghi non solo quelli Signori Palavisini , 
ma anchora e Rossi , che hanno pur gran parte in Parma. La quale 
città , in contrario di qualcun'altra , governa e feudatarii et non è go- 
vernata da loro; -et che V. S. illustrissima, sendo hora patre et pa- 
trone di quelli populi , tucti li babbi per figliuoli et per vassalli. N. S. 
ò ne la medesima opinione et parere , che il ritorno di V. Excellentia 
sarìa con manco disagio et spesa per mare che per terra ; et quando 
li venissi a noia, potria smontare a la Spetie, a Porto Veneri, a Vio- 
reggio , a Livorno, a Piombino et dove li torni meglio, et condursi qua; 
di poi, a Sancto Giovanni andarne in Toscana. Nondimeno si rimette a 
la deliberatione vostra et al contento de lo illustrissimo Duca et di 
Madama, et che a le loro Excellentie si satisfacci. Desidera bene sa- 
pere Sua Santità quando, per qual cammino e con che comitiva sia 
per venire , perchè possi fare le provisioni che si ricercono. Non sarà 
grave a V. illustrissima Signoria darne particulare adviso così di tucto 



234 1 MANOSCRITTI TORRIGIAKI 

quello che epsa desidera. — Di Francia , per lettere de' xv da Parigi , si 
intende come la pratica de la Renea con lo Arciduca rinfrescava (1), et 
che troverrieno modi di assicurarsi la Brettagna. N. S. li presta poca 
fede , parendoli che non sia cosa factibile. Scrivono anchora , che quan- 
do N. S. volessi ha ver quella Maestà per figliuolo , che non diffidereb- 
bono di fare obtenero Parma et Piacenza per la Excelleatia V., offerendo 
anchora parentadi pel Magnifico Lorenzo. Di Inghilterra si ritraho, come 
quello Re rivole ad ogni modo la Regina vedova sua sorella, et dubita , 
per lo esemplo di quella di Scotia , che non facessi o li fussi facto fare 
qualche parentado , et li dispiace che 1' habbino mandata più adentro 
in Francia; et usa dire che, se non la mandano, se la andrà ad tórre. 
El Catholico scrive al suo oratore qui, bavere inteso la lega facta da 
li agenti sui con Svizeri, et se ne maraviglia et dole; afìirmando non 
volere fare confederatione se non con honoj-e et satisfactione di N. S., 
et che quelli sui non hanno mandato alcuno ec. E Vinitiani, sperando 
che N. S., per il vinculo che ha V. Excellentia con Francia , non sia per 
deviare da quella Maestà, sono obstinati ad non volere accordo alcuno 
con Cesare ; et questo si ritraile da uno amico degno di fede ». 

3 marzo. - Domino luliano de Medicis. Nomine domini Pe- 
tri de Ardinghellis et Ioannis de Vespucciis. 

«Dopo l'ultima nostra de' 28, comparse una di V. Excellentia de' 22, 
a me Piero , et benché il giorno avanti fussi arrivata , non mi fu prima 
presentata. Havevo bene inteso lo spaccio venuto , et facto l'opera , se- 
condo le promesse mi havca facto N. S. , per la Abbatia di Pinarolo ; et 
in somma , lunedì proximo clie sarà il primo consisterò , perchè in ve- 
nardi di marzo non si fa, si expedirà. El Reverendissimo de' Medici 
ricorda a la Excellentia V., che, presentendo el Vescovo di Ginevra 
esser malissimo disposto vegli far opera con la Excellentia del Duca, 
che, mancando il preftito Vescovo, quella si contenti che la decta Ab- 
batia pervenghi in Sua Signoria reverendissima. — Di Spagna, per lettere 
de'Nuncii, de' 14, si intende che il Re Catholico pareva assicurato per 
questo anno de le cose di Francia , per il disordine di danari in che si 
trova il Christianissimo. SoUicita la perfectione de la Lega universale 
et del parentado del Magnifico Lorenzo, el quale non si è concluso 
per non essere convenuto anchora quale Stato babbi bavere per conto 
de la dote. — N. S. mi ha decto , che la Excellentia V. babbi respecto 
al trarre danari per lettere di cambio , perchè liarmo tempo breve et 

(1) Renata, figliuola del re Luigi XII, era stata promessa a Cado arci- 
duca, che poi fu Carlo V : ma si sa come il matrimonio non avesse effetto-,' 
e la Renata si sposasse col tempo a Ercole II d'Este. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 235 

sono di grandissima importantia al credito di quelli mercatanti ad chi 
sono tracti; et che, non si potendo così presto al tempo farla provi- 
sione, genererieno scandolo .... ». 



12 marzo. - Domino Iiiliano. Nomine domini Petri de Ardin- 

ghellis. 

« E' mi resta poco che scrivere a la Excollentia V., sondo hieri a 
19 hore partito di qua in poste messer Io. Vespucci, bene informato di 
tucto quello io potessi advisarla. — Quanto al cammino che habbi ad 
fare V. Excellentia, N. S. è più che mai ne la medesima opinione, che 
quella ne venghi a Livorno, di poi di lungo fino a Civitavecchia, et si 
conduca qua avanti Pasqua. Dipoi , quando l'aria comincierà ad riscal- 
dare, ve ne potrete a piacere andare a Firenze; et queste vostre so- 
relle vi faranno compagnia. Ma tucto questo si intenda in caso che 
V. Excellentia e Madonna illustrissima se ne contenti. Ma è ben neces- 
sario che quella si resolva et advisi absolutamente se la vuol fermarsi 
ad Firenze o pur venir qua, e per qual cammino, con li altri parti- 
culari che minutamente bisogna intendere. N. S. et Sancta Maria in 
Portico , indicando che infine vi habbiate ad resolvere di venir qua , per 
mare , ha dato ordine di cominciare ad preparare la casa , che sarà 
quella dove habita el Magnifico Lorenzo. — Nel toccar vostro a Livorno , 
N, S. ha ordinato al Cardinale de' Medici et al Magnifico Lorenzo , che 
vi sia facto le spese da la Signoria di Firenze ; et se si troverrà bro- 
chati altra cosa per un presente per Madama, che anchor la sia 
presentata ; se non , si reserveranno quando Sua Excellentia di qua poi 
vi andrà : et se pure farete quella via passando o fermandosi , el pu- 
bi ico lo farà a la arrivata vostra. Ma visto la varietà de lo scriver vostro 
circa al cammino che l' habbi ad fare , non credo si movine le vostre 
sorelle né madonna Alphonsina ; et però , per più respecti , Y. Excel- 
lentia spacci uno in diligentia con la deliberatione vostra , che insino 
che la non ci viene , non si comincierà ad spendere , et mandi uno o 1 
maiordomo o altri che apra bene la mente vostra, et possi ordinare 
la casa ; et in questo mezo Vieri non mancherà. — Con questa sarà el 
Breve a Madonna Philiberta per li ieiunii ec. ». 



21 marzo. - Domino luliano. Nomine domini Petri de Ar- 
dinghellis. 

« In questo punto N. S. mi ha facto chiamare et dectomi haver 
nuova da Civitavecchia , come al Monte Argentare sono scoperte cin- 



236 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

que fuste (1) ; et dubitando ancliora non ve ne sia de l'altre, mi ha com- 
messo che io spacci una staffetta a la Excellentia V., perchè quella possi 
fare scoprire et intenderlo bene , et così venire accompagnato in motlo 
che non porti perle ulo. Ricordali ante omnia aspectare buon tempo, et 
partirsi con buon vento, et pigliare costi qualche legno, se vi sarà cosa 
ad proposito , che la accompagni, e armare la carovella et brigantini ; 
et in somma venire con buona scorta : et in caso si vedessino , V. Excel- 
lentia venghi a suo cammino , et non lassi andar lor dreto. L' ultime 
mie a la Excellentia V. furono per il Targha. Hiermattina comparse 
Baccino cavallaro con le vostre de'xvii, le quali a N. S., a' reverendis- 
simi Cardinali et a tucti noi furon gratissime , intendendo maxime la 
giunta vostra a salvamento a Genova , et la deliberatione facta di venir 
qua di lungo , sperando tanto più presto riveder la Excellentia V. et 
di Madama ; et subito si dette principio a le provisioni. Lo alloggia- 
mento si è ordinato a Monte Giordano , cioè tucta la casa grande che 
già prese V. Excellentia , con tucto quello ancliora tenevono e Bentivo- 
gii; et questo partito si è preso, perchè il Magnifico Lorenzo , dandovi 
la sua casa , voleva le stanze vostre di Palazo , de le quali haresti pa- 
tito disagio grande : conciò sia che la casa che habita el Magnifico Lo- 
renzo non era capace se non de la illustrissima Madama , et V. Excel- 
lentia non vi poteva bavere le commodità sue se non per la persona 
propria et a Mica ; et la guardaroba di Palazo et la stanza de l'arme 
et le stalle bisognava sgomberare. N. S., in questo modo ha indicato 
che la Excellentia V. sarà più commoda al Palazo , harà più stanze et 
non si priverrà de le sue ; il che quanto importi epsa se lo intende. Per 
li oratori de lo illustrissimo Duca si ordina de li altri alloggiamenti di 
Monte Giordano et la casa del Reverendissimo di Sancti Quatuor (;;), dove 
era alloggiato l'anno passato messer Iacopo Salviati , contigua ei com- 
moda ; et furassi lor le spese. Prepareranno le stanze dove stava el 
Protonotario de' Bentivogli, per la Excellentia V., quando vi vorrà stare, 
et da l'altra testa per Madama; distribuendo poi el resto secondo e 
maiordomi disegneranno .... ». 

24 e 25 marzo. - Domino luliano. Nomine domini Petri de 
Ardinghellis. 

« .... A li giorni passati comparse qui el signore Alexandre da Sa- 
xolo , et hebbe in commissione et comandamento da N. S. di dare la 
possessione di Saxolo al Cavaliere de' Tornabuoni Commissario etc. ; et 
partirono di qua insieme per andare ad far questo eflecto. Et secondo 

(1) Di pirati. 

(2) Lorenzo Pucci. 



DONATI AL R. ARCHIVIO JJl FIRENZE , 237 

ha referito el Cardinale de' Medici , a Firenze lece le transfìgurationi , 
et non si è mai poi riveduto; et il decto Commissario se ne è andato 
là , et resta deluso , con poco honore di N. S. Hoggi son venuti a me 
li ambasciatori di Modena, et con gesti, parole et lacrime da disperati, 
mi hanno facto un cordoglio gravissimo di non essere uditi o exauditi 
in cosa alcuna ; et hora clie speravono esser consolati et reposarsi sotto 
l'ombra di V. Excelleutia , son peggio contenti che mai , intendendo 
bavere ad racceptare ne la città certi soldati che sono ne le terre del 
signore Alexandre. Et dopo le querele più acerbe et più altre che l'or- 
ilinario , mi monstrorono la lettera che havevano da la lor Comunità ; 
la quale io sotto spetie di volerla considerare ho ritenuta, tanto che 
ne ho traete la copia et con questa la mando , perchè la Excellentia V. 
possi con la sapientia sua considerare et provedere a quello che fa di 
bisogno. Questi vostri Reverendissimi sono di parere , che la Excellen- 
tia V. stimi più quella Città che li particulari; et havendo ad tenere 
quello Stato, vogli conservare per sé Rubiera et Saxolo ; et in questo 
principio far buona impressione et gratia in quella Comunità , con pre- 
vedere et obviare a li scandoli; et scriver là et qui a li oratori qualche 
amorevole lettera. Et in somma , dubitano eh' e' Rangoni et Palavisini 
non vi dieno rogna et fastidio , et che sia bene pensare prima a sé et 
poi a loro ». 

9 luglio. - Domino luliano Medices. Nomine domini Petri 
de Ardinghellis. 

« .... El Reverendissimo de' Medici mi ha commesso che io scriva a 
la Excellentia V., che babbi respecto ad menar seco a Bologna quelli 
che ha seco ribelli di quella città , ad ciò che non nasca scandolo ; et 
la advertisce, che quattro ambasciatori Bolognesi che li verranno incon- 
tro sono tucti amici de' Bentivogli , et che non è da prestar lor fede ; 
subiungendomi che il Governatore vi manderà uno homo bene instrutto 
de le cose di là. Io di questa materia non ne voglio dire altro se non 
quanto mi ha imposto Sua Signoria reverendissima, presupponendo 
che V. Excellentia sappi la mente del Papa. El di medesimo che la 
Excellentia V. partì di qui , Medici mandò a Firenze messer Baldassar 
da Pescia (1),- secondo che io ho inteso , per removere el Magnifico Lo- 
renzo da la fantasia che havea di andare in persona con le genti de' Fio- 
rentini; et pare che il prefato Magnifico non ne resti satisfacto , et che 
vogli andare ad ogni modo. Et per questo efi'ecto ha spacciato qui una 
A (2); et stasera se li responde che N. S. non vuole in alcun modo che 

J) Il T urini. 

(2) Cioè , staffetta. 

Arch. , 3.^ Serie , Tom. XIX. Itì 



g38 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

si parti di Firenze. Attendiamo la venuta di ]\Ionsignore di Bovan , et 
N. S. è ne la medesima sententia che per la mia per Basciano vi scripsi. 
Madama (I) sta bene, et non hiersera l'altra cenò col Papa et a V. Excel- 
lentia si rachomanda ec. ». 

11 luglio. - Domino luliano. Nomine domini Petri de Ardin- 

ghellis. 

« .... Hieri giunse Monsignore di Bovan et parlò con N. S. , et in 
somma porta quasi quel medesimo che accennorono le lettere di Trica- 
rico circa a Parma et a Piacenza. Dice che il Re non li ha dato com- 
missione di lassarle ne lo apuntamento che si facessi , ma piglia sopra 
di sé che Sua Maestà le lasserà ; et tucto, si crede, dice con ordine del 
Christianissimo. De le cose del Regno di Napoli non porta nulla di sub- 
stantia di buono , salvo che il Re ha decto che più presto lo consen- 
tirebbe a la Excellentia V. che a' figli del re Federico o al Duca de lo 
Reno , et non vuole cedere le ragioni né adiutare acquistarlo ; allegando 
bavere oblighi con lo Arciduca, et altre scuse che altra volta allegorno. — 
Vennono hieri lettere di Spagna , per le quali il Catholico promette che 
non sarà mai tregua con Franza, se non con includere le cose di Italia. 
Madama sta bene et si rachomanda a V. Excellentia , et piglia piacere 
extremo de le vostre lettere. N. S. vi ricorda li scriviate spesso , et Sua 
Santità ogni di la presenta et la fa visitare et intractenere ; et questa 
sera , credo , Sua Excellentia cenerà seco. Et io ogni di almeno una volta 
la visito , et come mi vede fa mirabile mutatione in letitia , parendoli ve- 
dere una fidele ombra vostra. Monsignore di Pistoia (2) ha haute hoggi 
una lungha instructione da N. S. , et fra dui giorni , credo , partirà. 
Mando con questa il Breve de le facultà a la Excellentia V. Havendo 
scripto fin qui , è comparso la vostra de' 9 a N. S., data in Augubio ; et 
con grande satisfactione ha inteso la prompta voluntà del Duca (3), et 
li partiti et offerte che vi ha facto. Commenda la Excellentia V. di haverlo 
visitato, et la Sua di fare l'offitio che se li conviene ; et aprova tutte le 
condictioni , et piaceli che V. Excellentia se ne serva et honori. Ma non 
li dicendo quanti danari bisogna provedere , nò ad che tempo , non può 
ordinarli. Et mi ha commesso che io \i scriva particularmente questo 
punto , che V. S. lo advisi che somma di danari in tucto bisogna , et 
quanto per le genti d'arme et per la guardia , perché crede ne habbiate 
ragionato et facto el conto a punto : et però V. Excellentia per ^ re- 

(1) La Filiberta, ch'era rimasta in Roma, mentre il marito si trovava 
al campo. 

(2) Niccolò Pandolfini. 

(3) D'Urbi no. 



DONATI AI. U. AKCIUVIO DI FIRMNZK 230 

sponda a questa parte, elio vegj^io Sua Santità è inclinata ad satisfarvi. 
Non voglio mancare di scrivere che quella, ridendo, disse: luliano mette 
innanzi questa guardia pel Duca d' Urbino , perchè io sia forzato ad 
darne una a lui duplicata ; et io sono contento di farlo. Queste minu- 
tie, benché importino poco, mi pare offitio mio scriverle. Prego V. Excel- 
lenlia, per più re spoeti , indirizi le lettere a me , se dovessi sol farmi 
la coperta , perchè io non porto mai lettere a N. S. che io non ritra- 
gha qualcosa et che non si guadagni; et nessuno se ne maraviglia, né 
mi ricerca di vederle se non quanto io voglio; et non ho havere mai 
respecto alcuno, se non servirla. Et torna meglio quando io porto le 
lettere a Sua Santità, che quando quella me le manda; quando non 
fussi per altro, che pel tempo di pigliare commissione di respondervi ». 

13 luglio. - Domino luliano. Nomine domini Petri de Ardin- 
ghellis. 

« .... Questa è per significarli uno amorevole discorso et ricordo di 
Sancta Maria in Portico," al quale pare che, andando quella così subito 
a Bologna, vadi molto nuda di com.pagnia et maxime di gente d' arme , 
le quali così presto non possono essere a tempo ad compagnarla ne la 
entrata sua in Bologna , et darli quella reputatione che si converrebbe. 
Conforterebbe la Excellentia V., non obstante che di qua sia sollecitata 
di andare innanzi, ad soprasedere un poco in Firenze, tanto che qual- 
che più numero di gente si rapresentassi et potessi farli honorata com- 
pagnia: et se pure fussi di bisogno che la Excellentia V. ha vessi ad 
cavalcare , ne la adviseremo per A. Epsa potrà , adprovando questo 
partito, scrivere subito qua di questa cosa come se li fussi venuto 
costì tal pensiero , per vedere che le genti li venghino dreto tanto 
adagio ; et governarsi dipoi secondo la resposta , et che il tempo et le 
faccende la consigliassino : rimettendo nondimeno tucto al sapientissimo 
iuditio di V. Excellentia.... ». 

16 luglio. - Domino Capitaneo. Nomine domini Petri de 

Ardinghellis. 

« Pel Targha hiersera ricevei le di Y. Excellentia a N. S. , a li reve- 
rendissimi Cardinali Medici et Sancta Maria in Portico et a Madama. 
L'hora era già tarda da non potere negotiare con Sua Santità. Onde 
questa mattina, di bona bora , fui a'sui sanctissimi piedi , el primo che 
entrassi in camera, et li decti la lectera sua et quella de' prefati Car- 
dinali ; et a bocca li subiunsi et interrogai quanto mi parve al proposito , 
de là resposta et de la mente di V. Excellentia ; havendo hiersera con- 
ferito con Sancta Maria in Portico ec. Sua Beatitudine , con grande 



240 I MANOSCRITTI TORRiaiANt 

atteiitione et amore lesse le lettere et udì el parlar mìo , et mi resposé 
a tucte le parti come apresso intenderete. Prima mi disse , che non vo- 
leva che il Magnilico signor Lorenzo cavalcassi , allargandosi con molte 
parole et ragioni , che in verità a me pare non habbino replica , come 
dal Reverendissimo de' Medici sarà scripto a la Magnifìcentia Sua. Dipoi 
aprovò el iuditio vostro , di non partire di costi se non con qualche bona 
comitiva di gente ; il che rimesse ne la Excellentia V. , che quando li 
paia haver tanto numero che basti , si metta in cammino , col nome di 
Dio ; usando queste parole : Aspecti in Firenze di haverne qualche parte , 
ma in Bologna le aspecti tucte , et non parta di lì se non vi sono tucte 
arrivate. Di qua, del continuo, noi habbiamo, sollecitato questi condoctieri, 
et solleciteremo ogni di piìi , et il signore Marc'Antonio (1) debbo partire 
domani. Quanto a la resposta che V. Excellentia liarà ad iare al signor 
Viceré (2) percento de le genti et presidio per mettere in Verona, N. S. 
conforma col ricordo et parere vostro; et in tucto si resolve, che la 
Excellentia V. non vi mandi né accepti lo invito di mandarvi gente al- 
cuna , ma amorevolmente responda et replichi a Sua illustrissima Si- 
gnoria , che havendo quella buon numero di gente propinque , commode , 
pratiche al paese, sia contenta mettervi lei delle sue; excusandovi et 
allegando quelle ragioni , et in quel modo che a la prudentia vostra 
occorreranno. Delle cose del Duca d'Urljino, Sua Santità molto amore- 
volmente ne parlò per la proprietà di Sua Excellentia et per respecto 
de la commodità et reputatione che V. S. ne trarrebbe. Farveli bene 
un poco troppo sborso a un traete di due quarteroni et di tre paghe ; 
pur mi disse : Noi lo provedremo in modo ragionevole che potrà ser- 
vire : commettendomi che io lo ricordassi a Sua Santità , a Medici et 
a Sancta Maria in Portico. Et se l' homo suo verrà qui , come scrivete , 
et non vegli stare troppo in sul tirato , sarà provisto presto et bene. 
Sancta Maria in Portico mi dice , che uno quarterone et mezo et una 
pagha et mezo starla bene , et che il Duca non se ne doverrebbe disco- 
stare. Adtenderemo ad riscaldare et sollecitare , et adviseremo V. Excel- 
lentia. N. S. si maraviglia che non scriviate nulla de li 100 homini 
d'arme ordinarli del Duca , dove si trovono et quando sieno per essere 
in cammino. Advisatene et soUicitateli. De' m fanti et 500 guastatori che 
V. Excellentia ricezTa , benché a Sua Santità paressi per hora spesa 
superflua , tamen mi concluse di volerlo fare , et disse che vi mande- 
rebbe due paghe per li 1000 fanti , perchè V. Excellentia a suo modo 
li eleggiessi. Et in somma , a una a una , tucte le cose mi consentì , 
con grandissima affectione. Ma , come sa V. Excellentia , ne lo sborsare 
poi non si va con quella presteza che forse desiderresti , per più d"un 

(1) Colonna. 

(2) Il Cai-dona. 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 241 

respecto ec. Non si niancliorà ricordare et sollicitare , et trarne con- 
clu?!Ìone et danari , piaccnrlo a Dio. Io domandai poi N. S. quello li oc- 
correva de le cose di Bologna. Sua Santità si rclcrì a quanto vi liavea 
parlato qui ; et quando seguissi concordia et si liavessi securtà , non 
biasima rimettere e Bentivogli, per levarsi questo fastidio. Ma li pare 
bene clie habbiate troppo breve tempo , et non possiate , nel parlar 
vostro da Bologna (clie così lo chiamò), darli perfectione; et cominciare, 
et lassare suspeso et inpcrlécto , indica sia male : concludendo , che 
V, Excellentia , sanza obligarsi a particulari o specificare nulla , potrà, 
dire ad chi li parlassi da ogni banda , che al ritorno vostro acconceresti 
tucto in bona forma. La Excellentia V. sarà in sul facto , et potrà con 
la sapientia sua vedere dove si trovano le cose ; et prima clie concluda , 
advisar volando secretamente Sua Santità. A Madama presentai la let- 
tera , et ne hebbe consolatione grandissima. Rachomandasi a la Excel- 
lentia V. , et desidera sapere quello che ha"ad fare Monsignore di Bo- 
van , el quale è anchora un poco stracche del cammino. Vedremo se 
N. S. li vorrà dare nulla per questa sua gita. N. S. è stato parecchi 
giorni et anchora è in Castello , di bonissima voglia, dove è bon fresco , 
et si fa lieta cera et primieri , che non durano manco di x hore : et 
tanti di questi Signori mi hanno imposto rachomandationi a la Excel- 
lentia V. , che ad non volerla infastidire , dico che tucta la Corte si ra- 
ehomanda a quella. Hieri vennono lettere de la Magna , de' 3 , et lo 
Imperadore si monstra tanto contento di N. S. quanto sia possibile, E 
disegni sui sono belli , le profèrte sono grandi , la inimicitia contra Gal- 
los si monstra crudele ; non so come li eftecti corresponderanno.... ». 

20 luglio. - Domino luliano de Medicis. Nomine domini 
Patri de Ardinghellis. 

« .... Questa è per non dimenticare l'offitio mio, et per confortare 
V. Excellentia per parte di N. S. , tanto teneramente et con tanta af- 
fectione quanto si pogsi inmaginare , ad curare bene la sua valitudine , 
et principalmente posare lo animo et stare più lieto et più scarico che 
sia possibile; et di poi, con ogni quiete et restauratione , ripigliare le 
forze del corpo. A Sua Santità è doluto questo poco del male vostro , 
come a quella che ama et teme ; ma inteso e progressi ogni di de la 
febre et de la cura vostra , spera per gratia di Dio , che presto in 
tucto ne sarete libero. Et sarete a tempo , ad ogni modo , quando bene 
soprasedessi molti giorni, a quel medesimo che saresti stato per l'or- 
dinario . quando tale accidente non fussi advenuto ; perchè Sua Santità 
non ha dipoi facto altra deliberatione circa a le cose principali; et da'Svi- 
zeri non è venuto anchora resolutione : dipoi , le gente vostre non pos- 
sono anchora essere ad ordine né comparse a Bologna. Et come per 



242 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

la ultima de'xvi scripsi a la Excellentia V. , N. S. non faceva pensiero 
che quella partissi da Bologna , se prima non vi fussi tucto el numero 
de le genti , et così vi fermassi costì tanto che potessi andare bene 
accompagnato. Le cose anchora di Francia non procedono con quella 
celerità che si credea, come interviene in tucte le cose grandi. Per li 
quali respecti V. Excellentia può essere certa , che questo poco suo 
male , dal fastidio in fori , non interromperà alcuno disegno publico o 
privato di N. S. o vostro. Et quando pure la indispositione fussi più 
lunga (che Dio ne guardi) che non vuole la ragione, ad ogni modo 
sarebbe a tempo ad trovarvi in Lombardia , quando bene fussi necessità 
farvi portare in lettica, in convalescentia vostra: benché le imprese si 
vanno tanto differendo , et N. S. non vuole fare cosa alcuna sanza la 
presentia vostra ; che con lo adiuto divino vi potrete trovare in factione 
a benefitio et honore di questa Sancta Sede , et de la Casa et persona 
vostra. Tucto questo discorso mi fece stamani Sua Santità, commet- 
tendomi più volte che io vi scrivessi, et confortassi per parte sua ad 
stare di bona voglia et ad quietare lo animo et ad curare maturamente 
la vostra valitudine ; accertando la Excellentia V. , che tucte le provi- 
sioni che quella ricercherà o ricorderà saranno facto gagliardamente : 
perchè Sua Sanctità in facto , come è ragionevole, desidera questa volta 
per sé et per la persona vostra honore di qualunque impresa si dise- 
gnassi.... ». 

24 luglio. - Dominis luliano et Laiirentio de Medicis. No- 
mine domini Petri de Ardinghellis. 

« .... El Duca di Savoia si trova mal contento et mal tractato da'Svi- 
zeri, et molto si è rachomandato a N. S. , che scriva caldamente in 
favor suo, ad ciò che el paese suo non resti destructo ; et Sua Santità 
lo farà con ogni efficacia.... ». 

26 luglio. - Dominis luliano et Laurentio de Medicis. No- 
mine domini Petri de Ardinghellis. 

26 luglio. - Domino luliano de Medicis. Nomine domini 
Petri de Ardinghellis. 

« .... Questa sera, havendo nova, per lettere de' 25, che la si po- 
teva mettere per guarita, ne ho ringratiato Dio, et subito corso a' piedi 
di Nostro Signore et a Madama , participando lo essere vostro ec. Sua 
Santità ne ha preso quel piacere che più fticilc è a la Excellentia V. m- 
maginarlo che a me scriverlo. Di poi mi ha commesso , che per sua 



DONATI A.L R. ARCHIVIO DI FIRENZE 243 

parte li scriva , che hora la si guardi da tucti li accidenti del corpo 
et de lo animo che li potessino nuocere ; et quando bisognassi pigliare 
qualche purgatione leggieri per nettarsi in tucto , Io facci liberamente, 
nò li dia noia il soprasedere (juattro giorni più o meno , purchò ritorni in 
sanità et possi più gagliardamente poi servire questa Sancta Sedo , che 
ad ogni modo sarà a tempo ec. Madama è venuta a cena con N. S. per 
ralegrarsi ec. ; et se qualcuno impazzassi per troppa letitia , non vi 
maravigliate di me ». 



27 luglio. - Magnifico Io. Vespuccio. Nomine domini Petri 
de Ardinghellis. 



« .... Qui si sta con gelosia che limale del Signore (1) non sia lungo, 
perchè li ad visi son varii , et qualcuno dice che non resta mai necto (2). 
Et considerato la complexione sua , si può dubitare , che non possi così 
presto cavalcare et actendere a le faccende , come sarebbe el desiderio 
et la necessità di N. S. Et bene ci ha colto la sorte in questo strecto , 
pur tucto si debbo ripigliare a bon fine. Et in su lo adviso vostro 
de' 22, et per la variatione et lungheza de la febre , el Papa havea di- 
segnato mandare in campo el Cardinale de' Medici Legato , et domat- 
tina era l'ordine di crearlo et publicarlo ; stando fermo nel proposito 
che il Magnifico Lorenzo non partissi di Firenze , et parendoli che li 
condoctieri non habbino ad fare difficultà di obedire a uno Legato. Ma 
questa mattina , inteso per lettere de' 25, de la mattina, a hore viii, per 
uno spaccio che mandò el signore Antonio Maria , come la Excellentia 
del Signore era forte migliorato, et speravono in brevi dì potessi ca- 
valcare ; Sua Santità si è alquanto rafredda da tale electione ; et se per 
di qui a domattina venissino lettere et confirmassino questo migliora- 
mento , non si farebbe electione di Legato. Et però credo saria ad pro- 
posito , che ne lo scriver vostro voi alleggerissi el male et dessi speranza 
che potessi cavalcar presto ; quando la cosa non sia però di natura 
(che Dio ne guardi) che si intenda la sua infirmità essere longa et 
periculosa. Et del vero apuncto fate a me una postscripta , che secondo 
el bisogno la userò ; et la lettera potrà servire ad mostrarla a Madama. 
Conferite tucto questo discorso col Vescovo di Pistoia , perchè ama 
singularmente el patrone nostro , et intende le cose pel verso; et N. S. ha 
caro li sia participato le faccende. Io non scrivo in particolare al Si- 
gnore Capitano per non li dare fastidio. Conferiteli voi quello che vi 

(1) Giuliano. 

(2) Cioè, di febbre. 



244 - I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

pare expecliente et fate mia scusa ; et rachomandatemi a la sua 
gratia, che Dio li renda sanità ...... 



29 luglio. - Domino luliano. Nomine domini Petri de Ar- 
dinghellis. 

« .... Questa sera N. S. mi ha decto haver nuove per la via del 
Duca di Milano, come ne le tei-re di quelli Palavisini è venuto messer 
Theodoro Triultio , et che fanno gente a piedi et a cavallo , et stimono 
poco non soli e bandi ma e Governatori vostri ; il che è vigilia di cat- 
tiva festa: et dubita che non sieno d'accordo Triulzi et Palavisini ad 
levarvi quelle terre. Parrebbe a Sua Santità che la Excellentia V. vi 
spingessi quel numero di gente d'arme , di quelle che più vi parranno 
ad proposito , ad guardare Piacenza et Parma. Non sappiamo qui quante 
et quali sieno anchor comparse a Bologna ; et però il tucto si rimette 
a la Excellentia V. ; che considerato el suspecto , di che potrete haver 
a questa bora più certa notitia , più maturamente potrete anchora de- 
liberare .... ». 

30 luglio. - Domino luliano de Medicis. Nomine domini 
Petri de Ardinghellis. 

« .... Hiersera si spacciò in diligentia al Duca d'Urbino, che non 
tardassi più ; et se la Excellentia Sua non servirà come è il debito suo ' 
et la speranza che havea N. S. , dubito , ne la gratia di Sua Santità non 
vadi da extremo a extremo; perchè move troppe difficultà et tiene la 
cosa in lungo et dà parole. Et come , per le offerte et l)ona dispositione 
che a li giorni passati el prefato Duca havea facto et dimostro a Sua 
Santità et a la Excellentia V. , havea guadagnato el Papa ; se li effecti 
non corresponderanno , verrà in tanta indignatione , che Dio vegli non 
sia la ruina sua. Io non vi scrivo a caso; et però, se la Excellentia V. lo 
ama o desidera la conservatione sua , li scriva subito che non tardi 
più ad servire Sancta Chiesa , usandoli quelli termini che lei indicherà 
ad proposito. L'homo suo ha hauto qui la expeditione per 200 homini 
d'arme et 60 cavalli leggieri , et di nuovo ricerca 20 homini d'arme 
più; il che ha dato nel naso a N. S. , et non li darebbe di più un carlino .... ». 

31 luglio. - Dominis Capitaneis. Nomine domini Petri de 
Ardinghellis. 

« .... A N. S. cresce el sospecto di Parma et Piacenza per conto di 
questi signori Palavisini et Triulzi ; et però di nuovo sollecita et ri- 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRENZE 24o 

corda a la Excellentia V. , signor luliano , vi mandi più gente clie si 
può. Et il medesimo mi ha commesso che io scriva a la Excellentia di 
voi , signore Lorenzo , che subito vi mandi le genti sue por la più pro- 
pinqua et commoda via , perchè , quanto prima si può , si conduchino 
in quelle città. Et in questa medesima sententia mi ha parlato ci re- 
verendissimo Cardinale de' Medici .... ». 



3 agosto. - Domino Capitaneo. Nomine domini Petri de Ar- 
dinfirhellis. 



« Trovandomi questo d'i a' piedi di N. S. per altre feccende , Sua 
Santità mi commi sse che io spacciassi una a a la Excellentia V. , et li 
scrivessi per sua parte , come desiderrebbe intendere quando in facto 
quella crede poter cavalcare et andare a la volta di Lombardia; per- 
chè le cose si ristringono da ogni parte, in modo che quelle città et 
altre occurrentie, che ad ogni bora surgono di nuovo et di importantia, 
hanno bisogno de la presentia vostra o d'un altro capo che rapresenti 
Sua Santità, et possi comandare a le genti et fare altre deliberationi ; 
altrimenti passerebbono con poca reputatione et con periculo. Ma ri- 
corda a la Excellentia V. , che al respondere a questa parte misuri bene 
la valitudine sua et le forze del corpo , et non si lassi ingannare al 
troppo amore et desiderio di servirla; ad ciò che non ne nascessi 
due inconvenienti : el primo , che la Santità Sua non si possi servire de 
la persona vostra , et per questo le cose andassino in disordine ; el se- 
condo., che la Excellentia V. , non bene confirmata, si mettessi a cam- 
mino , et ne risultasse poi qualche ricidiva , che sempre sono più pe- 
riculose che le prime malattie : et desidera averne subito resposta. — 
Quando la Excellentia V. non possi cavalcare, io ritragho che andrà el 
Magnifico Lorenzo con le genti de' Fiorentini ; et il Cardinale de' Me- 
dici subito si partirà di qui sotto spetie di venire ad visitare V. Excel- 
lentia ; et di poi se ne andrà a Bologna , dove per l'ordinario è Legato , 
et si extende per tucto el governo de le terre vostre; et da Bologna 
poi, con un Breve, N. S. Io farà andare più avanti ; perchè Sua Signoria 
l'everendissima sia quella che comandi a le genti di Sua Santità: et 
etiam per non lassare tucto questo peso in su le spalli del Magnifico 
Lorenzo. Farmi anchora che e' disegnino far venire in Firenze messer 
Goro(l), che resti nel loco di Galeotto o di ser Giovanni da Poppi , in 
absentia del Magnifico Lorenzo ; et che la Excellentia V. mandi un altro 



(1) Gore Gheri vescovo di Fano. 



246 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

a Piacenza. Emmi parso offitio mio di tucto advisare V. Excellentia 
a la quale Dio conceda sanità ». 



6 agosto. - Dominis Iiiliano et Laiirenlio de Medicis. No- 
mine domini Petri de Ardino-hellis. 



« Arrivò qui più difa Monsignore de la Ghisa, come io scripsi ale 
Excellentie V., mandato dal Christianissimo , in su lo scrivere del si- 
gnore Antonio Maria Palavisino ; et benché portassi auctorità et man- 
dato libero , havea da parte commissione limitata , fondata in su certi 
capituli , che havea formati el prefato signore Antonio Maria in su certi 
ragionamenti hauti qui con N. S. Et se bene Sua Santità aprovava quello 
che qui havea ragionato , voleva nondimeno altre cose et in altro modo ; 
et non intese mai, che "in su quel suo parlare si havessi ad formare 
capitulatione. Per il che, N. S. non volle far cosa alcuna con decto Mon- 
signore de la Ghisa, se prima non veniva la resposta da Tricarico (1). La 
quale venne avanti hieri , per lettere de' 30 date in Lione ; et in somma 
conteneva che il Re , havendo haute una capitulatione dal signore An- 
tonio Maria ( et allegava etiam da voi , illustrissimo signore luliano ) , 
non voleva bora pigliare questa altra che si era mandata di qua a Tri- 
carico ; essendo quella prima più a suo proposito , et sperando che N. 
S. di già r havessi acceptata. Et replicandoli Tricarico, come non cre- 
deva, che se N. S. havessi dato commissione al signore Antonio Maria, 
havessi scripto di poi in altra forma, et che Sua Maestà poteva dare 
commissione qui a' sui oratori , in caso non si facessi nel primo modo , 
di far concludere questo secondo ; finalmente el Re non volle altro se 
non rimettersi a quanto havea dato commissione a Monsignore de la 
Ghisa, allegando che di quello li era suto scripto non havea mutato 
niente ; et se pure non si facessi , si potrebbe intendere. Et benché decto 
Tricarico replicassi di nuovo, non se ne trasse altro. Onde N. S., con- 
ferendo queste capitulationi , cioè la sua mandata ultimamente et la del 
signore Antonio Maria , con li oratori di Francia , trova non tanto che 
sono div&'se, ma che decto Monsignore de la Ghisa non vuole et non 
può uscire de la sua commissione. Et questo dì per ultimo sono stati 
insieme; et mi pare la cosa sia tagliata. Monsignore de la Ghisa ha 
preso licentia, et cosi Monsignore di Momor dice volere pigliare. El 
signore Antonio Maria , per ingerirsi troppo , credo mosso a bon fine , 
ha minato questa pratica. Et N. S. non crede, che voi, illustrissimo 
signore luliano, havessi mandato capituli sanza darne qui notitia ; ma 

(1) Ch'era Nunzio presso il Cristianissimo. 



DONATI AL K. ARCHIVIO DI FIR1-:NZE 247 

crede bene che il Cristianissimo vi alleghi per dare reputatione a quello 
che li tornava ad proposito, et per dare parole a Tricarico. Le coso 
sono tanto avanti , che non possono più aspectare di mandare innanzi 
et indreto: et però credo N. S. se ne andrà con questi altri (1), non ma- 
nifestamente per hora, ma con li effecti. — Domattina partirà di qui 
ci Reverendissimo de' Medici et Madama , a giornate ordinarie, perve- 
nire ad visitare la Excellentia di voi, signore luliano; et il Reveren- 
dissimo dipoi se no andrà a la volta di Bologna, per potere in absen- 
tia vostra comandare a le genti di N. S. ; et messer Luigi de' Rossi 
jiartirà in poste pervenire ad vedervi, mandato da Sua Santità .... ». 



8 agosto. - Dominis Capitaneis. Nomine domini Petri de 
Ardinorhellis. 



« .... La deliberati one che havea facta N. S. , di essere con la Lega, 
riscontro essere stabilita et ferma. Et in verità il Re di Francia ha 
mostro tener poco conto di Sua Santità ; perchè quelle parti che havea 
scripte el signore Antonio Maria l' hanno mandate diminuite et stor- 
piate ; et il decto signore Antonio Maria niega haverle proposte là , in 
quel modo et in quella forma eh' e Franzesi alegano. N. S. in tucto si 
è volto a questa altra parte ; et se le cose de' Svizeri sono gagliarde co- 
me si intende, o pure aspectino qualche dì, vi si farà tale provisione 
che il Cristianissimo si pentirà di non haver presa questa occasione. 
Sua Santità mi fece hiermattina scrivere a Tricarico , dopo molte iusti- 
lìcationi , che pigli licentia dal Re ^ venendo Sua Maestà in Italia con lo 
exercito ; et che si fermi in Savoia di là da' monti , in qualche loco se- 
curo et commodo , aspectando commissione di quanto habbi ad fare ; per- 
dio non vuole un Nuntio apostolico si trovi in campo ne la guerra clie 
si fa contro a Cristiani et contro a la voglia di Sua Beatitudine ». 



8 agosto. - Domino luliano. Nomine domini Petri de Ar- 
ding^hellis. 



« N. S. mi ha commesso che io scriva a la Excellentia V. per sua 
parte, che mandi subito un suo homo al Duca di Savoia, ad farli in- 
tendere di bocca el partito che ha preso Sua Santità, di essere con 

(1) Intendi , con 1' Imperatore e gli altri collegati contro Francia e 
Venezia. 



248 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

questi altri ad opporsi che il Re di Francia non passi in Italia; iusti- 
ficando et narrandoli quante prove ha facto Sua Beatitudine per colli- 
garsi con quella Maestà, et il poco conto che hanno tenuto de la ami- 
citia del Papa; et che la Escellentia V., per lo interesse comune et per 
il vinculo del parentado, li ha voluto participare questo partito, ad ciò 
che S. illustrissima S. possi meglio discorrere et provedere a le cose 
sue , et maxime havendo tante volte offerto voler correre una medesi- 
ma fortuna con N. S. — Postscripta. Io non voglio mancare di scrivere 
a la Excelleatia V. una mia fantasia, che io credo che N. S. mandi vo- 
lentieri el Cardinale de' Medici , oltre a la causa ordinaria , per respecto 
de le cose di Firenze ; ad ciò che Sua Signoria reverendissima possi 
vedere et parlare con quelli cittadini; dubitando de le cose di quella 
città, et maxime poi che Sua Santità ha preso el partito contro a 
Franza , et così habbi caro , in absentia del Magnifico Lorenzo , che Ma- 
dama si trovi in Firenze insieme con la Excellentia V., a ciò che le 
Excellentie V., con la lor bona gratia et col parentado che hanno eoa 
Franza; in ogni accidente di Firenze che seguissi, possiuo essere la me- 
dicina et tener fermi et devoti li animi di quelli citcadini. Potria facil- 
mente questo mio ghiribizo esser vano; pure ho voluto scriverlo, per- 
chè io so che li Principi grandi hanno caro intendere li advisi de' lor 
fldeli servitori , et poi lo iudicano a lor modo. Et se questa mia fanta- 
sia è vera , el Papa l' havea disegnata in sul duljitare che il male vo- 
stro non fussi lunghetto , havendo in efFecto mala opinione de lo stato 
costì del Magnifico Lorenzo. Ma Dio per sua gratia vi libererà presto, 
come speriamo, et potrete cavalcare, et sempre troverrete il loco vostro. 
Et forse , havendo ad essere contro a Francia , per divina providentia 
havete questo impedimento ; che tucto è da reputare per lo meglio , 
perchè siamo governati di sopra. — El Bascià ha facto la truffa, et per 
quanto si intende , ne è ito in corso verso el Golfo di Venetla. N. S. ricorda 
a la Excellentia V. , che facci scrivere a messer Goro et altri Governa- 
tori, che quando par loro haver forze a bastanza, gastighino chi di- 
sobedisce ». 



8 agosto. - Domino Cardinali de Medicis. Nomine domini 
Petri de Ardinghellis. 

« E' si dice che le prime giornate et le prime poste non son picciolo. 
Così la prima mia lettera desidero non paia debole a la S. V. reveren- 
dissin;a. Questo dì ci sono lettere di Firenze de' vi et^^I, che monstrano 
un gran miglioramento de la Excellentia del signor luliano, in modo 
che hieri pareva lor netto di febre. Piacci a Dio V. S. reverendissima 
lo trovi del tucto sano .... » 



DONATI AL 11. ARCHIVIO DI FIRENZE 210 



lo agosto. - Domino I aliano. Nomine domini Petri de Ar- 
dinghellis. 

« Avanti hieri scripsi in comune col Magnifico Lorenzo et in privato 
a la Excellentia V. Dipoi non ci è aclviso da quelle se non per una lette- 
ra del Magnifico Lorenzo de li viii. Hieri N. S. mi fece scrivere a messer 
Antonio Pucci , ciie era in cammino per Roma , che tornassi in dreto ad 
fare intendere a V. Excellentia el disegno di Sua Santità, di mandare 
el Magnifico Lorenzo in Lombardia, in absentia vostra, con participa- 
tione et satisfactionc sua. Et veglio che Sua Beatitudine desidera, essen- 
do constrecta al mandare qualcuno , che vadi lui , ma che V. Excellentia 
se ne contenti in facto et in demostratione. Questo dì mi ha decto , ra- 
gionando di questa materia : Scrivi al Magnifico luliano , che attenda 
ad guarire , et stia di bono animo ; et che subito che Sua Signoria 
sarà in grado da poter cavalcare , che noi vogliamo vadi in cam- 
po ad fare l'ofiìtio suo , et come e' sarà arrivato faremo tornare el 
Magnifico Lorenzo. Confortalo ad stare lieto per guarir presto et 
per dare a noi questo contento. Hora V. S. è prudentissima , et sarà 
contenta tenere questo nel pecto suo , et così dare a Sua Santità questa 
consolatione , che la intenda V. Excellentia star di bona voglia , et ac- 
commodarsi a quello piace a Dio de la valitudine vostra, la qual per 
sua gratia li renda sana. El Priore di Capua ne viene costì col Reve- 
rendissimo Cardinale de' Medici , con ordine del Papa , secondo ho in- 
teso , di passare più avanti con Sua Signoria reverendissima. Emmi 
parso , per scarico suo , darne notitia a V. Excellentia , la quale , se pure 
lo volessi ritenere al servitio suo , non babbi questo respecto ». 

10 agosto (1). - Reverendissimo Legato et illustrissimis domi- 
nis Capitaneis. Nomine domini Petri de Ardinghellis. 

« .... Questa è per ricordare a V. S. , per parte di N. S. , che ve- 
nendo in Firenze Monsignore di Momor, che hoggi dovea partire di qua, 
Sua Santità bara caro elio li sia facto hoiiore et careze ; et volendo 
parlare a la Excel sa Signoria o al magistrato de li Octo di Pratica , in 
nome del Cristianissimo , che li sia resposto con parole gratissime in 
publico et in privato, se' achadessi , come quella città, havendo et re- 

(1) Questa lettera viene nel Registro fra le due che portano la data 
de' 15 d'agosto. Il Legato era Giulio de' Medici, che a' 13 d'agosto entrò in 
Firenze (Cambi, III, 75); i Capitani erano Giuliano e Lorenzo, 



250 I MANOSCPJTTI TORRIGIAXI 

putando per patre la Santità del Papa non potea deviare da la voglia 
sua , né fare cosa alcuna mai che lo offendessi ; ma , da questo respecto 
in fuori , quella Republica sempre riconoscerebbe quella Maestà come 
benefactore. — Monsignore de la Ghisa partì dui dì fa, et Nostro Signore 
li fece un presente d'un bello anello di 500 ducati .... », 

lE agosto. - Magnifico Ioanni Vespuccio. Nomine domini 
Petri de Ardinghellis. 

« E' mi resta ad fare resposta a due vostre de' nii et ix , ponendo 
da parte el dispiacere che si è preso de la mala dispositione del Si- 
gnore nostro. Et prima vi dico , che N. S. desidera che tucte le genti 
del Signore vadino innanzi a Piacenza , et dove sarà indicato ad pro- 
posito dal Reverendissimo Legato; perchè la importanza consiste bora, 
che le forze sieno preste et gagliarde in quelli luoghi dove è più di biso- 
gno ; et non mancherà , quando Dio ci darà gratia che il Signore possi 
cavalcare , compagnia per la Escellentia Sua , purché le cose vadmo 
bene in Lombardia, et che da Genova o da Crema non nascessi qualche 
disordine contro a N. S. o al Duca di Milano. Ma non s' intende già che 
voi lassiate solo la Escellentia del signore Capitano , ma che in Firenze 
resti quelli che sono di bisogno per il servitio , commodità et consola- 
tione sua , a suo beneplacito. Et nominatamente vole N. S. , che voi re- 
stiate costì , et così li altri fiorentini , ti deli amici et servitori ; ad ciò 
che , partendosi di Firenze el Magnifico Lorenzo , resti costì più parti- 
giani che sia possibile. Et tucto questo si posa ne la discretione del 
Signore illustrissimo et di voi altri ; tenendo questa maxima , che d'ogni 
sorte gente et fòrze che si può, si spinga avanti. Et significate al 
Signore, in nome mio ma per parte di N. S., che per lo amor di Dio, 
per la salute sua, et per dare consolatione a Sua Santità, non vegli 
pensare se non ad guarire, con tucte le securtà che sieno possibili; 
perché, per gratia di Dio, Sua Beatitudine pure hoggi dopo mille volte 
mi ha replicato , che non li mancherà uè honore , né stato , né grado , 
né danari , né faccenda , perché quella non pensa ad altro , et non ha 
altro fine che farlo grande; et conosce die ne le inflrmità non si può 
stare allegro , pure desidera che la Excellentia Sua si dia manco dispiacere 
che la può .... ». 

15 agosto. - Magnifico Ioanni Vespuccio. Nomine domini 
Petri de Ardinghellis. 

« Grande é la consolatione de li amici, et spesso non meno giovano 
et dilectano absenti che presenti. Io ho visto quanto scrivete per la vostra 
de' xui circa le cose di Firenze , et tucto ho conlcrito con N. S. Sua San- 



DONATI AL R. ARCHIVIO DI FIRRNZIil 251 

tità mi ha facto scrivere in comune al Reverendissimo et a li Magnifici , 
che provegliino a mille fanti , per restare costì , come vedrete per decta 
mia lectera comune, o intenderete da la Excellentia del Signore nostro 
Signore. Advisatorai pure sempre quanto vi occorre, che conoscerete che 
de li ricordi vostri qui si fa capitale. La partita del Reverendissimo de' Me- 
dici mi ha in modo cumulato le faccende, che non posso più scrivere. 
Piace a tucta Roma che il Signore vadi migliorando : non ci pascete di 
speranza vana. State attento se venissi sdrucito alcuno de' Svizzeri o 
Franzesi , et advisatene subito volando , che credo questa donna sia nel 
mese. Io vi prego che intractegnate el Vescovo di Pistoia , perchè è 
sviscerato del Signore nostro, et intende bene. Voi non solete già averlo 
in veneratione , per causa di Antonio et Alphonso sui nepoti ; fatelo hora, 
ohe non lo dico a caso. Al Cardinale de' Medici s' è mandato x mila du- 
cati et V mila al Magnifico Lorenzo. Tucto per adviso. Santa INIaria in 
Portico scrive molto ad lungo. a Medici. Datemi notitia se la Excellentia 
del Signore ne è partecipe , come io credo; altrimenti la adviserei io 
di qua ». 



15 agosto. - Reverendissimo domino Legato et illustrissimis 
dominis Gapitaneis. Nomine domini Petri de Ardinghellis. 



« .... Questa sera , discorrendo N. S. de le cose di Firenze, mi com- 
misse che io scrivessi a quelle , come li parerla ad ogni modo che le 
facessino subito m fanti, electi et fidati , sotto dui boni capi , et dessino 
voce di volere servirsene fuori , ma in flicto li lassassino costi , per 
securtà de la città ; e che 500 ne stessi in Piaza o in Palazo , fra li 
quali si potria computare la guardia ordinaria ; et li altri 500 in quella 
casa che teneva già il Bartolino dirimpetto al Palazo vostro, o in simil 
loco : et questa spesa , che sarà per uno mese , havendo a servire per 
cotesto Stato-, la città li pagassi lei. Et con questo presedio indica Sua 
Santità, in ogni evento de le cose franzese , si potria stare securo , per- 
chè servirebbono ad tenere fermo el Palazo et ad reprimere ogni di- 
sordine et tumulto che nascessi; havendo però sempre bona cura a li 
andamenti et pratiche che si facessino, et ad remediare presto se alcuno 
alzassi la testa (1). Etne lo andar vostro. Monsignore reverendissimo et 

(1) Alla notizia che il Re di Francia era passato in Italia, i Fioren- 
tini si commossero. « Quello che più ci fa pensare ad questa cosa , è il co- 
s-noscere, che quando la Maestà del Re pensassi di volere offendere la 
Santità Vostra, non veggiamo che lo possa fare più honestamente et più 
facilmente che col battere questa città et muovere le cose di qui ». Cosi 



252 I MANOSCRITTI TORRIGIANI 

Magnifico Signor Lorenzo, et ne l'altre provisioni Sua Beatitudine sol- 
licita quanto sia possibile ; et la Excellentia V. , Signore , conforta ad 
curare la valitudine sua ». 



27 ottobre. - (1). 

« Illustrissime et Reverende etc A'Svizeri et al Vescovo Verulano 

si è scripto, secondo el desiderio di quella Maestà, dando notitia de 
la pace (2), et fàcce ndo quelli otfitii che si conviene. Di nuovo si replicherà 
et manderassi uno homo a posta. Non è da maravigliarsi di quello ha 
facto el prefato Vescovo Verulano, perchè andava dreto a la traccia 
vecchia , benché sanza commissione ; et non potea sapere bene anchora 
la mente di Sua Santità. A Cesare , al Catholico et a Inghilterra si era 
dato notitia de la pratica strecta de la pace ; dipoi si è facto el mede- 
simo de la conclusione. Et sia certa quella Maestà , die N. S. non è venuto 
a questa unione perchè la cosa resti in questo termine , ma perchè ogni 
giorno l'uno da l'altro riceja honore, piacere et commodità, come si 
conviene fra veri colligati et fra patre e figliuolo ». 



gli Otto di Pratica sciivevano al Papa il 18 d'agosto ( Registro delle Lettere 
ad annum ). Ma il Papa ci aveva pensato ! Volle poi, che i Fioreutini man- 
dassero al Re ambasciatori ; cosa (come gli Otto scrivevano allo stesso 
Pontefice il 24) « conforme al desiderio et gusto nostro e di molti altri 
cittadini amorevoli et fedeli de la Santità Vostra et di Casa sua. Ne si po- 
teva pigliare partito alcuno piìi grato e più conforme alla universale opi- 
nione della Città ». Ma perchè il Cristianissimo non voleva parole, e 
Leone X non faceva di fatti ; gli Otto, « con ogni reverentia » , con lettera 
del primo di settembre , lo venivano confortando e stringendo ad « appic- 
care qualche pratica di compositione con quella Maestà, in tal modo che 
Ella havessi ad conoscere che V. S. lo facessi per fare conclusione et non 
per tenerla in tempo ». E andavano più oltre gli Otto, proponendo al Papa di 
servirsi della mediazione di quel Duca di Savoia, ch'era imparentato col 
Re e con i Medici. « Et questo diciamo » ( conchiudevano la lettera ) 
« perchè veggiamo in questo universale della Città tanta inclinatione 
alle cose franzesi , et tanto timore che non si vadi ad manifesta perdita 
nel deviarsi da loro , che non siamo sicuri di qualche sinistro accidente ». 
Si cominciò allora il trattato della lega, che fu conchiuso in ottobre. 

(1) È scritta al Trìcarico, Nunzio in Francia. 

(2) Lo strumento di lega , confederazione e amicizia perpetua tra il 
Re Francesco e Leone X, la Repubblica di Firenze, il Duca di Urbino e 
la Casa Medici , porta la data di Viterbo , 13 d' ottobre 1515. Dumont , 
Corps Dipi., IV, I, 214. Il giorno dopo fu sottoscritta a Pavia la pace tra 
il Cristianissimo e Massimiliano Sforza Duca di Milano 



DONATI AL R. AIICIIIVIO DI FIRENZE 253 



29 ottobre. - (Ij. 

« Reverendissime Domine, Domine ohservandissime. Questa mattina 
iu Toscanella hebbi le vostre cle'xxvii, con le alligate de lo illustrissimo 
signore Lorenzo et di Tricarico , le quali secondo el consueto mostrai 
a N. S. Sua Santità liebbe piacere de la lieta accoglienza facta al Ma- 
gnifico dal Cristianissimo , et mi ha commesso la resposta in commune 
a Sua Signoria et a Tricarico , come vedrete per la propria che sarà 
con questa , che in gran parte sarà anche resposta de la vostra. A 
N. S. pare che la S. V. debbia andare ad ogni modo ad visitare quella 
Maestà. Spacciate subito per a la preallegata lettera ; et come harete 
resposta , vi potete mettere in cammino , con disegno di soprastare là 
pochi pochi dì ; perchè Sua Beatitudine vorrebbe che voi lussi in Firenze 
a la entrata sua , et potessi raguagliarlo de le cose del Re , et dipoi tor- 
nare ad incontrarlo. Noi partiremo di qua fra x o xii giorni (2) ; verremo 
adagio a piccole giornate , et con posarsi in qualche luogo. Et però è neces- 
sario anticipiate il tempo. Domani vi manderò e Brevi , che stasera non 
si sono potuti expedire ; et più ad lungo scriverrò a la S. V. N. S. de- 
sidera che in alloggiare le genti d'arme sue nel dominio de la Chiesa, 
si satisfacci a la Excellentia del signor luliano. La S. V. ne piglierà 
quello expediente , con participatione et contento suo . che li parrà ad 
proposito .... ». 

{Continua). 



(1) È .scritta al Cardinale Giulio de' Medici Legato di Bologna. 

(2) Leone X entrò in Firenze il giorno di Sani' Andrea. 



Arch , 3. a Serie, Tom. XlX. 



DOCUMENTI 

INTORNO 

ALLE VICENDE DELLA LIBRERIA MEDICEA PRIVATA 
dal 1494 al 1508. 

(Continuazione Ved. Disp. I, pas: 101). 
I. 

lA7inaiia Conventus S. Marci ; codice cartaceo in 4.% che si conserva 
nella Biblioteca del Museo di S. Marco. L'autore degli annali è per i,'ran 
parte Fra Roberto di Antonio l'baldini da Gagliano]. 

1. [a. e. 18]. Res etiam acta est hoc tempore nullo modo silentio tran- 
seunda. Nam post relegationem ab hac urbe l'etri Medices et lieredum 
Cosmae de Medicis , et post eius rebellionem , dominatio urbis liuius 
quae Medicorum dictorum bona fìsco adiudicaverat , cum vendere vellet 
libros olim a magnifico Laurentio Medices magnis sumptibus prò eorura 
pulchritudine et ingenti numero conquisitos , tiuos prò maiori parte 
tratres penes se in hoc conventu habebant conservandos ; et fìorentini 
cives nollent tam pretiosum thesaurum extra Florentiam agi , sed 
ili ea ad publicam utilitatem remanere ; fratres etiam nostri , consi- 
derantes quod orde praedicatorum decere fulgeret, si remanerent 
in domibus nostris libri praedicti ; vidontes angustiam dominorum qui 
quaerebant unde pecuniam comparare sibi prò publicis necessitatibus 
civitatis , et quomodo cogerentur illos tradere prò modica quantitato ; cum 
ab eisdem dominis requirerentur , an vellent emere dictos libros; obtu- 
lerunt conditionem infrascriptam , videlicet , quod cum eo anno multi 
cives iuvenes nobiles in hoc conventu habitum sanctae religionis assum- 
psissent, et multi in dies illum expeterent, cumque etiam multi iuvenes 
ili saeculo diversis facultatibus literariis operam dantes , quottidie fra- 
tribus instanter supplicarent ut eiusmodi libros in conventu retentos 
non sinerent patria abduci , poUicentes omnem opem etiam pccuniariam 
prò ipsis comparandis et retinendis ; cum fratribus tune pecuniae 
deessent, dccretum est ut eas mutuarent et libros penes se retine- 
rent. Divcnditis ergo prediis sanctae Mariae Magdalenae, et mutuatis- 
duolius minibus ducatorum, et quibusdam aliis pecuniis eleymosinis 



DOCUMENTI INTORNO ALLA LIBRERIA EC. 255 

comparatis, mutuarunt gratis fratres reipublicae florentinac ducato.s 
duos mille auri latos ut (lieti libri penes se remanerent: cum adiectione 
quod quando communitas vellet vendere eos, vel aliter providere de 
eis , primum et ante omnia fratres suum mutuatum pretium rehabere 
deberent , et aliis condltionibus , quae in partito dominorum Iiabentur. 
Et si de dicto pretio velleat fratres comparare libros aliquot , daretur 
illis optio quorum , qualium , quotque ex illis vellent etc. Atque inde 
index seu inventarium confectum fuit et remanserunt conventui libri 
dicti. 

Sed evolatis inde annis duobus vel circa , cum praefata comunitas 
egeret , et creditores multi essent hereditatis Laurentii Medices sua 
eredita exigentes ; volentes syndici bonorum gentis Medicae persolvere , 
et non habentes unde; omni studio et diligentia quesierunt extrabere 
summam pecuniae magnam ex dictis libris; et [cum (1)] non invenirent 
praesertim si in urbe remanere doberent, deliberaverunt simul utri- 
que utilitati consulere , et publicae et privatae ; unde vendiderunt 
eos omnes, tam eos qui penes fratres erant, quam omnes qui bue 
illucque dispersi erant, dictis fratribus S. Marci prò pretio floreno- 
rum trium milium latorum, computando in dicto pretio illos duo 
mille , qui gratis reipublicae fuerant mutuati. De residuo autem , de 
mille aliis videlicet, fratres diiationem habereut x\t:ii menses, infra 
quod tempus persolvere debuissent domino comiti Argentonae franci- 
genae, creditori hereditatis Laurentii de Medicis , dictos ducatos mille 
latos. Qui fratres tunc fìdeiussorem prestiterunt dicto comiti Argentonae , 
Bernardum Nasium , civem florentinum et mercatorem , iuxta quem 
Jacobus et Alamannus Salviati, nobilissimi cives, fideiusserunt. Et sic 
libri venditi fuerunt dicto conventui , prout omnia praedicta et alia 
plura Constant per publicum instrumentum ser Antonii Ferrini, notarli 
tunc dictorum syndicorum: cum reservatione tamen, quod si domini 
fiorentini umquam vellent ac possent de dictis libris invenire maiorem 
quantitatem pretii , liceret eis iterum eos vendere , reservata tamen 
fratribus optione de numero, qualitate etc. ut supra, dictorum librorum , 
quos prò dicto pretio ducatorum trium milium vellent prò se retinere, 
secundum extimationem fiendam per duos amicos communes , eligendos 
per oflBciales rebellium ac per fratres praedictos, seu eorum manda- 
tum habentes etc. 

[1498]. 

2. [a. e. 22] Ubi consensus fratris Hieronymi innotuit, plu- 
rimi saecularium amicorurn qui prò conventu pugnabant , ut commodius 

(1) Ciua manca nell'originale. 



256 DOCtJMEKTI 

potuerunt, sese clamculum liuc at(iue illuc proripuerunt. Repente op- 
pugnatores ingressi , nobiles quidam iuvenes et fratrum propinqui se in 
dormitorio prò custodia conventus locarunt , adhibitis etiam caduceato- 
ribus dominationis , ne quid per populi tumultum raperetur , ac prae- 
sertiin duo pulcherrimae bibliothecae , altera stata et antiqua conven- 
tus , altera librorum gentis Medicae , qui adhuc in eodem conventu 
crant ex quo Petrus Medices cum fratribus exulabant. 

3. [a. e. 23]. Insequuta moxdominatio mense maio videtur a domino 
deo electa quae fratres Sancti Marci in patientiam exerceret ; ideoque te- 
nemur orare prò illa, quia instrumentum domini fuerunt ad explorandam 
eorum constantiam. Itaque statini, die octava raaii , libros Petri Medices 
et fratrum eius tam graecos quam latinos , in quibus conventus , di- 
venditis praediis aliquibus Sanctae Mariae Magdalenae et pecuniis etiam 
mutuo conquaesitis et sponsionibus amicorum intercedentibus, exsolverat 
florenos mille octingentos et obligaverat se ad alios florenos mille , ut 
supra dictum est, ut patet in contractibus super tali re tactis mense 
januario 1497 cum syndicis rcbellium ; iamque videbatur eos libere 
possidere tamquam suos posse ; iussit tamen asportari in palatium et 
per inventarium resignari. Et assidue caduceatores et famuli palatini 
conventum asservabant , ne quis saecularis ingrederetur , claususque 
erat conventus et ecclesia. 

[1500|. 

4. [a. e. 26]. Eodem anno libri lieredum olim Petri Medices, a con- 
ventu nostro trium milium ducatorum pretio comparati , quos supra 
memoravimus , in borrendo casu nostro ex iussu dominationis florentinae 
in palatium comportatos et per inventarium resignatos , mense octobri 
in conventum hunc Sancti Marci revecti sunt, novis stipulationibus 
factis , quae in acta huius conventus latius relata sunt , tenenturque 
apud sjndicum huius conventus. 



[ lt>OS]. 

5. fa. e. 28]. Quo etiam anno 1508, sub^praefato priore (1) cum 
conventus propter supra dieta aedificia , quae cuncta impensis con- 
ventus extructa sunt, conventus magna aeris alieni quantitate grava- 
retur et exsolvendi tempus instaret , nec aliunde praeberctur facultas ; 
decreverunt tandem prior et patres discreti e nobilissima Medicorum 

(1) Fra Bartolomeo da Faenza. 



INTORNO Ar.LA LIBRERIA MEDICINA 257 

bibliotheca huiusmodi pecunias extrahere , quam niipcr prctio trium 
milium ducatorum a sj'iidicis rebellium, ut siipra incminimus , compa- 
raverat couventus noster, et prò qua plurimos laborcs fratres suMe- 
rant. Quam cum R.mus d. dominus Johannes Medices , magni Laurentii 
fìlius et sanctae romanae ecclesiae cardinalis , cuius nuper parva 
hereditas fuerat , recuperare plurimum inhiaret ; ipsi , de permissione 

dominationis florentinae , venumdarunt pretio (1) ducatorum. Atque 

in Iiunc moduni bibliotlioca ilia Romam ad ipsum R.mum d. cardinalom 
advccta. De quibus in actis huius conventus plenius et clarius continetur. 



II. 

f llpliherazioiii dei Signori e Collegi, ad annitui; nel R. Archivio di Sialo 
in Firenze (. 

Die XXXI mensis augusti 1495. 

Quod quedam volumina librorum deferantur ad palatium (2). 

Item dicti domini siinul adunati etc. habita notitia qualiter in ecclesia 
sancti Marci de Florentia fuerunt et sunt nonnulla volumina variorum 
auctorum, et multa et varia in se continentia et multum notanda, uti- 
lia profecte atque optime emendata, que olim fuerunt Laurentii de 
Medicis et eius heredum , sive eorum alumnorum et pedagogum ac 
preceptorum. ; et iudicantes domini predicti summo decori et ornamento 
esse rei p. fior. Illa habere , retinere ac custodire penes se et in pa- 
latio diete dominationis , tanquam memorie digna et notabilia ac fere 
singularia ; idcii^co servatis etc. et obtempto inter eos partito secundum 
ordinamenta etc. , omni meliori modo etc. , deliberaverunt quod omnia Illa 
volumina librorum , cuiuscumque generis , qualitatis , quantitatis vel 
manerei sint et quorumcumque auctorum , que a venerabili religioso 
patre priori sancti Marci de Florentia, domino Geòrgie Antonio Ve- 
spuccio proposito fior. , domino Marsilio et domino Oliverio canonicis 
florentinis, domino Jeanne Victorio de Soderinis, magistro Laui'ontio de 
Lorenzis et domino Lascari greco et aliis eligendis per sindicos dicto- 
rum de Medicis , eletta , excerpta et designata erunt pretiosiora et di- 
gna memoratu et custodia secundum eorum iudicium , deferantur et 
deferri debeant , quanto citius fieri potest , in (3) et ad placitum domino- 

(1) La lacuna e anche nell'originale. 

(2) Questa deliberazione è pubblicata anche dal \iLhAm, Storia del Sa- 
vonarola, II,pag. cxxxiii. 

(3) Sembra che por trascorso manchi la parola palatium, che è richiesta 
dalle espressioni che seguono , ibidemque e i>i dicto palatio. 



258 DOCUMENTI 

rum; ibidemque facto prius de eis claro et aperto inventario, custo- 
diantur clausa in uno cassone sive armario vel alio loco ydoneo ad id 
commodato in dicto palatio prò custodia et manutentione ipsorum , de 
quo loco extrahi minime possint , nisi precedente deliberatione et partito 
dominorum prò tempore in officio existentium, sub pena indignationis 
dictorum dominorum etc. Mandantes. 



III. 



[Deliberazioni, come sopra, in data dello slesso giorno]. 

Quod copia pandectarum deponatur in palatio. 

Item dicti domini simul adunati etc, servatis etc, deliberaveruut quod 
precipiatur egregio legum doctori domino Joanni Victorio de Soderinis , 
civi et àdvocato fiorentino, quatenus ipse, quanto citius fieri potest, 
presentet et consignet et presentare et consignare teneatur et debeat 
dominis prioribus libertatis et vexillifero iustitie , copiara Pandectarum , 
existentium in palatio dominorum, sumptam (1) per dominum Angelum 
de Monte Politiano , iam sunt plures anni ; que copia in presentiarum est 
penes dictum dominum Joannem Victorium et que copia sic presen- 
tata , deponatur et deponi debeat in loco in quo deposito sunt et clause 
detinentur Pandecte originales, existentes in dicto palatio, ad hoc ut 
dieta copia ibidem stet in perpetuum et inde extrahi minime possit, 
nisi precedente \ieliberatione dominorum priorum libertatis et vexilli- 
feri iustitie populi fiorentini prò tempore existentium , et sub pena in- 
dignationis dominationis predicte etc Mandantes etc. 



IV. 



[Deliberazioni, come sopra]. 

Die XXVI settembris 1495. 
Pro rebus illorum de Medicis. 

Item dicti domini simul adunati etc, servatis etc. , delibera verujit 
quod libri et res que fuerunt Pieri de Medicis, invento in conventu 

(1) L'espressione e inesatta. S'intende certamente parlare dell'esemplare 
a stampa, in cui il Poliziano trascrisse le varietà di lezione del codice. 
V. il Doc. XVIII. 



INTORNO ALLA LIBRERIA MEDICEA 259 

sancti Marci do Florentia, debeant consij^nari sindacis dicti Pieri et 
fratrum , qui oas tenere et custodire debcaut in domo dicti Pieri et sub 
ciavibus, quarum unam teneant dicti domini et aliam dicti sindici vel 
eorum suhcessores. Qui tamen libri vendi non possint sine licentia do- 
minoruni qui prò tempore fiierint; et de eis fieri ad presens debeat 
inventarium per dictos presentes dominos etc. Mandantes ctc. 



V. 



[legazioni e Commissarie, Filza 5o; nel R. Arciiivio di Stato in Firenze]. 

A dì XXXI di septembre 1495. 

Copia. 

Io Piero di Simone Becchanugi , cancelliere de'magnifici et excelsi 
signori fiorentini, hoggi questo di soprascripto ho ricevuto dal con- 
vento di santo Marco di Firenze capse xvij , cioè capse dicasepte di li- 
liri , sugellate col segno de' prefati signori , le quali in epso convento 
erano state deposte per li sindici de' Medici ; le quali , per partito 
de' prefati signori , si hanno a porre in casa di Piero de' Medici , in sala 
terrena. Et tucto feci in nome de'niagnifici signori prefati et per loro 
comandamento, essendo presenti Rinieri di Nicholò Giugni et Girolamo 
d'Antonio Martelli sindaci de' Medici, a'quali si consegnorono. 

Item vasi xxj , cioè ventuno , di diverse pretiose et varie forme , 
con hornamenti d'ariento dorato et alcuno con gioie forniti; de' quali 
sei ne sono in una cassetta et quindici in loro ghuaine, i quali si con- 
segnorono a' prefati sindici. 

Io Girolamo d'Antonio Martelli, chome sindache et ufficiale de' Me- 
dici, ho ricevuto in consegnia le sopradecte cose di sopra, le quali si 
sono mandate in cliasa Piero de' Medici , per ordine de'nostri magnifici 
signori, come di sopra: et una chiave tengono decti signori et una 
noi ufficiali. 



VI. 



[Deliberazioni dei Signori e Collegi, ad annwti. \ 

Die xviiij mensis octobris 1495. 
Pro libris Pieri de Medicis (1). 

d) Pubblicata anche dal Villari , Op cit. , II, p. cxxxiv e segg. 



260 DOCUMENTI 

Item elicti domini simul adunati etc. Attento quodam partito et de- 
liberatione per eos facta sub die xx^j mensis settembris proxime pre- 
teriti , de quibusdam voluminibus librorum existentium ia ecclesia sive 
conventu Sancti Marci de Florentia , que fuerunt oliin Laurentii et 
Pieri de Medicis , et que fuerunt ad petitionem et instantiam dictorum 
dominorum de dicto conventu adlata ad palatium et domum dicti olim 
Laurentii et Pieri de Medicis , et aliis visis et consideratis in dieta 
deliberatione et partito contentis ; et considerantes dicti domini dieta 
volumina librorum esse variorum et diversorum auctorum , et multum 
pretiosa , et multa et varia in se continentia , et multum notanda, utilia 
et fere singularia atque optime emendata, que olim fuerunt Laurentii 
de Medicis et eius heredum ; et iudicantes dicti domini summo decori 
et ornamento esse rei p. liorentine illa conservare et illorum custodiam 
et curam gerere , tanquam memorie digna , notanda ac fere singularia ; 
iccirco dicti domini servatis servandis etc, et obtempto inter eos par- 
tito secundum ordinamenta etc, omni meliori modo etc, delibera ve- 
runt etc. quod omnia illa volumina librorum , cuiuscunque generis , 
qualitatis , quantitatis vel maneriei et quorumcumque auctorum sint , 
videlicet que revera erant dicti olim Laurentii et Pieri de Medicis, 
que ad presens sunt in domo dicti Pieri de Medicis , et tam illa que 
de ecclesia sive conventu Sancti Marci fuerunt extracta et ad domum 
dicti Pieri de Medicis invecta , quam illa que primo erant in palatio 
sive domo dicti Pieri de Medicis , cuiuscumque generis et maneriei 
existant, debeant consignari et deponi in dicto capitulo et conventu 
venerabilium fratrum Sancti Marci , tanquam in tutiori loco et apud 
religiosos viros honeste et laudabilis vite et sanctitatis ; et de quibus 
omnibus , una cum aliis libris qui remanserunt in dicto conventu , qui 
non fuerint adlati ad domum dicti Pieri , debeat fieri inventarium quanto 
citius fieri potest , cum ydoneis et fide dignis testibus ; cuius quidem in- 
ventarli unam copiam debeat retinere una cum libris dicti olim Laurentii 
et Pieri de Medicis , qui remanserunt in dicto conventu antequam inde 
delati fuerint ad domum dicti Pieri , penes se vexillifer iustitie qui prò 
tempore fuerit , aliam vero dicti fratres , capitulum et convcntus Sancti 
Marci predicti. Que omnia volumina stare debeant in dicto conventu 
loco depositi , et ad petitionem dictorum dominorum et eorum qui prò 
tempore erunt , et tanquam obligata et ypotecata prò infrascripia 
quantitate pecuniarum dictis fratribus , capitulo et conventui ; et inde 
extrahi nullo modo possint sine partito dominorum et collegiorum et 
duarum partium ex eis prò tempore existentium. Et quoniam dicti 
fratres , capitulum et conventus per medium quorundam civium commo- 
daveruiit , sive gratuite mutuare fecerunt ofRcialibus mentis comunis 
fior, summam et quantitatem florenorum duoruni milium largorum'de 
grossis, prò necessitate ipsius comunis; quam quantitatem commndare 



INTORNO ALI.A LIBRERIA MEDICEA 261 

sivc mutuare l'eocrunt ipsis olficialibus montis prò tempore et termino 
unius anni proxime futuri ; idcirco dicti domini deliberaverunt quod per 
dictos oliiciales , sivc prò tempore existentes , debeant dietis fratribus, 
capitulo et conventui , seu illis quibus dictis fratribus capitulo et con- 
ventui visum fuerit , solvi et reddi dieta quantitas floreiiorum duorum 
milium largorum de grossis diete comuni sic mutuata , hac lego et con- 
ditione , quod si infra dictum tempus et termìnum dicti anni non fuerit 
per eos ad quos pertinebit de dieta quautitate florenorum duorum mi- 
lium dictis fratribus , capitulo et conventui , vel dictis liominibus et 
personis quibus visum fuerit dictis fratribus , capitulo et conventui , in- 
tegraliter solutum et satisfactum de dieta summa et quantitate ; quod 
tunc et eo casu, elapso dicto anno et postea quandocunque, liceat dictis 
fratribus capitulo et conventui , quandocunque illis visum fuerit , de 
dictis libris vendere tot et tanta volumina quod eis satisfiat , usque ad 
integram satisfactionem dictorum florenorum duorum milium et de 
grossis , vel de eo miuus de quo minus restarent creditores , facta 
tamen primo dictis dorainis (jui prò tempore erunt, requisitione et pro- 
testatione diete venditionis per dictos fratres, eapitulam et conventum 
per XV dies ante dictam venditionem ; et elapso dicto anno quando- 
cumque et facta huiusmodi venditione , dicti fratres , capitulum et con- 
ventus teneantur lacere dicto comuni Florentie finem generalem etc. 
Mandantes etc. 

VII. 

[Deliberazioni, come sopra J. 

Die XX vili mensis novembris 1495. 

Quod liber portetur ad dominos. 

Item dicti domini simul adunati etc. , servatis etc, deliberaverunt etc. , 
quod liber cosmogrolie quem composuit Franciscus de Berlinghieriis et 
donavit Laurentio de Medicis , ornatus minio et aliis , portetur ad dictos 
dominos priores infra triduum proxime futurum per sindicos illorum de 
Medicis, seu curent ut infra dictum tempus deferatur ad dictos do- 
minos per eos qui dictum librum haberent , sub pena eorum indignatio- 
nis etc. Mandantes etc. 

Vili. 

[Deliberazioni, come sopra]. 

Die XVI mensis decembris 14!)G. 
Pro Antonio de Paganellis. 



262 DOCUMENTI 

Item dicti domini simul adunati (te, visa quadani sententia , lata 
per officiales rebellium et sindicos lieredum Laurentii de Medicis et 
aliorum sub die prima presentis measis seu alio veriori die , per quam 
in effectu dicti officiales et sindici declaraverunt quondam librum evan- 
geliorum de membrana, scriptum in lingua greca de litteris aureis , 
de quo in petitione , unde emanavit dieta sententia , fìt mentio , perti- 
nere Antonio olim Bernardi de Paganellis , et fuerunt dicti heredes 
Laurentii de Medicis condempnati ad restituendum ipsum librum dicto 
Antonio , de qua et prout apparet manu ser Antonii de Vespucciis inde 
rogati; et audito dicto Antonio de Paganellis asserente ipsum librum 
esse in conventu et penes venerabiles patres , fratres Santi Marci de 
Florentia una cum pluribus aliis libris in depositumtanquam libri ipsius 
olim Laurentii , ad instantiam dominorum ; et petente per ipsos dominos 
mandari sibi restituì ; vigore diete sententie , et visa quadam delibe- 
ratione facta die xviiij mensis octobris anni 1495, seu alio tempore 
veriori , per tunc dominos in officio existentes , per quam in effectu 
fuit deliberatum et decretum omnia volumina librorum cuiuscunque 
^leneris , qualitatis et quantitatis et maneriei essent , videlicet que revera 
erant dicti olim Laurentii et Pieri de Medicis , debere deponi penes capi- 
tulum et conventum prefatorum venerabilium patrum , fratrum Sancti 
Marci , tanquam in loco tute , ad petitionem dictorum dominorum et alio- 
rum dominorum qui prò tempore essent , tanquam ypotecata ipsi capitulo 
et conventui prò florenis duobus milibus , nuituatis offìcialibus mentis 
comunis fior, a quibusdam civibus per medium et opera et sollecitudine 
et sub nomine ipsorum fratrum , unde extrahi non possint sine partito 
dominorum et collegiorum et duorum partium ipsorum ; et viso quic- 
(luid in dieta deliberatione continetur; et viso quod dictum depositum 
dictorum librorum fuit lactum de dictis libris, videlicet de bis qui re- 
vera erant dicti olim Laurentii et non alienis ; et quod predictus liber 
evangeliorum , de quo in dieta sententia fìt mentio , qui est Inter dictos 
libros ita depositos, non subiacet dicto deposito nec diete ypotece; et 
quod iustum est unicuique reddi quod suum est ; predictis et aliis 
iustis causis moti et servatis servandis , insimul in sufficienti numero 
congregati et obtempto partito Inter eos solepni , primo et ante omnia 
quatenus expediat approbaverunt dictam sententiam ; et si et casu quo 
dictus liber evangeliorum , scriptus in membrana in lingua greca et 
litera aurea , sit inter dictos libros ut supra depositos . quatenus ad ipsos 
dominos spectat et quantum est respectu ipsorum dominorum, dede- 
runt et concesserunt ipsis venerabilibus patribus, fratribus et conventui 
Sancti Marci de Florentia plènam libertatem et expressam licentiam 
restituendi et tradendi ipsi Antonio de Paganellis ipsum librum evan- 
geliorum , sine aliquo preiudicio vel dapno ipsorum fratrum et con- 
ventus , iuribus competentibus ipsis fratribus et conventui prò dictis 



INTORNO AIJ.A LIBRERIA MEDICEA 263 

fior. 2,000 , in dicto libro si quod competerei , prciudicare modo aliquo 
non intendentes. Mandantes ctc. Tassa camerario armorum sol. 6, den. 8 
in totum. Dieta die solvit taxam. 



IX. 



("Deliberazioni, come sopra]. 

Die xxiiii mcnsis ianuarii 1496 (st. com. 1497). 

Pro fratribus sancti Marci (1). 

Prefati domini simul adunati etc. Attento qualitcr sub die xviii nien- 
sis octobris 1495, vel alio tempore veriori , per tunc magnificos do- 
minos populi et comunis fior, fait facta certa deliberatio occaxione li- 
brorum qui olim fuerunt Laureutii Pieri de Medicis , qui exportati 
fuerunt , ut dicitur , de dieta domo olim Laurentii ad conventum Sancti 
Marci de Florentia , quod dicti libri tandem remicterentur et exporta- 
rentur et reducerentur ad eandem domum unde fuerunt extracti ; et at- 
tendente.? quod postea dicti libri et volumina librorum devenerunt ad 
manus fratrum capituli et conventus sancti Marci de Florentia pre- 
dicti , cum certis conditionibus , pactis et modis, et inter alia quod 
dicti fratres , et seu alius vel alii prò eisdem fratribus , mutuarunt 
officialibus mentis gratis et amore fior. 2000 largos de grossis per 
tempu.s et terminum unius anni tunc proxime futuri , et cum pacto 
quod, elapso dicto anno, dicti fratres, vel alius et seu alii prò eis , 
possint eisque liceat vendere de dictis ìibris tot et tantos quod ipsi 
possint sibi ipsis satisfleri et consequi et habere dictos florenos 2000 lar- 
gos de grossis; et hoc post xv dies a die notificationis facte per dictos 
fratres, elapso dicto anno, dominis civitatis Florentie prò tempore in 
officio existentibus, prout predicta et alia plurima sic vel aliter plenius 
et latius dicuntur contineri in dieta deliberatione et partito , ad quam 
et contenta liabeatur relatio ; quapropter prefati domini , obtempto 
inter eos partito secundum ordinamenta, et omnibus servati s etc, au- 
ditis tamen prius duobus ex fratribus dicti conventus Sancti Marci , ex- 
ponentibus , ut dixerunt ipsi domini , quatenus ipsi fratres vellent re- 
habere dictos florenos 2000 largos , vel de dictis Ìibris facere ea que 
continentur in dieta deliberatione etc. ; et arbitrahtes predicta debere 
fieri per eosdem dominos ; ideo prefati domini declaraverunt dictos 
fratres , capitulum et conventum paruisse et observasse omnia ea, ad 
que tenebantur et obligati erant vigore diete deliberationis et partiti ; 

(1) Piibbl. rxiiche dal Vill.vri , Oii. ci!., II, pag. cxxxvi e seg. 



264 DOCUMENTI 

et eosdem fratres posse facere et disponere vendere et alienare de 
dictis libris , eo modo et forma et prout et sicut in dieta deliberatione 
continetur et scriptum est et apparet; et per dictos fratres nil aliud 
debere observari in predictis ac si requisitio et alia, de quibus in 
deliberatione flt mentio , legitimis et debitis temporibus facta esset. 
Confidentes de honestate et mira sanctitate dictorum fratrum et eorum 
gubernatorum etc. Mandante» etc. 

X. 

[ LeUere della Signoria; Minutari, n. 13, a e. ll'J; 
nel R. Archivio di Slato in Firenze J. 

{Fuori): Magnifico viro Joachino Guasconio apud X.mam M.tem ora- 
tori nostro nec non civi nostro diarissimo. 

Priores libertatis et vexillifer iustitie populi fiorentini. 

Magnifice civis noster charissime. Intendendo noi Giovanni Lascari 
greco, che leggieva nel nostro studio di qui, rimanere dalla parte di 
costà, et elli ha vere alcuni libri in greco di valuta e d' importantia , 
di quelli della heredità di Lorenzo de' Medici, e' quali gli hebbe da San 
Marco e d'altronde ; vogliamo siate con lui e procuriate con ogni dili- 
gentia che ci faccia qua fare la intei-a restitutione di decti volumi , che 
in ogni modo vogliamo che si trovino. Che essendo lui huomo da bene , 
e da noi e da questa città non havendo ricevuto se non sempre honore 
e benefìtio, stimiamo ne farà fare intera restitutione. E del seguito 
daretene adviso. Valete. Ex Palatio nostro , die xiii lebruarii mcccclxxxxm. 
{st. coni. 1497). Bartholomeus Scala. 

XI. 

Lettera della Signoria a Giovanni Lascaris (l). 

[Lettere della Signoria; Minutari, n. 13, a e. 120: nelTArchivio sopraddetto]. 

Spoetate vir , amico noster charissime. 

Rivedendo noi il numero delli libri greci e latini per alcuna occor- 
rentia , della heredità di Lorenzo de' Medici che sono in Santo Marco 



(1) Questa lettera fu pubblicata in forma un poco diversa dal Bandirli 
{Catal. Codd. graec. I, pag. xii-xiii) che la tolse da un codice membra- 
naceo di lettore scritte a nome della Republ)lica fiorentina da Bai'toloinèo 
Scala , appartenente in quel tempo a Gio. Battista Dei. 



INTOliNO AIJ.A LIBRERIA MKDICF.A 2G5 

e altrove , troviamo mancarne alcuni volumi in greco specialmente , 
libri de iniportantia e di valuta. E perdio intendiamo che voi ne ha- 
vesti alcuni da Santo Marco e d'altronde , de'quali siamo certi che 
renderete buono conto et assegnamento , sondo voi huomo integerremo 
et sempre havendo voi da questa città et signoria ricevuto honore et 
beneficio per vostre virtuti et meriti ; vorremo che all' havuta di questa 
operassi che qua , dovunque egli sieno , ci siano restituiti perchè gli vo- 
gliamo rassettare et haverli tiitli insieme. Et così ne scriviamo al ma- 
gnifico nostro imbasciadore Giovacchino Guasconi appresso la cristia- 
nissima maestà , che sia con voi e questo effetto adoperi ; facendo voi 
in ciò come speriamo , e dandone pieno adviso dove sono e chi gì' ha e 
dove gli abbiamo puntualmente a ritrovare ; che , oltreché fia cosa 
ragionevole , ne sarà gratissima. 

Ex palatio nostro, die xv februarii Mrcccxcvi {sf. eom. 1497). 



XII. 



Lettera della Signoria a Francesco Gualterotti. 

[Da un cod. cart. in b dell'Archivio di Stato in Firenze, intitolato Barili. 
Scalae epistolae prò Rep. Fiorentina. Contiene lettere dal 149i 
al 1497 5 in copia del secolo X\III ] (1). 

D. Francesco Gualterotto. 

Magniflce Vir etc. 
Noi abbiamo inteso che , per ordine di Girolamo Martelli , havete 
havuti costi tre volumi in greco , di quelli della heredità di Lorenzo 
de' Medici , da messer Giovanni Stephano da Castiglione , già imbascia- 
tore qui per cotesto illustrissimo signore ; e'quali al partire vostro 
arrecherete con voi e consegnereteli , alla giuncta vostra in Firenze , 
agli officiali de'rubegli di Piero de Medici , et farete ne fare scriptura . 
perchè alloro si appartengono. Ex palatio nostro. Die 17 februarii 1496 
{si. com. Udì). 

(1) In questo stesso codice si leggono la lettera al Guasconi, sotto il 
numero 680 ; quella al Lascaris , sotto il numero 681. Il codice incomincia 
col numero 405; ed è forse una copia non completa di quello veduto dal 
Bandirli. 



266 DOCUMEMTI 



XIII. 



[Deliberazioni dei Signori e Collegi, ad annum. ] 

Die xxviij februarii 1496 {st. com. 1497). 

Quod libri deponantur (1). 

Item dlcti domini simul adunati etc, quatenus etc, deliberaverunt etc. 
quod omnes libri latini et greci pertinentes lieredibus Laurentii Pieri 
de Medicis, et seu filiis eiusdem Laurentii, in quocumque loco et seu 
penes quemcumque reperirentur (2) , vel qui sic eos quomodolibet babe- 
rent , teneantur eos omnes et quemlibet eorum deponere et relapsare 
apud conventum et fratres Sancti Marci de Florentia simul cum aliis 
libris dictorum heredum , ad instantiam prefatorum dominorum , ad 
linem et etfectum ut dictos libros possint facere consig'nare sindacis 
comunis. Et bec omnia sub pena fior. SOlargorum, applicandorum opa- 
rariis palatii dominorum prò expensis ipsius palatii ; in quam penam 
incurrisse intelligatur qui eos haberet unum vel plures et non depone- 
ret , ut dicitur in mandati s. 



XIV. 

[ Come sopra ]. 

Die XV octolti'is 1497. 
Preceptum. 

Item dicti domini simul adunati etc, servatis etc, deliberaverunt 
quod precipiatur etc. presentibus officiali])us robellium illorum de j\Ie- 

(1) Questa deliberazione è in copia anche tra le carte d'archivio che si 
conservano nel Museo di S. Marco, con la data del 6 marzo nella soscri- 
zione del notaio (Hieronimus Ser Orisi lohannis de Grisellis) che la trasse 
ex libris deliberationum et %)artitorum. 2')refatoruin dominorum. 

(2) Frale deposizioni di Lamberto delFAntella pubblicate dal Prof. ViL- 
LARi {Storia del Savonarola^ Documenti, pag. cxxxviii e segg del Voi. II) 
ve n'ha una dalla quale si raccoglie che un libro, certamente della collezione 
medicea, si trovava in mano di Niccolo e di Piero Ridolfi : « Et secondo 
mi disse l'Alfonsina, questo libro è di valuta di più che f. 500 larghi ; et disse_^ 
che se lo teuevono et da lui {intendi: da Piero de' Medici) non haveano avere 
niente ». 



IXTOJIXO ALLA Lll'.llKllLV MRDICRA 267 

dicis et aliorum , quatenus viso presenti , licite et impune dent et 

commodent Nicolao (Ode Alamannis, cristianissimi rcgis Fran- 

coruru mandatario , libros duos , videlicet : cosmogrofiam Ptliolomei 
et operas Sencce , in membranis scriptas , olim portinentes ad Pierum 
Laureatii de Medicis et fratres suos , et hodie ad dictos officiales ctc. 
Mandantes etc. 



XV. 

Come sopra 



Dieta die x lébruarii 1497 {s(. coni. 1498). 

Pro fìliis Fraucisci de Sassettis. 

Item dicti domini simul adunati cum eorum von. collegiis etc. At- 
tento qualiter sub die xviij octobris 1495 magnifici domini tunc in officio 
existentes deliberaverunt quod omnia volumina librorum, quo revera 
erant olina Laurontii Pieri de Medicis , deponerentur in conventu saftcti 
Alarci de Florentia cum certis conditionibus in dieta deliberatione con- 
tentis , et de eis confìceretur inventarium , nec exinde extralii possent 
sine licentia dominorum et collegiorum prò tempore existentium, prout 
latius in dieta deliberatione continetur ; et intellecto qualiter de anno 
domini 1491 filli olim Francisci de Sassettis commodaverunt dicto Lau- 
rentio Pieri de Medicis certa volumina librorum , que adpresens dicun- 
tur esse in dicto conventu sancti Marci ; et viso qualiter sub die xiiij octo- 
bris 1495 et etiam sub diexv ianuarii proximi preteriti, officiales rebellium 
et sindici lieredum dicti Laurentii de Medicis in dictis temporibus in 
officio existentes , prò omni eorum interesse deliberaverunt quod omnes 
libri dictorum filiorum Francisci de Sassettis existentes in dicto con- 
ventu , restituerentur eisdem filiis per venerabiles religiosos fratres sancti 
Marci etc. ; omnibus aliis visis etc. , servatis etc. , deliberaverunt pre- 
fati domini et collegia , quod omnes libri dictorum filiorum Francisci 
de Sassettis , existentes in dicto conventu sancti Marci , libere et licite 
eisdem restituantur per dictos venerabiles fratres sancti Marci, capi- 
tulum et conventum predictos. Quibus quidem fratribus , capitulo et 
conventui prefati domini et collegia omnimodam licontiam dederunt 
laciendi dictam restitutionem dictorum librorum dictis fìliis olim Fran- 
cisci de Sassettis , et non ultra vel aliter etc. Mandantes etc. Tass. 
cam. armor. gross. 1 Dieta die solvit taxam. 

(1) Cosi neiroriginale. 



268 DOCUMENTI 



XVI. 



[xNola autografa di Bartolomeo Ponzio, in margine a\V Inventario 
dei libri Medicei del 1495, nell'esemplare della F."* 84J. 



[ 16 fehUmio 1497. St. com. 1498]. 

lo Bartliolomeo Fontio (1) ho ricevuto questo dì xvj di febraio 1497 
duo Ibrzeretti de' libri de'figliuoli di Frane.» Saxetti , numero sessanta- 
sette , de'quali s' è facto mentione nel presente inventario sotto nome 
de' libri di Lorenzo de" Medici. E'quali ricevo per commissione de'figiiuoli 
et heredi di Frane." Saxetti, dal capitolo et convento de' venerabili frati 
di Santo Marco , et per loro da frate Zanobi Acciaioli librarista , per 
partito de'raagnifici signori et collegi sotto di x del presente mese. La 
copia del qual partito ho lasciata a decto frate Zanobi. 



XVII. 

[Deliberazioni del Signori e Collegi, ad annum]. 



Die vij mensis mali 1498. 

Pro libris olim Laurentii de Medicis. 

Item dicti domini simul adunati etc, servatis etc, deliberaverunt etc. 
quod libri olim Laurentii Pieri de ]\Iedicis in conventu sancti Marci de 
Florentia existentes , et qui penes dictos fratres . capitulum et conven- 
tum depositati fuerunt per inventarium ad instantiam dominorum flo- 
rentinorum de mense octobris anni 1495 vel alio veriori tempore, nunc 
ilentur et consignentur per dictos fratres . capitulum et conventum 
domino Marcello, scribe et oancellario preseutium dominorum, ut affe- 
rantur ad palatium dictorum dominorum et in salam decem libertatis 
et pacis civitatis Florentie, licite etc. Mandante? etc. 



(1) La familiarità che ebbe il Ponzio con la casa de' Sassetti è attestata 
anche dai suoi versi. A pag. 374 delle sue Opera exquisitissima ( Franco- 
forte , 1621) si legge un carme in distici intitolato : Bartholomaei Fontii 
Saxettus incipit^ ad Ioannem Matthiac regis filium. 



INTORNO ALLA LIBRERIA MEDICEA 209 

XVIII. 

[Come sopraj. 

Die XXV mensis maii 1498. 

Pro quibusdam libris emendatis. 

Item dicti domini simul adunali etc.; servatis etc, delibcraveruut etc. 
quod tres libri iuris civilis , videlicet Digestum vetus , iiovum et riii- 
forzatum , (jui luerunt correcti per dominum Angelum de Monte Poli- 
tiano cum Panclettis existentibus in audientia palatii, debeant comnaodari 
domino Ormannozo de Detis ad hoc ut suos testes iuris civilis corrigere 
possit , cum hoc quod eos reddere et presentare debeat ipsis dominis 
ad omnem requisitionem presentium dominorum et eorum prò tempore 
successorum. Mandantes etc. 

XIX. 

[Come sopraj. 



Dieta die xxviiij maii 1498. 

Pro Antonio de Paganellis. 

Item dicti domini simul adunati etc. Visa quadam sententi a sindi- 
corum de Medicis, lata sub die primo mensis decembris 1496, per quam 
declaraverunt quemdam librum evangeliorum , in literis grecis deau- 
reatis , in cartis de membranis , existentem tunc in conventu sanati 
Marci Inter libros olim Laurentii Pieri de Medicis ibidem depositatos , 
pertinere ad Anlonium Bernardi de Paganellis , prout patet manu ser 
Antonii de Vespucciis, tunc notarii dictorum sindicorum; etvisa quadam 
alia deliberatione facta sub die xvj dicti mensis decembris per tunc 
(lominos et coUegia , in qua constai qualiter ipsi approbaverunt dictam 
suprascriptam sententiam , et concesserunt licentiam frairibus conven- 
tus sancti Marci predieti , restituendi dictum librum dicto Antonio modis 
et formis et prout latius in dieta deliberatione continetur, rogata manu 
ser Michaelis de Sancta Cruce , tunc notarii dictorum dominorum ; et 
delato etiam hodie dicto Aitonio iuramento etc, qui iuravit dictum 
librum ad se pertinere etc, et omnibus aliis visis etc, servatis etc, deli- 
beraverunt etc quod dictus liber restituatui' per eos ad quos pertinet 
Arch. , 3/ Serie, Tom. XIX. 18 



270 DOCUMENTI 

licite et impune, et ad eum revera pertinere et expectare etc. Man- 
dantes etc. 



XX. 

[Come sopra J. 



Die xij decembris 1498. 

Pro libris olim Laurentii de Medicis (1). 

Supradicti domini simul omnes adunati in eorum solita residentia etc. 
Attendentes qualiter de anno domini 1495 et mense octobris dicti anni 
vel alio tempore veriori , per tunc dominos priores libertatis et vexil- 
liferum iustitie populi fiorentini , biblioteca et seu libri filiorum et here- 
dum Laurentii de Medicis fuerunt depositati et seu consignati fratribus , 
capitulo et conventui sancti Marci de Florentia prò eorum securitate 
florenorum 2000 largorum , per eos solutorum officialibus montis ci- 
vitatis fior. , prout predicta plenius Constant in dieta consignatione et 
depositione ; et qualiter postea successive de anno 1497 et mense ia- 
nuarii dicti anni , per ofiìciales seu sindicos dictorum filiorum et heredum 
Laurentii de Medicis predictam solutionem et depositionem dictorum 
librorum approbaverunt et confìrmaverunt , et de novo tales libros 
cousignaverunt cum conditione quod dicti fratres Sancti Marci solvant 
et seu per ydoneas personas solvere promictant prò dictis sindicis do- 
mino comiti Argentoni alios mille fiorenos largos , ut creditori dictorum 
filiorum Laurentii de Medicis ; et promiserunt dicti officiales delensionem 
et de evictione dictorum librorum in forma de iure valida, et conser- 
vationem eorum indennitatis usque ad dictam summam fior. 3000 lar- 
gorum , si soluerint dictos fior, mille largos , et seu solvere promise- 
rint , ut supra ; et predicta fecerunt dicti officiales salvo iure vere 
extimationis dictorum librorum, fìende per amicos comunes, cum con- 
ditione quod si dicti libri reperirentur maioris extimationis vel valoris 



(1) Questa deliberazione del 12 dicembre è in copia anche tra le carte 
d' archivio che si conservano nel Museo di S. Marco , intestata cosi : 

« Mag.<^i et escelsi domini , domini priores libertatis et vexillifer iustitiae 
populi fiorentini. Simul adunati omnes coUegialiter in eorum solita resi- 
dentia. Attendentes qualiter » etc. 

Si chiude con la soscrizione : 

« Ego Thomas S. luliani del Mazza, notarius dictorum dominorum, fo- 
gatus in fide .supra scriptorum > etc. 



INTORNO ALLA LIBRERIA MEDICEA 271 

dictorum fior. 3000 largorum , et stare nollent dicti fratres diete exti- 
niatioui prò eo quod iioa haberent unde possent iutegraliter dictam 
extimatiouem solvere ; quod tunc et eo casu liceat et liciiuin sit eis 
tot ex dictis libris , quot ipsi elegerint , prò se retinere prò comuni 
extimatione secundum presens tempus usque ad dictam summam et 
valorem fior. 3000 largorum ; et in eorum electione sit eligere quos et 
quales volent ex dictis libris usque ad extimationem fiendam , utsupra, 
prout predicta plenius et latius Constant et apparent per dictam con- 
firmationem factam per dictos sindicos manu ser Antonii de Ferrinis , 
tunc eorum notarii ; et qualiter postea immediate , videlicet de mense 
martii 1497 , ad instantiam dictorum fratrum Sancti Marci, Alamannus 
et lacobus de Salviatibus et socii promiserunt conservare indennem 
dictum Bernardum de Nasis a dieta promissione per eum facta dictis 
sindicis de dictis mille florenis largis ; et propterea dicti fratres obli- 
gaverunt dictis Alamanno et lacobo de Salviatis et sociis eorum bona, 
et presertim et nominatim dictos suprascriptos libros prò dictis florenis 
mille largis , prout predicta plenius Constant et apparent per instru- 
mentum rogatum manu Ser Caroli de Florentiola , notarii fiorentini ; 
et attendentes dicti domini qualiter tempore casus (1) fratris leronimi de 
Ferraria dicti ordinis sancti Marci , omnes dicti libri fuerunt extracti 
et ablati de dicto conventu sancti Marci , et exportati ad palatium dicto- 
rum dominorum , ubi et in quo loco ad presens sunt et reperiuntur ; 
et volentes supradicti domini administrare iustitiam , et ut dicti fratres 
et alii qui habent ius super dictis libris , possint ius suum consequi 
super eis ; propterea , servatis servandis et obtempto partito inter eos 
per sex fabas nigras et ultra ; dicentes tamen Pierus de MarignoUis et 
lacobus de Montibus , eorum college , fabam reddere nolentes , et eam 
non reddentes ; deliberaverunt quod omnes dicti libri mictantur et de- 
ponantur , ad instantiam illorum quibus dicti libri consignati fuerunt , 
peues fratres, capitulum et conventum Abbaile fiorentine , per viam in- 
ventarli fiendi per primum cancellarium dictorum dominorum , et seu 
per cancellarium reformationum et seu eorum coadiutores , in presentia 
dictorum fratrum diete Abbaptie et testium fide dignorum ; cuius in- 
ventarli una copia restet penes dominum primum cancellarium et una 
penes dictos fratres diete Abaptie fiorentine ; et qui libri , primo et ante 
omnia, debeant rescontrari per dictos cancellarios vel alterum eorum 
et seu eorum coadiutores , cum inventario alias de dictis libris facto; 
et quod , facto dicto deposito penes dictos fratres Abbaptie fiorentine 
predicte, liceat semper et licitum sit dictis fratribus sancti Marci et 
seu eorum sindico prò dictis fiorenis duobus milibus largis, et sic etiam 
dictis Bernardo de Nasis et seu Alamanno et lacobo de Salviatis et sociis, 

(1) Vedi la mia Memoria , pag. 127 nota 1. 



272 bocuMEisai 

prò dictis fìorenis mille largis prò se retinere et liabere tot ex dictis 
libris quot ipsi elegerint, prò comuni extimatione, secundum tempus 
tunc decurrendum, usque ad dictam summam et valorem florenorum 
trium milium largorum , singula singulis referendo ; et quod in eorum 
et cuiuslibet vel alterius eorum electione sit eligere quos et quales vo- 
lent ex dictis libris usque ad extimationem et valorem dictorum flore- 
norum 3,000 largorum , fiendam ut supra ; et illos qui superfuerint 
ultra extimationem predictam et per eos non electos , dimictere et re-^ 
laxare in depositum penes dictos fratres Abbaptie predicte , ad Instan- 
tiam pi'edictorum domiaorum , hoc intellecto quod , quando contigerit 
fieri dieta extimatio , debeat per xv dies antea requiri et seu protestari 
illi vel illis qui representabunt dictum officium seu oflìciales sindicorum 
dictorum fìliorum Laurentii de Medicis , extimationem predictam ad 
hoc, ut dicti officiales habeant et habere possint notitiam de dictis 
extimationibus ut supra fiendis etc. Mandantes etc. 



XXI. 

[Inserto di carte d'archivio nella Biblioteca del Museo di S. Marco 



Mccccc.o et die xviiij mensis iunii. 

Fit fides qualiter spectabilis vir lacobus olim lohanuis de Salviatis , 
civis et mercator florentinus , suo nomine proprio et ut procurator et 
eo nomine Alamanni de Salviatis et eorum sociorum ; ac etiam Pierus 
lacobi de Colle , ut sindicus fratrum capituli et conventus sancti Marci de 
Florentia, prout constare dixit manu S. Benedicti de Terra Rossa sub 
die XVI iunii 1500, vel alio tempore veriori; constituti ambo persona- 
liter coram spectabilibus viris, ofiìcialibus turris et honorum rebellium 
comunis Florentie, et me eorum cancellarlo infrascripto; advertentes ad 
quam[clam] (1) doliberationem fàctam per magnificos dominos , dominos 
priores libertatis et vexilliferum iustitie populi fiorentini de anno do- 
mini 1498 et die xii mensis decembris dicti anni , vel alio tempore 
veriori , per quam Inter alia in elFectu delibera verunt quod dictis l'ra- 
tribus, capitulo et conventui sancti Marci de Florentia et dictis Alamanno 
et lacobo de Salviatis ot soziis prò fior, mille lar. , et dictis fratribus 
prò florenis duobus iiiililjus larg. , liceat et licituni sit capere in solu- 
tum tot ex quibusiluni libris depositatis per dictos magnificos domi-nos 

(1) Nell'origin.ile, quam. 



IXTOlìNO ALLA LIBRERIA MEDICEA 273 

penes fratres , capiUilura et conventum Abbatio fiorentine , prout volent 
et eis videbitur, prò dictis surarais, singula singulis referendo ; et quod 
ante quam dictos libros capiant in golutum , teneantur id notificare 
per XV dies ante dictis officiai ibus et eos requirerc et seu protestari 
il li vel illis qui reprcsentabuiit dictum officium et seu officiales sindi- 
corum filiorum Laurentii de Medicis, ad hoc ut dicti officiales habeant 
et habere possint normam de extimatione , ut supra , fienda de dictis 
libris, prout predicta et alia plura ad predicta facientia pieni us et latius 
Constant per manum S. lohannis Francisci Cennini, coaiutoris tunc nota- 
rli dictorum dominorum ; idcirco , omni meliori modo quo potuerunt, 
dictis officialibus turris et honorum rebellium comunis fior, presentibus , 
audientibus et intelligentibus notificaverunt se dictis nominibus velie 
capere in solutum ex dictis libris quos volent prò dictis summis , sin- 
gula singulis referendo ; oosque requisiverunt ac eis et eorum officio 
protestati fuerunt in omnibus et per omnia et prout et sicut in dieta 
deliberatone ut supra per dictos dominos facta , fìrmatur (?) , conti- 
netur et scriptum est, presentibus dictis officialibus et predicta ut 
supra audientibus , et offerentibus se paratos servare omnia con- 
tenta in deliberatione dictorum magniflcorum dominorum , locis , mo- 
dis, formis, tempore et prout in ea continetur, presentibus Cle- 
mente Ambrosi! et lohanne Antonii del Rotellino , famulis dictorum 
officialium. 

Item, post predicta, prefati officiales prò exequitione omnium pre- 
dictorum, et ad hoc ut dieta adiudicatio dictorum librorum fieri pos- 
sit rite et recte; idcirco, vigore eorum auctoritatis et prò parto 
eorum et dicti eorum offitii et communis fior. , deliberando eligerunt 
in eorum et dicti eorum offitii extimatorem , Antonium Filippi carto- 
larium. 

Et dictus lacobus de Salviatis , dictis modis et nominibus , et dictus 
sindicus dictorum fratrum simul et quilibet eorum prò eorum et cuius- 
libet eorum parte , eligerunt Miniatum olim Tinghi cartolarium , et 
i|uemlibet eorum cum officio, auctoritate extimandi et referendi simul. 
et alia in similibus consuetis et de iure requisitis faciendi , prout expe- 
fliens erit dicto eorum officio etc. Mandantes etc. 

Ego Bernardus Ser lohannis Allegri , cancellarius dictorum officialium 
Turris et honorum rebellium communis fior., de predictis omnibus ro- 
gatus , in fidem subscripsi. 

(.1 tergo . d'altra inand) : 

Fides de extimatoribus librorum electis ah officialibus rebellium sive 
turris, et lacoho et Alamanno de Salviatis. 



274 DOCUMENTI 



XXII. 



[Dalle memorie del convento di Badia nel R. Archivio di Stato in Firenze; 
Filza 262, fogl. 65 (1)]. 

M. D. 

La chonsegnatione de' libri de' Medici a' frati di S. Marche 
et Alamanno et Jacopo Salviati. 

Ricordo , oggi questo dì xviiij di settembre , come noi habbiamo 
rendati tutti e' libri , cioè xxvii casse , che furono già degli heredi di 
Lorenzo di Piero de Medici , a' frati di santo Marcho et a Alamanno et 
lac." Salviati; e'quali libri per infino a dì xii di dicembre 1498, per uno par- 
tito facto da mag." signori et gonfalonieri di giustitia del popolo fioren- 
tino , furono apresso a noi depositati con ordine che ogni volta che 
detti frati di san Marcho ne volessino per la valuta di f. 2000 lar., 
fattogli prima stimare per dua stimatori eletti come in detto partito si 
dice , noi dovessimo dargli loro liberamente et sanza alcuna exceptione ; et 
se alcuno ve ne rimanessi , servarlo a stanza della magnifica signoria , 
come tutto più pienamente appare per detto partito, rogato per ser 
Thomaso di ser Juliano del Mazza , allora notaio della magnifica sigaoria, 
sotto detto dì 12 di dicembre ; et così nel medesimo modo ne potessimo 
dare per la valuta di fiorini 1000 larghi, a'detti Alamanno et Iacopo. Et 
conciò sia che detti libri siano stati stimati per dua stimatori , cioè 
Antonio di Philippe et Miniato di Tingo cartolai , eletti uno pegli uficiali 
della torre et rubegli , et uno per detti frati et Salviati , meno che detta 
valuta di f. 3000 , cioè lire novemila novecento quaranta dua et soldi quat- 
tordici piccioli , et detta stima sia stata rapportata et approvata , et per 
sententia di detti uficiali siano stati dati in pagamento decti libri a' detti 
frati, cioè e'dua terzi, et a'detti Salviati l'altro terzo, secondo detta stima; 



(1) Una copia di questa memoria si trova anche tra le carte d'archivio 
della biblioteca di S. Marco La detta copia finisce cosi: 

« Questo ricordo è scripto al libro delle nostre ricordanze, segnato h 65, 
et s'esenpiò di mano di frate Dora." di Paulo, sindaco de' frati di santo 
Marcho, et Michele da Colle, procuratore dì Alamanno et lac." Salviati». 

(A tergo:) 

« Ricordo do' libri de Medici facto in Badia el 5 ». 



INTORNO ALLA LIBRERIA .MEDICEA 275 

et sopra ciò dichiarato noi dovere et potere liberamente et sanza alcuno 
nostro preiudicio , dare detti libri a' detti sopra nominati , come tutto 
più pienamente si contiene nella detta sententia , data sotto di xii de 
settembre 1500 et rogata per S. Giovanni Carsidoni , notaio di detti 
uflciali ; però noi , com' ò detto , e habblamo renduto loro detti libri , 
et per fede di ciò el sindaco di detti frati et Alamanno et Iacopo, o 
altri per loro , si soscriverrà bavere ricevuti tutti e' libri detti etc. 
e'qiiali sono scripti in uno inventario di mano di Bernardo lacopi, che 
allora quando gl'havemoera uno de' magnifici signori, el quale rimar- 
rà apresso a noi. 

Io frate Domeniche di Pagolo, al presente sindache del convento di 
santo Marche di Firenze (1), confesso avere ricieuti insieme cho'detti 
Salviati le sopradette chasse 27 di libri, entrovi e' sopradetti libri, e re- 
vistono el sopradetto inventario ; e per fede della verità ò facto questi 
verssi di mia propria mano , a soddisfattione di detti monaci. 

Io Michele di Jachopo da ChoUe, chome prochuratore d'Alamanno e 

Jachopo Salviati, rogato per Ser Pier Francesco Guidi sotto dì di 

Luglio 1490, e chome loro ministro, ho ricevuto in detti nomi e insieme 
con detti frati e un sindache di sam Marche, le dette chasse xxvii , en- 
trovi li detti libri, e riviste collo inventario; e a satisfazione di detti 
monaci ho fatto questi versi di mia mano. 



XXIII. 



Lettera del cardinale Giovanni de' Medici al Priore di S. Marco. 



[Inserto di carte d'archivio nella biblioteca del Museo di San Marco J. 



Venerande pater amice noster precipue , salutem. Alcuni dì sono 
che ricevemo le vostre letere , et per epse intendemo quanto sia seguito 
circa lo edificio novo de la compagnia , et così circa li libri , che tucto 
ce piace et ve rengratiamo sommamente di tale aviso. Et quanto a la 
parte de li libri , vi respondiamo che voglate essere con M. Iacopo , 
et pregarlo nostro nomine , sia contento mandare quelli libri insino qua , 
in mano di qualche suo amico , che sapemo ce ne ha ; et commettali 
tenga questi libri et ne faccia la voluntà nostra , quando haremo sati- 

(1) In margine: « El sindacato è rogato per Ser Benedetto da Terra Ros- 
sa, sotto di .... di settembre 1500 »• 



276 DOCUMENTI 

sfacto a m. Iacopo et assicuratolo in modo , o con sufficiente cautione 
con qualche altro modo , che habia a restare contento. Siche diteglele 
et confortatenelo , che ci pare essere certo , per essere tucto vostro , 
et per havere conosciuto in qualche altra cosa el suo bono animo verso 
di noi , lo farà volentieri ; a noi certamente farà cosa gratissima, et sti- 
mata assai da noi. Non scriviamo altrimenti allui , parendoci essere 
certi questa lettera deverà bastare. Né per bora ci accade dire altro 
nisi ut bene valeatis. Rome, die xvij Aprilis 1506. 

Vr. Io. Car.i'" de Medicis 
manu propria. 
( La sola firma è aiUografa ). 

( A tergo ) : Venerando religioso fratri Sancti Lucensi , priori domus 
sancti Marci Fiorentini ordinis praedicatorum , amico nostro praecipuo. 
"sete Marie in Domnica 



I 



, de Medicis. 
0. Diaconus Cardinalis | 



XXIV. 



[Come sopra]. 

Spese facte in amagliare e' libri. 

A Bernardo lancaio, 1. 30 s. 8 d. 19. Casse di panchon- 

ciegli. Et per noi gli pagò m. Iacopo . . . . L. 30 8 — 
A L.° dallo Schappella, 1. 25. 13, sono per 9 pezze di cha- 

navacci ; et per noi da m. Iacopo » 25 13 — 

A L.° da Monte Aguto 1. 7. s. 16., per lib. 53 di fune 

et spaghi per cucire; pagò m. Iacopo . . . . » 7 16 — 
Et per portature de' libri da casa m. Iacopo a S.'" 

Marcho » 7 

Et più pagò el detto s. x per cera et altre zacchere. . » — 10 — 



L. 71 — 7 

{D'altra m. ) : Per portatura de' libri di qui a casa m. Iacopo , d. uno. 
Per il coatracto della vendita de libri, d. uno ; et per il mandato, d. sei. 

Per le spese del cavallo, d. uno. 

(A tergo, d'aitila m.): Spose facte in amagliare e' libri de' Medici-; 
quando si mandorono al Cardinale. 



INTORNO- ALLA LIHREIUA MKDICEA 277 



XXV. 

[Da un libro d'entrata e uscita, tenuto da frate Francesco Maria Gondi, già 
esistente nell'Arcliivio di S. Maria Novella (1) |. 

MDix. Reverendissimo cardinale di S. Pietro ad Vincala de' dare per 
intìno a' dì 29 d'aprile mdviii ducati 2652. 7. 8. , che tanti ci fa buoni 
per una libraria, che furono casse 32, che fu di Lorenzo de' Medici: 
come più a pieno appare contratto per ser Filippo di S. Miniato, no- 
tarlo della Camera , sotto detto dì , colle conditioni che là si dicie et 
come por un ricordo in questo. 

Ricordo come l'anno mdvui , et a' di 29 d'aprile , come io fra Fran- 
cesco Maria Gondi et come procuratore de' frati, capitolo e convento di 
S. Marco, vendei al reverendissimo cardinale di S. Pietro in Vincula una 
libraria, che fu casse 32, che fu de' Medici, per ducati 2652. 7. 8, 
rogato ser Filippo da San Miniato, con quelle condizioni che per il 
contratto si dice. 

Nota coìre la detta libraria in facto venne in mano et al detto cardi- 
nale de ^Medici, et lui come a vero debitore, e dallui si traggono e' danari. 



XXVI. 



[Inserto di carte d'archivio nella Biblioteca del Museo di S. Marco J. 

die viij junii 1509, Copia. 

,Cum hoc fuerit et sit quod reverendissimus in Christo pater et d. d. 
Johannes Sancte Marie in Domnica diaconus cardinalis, de Medicis vulga- 
riter nuncupatus, sit deb iter et teneatur priori , fratribus et conventui 
Santi Marci de Florentia ordinis predicatorum , in summa et quantitate 
ducatorum duorum miilium centum auri largorum, prò residuo precii 

(1) Questi due brani furono riferiti dal G(ULianelli (prefazione al Ca- 
talogo Biscioniano, pag. xxxviii, nota 53) che ne avea avuta comunicazione 
airarchivista di S Maria Novella. Dalla prefazione del Giulianelli è proba- 
bile che gli attingesse il Bandini, che gli riprodusse nella prefazione al I voL 
del Catalogo dei Codd. greci Laurenziani, pag. xiii nota L Tanto serva a 
rettificare l'espressione sfuggi tarai a pag. 129 della mia Memoria, che il libro 
di ricordanze del Gondi fosse veduto dal Bandini. 



278 DOCUMENTI 

cuiusdam librarie, sive librorum a prefatis fratriLus et conventu per 
dictum reverendissimum dominum Cardinalem emptorum et recepto- 
rum ; liinc est quod persoiialiter constituta illustris domina Alfonsina de 
Ursinis , relieta quondam magnifici domini Petri de Medicis , certificata 
prius et ante omnia per me notarium de lege iulia de fundo dotali, be- 
neficio velleyani senatusconsulti , iuribus ypothecariis.... si qua mulier, 
de aliis iuribus et legibus a iure comuni in favorem nmlierum introdu- 
ctis, quibus medio eius iuramento etc, renunciavit asserens prefata domi- 
na Alfonsina omnia et singula supra narrata vera fuisse et esse, sciens 
ad predicta et infrascripta non teneri etc, volens tamen teneri et effìca- 
citer obligari ; se principaliter et in solidum obligando proraisit dictis 
fratribus et conventui, licet absens etc, me tamen notarlo presente etc, 
quam primum ipsa domina Alfonsina effectualiter recuperaverit dotes 
suas et bona sui fundi dotalis in civitate Florentie , eius dominio et iuris- 
dictione vel alibi existentis, solvere dictos ducatos duos mille centum 
auri largos et non alias, aliter , nec alio modo; et cum hoc etiam coii- 
dictione et pacto , quod isto interim tam prefatus reverendissimus do- 
minus Cardinalis quam etiam dieta domina Alfonsina et eorum et cuius- 
libet ipsorum heredes et successores, non possint modo aliquo de iure 
vel de facto huiusmodi occasione molestari ; et cum hoc etiam pacto et 
condictione quod prefati fratres et conventu s in actu solutionis dictorum 
duorum millium centum ducatorum auri largorum, sic ut premictitur 
flendae , teneantur quietare dictum reverendissimum dominum Cardina- 
lem de dictis ducatis duobus millibus centum auri largis prò omni resi- 
duo predi dictorum librorum seu librarie, in fórma iuris vallida. Pro 
quibus observandis prefata domina Alfonsina obligavit se er,c. , in forma 
pleniori et sub peuis Camere apostolice etc, iuravit etc. Actum Rome etc. 

Ser Cristofano Pagni, notaio. 

(Fuori, d'altra mano): Contracto della promessa di Madonna Alonsi- 
na de' Medici de'd. 2,100. 



XXVII. 

[Opusculum de mirabilibus novae et veteris urbis Romae,e(lilum a Francisco de 
Albertinis , Clerico florenlino.... Impressum Romae per lacobum Mazochium.... 
anno salutls M. D. X. die iiij febr. — Lib. !II, f.« I68.^J. 

Est praetcrea in acdibus reverendissimi Ioannis de Medicis florort- 
tini, primarii diaconi cardinalis, biblioteca pulchcrrima, codiccs cuius 



INTORNO ALLA LIBRERIA MEDICEA 279 

magnificus Laurentius pater eius ex graecia (1) nonnullos per Angelum 
Politianum translatare ac multos Florentiae transcriberc fecit : in qua sunt 
nonnullae statuae inarmoreac? cum satyro pulcherrirao. Sunt ibi praeterea 
opera multorum pliilosophorum et poetarum oratorumque. Omicto opu- 
scula infinita diversorum auctorum in laudem praestantissirai Cosmi de 
Medicis , qui Venetiis bibliotecam pulcherrimam construxit in ecclesia 
Sancti Georgii. Vidi praeterea nonnulla opuscula in laudem Pctri et Lau- 
rentii de Medicis , quae omnia Guerrinus (2' , vir doctissimus , mihi osten- 
dit. Sunt praeterea opera multa super Platonem a Marsilio Ficino florcn- 
tino. Extant et opera Baptistae Leonis de Albertis fiorentini, exquisitissi- 
mae doctrinae: qui libros X de architectura composuit, quos Bernardus 
eius frater , doctissimus vir , emendavit ac Laurentio Medici (ut crat vo- 
hintas auctoris mortui ) praesentavit cum aliis opusculis : quae omnia no- 
ster Romulus Aretinus efflagitavit ut imprimerentur ; et accepta copia 
illius architecturae librorum , Sigismundo, viro doctissimo et secretarlo 
Sanctitatis tuae (3), donavit. In qua bibliotheca prò commodo suo quisque 
studerò potest , non obstante praeseiitia reverendissimi Cardinalis, viri 
doctissimi graecarum latinarumque litterarum et musicae peritissimi. 



XXVITI. 



[Miscellanea di carte d'archivio, segnata d. 2. , nella Biblioteca 
del iMuseo di S. Marco]. 

Graeci. P." Papyro . M. Membrana. 

M. Ilias Homeri non integra, volumine longo. 
P. Eurypidis quaedam, Hesiodi, Pindari, et Theocriti, in 
4." folio. 
- P. Horonis pneumatica et quaedam alia, in 4." folio. 
P. loseph Rhacendyti & Sopatris rhetorica, in 4.'^ folio. 
5 P. Galeni de difFerentiis morborum , vetusto codice sine asse- 
ribus. 

(1) Così l'ediz. principe. E verosimilmente errore di stampa , invece di 
ex graeco. Seppure non sono andate perdute alcune parole che alludessero 
al La'^caris e agli acquisti da lui fatti nei suoi viaggi in Grecia. 

(2) Varino da Camerino, che n'era bibliotecario II suo nome era comu- 
nemente storpiato in questo modo. 

(3) L' operetta è dedicata a Giulio II. 



280 DOCUMENTI 

P. Vita Crassi per Plutarclium, iu l.o quinternulo. 
M. Philoponus in praedicamenta , solutus. 
M. Eurjpidis quaedam paucse tragoedise. 

Latini. 

F. Vita? Plutarchi, in forma. 
10 M. Pars epistolarum sancti Hieronymi , qua? fuit Petri Cosm« 
de Medicis. 

M. P. Ovidii metamorphosis. 

M. Sumraarium capitulorum biblia^ 

M. Marsiliu,,, de Platonica teologia, volumine magno. 

M. Plinius, de viris illustribus. 
15 F. Convivium Platonis et pars operum eiusdem , in cartoni. s 
rubris. 

M. M. Plinii epistolas & de viris illustribus. 

M. Epistolse Tullii familiares ad Atticum. 

M. Boetius , de consolatione philosophica, 

P. F. Qu;edam facetia? presbyteri Ioannis Biffi, & Petri ApoUoni 
de eversione Hierusalem, in cartonis rubris, partii n 
manu scriptus liber, parti m impressus. 
20 M. Alcimus Avitus poeta , de rebus sacris , solutus , vetustus. 

M. Psalterium, quod fuit Petri Cosmae de Medicis ; liber vetustus. 

M. Orationes qusedam S. Augustini , volumine parvo. 

M. Vatracomiomachia Caroli Arrotini. 

M. Qua^dam in medicina & naturalia , in parvo volumine. 
25 P. Claudiani poemata. 

M. Virgili opera. 

¥. Sorvius in Virgilium, in forma. 

F. P.a pars epistolarum S." Hieronymi, in forma. 

1\ Ioannes Anglicus de civili dominio et qusedam alia; involutus 
membrana. 
30 Dua^ tabula) qua? plicantur, in quibus est Lombardia depicta. 

F. Virgilius cum pluribus commentariis, impressus, in cerio ru- 
bro. Est domini Alderii Biliotti. 

Libri et Tabellte duse pictae 37. 

Recuperati e domo Lascaris graeci. 
P. Etymologicon gr^ecum , in papyro. 
P. Harpocration , in papyro, semitectus , gra^cus. 

Inventi inter libros comitis Ioannis Mirandulani graeci Ubhi. 
35 M. Quatuor propheta? maiores gra3ci, glossati. 



INTORNO AI.I.A LIBRERIA MEDICEA 281 

h\>tìnì opera et Athenagorc-e ctc, in membranis, liber aati- 

quu.s, graecus. 
FabulcTc Aesopi, impressae, semitecta^, graic^e. 

Sunt libri 37, Tabulas duae pietas. 
Nos lohannes S<inct;e Maria) in Domnica diaconus cardinalis 
de Medici.s, tidem facimus nos habuisse a R.<^'^ patribus priore 
et fratribus domus sancii jMarci Florentiae libros supra et 
retro scriptos , quos existcntes apud se et cognitos ad nos 
pertinere et nostrosesse, illi nobis Romam miserunt ; uii(l(> 
nos prò illorum cautela pr;nsentem ccdulam fidei et attesta- 
tionis et receptionis dictorum librorum, manu nostra subscri- 
ptam et nostro sigillo signitara, fieri mandavimus. Dat. Ro- 
ma?, die xiiij Junii M." D. X." 

Ita est. Io. Car.''^ de Medicis manu propria. 
[La sottoscrizioììe è autografa : rimangono ancona m ealce 
alcune tracce del sigillo ]. 



LA SICILIA 

SOTTO 

VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 

(Continuazione, Ved. Disp. l.a, pag. 77.) 

CAPO IL 

Venuta e soggiorno del re Vittorio Amedeo in Sicilia. 
in3-i7"i-i. 

I. 

Air albeggiare del 10 ottobre le torri di guardia poste 
sulle alture della costa settentrionale di Sicilia scoprivano la 
squadra: e pervenutone avviso al viceré Balbases e al Pretore 
principe di Scordia, la città fu in tripudio ed in moto. 

Le navi rasentavano la spiaggia dell' Arenella , quando l'arci- 
vescovo monsignor Gasch , col suo Vicario Generale monsignor 
Sidoti, si accostava in battello per montare sulla tolda reale: 
seguirono su tre galere, che, vogando all'incontro de'vascelli, 
giravano la punta del Molo, il viceré, il Pretore, i primari 
della nobiltà: gittate le àncore, la flotta si fermò nella rada, 
e innumerevoli barchette, piene di altri nobili e di cittadini 
d'ogni classe, affollaronsi intorno: la moltitudine gremiva il 
lido, le muraglie della città, i balconi e i terrazzi delle case 
che prospettavano il mare. Il Senato, in carrozza ed in toga, si 
recò, aspettando il re, ad uno sbarcatoio costrutto all'uopo presso 
Porta Felice, ornato di balaustre, d'archi e di zendadi: tuo- 
navano i cannoni del Castello, de' baluardi e delle navi, com- 
presi tra queste due vascelli inglesi approdati il giorno 7 ad 
attendere l'ammiraglio Jennings. Se non che, sul tardi, il vi- 



LA SICILIA SOTTO VITTORIO AMEDKO 283 

cere, il Pretore e gli altri magnati tornavano annunziando 
come le loro Maestà avessero differito al di seguente lo scen- 
dere a terra (1). 

Si volle così dar tempo allo scambio degli ultimi atti diplo- 
matici per la consegna del paese, allo sbarco delle truppe sa- 
voiarde e alla occupazione del Castello. Il ministro del re Carron 
di San Tommaso comunicava, in effetto, al Balbases le formali 
disposizioni di Filippo V trasmesse originalmente in Genova 
per mano del marchese di Villamajor : il Balbases ne accusava 
ricapito; e quindi scriveva al Senato della città e alla Deputa- 
zione del Regno come, presi i finali accordi tra le due corti, 
i Siciliani rimanessero sciolti dal giuramento e dall 'obbligo di 
fedeltà verso il re di Spagna (2). Quanto alle truppe , venivano 
lo stesso giorno 10 raccogliendosi sulla riva; e sul mastio del 
Castello l'Aquila Siciliana colla Croce di Savoia in mezzo al 
petto sostituivasi a quella colle armi di Aragona e di Castiglia. 
L'indomani, di buon mattino, il Municipio mandava due dei 
Senatori a intendere gli ordini del re circa all'ora in cui gli 
piacesse di lasciar la sua tolda : e , sul tramontare del sole , il 
re e la regina col Principe Tommaso, entrando in uno schifo 
sfarzosamente arredato, si avvicinavano allo sbarcatoio, mentre 
le acclamazioni della moltitudine, superato il rimbombo delle ar- 
tiglierie , ne andavano al cielo. Poi il re , la regina ed il Prin- 
cipe salivano in un cocchio a sei cavalli, apprestato dal viceré: 
il re in giubba di droghetto color marrone ricamata in oro , la 
regina in veste nera adorna di diamanti; al suono di litui, di 
pifferi e di tamburi precedevano le soldatesche ; le Guardie del 
Corpo, nel numero di trenta, con assise scarlatte, moschetti 
in ispalla e bande azzurre ad armacollo, circondavano il coc- 
chio; seguivano in altri cocchi le damigelle della regina ed i 
Itrincipali cavalieri della corte (3). 

(1) MoNGiTORE, Diario, nella coli, del Di Marzo, voi. Vili, pag. 140-141. - 
GlARDiNA , Me'm. Stor., pag. 38-39. - La Felicità in Trionfo su l'arrivo 
acclamatione e coronatione delle reali maestà di Vittorio Aìnedeo duca 
di Savoia e di Anna d'Orléans etc per l'abate don Pietro Vitale, se- 
gretario del Senato; Palermo, presso Agostino Epiro, 1714, f. 50. 

(2) Veggansi i documenti relativi in data del 10 ottobre 1713 presso 
Stellardi, voi. I, pag. 53-54. 

(3) Vitale, pag. 54-56. - Mongitore , pag. 144. - Giardina , pag. 40-41. 
Cristoforo Amico , Cronologia e Geografia universale del mondo, Rac- 



284 LA SICILIA 

Quello era l'ingresso privato: il pubblico ingresso avrebbe 
avuto luogo più tardi ; ma l'ampia via del Cassaro mostrava son- 
tuosi addobbi, e, scendendo la sera, splendide luminarie ardeano 
per tutto. L'arcivescovo, coli' intero Capitolo, accolse le loro 
Maestà nel Duomo, donde, rese grazie a Dio del felice arrivo 
e venerate le reliquie di Santa Rosalia, passavano alla reggia 
Nella reggia, per molti giorni di sèguito, si successero le visite 
e gì' inchini del Senato, de' baroni, de' magistrati, de'dignitarì 
ecclesiastici, di persone d'ogni qualità e d'ogni grado: e il re, 
vincendo la sua natura un po' sostenuta e un po' rigida, dava 
a ciascuno benigni sguardi e cortesi parole, esprimeva il gra- 
dimento delle ricevute accoglienze e la determinata volontà di 
vantaggiare il paese (1). 

La soddisfazione interna che si piacea di attestare , era viva 
e sincera: e scriveva al Aglio Principe di Piemonte a Torino 
« avere ogni motivo di essere contento di questo Pubblico » (2). 
Appena insediato in Palazzo, con dispacci contrassegnati dal 
marchese di San Tommaso , inculcava a' Tribunali del Conci- 
storo, della Gran Corte, del Patrimonio, della Corte Preto- 
riana e Capitaniale di Palermo, alla Regia Udienza alla Regia 
Giunta e al Giudice di Appellazione di Messina, non che al 
Giudice della Legazia Apostolica, di continuare ne' rispettivi 
incarichi, dovendo la giustizia proseguire il suo corso (3): en- 
trava nel numero il Tribunale del Sant'Uffìzio, confermato nella 
potestà e giurisdizione di prima , sotto le medesime regole e i 
medesimi ordinamenti passati (4). Preoccupava però sopratutto 
il monarca la stabilità e la difesa del nuovo dominio. La Spagna 

colta miscellanea ins. , già consei'vata nella Biblioteca del monastero dei 
Benedettini a Catania. Alcuni estratti del tomo II parte III di tale raccolta 
furono nel luglio 1861 trasmessi all'antica Soprintendenza degli Archivi in 
Palermo, la quale per conto dell'abate Stellardi , cercava documenti sul 
periodo savoiardo. Il nominato Cristoforo Amico tenne in quel periodo ia 
carica di Maestro Razionale del Tribunale del Patrimonio; e i suoi mss. 
furono ereditati dall'illustre abate Vito Amico suo parente, da cui per- 
vennero al detto monastero. 

(1) Vitale , pag. 57-60. - Mongitore , pag. 145-146 - Giardina , f. 41. 

(2) Nella coli. Stellardi, voi. I, pag. 50. - La lettera porta ivi la data 
del 24 settembre 1713; ma havvi errore evidente, e deve intendersi degli 
11 ottobre, dopo l'eseguito disbarco. 

(3) Tre dispacci degli 11 ottobre 1713, presso Stellardi, /ih, pag. 111-1Ì2. 

(4) Altro dispaccio di uguale data, ivi, pag. 112. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 285 

avea ceduto la Sicilia, ma appariva abbastanza averlo fatto a 
malincuoro e sforzata. L'Austria non aveva ancora accettato 
le stipulazioni definitive di Utrecht; e mentre sul Reno il Prin- 
cipe Eugenio e il maresciallo di Villars tuttavia si trovavano a 
fronte, le sue schiere storraeggiavano grosse e minacciose in Na- 
poli, malgrado la dichiarazione per cui l'Imperatore erasi obbli- 
gato a rispettare la neutralità d'Italia, non lasciando in Napoli 
e nel Milanese che le sole truppe necessarie a'presidii. I dispetti 
di Carlo VI si volgeano in ispecie contro Vittorio Amedeo : il 
conte di Vernone , arabasciator di costui , era stato espulso da 
Vienna ; e l' Imperatore si negava decisamente alla consegna 
del Vigevanasco e de' feudi delle Langhe giusta il trattato di 
alleanza del 1703, o ad altro equivalente compenso, cioè al cam- 
bio col marchesato di Finale proposto dal re per aprirsi, tra 
gli antichi Stati e la Sicilia, una comunicazione più comoda 
che quella di Nizza (1). Toltane la guarnigione di Palermo, le 
regie soldatesche, appena arrivate, si mandavano sollecitamente 
perciò verso Messina, Siracusa e le altre piazze militari del- 
l'isola; ma poiché principale fondamento alla propria sicurezza 
scorgeva allora l'Inghilterra, scriveva il re all'ammiraglio 
Jennings : « Avendo S. M. la regina procurato a me questa 
corona, e incaricato voi di condurmi in questo regno a pren- 
derne possesso, è certo sua intenzione che io vi rimanga fer- 
mamente stabilito : il che non potrebbe avvenire finché le truppe 
del re di Spagna non abbiano evacuato tutte le fortezze, e le 
mie non le abbiano occupato, tanto più che si sospetta nelle 
prime qualche inclinazione per Casa d'Austria, e s'ignorano i 
pensieri che possano nascondere. Si aggiungono le circostanze 
presenti rispetto all' Italia , ove gì' Imperiali tengono maggiori 
forze che non portino gì' impegni assunti in Utrecht con S. M. 
Britannica, e le hanno non solo aumentate nel reame di Na- 
poli, ma collocatane la maggior parte a Reggio incontro a 
Messina: e ciò senza dire de'miei Stati di Piemonte che S. M. 
Britannica non ha voluto senza dubbio lasciare in repentaglio 
ottenendomi l'acquisto dell' isola. Siffatte considerazioni provano 
chiaramente la necessità di usare una giusta previdenza e pre- 



ti) Carutti . Storia del Regno di Vittorio Amedeo II, cap. XVIII, 
pag. 347. 

Arch. , 3.» Serie, Tom. XIX. IH 



286 LA SICILIA 

cauzione in congiunture sì delicate e di tanto rilievo pe'casi 
possibili ». Pregava, dunque, l'ammiraglio di lasciare nelle 
acque di Sicilia due vascelli almeno a sua disposizione per va- 
lersene all'uopo, tanto più che durante l' inverno non potevasi 
far capitale delle galèe dell' isola a mantenere le relazioni col 
Piemonte; pregavalo ancora di dare ordine a lord Forbess, 
destinato al governo della squadra fìssa in Porto Maone, di 
accorrere secondo gli avvisi : conchiudeva sollecitando una scorta 
pel transito delle truppe del re Cattolico onde proteggerle dai 
Turchi, senza di che sarebbero condannate a rimanere in Si- 
cilia (1). L'ammiraglio rispose, assegnerebbe due navi da guerra 
per convogliare le soldatesche spagnuole nella loro rotta verso 
Alicante; lascerebbe in Palermo il vascello Roniney sotto il 
capitano Scott, e farebbe che fosse raggiunto da uno de'vascelli 
di stazione nell'isola di Minorca; resterebbe egli stesso colla 
squadra finché le truppe savoiarde avessero guernito la intera 
Sicilia : essere così persuaso della perfetta amicizia e dell'attenta 
cura della regina Anna verso il re da tenersi certo che la stessa 
gli saprebbe grado di ciò ch'egli operasse anche al di là delle 
ricevute istruzioni (2). Poco stante Vittorio credè opportuno 
volgersi direttamente a S. M. Britannica, riferendo le istanze 
fatte a Jennings, e insistendo sulla necessità di aver seco tre 
vascelli inglesi finché egli dimorasse nel regno (3). 

Come il nuovo governo era stato riconosciuto e acclamato 
nella Capitale, importava che lo fosse in tutto il resto del paese : 
e a' magistrati delle città demaniali ed a' vescovi s' inviavano 
circolari affinchè operassero che le dimostrazioni di Palermo 
venissero ripetute dovunque (4). Ma sentiasi il bisogno di più 
legale e più solenne atto: e convocavansi i tre Bracci del re- 
gno a prestare il giuramento di fedeltà e di omaggio (5). Al 
pari delle armi alemanne adunate in Napoli, temevansi i se- 
creti maneggi della Casa d'Austria : e a' Comandanti militari e 



(1) Lettera del 14 ottobre 1713, presso Stellardi, voi. Ili; Torino, 1866, 
pag. 269-270. 

(2) Molo di Palermo, a bordo del Blenheim, 14 ottobre 1713, ivi, 
pag. 271-272. 

(3) Palermo , 23 ottobre 1713 , ivi , pag. 272-273. 

(4) Palermo, 10 ottobre 1713, coli. cit. , voi. I, pag. 59-60. 

(5) Palermo, 17 novembre 1713, ivi, pag. 66-69. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 287 

a' Capitani d'Armi delle città marittime il re inculcava di vigilar 
sugli arrivi da'dominii imperiali, tanto più correndo il sospetto 
intorno a qualche fuoruscito siciliano ricoverato colà (1). Nelle 
vertenze con Roma, delle quali appresso diremo, le due diocesi 
di Catania e di Girgenti si mostravano specialmente turbate, 
atteso r interdetto lanciato da'rispettivi vescovi : e il re vi spe- 
dìa Delegati per la tutela e per l'esercizio de'diritti della Co- 
rona (2). Vittorio avea menato con sé da Torino una ragguar- 
devole somma (1,900,000 lire di Piemonte) in moneta corrente 
in terraferma; della stessa moneta si trovavano portatori i 
cortigiani e i militari: sembrò quindi necessario dar corso e 
valore nell'isola a qne'clucatoni e qi\e' fUippi (3). A inaugurare 
il cangiamento accaduto non mancò uno de' soliti atti di regia 
clemenza : e una Prammatica sottoscritta col ministro San Tom- 
maso da tutto il Sacro Consiglio , liberando di carcere i debitori 
civili sotto sicurtà di pagare fra un certo termine, accordava 
indulto generale a'delitti, tranne quelli di lesa maestà divina, 
e tranne gì' individui compresi in una nota speciale , a cui ver- 
rebbe conceduta bensì una minorazione di pena; la nota, ri- 
messa a' Tribunali , indicava (oltre gli scorridori di campagna 
e i condannati al remo) i condannati dalla passata Giunta di 
Stato come partigiani dell'Austria e rei di cospirazione per in- 
trodurla in Sicilia : il che si collegava al timore che l'attitudine 
degl' Imperiali a Napoli eccitava nel Governo (4). E il facilitare 
e il rendere più frequenti i rapporti tra la terraferma e la Si- 
cilia, tra i vecchi e i nuovi domimi, divenendo serio interesse 
pel novello monarca , accertavansi le corrispondenze postali col 
mezzo di feluche che, una volta per settimana, veleggerebbero 
fra Roma e Palermo: per le corrispondenze interne dell'isola 
vi sarebbero ;, come nel passato, due procacci settimanali (5). 



(1) Palermo, 30 novembre 1713, presso Stellardi, voi. Ili, pag. 279-281. 

(2) Palermo , 24 ottobre 1713 , presso Stellardi, voi. II; Torino, 1863, 
pag. 35. - 5 dicembre 1713 , ivi , pag. 44-45. 

(3) Palermo, 4 novembre 1713, presso Stellardi, voi. Ili, pag. 61. 

(4) Palermo, 14 dicembre 1713 , ivi, voi. I, pag. 113-115. 

(5) Il relativo Avviso pubblicato nella collezione dello Stellardi, voi. Ili, 
pag. 174, non porta altra data che quella dell'anno 1713. Il Mongitore , 
Diario cit. , voi. Vili , pag. 147 della coli, del Di Marzo , ne reca la pub- 
blicazione a' 3 novembre di quell'anno. 



288 LA SICILIA 

Tali i primi atti di regno: e la Sicilia, avvezza alla fastosa 
indolenza e alla sterile etichetta degli ultimi viceré spagnuoli , 
dovè riputare mirabile la solerzia operosa di un principe, che 
di buon mattino era in piedi, conferendo co'proprii consiglieri 
e dando spaccio agli affari (1). Impiegata in quelle occupazioni 
buona parte del dì, Vittorio Amedeo usciva dal suo gabinetto 
per conoscere il paese e farsene conoscere. Visitando i monu- 
menti , il 23 ottobre fu a Monreale a cavallo ; e , stupito della 
cattedrale normanna, vi tornò il 9 novembre con la regina e 
le sue donne , che andarono in seggetta (2). Nulla sfuggiva a 
quella curiosità osservatrice: e il devoto fervore del popolo 
ebbe a rimanere edificato da qualche pubblica mostra di cri- 
stiana pietà a cui il re volentieri prestavasi (3). Il 4 dicembre 
i reggimenti spagnuoli già sparsi nelle guarnigioni dell' isola 
si trovarono, infine, riuniti per la partenza in Palermo. Sal- 
parono su quaranta legni tra tartane e vascelli, e, comprese 
le donne e i fanciulli, gì' imbarcati montarono a dodicimila: 
restò una sola compagnia, alla quale Vittorio, per cagione di 
onore , permise di trattenersi alcuni giorni a guardia del pas- 
sato viceré Balbases , che giacevasi infermo (4) ; né , dopo quat- 
trocentotrentun'anni in cui , da' tempi del Vespro , erano state 
si intime le relazioni tra la Sicilia e la Spagna, quella sepa- 
razione compivasi senza dar luogo a pensosi ritorni sopra un 
cosi lungo passato. Poco stante, il 12 dello stesso mese, sor- 
geano nel porto quattro vascelli dell'Ordine Gerosolimitano 
di Malta col bali Fra Giovan Battista Spinola venuto amba- 
sciatore straordinario a fare ossequio al nuovo re di Sicilia. 

II. 

Per la solenne entrata , e pel giuramento scambievole del 
monarca e del regno , erasi fissato il giorno 21 ; per la corona- 
zione, il giorno 24, vigilia di Natale. 

(1) Cristoforo Amico, ras. cit. 

(2) Relazione latina estratta dall'Archivio de' Benedettini di Monreale, 
presso Stellardi , voi. I , pag. 60-64. - Mongitore , ivi , pag. 147. 

(3) Mongitore , pag. 146. 

(4) Mongitore, pag. 147. - Gi.\rdina, Memorie storiche^ pag. 42-43. - 
Palermo, 9 dicembre 1713. Lettera del re al Principe di Piemonte, presso 
Stellardi, I, pag. 71, 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 280 

Nella vasta pianura di Sant' Erasmo, estendentesi allora dalla 
fronte meridionale del baluardo Vega alla sponda dell'Orato, 
rizzavasi in centro un gran padiglione , sormontato da una 
cupola e circondato di portici arcati, adorni di velluto cremisi 
con trine di argento (1). L' interno formava una sala spaziosa e 
rotonda, parata di broccati d'oro: stava in fondo un magnifico 
dossello con iscalinate e due seggi pel re e la regina; sul pa- 
vimento, ricchi tappeti alla persiana. Ed era di là che, secondo 
il costume, dovea muovere la gran cavalcata. 

L'alba del 21, benché di dicembre, illuminavasi a' raggi di 
un bellissimo sole di Sicilia, quando un drappello di dragoni 
piemontesi conduceasi nel piano, schierandosi colla faccia al pa- 
diglione e colle spalle al mare, ed altre truppe si attelavano 
dietro il padiglione, presso e dentro a cui prendevano luogo 
le Guardie del Corpo, le Guardie Svizzere e quelle della Porta. 
I signori e i gentiluomini destinati a formare il corteggio giun- 
gevano man mano a cavallo, e, smontati, si adunavano a 
crocchio, mentre nel piano era un andirivieni, un moto, uno 
strepito di palafrenieri, di valletti, di destrieri annitrenti. So- 
praggiunse il Senato colle sue carrozze di gala , col solito stra- 
scico di mazzieri, contestabili, servienti in cappe e livree di 
damasco cremisino, e con in pugno il bastone sormontato dal- 
l'Aquila della città. Il Capitano Giustiziere arrivò preceduto 
da' suoi alabardieri. Verso le ore diciassette , in cocchio senza 
treno e quasi da incogniti , giunsero per ultimo il re e la regina 
co'cavalieri e colle dame della corte , e passarono nella rotonda 
ad assidersi in trono. Allora il principe di Butera , primo titolo 
del regno, introdotto dal Gran Ciamberlano, piegò il ginocchio 
innanzi al trono: il re, levatosi col capo scoperto, e preso 
dalle mani del Grande Scudiere lo stendardo reale, lo consegnò 
al principe che lo strinse al petto. In quel punto rimbombarono 
le artiglierie de' baluardi della città, e le truppe fecero una 



(1) Queste e le successive particolarità sono desunte : Dalla relazione 
dell'abate Pietro Vitale, La Felicità in Trionfo etc.,pag. 124esegg. ;- 
Da una raccolta di varie scritture contemporanee conservate fra i mss. della 
Biblioteca Comunale di Palermo , Qq. F. 1, col titolo Monumenti per la so- 
lenne entrata del re Vittorio Amedeo in Palermo e coronazione del me- 
desimo; - Da MoNGiTORE, Diario cit. , pag. 163 e segg. ; - Da Giardina , 
Memorie storiche, pag. 47 e segg. 



290 LA SICILIA 

salva co' loro moschetti. Poi fu dato il segnale perché la caval- 
cata s' incamminasse. 

Andava innanzi il reggimento de'dragoni. Seguivano a ca- 
vallo i paggi, e a piedi i valletti di Palazzo. Poi il marchese 
di Realmici, Capitano Giustiziere, spalleggiato a sinistra da 
uno de' tre giudici della Corte Pretoriana ; un araldo della De- 
putazione del Regno con mazza in mano e sopravveste di velluto 
rosso; quindi a due a due i Deputati del Regno e gli ufficiali 
subalterni ; un araldo della Tavola ossia del Pubblico Banco di 
Palermo in giubba vermiglia trinata d'oro; i Governatori di 
essa Tavola; poi i nobili, misti a vicenda titolati e semplici 
cavalieri. Qui la magnificenza della vecchia aristocrazia sici- 
liana, accorsa quasi tutta da ogni parte dell'isola, dovea sfog- 
giarsi ne' vivaci cavalli, che con nastri d'oro a'crini , fiocchi e 
merletti d'oro e d'argento a' fianchi, selle e gualdrappe a luc- 
cicanti ricami , inarcavano il collo e caracollavano gaiamente ; 
ne'cappelli impiumati di vario colore, ornati di borchie di dia- 
manti; ne'diamanti e altre gemme che scintillavano sul petto 
e all'elsa delle spade; nelle collane, ne'cordoni e nelle cintole 
d'oro ; nelle vesti e ne'mantelli trapunti a fiorami d'oro e d'ar- 
gento ; nelle ricche e diverse livree de' servitori e de' lacchè. 
Succedevano i trombetti del Senato e del Tribunale del Patri- 
monio, i Razionali del Patrimonio, i Procuratori Fiscali della 
Gran Corte, i Segretari del Regno, il Capitano della Gran Corte 
colla verga alzata ; frapposti ciascuno a due ministri del Sacro 
Consiglio, i Prelati Parlamentarli con rocchetti, cappelli pre- 
latizi, mozzette e cappemagne, sopra mule con gualdrappe vio- 
lacee, di velluto nero. I ministri del Sacro Consiglio, cioè 
il Protonotaro del Regno, il Presidente del Concistoro, quelli 
del Patrimonio e della Gran Corte , co 'giudici e i Maestri Ra- 
zionali rispettivi , portavano toghe , catene d'oro al petto , ca- 
valli ammantati di velluto nero. Venivano poi due mazzieri del 
Senato; il Tesoriere Generale del Regno, sopra attempato ca- 
vallo, gettando alla folla, da varie borse che gli erano succes- 
sivamente apprestate, monete di conio recente colla effigie del 
re; i trombetti di Palazzo e i regii araldi; i Gentiluomini della 
regia Camera, maggiordomi, elemosinieri, scudieri, in capo a 
cui il marchese di San Tommaso, e, fra tutti que 'cortigiani , 
un solo siciliano , il marchese di Geraci , nominato Gentiluomo 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 291 

della detta Camera da alcuni giorni. Solo, collo stendardo in 
mano, succedeva il principe di Butera; quindi il Principe Tom- 
maso di Savoia; il cavallo di rispetto del re, donatogli testé 
dal Senato con tutt' i paramenti ; infine il re e la regina , ca- 
valcando anch'essi sotto un baldacchino , le sei aste del quale 
erano sostenute da' Senatori a piedi , avvicendandosi con loro 
gli uflìciali nobili del Senato. Vittorio Amedeo, su'quarantasette 
anni di età , procedeva maestoso sotto l'alta ed ampia parrucca , 
che a grossi ricci gli scendea sulle spalle : mostrava regolari 
fattezze , un po' abbronzate da' travagli del campo ; girava in- 
torno uno sguardo sicuro e tranquillo, senza commozione ap- 
parente per l'entusiasmo rumoroso del popolo. La regina Anna 
d' Orléans , di qualche anno più giovane di lui , serbava le tracce 
della passata bellezza : buona, illibata, modesta, pareva di quello 
spettacolo godere meno per sé che pel marito , verso cui ebbe a 
vivere compiacente e sommessa, anche in onta di talune scap- 
pate che doveano eccitarne la gelosia femminile. Presso la testa 
del regio destriero incedeva a piedi il Luogotenente delle Guar- 
die del Corpo : presso alla sinistra staffa , a piedi ugualmente , 
don Ottavio Lanza principe di Trabia , secondo titolo del regno ; 
allato alla staffa sinistra della regina , il Pretore don Giuseppe 
Branciforti principe di Scordia. Su la dritta del re, alquanto più 
indietro , cavalcava il Grande Scudiero marchese di Pallavicino , 
portandone la spada sguainata; dietro alla regina, il Covone, 
suo cavalier d'onore: seguivano il marchese di Tournon Capi- 
tano delle Guardie del Corpo, il Gran Maestro della Casa reale, 
il Gran Ciamberlano, il Gran Cerimoniere, le dame e le dami- 
gelle della regina, in sella ancor esse. Le Guardie del Corpo 
e le Guardie Svizzere formavano ala dall'un canto e dall'altro. 
Altre Guardie chiudevano la real comitiva. Sfilavano per ultimo 
le carrozze della corte , de' Prelati, de'cavalieri dell'Annunziata 
e del Senato. 

La cavalcata avviavasi lungo la marina, ove, innanzi a 
Porta de' Greci, nello spazio interposto fra i due sporgenti ba- 
luardi di Vega e del Tuono, sorgeva un primo arco di trionfo 
con colonne, emblemi, statue e decorazioni d'ogni genere. Quivi 
l'arcivescovo di Palermo, uscito in processione col suo clero 
dalla vicina chiesa di San Niccolò la Kalsa, aspettava il re, 
recando in mano la Croce: il re e la regina smontavano per 



292 LA SICILIA 

inclinarsi e baciarla, poi risalivano in arcione e continuavano 
la marcia: l'arcivescovo, inforcata ei pure la sua mula, passava 
a collocarsi alla testa de'prelati. A Porta Felice un altro arco 
di trionfo erasi sovrapposto alla bella architettura : colà il Pre- 
tore, staccatosi dalla staffa della regina, si appressava al re, 
che fermavasi; e tolto dalle mani del Sergente Maggiore, co- 
mandante della Milizia Urbana, un bacino di argento con entro le 
chiavi d'oro della Capitale, presentavale a Sua Maestà. Sua Mae- 
stà le riconsegnava al Pretore , e i cannoni tuonavano di nuovo. 
La via principale del Cassaro scorgevasi, da un estremo 
all'altro e dall'alto al basso di tutti gli edifizì, assiepata d'una 
moltitudine immensa: gli ediflzi, sul gusto del XVII secolo, 
nelle loro masse pesanti e negli ornati alquanto caricati e ba- 
rocchi offrivano allora una certa conformità e simmetria eh' è 
svanita in appresso ; ma quel di le tappezzerie di broccato e di 
damasco, i veli, gli arazzi, le frange, i velluti, i festoni so- 
spesi qua e là a'davanzali , alle pareti , alle cornici e alle porte , 
davano all'insieme un aspetto nuovo e fantastico. In alcuni dei 
primari palagi si aggiungevano quadri allegorici, iscrizioni e 
trofei. All'angolo della chiesa di San Giovanni Battista il cor- 
teggio incontrava un terzo arco trionfale eretto a spese della 
nazione napoletana ; e quivi dal principe di Butera , secondo la 
patria usanza, si faceva la prima acclamazione gridando: « Si- 
cilia, Sicilia per Vittorio Amedeo », a cui rispondevano il Pre- 
tore ed il popolo : « Viva Vittorio Amedeo ». Le voci medesime 
si ripetevano , di volta in volta , a misura che la cavalcata avan- 
zavasi. Alla punta di via della Loggia un nuovo arco di trionfo 
era dono della nazione genovese. In piazza Vigliena quattro 
archi, uno per ciascuno de' lati, mettevano capo ad una regia 
corona che sovrastavali pendente nel mezzo : palchi di musici , 
disposti all' intorno , rallegravano l'aria di suoni , e vi si cantò 
un dialogo in versi composto per quella occasione. Un ultimo 
arco alzavasi all'ingresso di piazza del Duomo, offerto dalla 
stazione milanese, alla quale, oltre alcuni ricchi possidenti e 
mercanti, appartenevano allora in gran numero gli esercenti 
industrie annonarie a Palermo. Unitamente al clero , i nobili , 
i ministri e tutt'i regii ufììziali, scesi di sella, accolsero nel 
Duomo il re e la regina, che si avviarono alla tribuna e mon- 
tarono in soglio : il tempio sfoggiava una dovizia incredibile di 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 29.J 

panneggiamenti, di trofei, di pitture e di simboli, che il fecondo 
imaginare dell'architetto Paolo Amato, malgrado la quasi ot- 
tuagenaria sua età, avea profuso per tutto (1). Su' gradini del 
soglio fermossi in piedi il Principe Tommaso; a destra, il prin- 
cipe di Butera col regio vessillo: i vescovi e i prelati si po- 
nevano in faccia, a'due lati- della sedia dell'arcivescovo. S' in- 
tuonò il Te Deum. Quindi il re si assise e si coperse il capo : 
fu innanzi a lui recato un tavolino , e sopravi il libro de'Van- 
geli e un Crocifisso: al cenno del re il Protonotaro si accostò 
e lesse la formola del giuramento di fedeltà ed omaggio che 
dovea prestarsi da' tre Bracci del Regno. Il Coadiutore del Pro- 
tonotaro fece, uno ad uno, l'appello de' Prelati, cominciando 
dall'arcivescovo di Palermo; e tutti, baciati i Vangeli e il Cro- 
cifisso, giuravano. Giuravano i baroni Parlamentarli, e, comin- 
ciando dal Pretore di Palermo , i rappresentanti delle città de- 
maniali : i Deputati del Regno giuravano pe'membri assenti del 
Parlamento ; ciò terminato , il re impose al Protonotaro di leg- 
gere la formola del giuramento reale. Letta, il Protonotaro 
piegò il ginocchio e chiese: « Si compiace Vostra Maestà di 
giurare, negli anzidetti termini, la osservanza de' Capitoli e 
privilegi del regno ? » Il re si alzò , si tolse il cappello , stese 
la destra nuda su'Vangeli e disse : « Cosi lo giuro » (2). Avan- 
zatosi il Pretore di Palermo, chiese ed ebbe nel modo mede- 
simo la promessa di osservare le prerogative e le consuetudini 
della Capitale. Indi , usciti dal tempio , il re e la regina rientra- 
vano in Palazzo, passavano nella sala di parata, sotto un bal- 
dacchino quivi apprestato; ove, presentatosi il principe di Bu- 
tera a restituire lo stendardo affidatogli , il re glielo rilasciava 
in dono. La sera segui fuoco di artifizio e luminaria stupenda 
per tutte le strade, per tutte le case della città, la quale ripe- 
tevasi per tre notti di sèguito. 



(1) L'abate Paolo Amato da Ciminna, nato nel 1634, mori nel 1714. Pre- 
scindendo da'vizi del tempo , i monumenti del suo ingegno possono ancora 
eccitare l'ammirazione de'posteri. E, del resto, il barocchismo in Sicilia si 
tenne , più o meno , immune dalle superlative mattezze e da' peggiori ec- 
cessi a cui trascorse nel continente. 

(2) 11 corrispondente atto, rogatone dal Protonotaro, esiste nell'Archivio 
di Stato in Palermo, Reg. del Prot. 1713-1714, VII Ind., Lib. 2, pag. 24-27. 
E leggesi [)resso Stellardi , voi. I , pag. 76-78. 



294 LA SICILIA 

Il 24 era il giorno destinato alla coronazione. La soldatesca, 
di buon mattino, spiegavasi dal Palazzo alla cattedrale (1); e 
all'ora stabilita il regio corteo moveva dal Palazzo nel seguente 
ordine : un primo cocchio con dentrovi il Gran Ciamberlano 
e due Gentiluomini di Camera, di cui l'uno portava in un 
bacino d'oro la corona, la spada e lo scettro del re, l'altro la 
corona e lo scettro della regina ; un secondo cocchio col Cava- 
liere d'onore della regina, e gli Abati Elemosinieri della corte; 
poi confusi indistintamente a cavallo nobili siciliani e savoiardi 
con a capo i cavalieri dell'Annunziata e il Principe Tommaso; 
in un cocchio ad otto cavalli il re in abito militare e la regina 
in abito di lametta bianca di argento sparso di gemme; Scu- 
dieri e Guardie a cavallo a' fianchi e di dietro ; altri cocchi 
colle dame e damigelle della regina. Nel coro della cattedrale 
stavano eretti due troni, l'uno più alto pel re, l'altro per la 
consorte: a pie del maggiore altare, nel corno della Epistola, 
era il faldistorio per l'arcivescovo; altri tre faldistori, con pro- 
porzionata distanza, pe'vescovi assistenti; quindi i banchi pel 
Capitolo. Dietro il coro si trovava disposto l'abbigliatolo del 
re, che doveva anche, dopo la coronazione di esso, servire per 
la regina. All' ingresso del coro era di fianco una bussola , con 
sedia e genuflessorio , donde la regina, finché fosse venuta la 
sua volta, poteva assistere alla sagra dello sposo. Giungendo 
il re, l'arcivescovo e i vescovi di Siracusa, di Mazzara e di 
Cefalù uscirono ad assidersi ne'rispettivi stalli : il Gran Ciam- 
berlano esibì le due corone, del re e della regina, all'arcive- 
scovo , il quale , benedettele , fé' riporle suU' altare : il re , col 
proprio accompagnamento, si portò all'abbigliatolo, la regina 
alla sua bussola. Nel coro, alla rinfusa, ministri, nobili, di- 
gnitari d'ogni specie : infinito popolo nel rimanente della chiesa. 



(1) Per questi altri ragguagli si veggano : Una lielazione officiale della 
incoroncizione del re e della regina, nell'Archi vio di Stato in Palermo, 
Rig. del Protonotaro , voi. cit. pag. 37-47. - Breve e distinta relazione 
della funzione della coronazione del re etc. formata dal dottor don An- 
gelo Serio, jMlertnitano , -prebendato della Cattedrale , presso Mongitore , 
coli. Di Marzo , voi. Vili , pag. 170 e segg. - Cerimoniale di Angrogna 
presso Stellardi , voi. 1 , pag. 78-82. - Raccolta citata nella Bibl. Com. di 
Palermo, Qq. F. 1. - Vitale, La Felicità in trionfo, pag. 154 e segg. - 
GiARDiXA, Memorie storiche, pag. 55 e segg. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 295 

Senza spadca e cappello, Vittorio Amedeo ricompariva in 
farsetto e brache di broccato di argento, guernite di merletti 
d'oro : ed era incontrato da due vescovi , i quali lo conducevano 
alla soglia del grande altare, in cospetto dell'arcivescovo. Il 
monarca e il metropolitano inchinaronsi gravemente l'un l'al- 
tro, e il vescovo di Siracusa, posta giù la mitra, colle parole 
del rituale romano pregò l'arcivescovo di voler sollevare alla 
regia dignità il principe là presente. L'interrogò l'arcivescovo 
se quell'onore conoscesse degnamente dovuto; al che data ri- 
sposta affermativa dal vescovo, furono rese grazie a Dio. Poi, 
seduto in una sedia a bracciuoli ricamata di perle, con a' fianchi 
seduti del pari i vescovi mitrati, il re stette ad ascoltare la 
preventiva ammonizione dell'arcivescovo, giusta il rituale an- 
zidetto; poi, piegando il ginocchio sopra un cuscino innanzi il 
metropolitano, lesse in un libro sportogli a quest'uopo la pro- 
fessione di fede ivi contenuta ; poi seguirono orazioni e litanie , 
durante le quali il re e tutti rimasero genuflessi e assisi i pre- 
lati: in sèguito a che levatisi in piedi i vescovi, l'arcivescovo, 
sedente tuttavia nel suo faldistorio, ordinò al Gran Ciamber- 
lano di denudare fino al gomito il braccio del monarca, che 
venne unto col crisma de'catecumeni ; e slacciato l'orlo supe- 
riore dell'abito e la camicia, l'unzione fu replicata sugli omeri. 
Rientrato nel!' abbigliatolo , il re tornò fuori con una clamide 
color di rosa trapunta d'oro, seminata d'aquile e di gigli, e 
foderata a' lembi di ermellino, la cui coda, lunga non meno di 
ventiquattro palmi , era sostenuta nel mezzo dal Principe Tom- 
maso e alla estremità dal Gran Ciamberlano. Rimontato in so- 
glio , e ripiegate le ginocchia innanzi il genuflessorio , si cantò 
la messa. Durante l'epistola, si tirò sulla fronte dell'altare il 
faldistorio dell'arcivescovo , che vi si adagiò mitrato : il re scese 
dal soglio e fu da due vescovi ricondotto innanzi il metropo- 
litano, il quale tolse dalle mani dell'arcidiacono la spada e ne 
cinse il fianco di lui ; egli si levò a brandirla e vibrarla , poi , 
forbita la lama sul braccio , la ripose nel fodero ; e , tornato a 
genuflettersi, attese che dall'arcivescovo gli si ponesse la co- 
rona sul capo e lo scettro nella destra. Allora organi , trombe , 
campane, liete grida del popolo produssero un fragore indici- 
bile, a cui di fuori rispose l'eco delle artiglierie e de'moschetti. 
Con cerimonie più o meno conformi successe l' incoronamento 



296 LA SICILIA 

della regina, che passò quindi nel soglio a lei riserbato, ac- 
canto a quello del marito. Comunicatisi insieme, e dato fine 
con un dono di quattrocento mezze doppie d'oro versate dal re 
all'offertorio, e di duecento mezze doppie versate dalla re- 
gina (1), l'augusta coppia, tenendo in fronte i diademi, si ri- 
dusse a Palazzo. 



III. 



La Sicilia aveva nella pompa di quelle feste (2) superato ciò 
che a memoria d'uomini si fosse visto in addietro; ma quel 
riavere il proprio re nel suo seno parca sì gran fatto, e con 
Vittorio Amedeo si sperava rinata la gloria e la felicità di 
altri secoli. Le allegrezze di Palermo si ripetevano nelle città 
principali : in Palermo si aggiungevano le serenate , i balli , le 
tornate accademiche, i discorsi, le poesie in italiano , in latini i 
e in vernacolo : le iperboli e le ampollosità del seicento corre- 
vano ancora nell'isola, come per tutto in Italia; e il sentimento 
pubblico non rifuggiva di stillarsi in concettini , anagrammi . 
bisticci (3). La zecca coniò doppie d'oro colla effigie di Vittorio , 



(1) Di questa somma T arcivescovo dispose facendone la distribuzione 
a Conservatorii ed Opere Pie della città. Mongitore , voi. cit. , pag. 183. 

(2) Con lettera del 25 dicembre 1713 il re Vittorio Amedeo lodavane al 
Principe di Piemonte la magnificenza e Vordine. Presso Stellardi , voi. I, 
pag. 72. 

(3) Qual curiosità bibliografica , e quale indizio del gusto dell' epoca , 
giova riferire i titoli di parecchie fra quelle composizioni : 

Per la gloriosa esaltazione al trono di Vittorio Amedeo di Savoia, 
ode di Andrea Noto ; Palermo , 1713 , in 4to. 

Altra di Santo Occo , ivi , in 4to. 

Musarum conventus in ejusdem adventus -panegyrisA'ST. Falsaperla, 
Pan. 1713 in 4to. 

Fascetto di fiori eruditi presentati alle P.R. ^f^f. del Re e della Reina 
nella solenne loro entrata , d' Ignazio del Vio ; Palermo , 1713 , in 4to. 

La Felicità in Trionfo per Ventrata, in Palermo del nuovo monarca, 
di Giovanni Raja. Ivi. 

Il nuovo e prezioso diadema lavorato da Palermo al capo augusto del 
re nella sua solenne coronazione. Qì.ua.vtuìe di Giuseppe Gangarosso; Paler- 
mo , 1713 , iu 4to. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 297 

e nel rovescio l'Aquila di Sicilia colla Croce di Savoia: due 
medaglie maggiori , del peso di uno scudo e mezzo di argento , 
furono battute, l'una a spese del Senato, l'altra del fisco; eia 
prima offriva la imagine del re colla scritta Viclorius Amedeus 
Bei gratta Slciliae Jerusalem et Cipri rex, rappresentando 
nel rovescio il re in trono, a cui il Genio di Palermo stendea 
sul capo il diadema , mentre la Sicilia , inclinata , gli porgeva lo 
scettro; l'altra mostrava, oltre la regia effigie, l'Arca portata 
in alto nelle acque del diluvio, alludendo alla monarchia sici- 
liana che sornuotava alle ree vicende passate e alle tempeste 
dell'ultima guerra. Il Senato volle eternare la memoria della 
incoronazione in un bassorilievo marmoreo collocato sotto il 
portico meridionale del Duomo, e in una grande iscrizione af- 
fissa nel prospetto principale del palazzo civico. 

Volgendo le mire a'più urgenti bisogni del novello reame, 
considerava Vittorio lo stato infelice de 'mezzi di comunicazione 



Mazzetto di fiori raccolto dalle Muse in Elicona a Vittorio Amedeo 
e ad Anna Maria di Borbone regina , di Placido Loredano ; Palermo, 1713, 
in 4to. 

Alla S. M. di Vittorio re. Canzoni di Prospero Tomaselli ; Ivi , 1713 , 
in 4to. 

Il tempio della Gloria dedicato a S. R. iV/. , panegirico (in sestine) di 
Santo Geco; Palermo, 1713, in 4to. 

Epistola eroica (in versi) su le virtù del Re , di Giuseppe Maria Sa- 
lerno ; Palermo , 1713 , in 4to. 

La Musa ossequiusa a lu so monarca Vittoriu Amedeu. Capitulu di 
Giuseppi Marchisi; Palermo, 1713, in 8vo. 

In acclamatione Victorii Amedei regis Sicdiae., poema. Gataniae 1713, 
(di Vincenzo Anicito da Paterno). 

Victorio Amedeo oratio panegiryca prò solemni ejus inaiiguratione 
habita a Dominico Caracciolo S. J. ; Pan. 1714 , in 4to. 

Apparatus litterarius , elogia quaedam et carmina comprchendens , 
quem novo suo Regi Academia Panormitana S. J. dicat ; Pan. 1714, in 4to. 

Encomium anagrammaticum, literale purissimum, , breve compendium 
vitac , m,orum , gestorumque Victorii Augusti , complectens anagrammata 
i8 juxta numertim ejus annorum, , a Dion. Albanel; Pan. 1714, in 4to. 

Epico applauso della città di Calascibetta ; Pan. 1714 , in 4to. 

Feste acclamatorie della città di Siracusa descritte da Nic. Pagano ; 
Palermo 1714 , in 4to. 

Specialità degli ossequi e del giubilo di Caltagirone nella solenne ac- 
clamazione del re Vittorio Amedeo; Catania, 1714, in 4to. 

E manca ancor molto a compire la lista. 



298 LA SICILIA 

interna ; ma non sembra che , in quell'assoluto difetto di buone 
vie carreggiabili, fosse sufficiente rimedio il dare esortazioni 
ed ordini a qualche Comunità di riattare e mantenere entro il 
proprio territorio i cammini allora esistenti, in modo che vi 
potesse comodamente transitare una carrozza o altra simile 
vettura (1). Pensava alle forze proprie del paese, a quella mi- 
lizia indigena a piedi e a cavallo, che da circa un secolo e 
mezzo avea fatto non inutile prova. Consisteva in milleseicento 
cavalli e diecimila fanti , forniti dalle città e terre , escluse Pa- 
lermo, Messina, Catania, Siracusa ed altre più importanti Co- 
munità littorane , obbligate a un servizio speciale per le proprie 
marine: in tutto, ventisei compagnie di cavalli, e trentuna di 
fanti , divise in dieci Sergenterie , sotto la ispezione de 'cosi detti 
Capitani d'Arme a guerra: ed ora (giusta i regii comandi) il 
Tribunale del Patrimonio inculcava alle varie Comunità ed ai 
loro Giurati di pubblicare i nuovi ruoli del rispettivo contin- 
gente (2) ; e il re incaricava i Comandanti militari di Palermo 
e Messina di eseguire i provvedimenti dati per la buona scelta 
de' Capitani d'Arme anzidetti (3). Con posteriore suo ordine 
prescriveva di raccogliere esatte notizie circa agli abusi da co- 
storo esercitati, riscotendo indebite somme da' Comuni, com- 
ponendosi a danari co'militi ond'esimerli dal servizio, e trascu- 
rando di ammaestrarli (4). 

All'entrare del novello anno, con imitazione agli usi di 
Luigi XIV, Vittorio Amedeo die alla nobilà e a' magistrati lo 
spettacolo di desinare in pubblico (5); ma spiacque, anche in 
queir incontro , il circondarsi a preferenza nelle funzioni di corte 
de' suoi Savoiardi e Piemontesi , postergando i regnicoli che 
credevano a miglior dritto pretendervi (G). Il 4 gennaio emana- 
ci) Palermo , 30 dicembre 1713. Biglietto del Contator Generale Fon- 
tana in nome del re al Tribunale del Patrimonio. Presso Stellardi, voi. Ili , 
pag. 170. 

(2) Palermo, 31 dicembre 1713. Ivi, pag. 283. 

(3) Sotto la stessa data, ivi, pag. 281. 

(4) Palermo, 1.° febbraio 1714. Ivi, pag. 291. 

(5) MoNGiTORE , Vili, pag. 191. - GiARDiNA, pag. 64 e 68. 

(0) Si osservò che il benedire la mensa sarebbe spettato al Cappellano 
Maggiore don Francesco Barbara abate di Santa Lucia, e il trinciare a ta- 
vola al Gran Siniscalco don Antonio Maria Statella principe di Cassarb , 
alle attribuzioni de'quali si era recato pregiudizio. - Giardina, pag. 68. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 299 

vansi Circolari rc)4Ìo per un general Parlamento da convocarsi 
in Palermo addì 20 del prossimo mese (1). Quindi accordavasi 
la differita officiale recezione all'ambasciatore straordinario di 
Malta, venuto in Palazzo con parecchi cavalieri dell'Ordine a 
congratularsi col re del preso possesso: e, poco stante, avea 
luogo la cerimonia della investitura e della offerta del falcone , 
tributo annuo per la concessione dell' Imperator Carlo V dovuto 
alla corona di Sicilia. Accompagnato da parecchi nobili del 
paese, il bali Spinola comparve a quell'effetto in un cocchio 
magnitico, presso il cui parafango stava, secondo il costume, 
uno staffiere riccamente addobbato col falcone in pugno : depo- 
sta la spada e piegate le ginocchia , prestò nelle mani del re il 
giuramento consueto di feudale osservanza; e n'ebbe il corri- 
spondente atto della investitura richiesta (2). 

Più importante ambasciata giungea di que 'giorni in Palermo. 
La regina Anna d'Inghilterra, andando innanzi a tutti gli altri 
Potentati europei, aveva tino dal 2 ottobre destinato a rappre- 
sentarla presso il re di Sicilia Carlo Mordaunt conte di Peter- 
borough e di Monmout (3). Non compariva ignoto costui in corte 
di Vittorio Amedeo, essendosi trovato due volte con politiche 
missioni a Torino ; ed ora il paese poteva in esso ammirare il 
personaggio più straordinario che, dopo Carlo XII re di Svezia, 
contasse allora l' Europa : capitano e diplomatico degno del se- 
colo, ma con bizzarrie ed avventure degne degli eroi della Ta 
vola Rotonda; modello di prodezza, di cortesia, di generosità 
cavalleresca, ma con un corpo ed una faccia da scheletro; nella 
guerra combattuta in Ispagna erasi tanto segnalato per audacia 
stupenda, per colpi repentini di genio, quanto in quella di Ger- 
mania e di Fiandra il suo compatriotta Marlborough per co- 
stanza e per senno; e il teneano uom di Stato e scrittore da 



(1) Presso Stellardi , voi. I , pag. 116-117. 

(2) NeVegistri del Protonotaro , voi. cit. pag. 47 a pag. 49 si ha il Re- 
golamento del Cerimoniale a praticarsi per l'udienza pubblica delV Amba- 
sciatore di Malta in Palermo. Al quale segue (pag. 49 a pag. 52) lo stru- 
mento d'investitura in data del 19 gennaio 1714. - Quest'ultimo si legge 
anche presso Stellardi, voi. I, pag. 87-88. Si veggano inoltre: Mongi- 
TORE , pag. 192-194, e Giardina, pag. 56-61. 

(3) Windsor, 2 ottobre 171.3. Lettera della regina al re e credenziali al 
conte di Peterboroug , presso Stellardi , voi. I , pag. 90. 



300 LA SICILIA 

contrapporsi a Bolingbroke se quel suo umore vario , irrequieto , 
leggiero non fosse entrato di mezzo (1). Nel secondo suo viag- 
gio a Torino durante il 1711 , meno per mandato del proprio 
governo che per impulso suo proprio, avea fatto lampeggiare 
al duca di Savoia un progetto di pace generale, onde il duca 
avrebbe avuto addirittura per sé la monarchia delle Spagne : 
Vittorio, non troppo facile a illudersi, gradi pur volentieri 
r idea : se non che nello zelo dell' inviato britannico concorreva 
per molta parte un pazzo amore ispiratogli da Madamigella di 
Susa, figliuola naturale del duca, natagli dalla contessa di Ver- 
rua ; e Vittorio , il quale volea tenerselo in gusto , non si mo- 
strava contrario si veramente che la figlia si contentasse di 
quella strana e poco grata figura : non se ne contentava difatti , 
e sposala più tardi il Principe di Carignano; l'inglese sposò 
una cantante (2). Collega al conte, e ambasciatore del re Lui- 
gi XIV, arrivava non guari dopo nell' isola il marchese di 
Prye (3). 

Come cadevagli il destro, si attendeva dal re a surrogare 
con nuove nomine antichi funzionari. Ad Avvocato Fiscale presso 
il Tribunale del Patrimonio eleggevasi il giureconsulto Ignazio 
Perlongo da Naso in luogo di don Gabriele Catalano , esonerato 
per età, diceva il dispaccio (4), ma rimosso in efl'etto per aver 
tentennato nelle controversie con Roma sotto l'ultimo viceré 
Balbases (5); alla carica di GiudiC/e della regia Legazia Apo- 
stolica, lasciata dallo spagnuolo monsignor Miranda e di tanto 
rilievo nelle controversie predette, chiamavasi l'altro insigne 
giureconsulto Giacomo Longo da Messina (6) , a cui conferi- 
vasi anche l'annessa abazia di Santa Maria di Terrana (7) : e 
piacquero e furono quelle scelte universalmente lodate. A' vuoti 
seggi d' Inquisitori del Sant' Uffizio si preferivano soggetti dei 

(l; Veggasi ntìSufjgi del Macaulay quello sulla Guerra della succes- 
sione di Spagna. 

(2) Carutti, op. cit., cap. XVIII, pag. 328. - Sclopis , Relazioni po- 
litiche fra Savoia e Inghilterra; Torino, 1855. 

(3) Mat'Iy , 9 maggio 1714. Credenziali del re Luigi , presso Steijardi , 
voi. I , pag. 95. 

(4) Palermo, 31 gennaio 1714, presso Stellardi , voi. II , pag. 333. 

(5) MoNGiTORE, Vili , pag. 121 e 196. 

(6) Palermo, 7 febbraio 1714 , presso Stellardi , voi. cit,, pag. 111-112. 

(7) Palermo, 4 aprile 1714. Ivi, pag. 323. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 301 

vecchi stati : un abate Todone da Nizza e quindi un abate Cu- 
rione da Alessandria (1) ; co' quali entrava per terzo un solo 
Siciliano (2). Si pensava (ed era naturale) di spezzare i legami 
colla Suprema Inquisizione residente in Madrid, inculcandosi 
che gli ordhii venuti di là non dovessero eseguirsi, bensì ori- 
ginalmente rimettersi alla Segreteria del re, e versarsi nelle 
regie casse i proventi destinati prima a passare in Ispagna (3). 
Ma potè non sembrare opportuna e necessaria ugualmente una 
disposizione sovrana che obbligava i magistrati, gli ufflziali 
pubblici e il Senato di Palermo a smettere gli abiti antichi e 
tradizionali nell' isola, simili alla foggia spagnuola, per adottare 
abiti e insegne all'uso di Savoia (4). 



IV. 



Approssimandosi il giorno destinato all'apertura del Parla- 
mento , e tornando a congregarsi in Palermo i vari suoi membri 
permanenti o elettivi , a 18 febbraio seguiva il pubblico ingresso 
dell'ambasciator di Catania, incontrato e preso in mezzo nella 
propria carrozza dal Pretore e da' Senatori. Era invalso in Ca- 
tania il costume, assai cortigianesco per vero, di commettere 
la rappresentanza parlamentare della città al Segretario del vi- 
ceré : quella volta, in mancanza del viceré e di suo Segretario, 
si die il mandato al Contator Generale Fontana (5). Il Pretore 
e il Senato, rappresentanti nati della Capitale, credettero bene 
convocare preliminarmente a Consiglio nella casa del Comune 
i cittadini e i Consoli delle arti, informandoli dell'imminente 
adunanza, e convincendoli della necessità di mostrarsi generosi 



(1) Palermo, 27 gennaio 1714. Lettera del re al Principe di Piemonte, 
presso Stellardi , voi. H , pag. 312. - Memoria pel conte Maffei, in ag- 
giunta alle sue Istruzioni del 28 agosto 1714. Ivi , voi. I , pag. 187-190. 

(2) GiARDiNA, pag. 69. 

(3) Palermo , 28 gennaio 1714. Il Ministro Segretario di Stato al Tribu- 
nale del Sant' Uffizio. Presso Stellarci , voi. II , pag. 315. 

(4) MoNGiToRE, ivi, pag. 196. - Giardina, pag. 69. 

(5) MoNGiTORE , pag. cit. - Giardina, pag. cit. - Vitale, La Felicità 
in Trionfo etc. , pag. 176. 

Arce., 3.» Serie, Tom. XIX. 20 



;302 LA SICILIA 

con un largo donativo , proporzionato al beneficio clie dalla nm- 
tazione avvenuta potea sperare la patria (1). 

Tra i disturbi della guerra erano sette anni che il Parla- 
mento taceva, insolita pausa nella vita costituzionale del re- 
gno : ed ora le sue porte scliiudeansi di nuovo , con auspicii 
più fausti, in presenza del proprio monarca; di un monarca 
che, malgrado quell'ambiente savoiardo di cui godea circon- 
darsi, consideravasi venuto qui stabilmente e non di passaggio 
come Carlo V ed Alfonso, gli ultimi re che avessero parlato 
in persona a un'assemblea siciliana. 

Il di 20 la gran sala della reggia si mostrava ornata di 
paramenti, ed in fondo, di \iontro all'uscio di entrata, ergevasi 
il trono. Questo aveva per base sette spaziosi ed alti gradini , 
attraversati nel mezzo da una scaletta che aveva a maggior 
comodo, gradini più bassi: quindi si stendeva un ripiano, da 
cui , sopra altri cinque gradini , giungevasi alla sedia reale 
colla predella, sormontata da un padiglione pendente da una 
corona dorata. A destra del trono ; lungo la parete della sala , 
erano gli scanni per il Braccio Ecclesiastico ed il Braccio De- 
maniale; lungo la parete a sinistra, quelli pel Braccio Baro- 
nale : a fronte , metà da un lato e metà dall'altro della porta 
d'ingresso, gli scanni pel Senato di Palermo ; lo stemma della 
città splendeva sulla porta medesima. A misura ch'entravano 
nella sala, i componenti de' tre Bracci occupavano i rispettivi 
luoghi coll'ordine che veniva loro indicato dal Protouotaro. Il 
Sacro Consiglio asside vasi ne' sette primi gradini del trono, a 
dritta e a manca della scaletta che rimaneva sgombra, collo- 
candosi in cima i Presidenti e il Consultore (2). 

Il Gran Maestro di Cerimonie , il Protonotaro , i ministri e 
la corte precedevano il re al suo apparire in abito ordinario 
e col cappello in testa, e, innanzi a lui, si levarono tutti. Sa- 
lutò , passando , i due Bracci Baronale ed Ecclesiastico ; montò 
nel soglio , e , sotto a lui , nel gradino immediato , fermossi il 
Principe Tommaso; il Capitano delle Guardie restò in piedi 
dietro le spalle del re; sul ripiano, in piedi ugualmente, il Gran 

(1) Vitale , ivi. 

(2) Intorno a quelle disposizioni e formalità si riscontri una Memoria 
del Cerimoniale che dovrà praticarsi 2')er il giorno del Parlamento , ìiel- 
r Archivio di Stato in Palermo, reg. del Protonotaro , voi. cit. , p. 62-64, 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 303 

Maestro di Cerimonie e il Protonotaro, rivolto quest'ultimo 
colla faccia al re per attendere i suoi cenni : quindi sul ripiano 
stesso, a dritta ed a manca, i Cavalieri dell'Annunziata, i 
cortigiani e gli Udìciali della Guardia ; giù, intorno al trono , le 
Guardie del Corpo, e, all' imboccatura della scaletta, i portieri 
di Camera colle loro mazze e col ginocchio a terra. Sul limi- 
tare , per cui era entrato il monarca , si arrestò la regina colle 
sue damigelle ; e non essendovi posto legalmente per lei , le 
si paravano innanzi a nasconderla lord Peterborough e il di lei 
proprio Cavaliere d'onore (1). Il re, sedutosi, invitò per uiezzo 
del Protonotaro il Parlamento a sedere : poi rimise al Proto- 
notaro, che accostatosi lo ricevette in ginocchio, il discorso del- 
l'apertura. Il discorso, letto ad alta voce dal Protonotaro, suo- 
nava ne' seguenti sensi : 

« Il vivissimo desiderio che avevamo di provvedere a' bi- 
sogni e a' vantaggi di questo fedelissimo Regno , di cui ricono- 
sciamo dalla Divina Provvidenza il dominio , ci ha fatto volen- 
tieri superare non solo le difficoltà del viaggio, ma anco tutti 
que' riguardi che per ragione degli altri nostri Stati potevano 
giustamente consigliarci a ritardare la nostra venuta e differire 
a noi stessi la soddisfazione di ritrovarci presenti in questo 
Parlamento. Dessa è ora tanto maggiore vedendo qui unita 
la rappresentanza di questo Regno , quanto più lo abbiamo già 
riconosciuto pieno d'affetto e di zelo verso di noi, persuasi 
altresì della vostra scambievole consolazione per la sicurezza 
che ben dovete avere d'essere da noi rimirati con amore ve- 
ramente paterno. Certo è che i nostri pensieri ad altro non 
sono rivolti che al cercare di avvantaggiare questo Regno per 
rimetterlo (a Dio piacendo) , col progresso del tempo, nell'antico 
suo lustro ed in quello stato in cui dovrebbe essere per la fe- 
condità del suolo , per la felicità del clima, per la qualità degli 
abitanti e per l'importanza della sua positura. Quest'oggetto 
della nostra applicazione è pur il fine per cui vi abbiamo qui 
convocati. 

« Gradiremo pertanto che ci somministriate que' lumi e 
que' mezzi che possano da voi dipendere , e ci diate il modo di 
ridurre ad effetto le ottime nostre intenzioni di far rifiorire il 

(1) Cristoforo Amico , ms. cit. 



304 LA SICILIA 

Regno sì per buon ordine della giustizia, avanzamento delle 
scienze ed arnpliazione del commercio, che per la restaurazione 
e l 'accresci uiento delle sue forze, e per tutto quel dippiù che, 
col migliorare il suo stato , può insieme rendere più distinta la 
sua stima nel concetto delle altre nazioni. 

« Tanto dunque dobbiamo aspettarci non meno dal vostro 
singolare intendimento che dal ferventissimo vostro zelo , si 
per il pubblico bene e gloria della patria, che per rendere 
meglio profittevoli gi' influssi della nostra regia protezione » (1). 

Gli applausi scoppiarono unanimi , talmente quel discorso pre- 
sentavasi nobile e degno , e talmente parca nuovo il caso di udir 
la Corona chiedere, più che donativi, consigli e voti al paese. 
L'arcivescovo di Palermo si avanzò verso il trono, e, inchina- 
tosi al re, rispose in nome di tutto il Parlamento. Ma l'elo- 
quenza non era il forte del buon prelato, insigne per altre 
esimie virtù. Aveva apparecchiato in testa un'allocuzione non 
c<Jnsona al linguaggio di Vittorio Amedeo (il quale di tutto 
avea parlato fuorché di sussidii), né seppe a tempo cangiarne il 
tenore: sicché, dopo essersi diffuso nelle regie lodi, allargossi 
a dire delle streme condizioni del regno , onde ponevasi un li- 
mite al desiderio di contribuire con ogni sforzo al regio ser- 
vizio (2). Il re discese dal trono e si ritirò col suo séguito, 
dispensandosi alla cavalcata solita praticarsi in tale occa- 
sione (3). 

Per fare le tre sedute d'uso, il Parlamento si trasferi nella 
Cattedrale , dove il Braccio Ecclesiastico si radunò nella stanza 
del Tesoro, il Baronale nella cappella di Nostra Signora di 
Libera Inferni e il Demaniale nella sacrestia. Le sedute cad- 
dero ne' giorni 25 e 28 febbraio, e nei 4 marzo. Nella prima 
seduta, considerate da un canto le spese sostenute dal re per 
il suo passaggio in Sicilia, e cercando dall'altro sopperire agii 
ordinarli bisogni quanto portassero le attuali circostanze del- 
l'isola, fu risoluto di offerire, confermare e prorogare i fto«rt- 
tivi seguenti : 

(1) Reg. del Protonotaro , voi. cit. , pag. 68-69. É in istampa , presso 
MoNGiTORE , Parlamenti di Sicilia; Palermo, 1749, T. II, pag. 130-31 , 
e presso Stellardi , voi. I , pag. 119-120. 

(2) Cristoforo Amico, ms. cit. 

(3) Memoria cit. , pag. 64. 



.SOTTO VITTORIO AMEDEO Di SAVOIA 305 

Scudi 150,000 da impiegarsi in servizio di S. M. e da pa- 
garsi in tre anni , in uguali rate ; 

Scudi 50,000 per le fortilicazioni del regno , pagabili ugual- 
mente in tre anni ; 

Scudi 20,000 per le fabbriche de' regii palazzi , in ìve anni ; 

Scudi 24,000 per le fabbriche e ripari de' Ponti, in tre anni; 

Scudi 10,000 per le fabbriche e mantenimento delle Torri di 
Guardia , in tre anni ; 

Scudi 7500, que' medesimi che prima si pagavano po' Reg- 
genti e Ministri del Consiglio Supremo d'Italia a Madrid, in 
tre anni; 

Scudi 100,000 per il cosi detto donativo della macina , pa- 
gabili ogni anno in tre uguali rate , pel corso di anni nove ; 

Scudi 50,000 pel mantenimento delle galere , pagabili come 
sopra e accordati per lo stesso periodo di nove anni. 

A siffatti doìiativi si obbligò concorrere nella sua parte il 
Braccio Ecclesiastico , rinunciando alla immunità , ma previa 
l'adesione del Papa; e si volle che vi concorresse anche la 
città di Messina colle terre del suo Costretto, al pari delle 
altre città e terre del regno. Si votarono inoltre : 

Scudi 3,000 , i medesimi che si pagavano per 2,500 al viceré , 
per 500 al di costui Cameriere Maggiore, e che oggi ofFerivansi 
a S. M. per disporne a suo beneplacito ; 

Scudi 150 per gli Officiali assistenti al Parlamento , e 
scudi 100 pe' Portieri di Camera ; 

Finalmente, per una volta sola, scudi 400,000 di donativo 
sti -aordinario , posti in arbitrio dal re , e da pagarsi come 
appresso : 

Scudi Q(ì,QQQ e tari 8 , in quattro rate, dal Braccio Ecclesia- 
stico per la sesta parte da esso dovuta; 

Scudi 40,000 , in quattro rate , dalla città di Palermo ; 

Scudi 30,000 , in due rate , da' mercanti di Palermo e di 
Messina ; 

Scudi 20,000 da' Ministri togati e altri Officiali stipendiati 
da S. M., in due rate; 

Scudi 10,000, in due rate, da' negozianti e cambisti, eccet- 
tuati quelli di Palermo e Messina , tassati altronde come sopra ; 

Scudi 50,000 , in due rate , da' Titolati , Baroni e feudatarii , 
senza che s' intendesse recar pregiudizio alle franchigie feudali ; 



306 LA SICILIA 

Scudi 93,333 e tari 4 , in tre rate dalle Comunità , esclusi i 
mercanti ed inclusa la città di Messina e casali. 

Il reparto si farebbe dalla Deputazione del Regno secondo 
r ultima numerazione d'anime del 1681 , e le prime due rate si 
esigerebbero a tenore di quella. A regolar più equamente in 
appresso la distribuzione de' pubblici carichi fra le diverse Co- . 
munita , si stabiliva però di eseguirsi , a cura della Deputazione 
medesima , un censimento novello : e conforme a' risultati di 
questo si riscoterebbe la terza rata (1). 

La seduta seguente si consacrò da' tre Bracci a discutere 
sulle proposte da rassegnarsi al re. Certo le parole di Vittorio 
Amedeo schiudevano largo campo a riforme possibili ; ma sa- 
rebbe vano il cercare e pretendere oggi ne' lavori di quel Parla- 
mento più che allora non consentissero i tempi. Delle proposte 
fatte , talune ci si mostrano buone e assennate ; altre odorano 
naturalmente d'interessi di casta, di pregiudizi e di errori 
economici. Il Parlamento chiedeva, per la retta amministra- 
zione della giustizia , che si togliesse la moltiplicità de' fòri 
privilegiati e il numero infinito de' foristi ; che, secondo la loro 
natura, si fissasse un termine alle liti, in guisa da non eter- 
narsi ne' Tribunali , e che si richiamassero all' uopo in esatta 
osservanza i Capitoli e le Prammatiche vigenti. Chiedeva , in 
quanto al commercio, che si provvedesse a regolare in Mes- 
sina l'esercizio della scala franca, eliminando gì' inconvenienti 
che finora erano stati d' impaccio alle navi straniere ; che si 
rompessero i vincoli posti alla estrazione de' prodotti indigeni 
esuberanti allo interno consumo; che, invece, si proibisse la 
immissione delle derrate forestiere, il cui introdursi nocesse 
alle proprie, come era avvenuto per gli zuccheri, di cui gia- 
cevano abbandonati tutt'i trappeti ad eccezione di tre; che la 
stessa proibizione si estendesse alle manifatture straniere , e , 
per avanzare le proprie , si provvedesse ad attirare operai da 
fuori, i quali istruissero e perfezionassero i regnicoli; che si 
promovesse la istituzione di una o più Compagnie di negozio. 
In quanto al pubblico insegnamento , chiedevasi che , come vi 
erano seminarli per la gente mezzana e bassa , si fondasse un 
convitto pe' nobili, ove si educassero alle scienze e alle arti 

(1) Reg. del Protonotaro , voi. cit. , pag 70-81. Mongitore, Paì-l.,T. II, 
pag. 131-139. Stellardi , voi. I, pag. 121-127. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 307 

cavalleresche. Altre domande furono: che dove il re fosse obbligato 
a privare il regno della sua presenza, e dove (stando egli assente) 
s' istituisse presso a lui un Consiglio per gli affari di Sicilia, si 
riserbasse uno de' posti di Consigliere ad uno de' baroni titolati ; 
che si mantenessero illese e si tutelassero efficacemente dal re 
le prerogative dell'Apostolica Legazia e le immunità del regno 
in materia di giurisdizione ecclesiastica ; che , promovendo i 
regnicoli alle dignità ecclesiastiche , il re nel presentare alla 
Santa Sede soggetti meritevoli del cappello cardinalizio, avesse 
l'occhio a' Siciliani e, in ispecie , a' nativi Palermitani; che 
malgrado il privilegio di non esiraregnarsi i naturali del 
paese , anelando però tutti di servire Sua Maestà , il re si de- 
gnasse formare uno o più reggimenti di fanteria e cavalleria 
siciliana per valersene ovunque a suo piacimento , ed una 
Compagnia di Guardie del Corpo di cadetti di cospicue famiglie , 
con Ufficiali siciliani ; che con esplicite norme si ponesse modo 
al fasto esorbitante e alle profuse e inutili spese de' privati ; 
che si limitassero ugualmente le doti eccessive solite costituirsi 
ne' maritaggi ; che si stabilisse di non pagarsi duplicato relevìo 
alla Corona in caso di successione di feudi in linea trasversale; che 
si riparasse all'abuso delle esenzioni de'chierici in danno delle 
gabelle regie o municipali e in pregiudizio de' contribuenti po- 
veri , non che ad ogni altro abuso da' chierici generalmente 
commesso contro i regii interessi , e contro quelli di molti 
soygiogatarii ed Opere pie ; che nella squadra delle galere del 
regno si conservassero alla capitana Milizia le preminenze e 
onorificenze di che aveva sempre goduto. Non mancò di aggiun- 
gersi una domanda perchè dal re , a tempo proprio , si faces- 
sero pratiche presso la Sede Apostolica per la canonizzazione 
di alcuni Santi siciliani. 

Nell'ultima seduta del 4 marzo i tre Bracci passavano alla 
nomina de' Deputati del Regno, da durare per un triennio, 
eleggendone quattro per ciascun Braccio (1). Indi i capi di cia- 
scun Braccio , con parecchi de' rispettivi membri, si conduceano 
a Palazzo , nella camera di parata ; dove i detti tre capi , cioè 
l'Arcivescovo di Palermo capo del Braccio Ecclesiastico , il 
Principe di Butera capo del Braccio Militare o Baronale , e il 

(1) Reg. del Protonotaro , voi cit. , pag. 79-81. Presso Stellardi, 
voi. cit. , pag 127-12S. 



308 LA SICILIA 

Pretore di Palermo capo del Demaniale , collocavansi di fronte 
al soglio : e, a nome di tutti, l'Arcivescovo in termini rispettosi 
esponeva le offerte del Parlamento. Il re ordinò al Protonotaro 
di leggerne il corrispondente atto ; e , terminata la lettura , il 
Protonotaro chiese a Sua Maestà se si degnasse accettare colle 
condizioni e nelle maniere fissate. Il re consenti , e manifestò 
a' Parlamentarli presenti i segni del suo gradimento : in quanto 
alle proposte della nazionale rappresentanza , provvederebbe ap- 
pena ne avesse intesa la relazione dal Protonotaro (1). 



V. 



Sciolto II Parlamento, il re conferiva il gran collare dell'An- 
nunziata a' principi di Butera e di Cattolica e al marchese 
di Geraci : creava Gentiluomini della sua Camera i principi di 
Roccaflorita , di Villafranca , di Carini , di Scordia , di Pala- 
gonia , di Raffadali , di Resuttano , i duchi di Angiò e della 
Grazia e il conte San Marco (2) : il principe di Villafranca era 
inoltre eletto Capitano di quella Compagnia siciliana di Guar- 
die del Corpo, la di cui istituzione erasi chiesta dal Parlamen- 
to, e che, composta di quaranta giovani patrizi, sarebbe per 
figurar come terza dopo la Piemontese e la Savoiarda (3). Cosi 

(1) Regola da osservarsi nel giorno della stipulazione dell' atto del 
Parlamento , ne' reg. del Prot. , voi. cit. , pag. 66-67. - I Capitoli votati 
dal Parlamento del 1714 , insieme alle regie decretazioni cadute su' mede- 
simi in data del 14 aprile di quel!' anno , non si trovano ne' registri del 
Protonotaro , voi. cit. , dove invece dal foglio 82 al foglio 102 si veggono 
alcune carte in bianco , riservate evidentemente ad accogliere il testo di 
quel documento , che non fu registrato di fatto. Non si trovano nemmeno 
ne' registri della Regia Cancelleria, dove nel registro dell'anno VII, 
Ind. 1713-1714 si osservano bensì strappati i fogli da num. 170 a num. 224. 
E la stessa mancanza è fra le scritture superstiti della Deputazione del Re- 
gno , conservate nell' Archivio di Stato in Palermo. - Il Di Blasi ( Storia 
Cronologica de' Viceré, lib. IV, cap. IV, e Storia Civile, lib. XII, cap. IV) 
attesta la inesistenza di que' Capitoli anche al suo tempo. - Lo Stellardi 
potè ricavarli dagli Archivi di Torino , e inserirli nella sua Raccolta , voi. I , 
pag. 129-135; ma, per un errore materiale, ne riferì la provenienza agli 
Archivi di Palermo. 

(2) MoNGiTORE , Vili , pag. 203. - Giardina , pag. 73-74. 

(3) Palermo , 2 aprile 1714. Presso Stellardi , voi. 1 , pag. 210. 



SOTTO VITTORIO A^rKDF:0 DI SAVOIA 300 

all'elemento paesano si apriva una breccia nella corte del nuovo 
signore: se nonché nell'indirizzo pratico del Governo un diverso 
elemento , 1' un dì più che l'altro , acquistava il di sopra. Col 
ministro Carron di San Tommaso, Savoiardi e Piemontesi co- 
loro eh' empivano gli uffici nelle Segreterie di Palazzo. Fin 
da' primi tempi la suprema ispezione delle finanze passava al 
conte Fontana, capo dell'azienda militare in Piemonte, ve- 
nuto a raggiungere il re in Sicilia e assunto a compier le parti 
di Conservatore presso il Tribunale del Patrimonio (1). Alla 
detta carica di Conservatore nominavasi quindi provvisoria- 
mente un Serpellani, Prefetto e Intendente di Vercelli (2) , ma 
il Fontana serbava la sua alta giurisdizione sulle cose finan- 
ziarie neir isola : come sul Tribunale del Patrimonio e sulla 
Deputazione del Regno, estendeva la propria autorità sull'azienda 
civica della Capitale, cioè sul Senato e sulla Deputazione di 
Nuove Gabelle , e , senza preciso e determinato ufllcio , diveniva 
una specie di tutore universale in materia economica. La dire- 
zione della Tesoreria Militare e della casa del re era di un 
certo Gauthier. Il re avea di buon'ora vólto il pensiero al navilio 
dell'isola, ordinato la costruzione di una nuova galera e di 
una fregata di quaranta cannoni, concepito larghi disegni per 
la costruzione di vascelli (3) ; ma la nomina di comandante ca- 
deva sopra un Fra Ottavio Emanuele Scarampi del Cairo, 
cavaliere di Malta (4). La carica di Consultore, importante 
per l'accesso ne' collegi giudiziari e nel Sacro Consiglio, si 
conferiva ad un certo Borda (5); quella di Direttore dell'Uffi- 
cio Generale del Soldo, cioè di pagator generale delle truppe, 
ad un conte Bolgaro (6); l'amministrazione di tutto ciò che 
attenevasi alla marineria e all'arsenale, a un Osasco (7). Un 
Consiglio per gli affari di Artiglieria , fabbriche e fortificazioni 

(1) Palermo, 12 marzo 1714. Presso Stellarci , voi. Ili , pag. 12 e segg. 

(2) Palermo , 15 aprile 1714. Ivi , pag. 23. 

(3) Conto del Direttore della regia Tesoreria di niilisia per l'anno 1714. 
Ivi, pag. 317. 

(4) Palermo , 30 marzo 1714. Ivi, pag. 312. 

(5) Questi figura già prima come Consultore in atti officiali , ma il di- 
spaccio formale di nomina appare spedito in Messina a 12 maggio 1714. 
Presso Stellardi , voi. I , pag. 193. 

(6) Messina , 22 agosto 1714. Presso Stellardi , voi. III , pag. 34-35. 

(7) Istruzioni del re al conto Maffei. Presso Stellardi , voi. I , pag. 169. 



310 LA SICILIA 

militari, che s'istituiva in Palermo, dovea dipendere da quello 
di Torino; e non v'entrava un solo Siciliano (1). Certo avvo- 
cato Carlo Maurizio Trans , Prefetto di Nizza , ponevasi a capo 
della Regia Giunta di Messina (2), la quale, oltre i redditi or- 
dinari della Corona, amministrava nella detta città i beni con- 
fiscati a' ribelli del 1674 e il patrimonio confiscato alla città 
medesima: durava poco in quell'impiego, ma per cederlo a 
un altro piemontese, il Prefetto Irano (3). Sotto la indicata 
Giunta, in qualità di reggitore provvisorio delle dogane e Se- 
grezie locali , collocavasi certo Spirito Maria Monza (4) : costui 
erasi fatto espressamente venir di terraferma ad invito del re , 
il quale, considerando i prodotti che la Sicilia esportava, e quelli 
che importava da fuori, aveva divisato l'idea di un commercio 
da esercitarsi nel suo sovrano interesse, e scritto in Torino 
perchè gli si spedisse persona capace di ben guidare l'impre- 
sa (5) ; gli si spediva il Monza (6) ; e aspettando la opportunità 
di valersene all'uopo, gli si affidava per ora quella carica. 
Anche il comando del porto di Messina toccava ad un Giu- 
seppe Ferrerò, antico Mastro di artiglieria (7). Nel recesso 
dell'antica magistratura forense introducevasi di que' nuovi 
arrivati un marchese Graneri (8); e quel Trans, della Re- 
gia Giunta di Messina, ci ricomparisce col titolo di Avvo- 
cato Fiscale (9). Massime, tradizioni, abitudini in tutti co- 
storo (come può di leggieri pensarsi) accordavansi poco cogli 
ordini esistenti in Sicilia, senza dir del sussiego che recavano 
naturalmente con sé , di cert'aria magistrale , e di certa minu- 
teria compassata che di tutto ingerivasi e trovava tutto a rad- 
drizzare e correggere. Né era che la (capacità ed il merito 
mancasse ne' più: di quel Graneri, salito in appresso alla Pre- 
Ci' Messina 10 luglio 1714. Presso Stellardi , voi. Ili , pag. 323. 

(2) Messina, 2 agosto 1714. Presso Stellardi , voi. II, pag. 393. 

(3) Istruzioni del re al conte MafFei. Presso Stellardi , voi. I , pag. 170. 

(4) Ivi , pag. 174. 

(5) Palermo, 11 novembre 1713. Lettera del re al conte di Vernone. 
Presso Stellardi, voi. II, pag. 2.:)8, nota 32. 

(6) Lettera del re del 13 gennaio 1714. Ivi , pag. 258-259 

(7) Messina, 28 agosto 1714. Presso Stellardi, voi. Ili, pag. 107. 

(8) Palermo, 4 dicembre 1713. Presso Stellardi, voi. II, pag. 399.^ 

(9) Como tale figura già in un dispaccio dato a Messina il 19 mag- 
gio 1714. Presso Stellardi , voi. II, pag. 405. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 311 

sidenza del Senato di Piemonte , restò proverbiale colà la in- 
tegrità e la fermezza nell'esercizio della toga ; uno Zoppi di 
Alessandria, venuto anch'esso cogli altri, potè degnamente 
ascendere poi a sommi onori in Torino : pure la necessità delle 
cose dovea renderli non troppo accetti nell' isola. E col desi- 
derio di bene, onde mostravasi sinceramente animato, Vittorio 
Amedeo non pareva tener conto bastevole degli umori di un 
popolo geloso del suo essere e della sua dignità, portato làcil- 
mente a risentirsi e adombrarsi. 

Per genio e pe' suggerimenti ricevuti dall'Apary, il re in- 
tendeva ridurre a più semplice assetto l'amministrazione dello 
Stato , cercare opportuni risparmi ov'era spreco superfluo , sop- 
primere inutili uflìcì : e ne troviamo la prova in certi statuti 
disciplinari ed organici saviamente dettati pel Tribunale del 
Patrimonio (1). In conformità al voto espresso testé dal Par- 
lamento, seguiva a 9 aprile la pubblicazione di una Pramma- 
tica relativa al lusso. Era una nuova legge suntuaria, desti- 
nata a crescere il numero delle altre che C(ìntava senza prò la 
Sicilia, come ogni altro paese di Europa; e se oggi possia- 
mo gettarvi sopra lo sguardo con una certa curiosità, è solo 
per trovarvi delineati caratteri e costumi del tempo. Stabilivasi 
che nessun cavaliere potesse menar seco attorno per la città 
più di due staffieri o lacchè o schiavi; le dame titolate potes- 
sero agli stallieri aggiunger due paggi ed un bracciere ; i Agli 
minori de'cavalieri titolati non potessero servirsi se non di 
uno staffiere o lacchè o schiavo di quelli del padre : essendo 
però emancipati, potessero tenerne uno in proprio. Vietato il 
condurre per la città più di una carrozza a due cavalli o muli ; 
tanto 1 cavalieri che le dame nel recarsi alle ville o altri luoghi 
esterni potessero bensì usare di mute a quattro od a sei : e dalla 
detta proibizione di aver quattro animali alle loro carrozze 
s'intendessero eccettuati solo gli arcivescovi, i vescovi, e, in 
occasione di pubbliche solennità, il Primo Titolo del regno, i 
Senati Municipali, i Tribunali regii e la Corte Capitaniale di 
Palermo. Proibite le livree gallonate d'oro e d'argento, e di qual- 
sivoglia maniera ricamate. Proibiti i cavalli frigioni e qualsiasi 

(1) Palermo, 12 marzo 1714 Leggonsi stampate presso Stellarci, 
voi. III, pag. 12-19. - Le novità volute dal re corrispondono , più o meno, 
a' consigli dell'APARY nella sua citata Memoria, pag. 64. 



312 LA SICILIA 

genere di cavalli forestieri : e chi li avesse , potesse valersene 
per soli sei anni, dopo fattane però dichiarazione nell'ufllcio 
del Protonotaro. Vietato il dorare carrozze, carrozzine, sedie 
portatili , sedie volanti , sterzini , fuorché i profili dell' intaglio 
delle casse e de' tràini. Non potessero le dame usare di merletti 
forestieri, salvo quelle che godessero libera entrata in corte, 
con questo che non potessero servirsene se non in tale occa- 
sione, né che la spesa superasse la cifra di trenta doppie: alle 
altre dame però e alle altre gentildonne tutte, permesso valersi 
di merletti paesani. Nessun maschio potesse usare negli abiti 
oro né argento, fuorché a' bottoni e alle bottoniere, vestendo 
(quando non fossero di lana) drappi di seta lavorati nel regno , 
e restando concesso lo spazio di tre anni pel consumo delle 
robe guernite d'oro e d'argento a chi se ne trovasse possessore , 
previa la debita dichiarazione. Le dame, benché titolate, non 
potessero sfoggiare oro né argento : bensì a quelle godenti 
accesso alla corte fosse lecito (comparendo colà) usar guarni- 
ture d'oro e d'argento nei nastri per ornamento del capo, nelle 
scarpe e nelle sottanine esteriori, non nei busti, e nelle faldr; 
che dovevano essere di seta nera, salva bensi la proroga di 
tre anni per quelle che possedessero i vestimenti proscritti. 
Divieto a' sarti di prestarsi a lavorarne di nuovi in onta alla 
presente Prammatica, e pena di cinquecento scudi a chi con- 
travvenisse. Intorno a' funerali, confermate le disposizioni del- 
l'anteriore Prammatica del 15 gennaio 1692. Divieto di giuochi 
pubblici di carte , dadi , palle , biribisso e simili , sotto pena di 
tre anni di galera per gì' ignobili e tre di prigionia in fortezza 
pe' nobili; divieto de' giuochi del Seminario di Genova e della 
Estrazione di Milano, precursori del moderno Lotto; permessi, 
invece, que' giuochi ch'erano di onesto sollazzo come il trucco , 
la palla a corda, la palla a mano, il pallone (1). 

Provvedimento più efficace e più serio era la istituzione di 
una Giunta per gli affari ecclesiastici , composta (oltre il Con- 
sultore Borda) di magistrati e giuristi eminenti del regno : il 
Fernandez, il Cavallaro, il Perlongo, il Nigrì, il Pensabe- 
ne (2). Con essa contemporaneamente sorgevane un'altra pei 

(1) Reg. del Protonotaro, voi. cit- , pag. 102-108. Presso Stellarci, 
voi I, pag. 213-218. 

(2) Palermo, 17 aprile 1714. Presso Stellarci , voi. II, pag. 125. 



SOTTO VITTOIIIO AMIODEO DI SAVOIA ol3 

delitti di stato, destinata a procedere ex abrupto , senza for- 
malità di giudizio, ma con obbligo di non pronunciare sentenza 
(meno in casi urgenti) senza averne prima riferito al re (1). 
Questa seconda Giunta avea di mira i timori e i pericoli esterni, 
derivanti non meno dalla forzata condiscendenza di Spagna 
nella cessione dell'isola, che dall'ostile contegno degl'Imperiali 
a Napoli; e il re, poco dopo, credea bene di unire agli altri 
suoi membri quello stesso Pensabene nominato testé , Avvocato 
Fiscale della Gran Corte (2), notissimo per rigidezza inflessi- 
bile spiegata sotto Filippo V ne'processi contro chi cospirasse 
fosse sospettato di cospirare per l'Austria (3). La prima Giunta 
riguardava la gran lite con Roma, che Vittorio Amedeo ere- 
ditava dal precedente Governo. Sulla quale è ormai . tempo di 
fermarci alcun poco, accennandone le cagioni e l'origine, e 
indicando in proposito i pensieri e i divisamenti del re durante 
il suo soggiorno in Sicilia. 



VI. 



È storicamente ben noto come, nel sottrarre l'isola a' Mu- 
sulmani , Ruggiero il Conte istituisse , con ricche dotazioni , 
vescovati e abbazie, fondando, in certo modo, una feudalità 
ecclesiastica accanto alla feudalità militare, venuta su colla in- 
vasione normanna; ed in ciò operasse di pieno e proprio suo 
arbitrio, indipendentemente dal Papato di Roma, il quale, colla 
bolla di Urbano II, conferendogli, per lui e i successori, la 
qualità di Legato Apostolico, ebbe poi a ratificare e riconoscere 
il fatto. Cosi la Corona potè fin da principio esercitare in Si- 
cilia eminente giurisdizione nelle cose ecclesiastiche: giurisdi- 
zione, co' patti tra il re Guglielmo I e Adriano IV pontefice, 
limitata circa alla consacrazione de'vescovi che Roma rivendi- 
cava per sé, ma tuttavia rimasta intera ed illesa sotto i Nor- 

(1) Sotto la stessa data. Presso Stellardi , ivi , pag. 403. 

(2) Istruzioni al viceré Maffei. Pi'esso Stellard/ , voi 1 , pag. 157. 

(3) MoNGiTORE , Diario nella Biblioteca Comunale di Palermo, Qq C. 65 
nella coli, del Di Marzo, voi. VII, pag. 3C2-310. - Diario e narrazione 
istorica ec. , di Benedetto E han'UEle e Vanni marchese di Villabianca. 
Nella coli. cit. del Di Marzo , voi. XII , pag. 201-204-217. 



314 LA SICILIA 

raanni circa alla istitiizioue de 'vescovi stessi e alla decisione 
delle liti di chiericale interesse. Non è che la Curia Romana 
non vegliasse attenta a spiar le occasioni da ritrattare quanto 
avea consentito: ma dopo Celestino III, che poneva a prolitto 
i disastri dell'ultimo re di quella stirpe col riserbarsi l'arbitrio 
di mandare ogni cinque anni un suo Legato nell'isola, Fede- 
rigo lo Svevo ritoglieva e sosteneva con fermo braccio le avite 
prerogative; e dopo Carlo di Angiò, che avea tollerato l'accesso 
di Pontifici Legati in prezzo della investitura ottenuta da Cle- 
mente IV, la rivoluzione del Vespro, in tanti anni di lotta glo- 
riosa e felice, si lev(j a difendere colla emancipazione politica 
le ecclesiastiche franchigie del paese. Queste soffersero qualche 
intacco in trattati, di mera e vana apparenza, che seguirono 
dopo le guerre angioine, le censure prolungate di Roma, e fram- 
mezzo alle vertigini della feudale anarchia. I Martini tornarono 
a ripigliarle non solo, ma aggiunsero legge per la quale le 
bolle e i rescritti di Roma non s' intendessero eseguibili se non 
dietro assenso del re. Lungo il XV secolo l'esercizio della per- 
petua Legazia Apostolica prese forma e nome di Tribunale della 
Regia Monarchia. Filippo II, che per mezzo della Inquisizione 
mandava al rogo gli eretici, negò osservanza nell'isola a tre 
articoli del Concilio di Trento, che pareano lesivi per gli at- 
tributi della Corona; bensì provvide di fatto acciò la Legazia 
fosse esercitata da un prelato, e si troncassero alcuni abusi: i 
quali temperamenti costituirono quella che si chiamò Concordia 
Alessandrina dal Cardinale con cui erasi maneggiata. All'en- 
trare del XVII secolo il Baronio, scrivendo gli Annali della 
Chiesa, tentò d'impugnare l'autenticità della bolla di Urbano; 
ma gli eruditi siciliani risposero, né il Governo mancò di con- 
dannare il libro neir isola (1). E, in sostanza, questi tre punti 
rimanevano bene assicurati e ben saldi nel diritto pubblico si- 

(]) Per le vicende istoriche dell'Apostolica Legazia giova riferirsi a 
quanto ne ragionano l'abate Gjovan Battista Caruso nell'opera pubbli- 
cata postuma in Palermo non prima del 1863 col titolo : Discorso istorico 
apologetico della Monarchia di Sicilia; Agostino Forno , Storia dell' Apo- 
stolica Legazione; Palermo 1800; l'abate Vincenzo Crisafulli, Studio 
sulla Apostolica Legazia, Palermo 1850 ; e più recentemente Michele Amari 
in un bello articolo svàV Apostolica Legazia in Sicilia inserito nella Nuot^a 
Antologia, voi. VI, fase. XI , novembre 1867, e nella sua Storia de' Mu- 
sulmani di Sicilia, voi. Ili , lib. V, cap. 10, pag. 302 e segg. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 315 

ciliano: il 'Tribunale della Monarchia, che importava indipen- 
denza del regno rispetto all'autorità giurisdizionale di Roma; 
il patronato regio esercitantesi jitre ìyroprio nella presentazione 
a' vescovati e a' beneficii e nella facoltà delle regie visite nelle 
chiese del regno; ì'exequatur sugli atti provenienti da Roma: 
e ciò oltre la privilegiata giurisdizione de' Cappellani regii, 
indipendente da quella degli Ordinari diocesani. Il che (riflette 
un valente ingegno siciliano) mentre disputavano altrove i dot- 
tori con sottili e vaporosi arzigogoli intorno a' rapporti tra la 
Chiesa e lo Stato, e se lo Stato fosse nella Chiesa o la Chiesa 
nello Stato, costituiva per la Sicilia l'inestimabile vantaggio 
di una legislazione positiva e di titoli chiari e precisi, ricono- 
sciuti da' Pontefici e accettati dal clero (1). 

La contesa che arse nel secondo decennio del XVIII secolo , 
cominciò da futili motivi; ma trovò alimento nelle vecchie di- 
sposizioni della Curia Romana, in fondo poco amica pur sem- 
pre agli eccezionali privilegi del paese , e nell' indole di Cle- 
mente XI Papa, autore della famosa bolla Unìgenitus , xemxio 
su con idee e con tendenze, le quali, perchè somiglievoli troppo 
a quelle di Gregorio VII e d'Innocenzo III, giiingeano un 
po' viete in Europa. 

Un dispaccio del Tribunale del Patrimonio diretto a mode- 
rare le solite frodi dipendenti dalle immunità de' chierici in 
fatto di gabelle, aveva eccitato in Sicilia le inquietudini di 
taluni fra i vescovi : la prudenza del viceré di allora , in vista 
dell' impegno assunto da quelli perchè le frodi cessassero , il 
portava a sospendere la esecuzione del dispaccio ; quando da 
lieve scintilla si destò grande incendio. Avvenne che nel- 
l'ottobre del 1711 il procuratore del vescovo di Lipari man- 
dasse a vendere in piazza certi legumi provenienti dalle de- 
cime dovute alla Mensa, e che taluni grascini (li chiamavano 
catapani in Sicilia) intendessero riscuoterne , non già la tassa 
da cui si consideravano esenti , ma un certo dritto personale 
per loro che diceasi di mostra donde nato diverbio tra il bot- 
tegaio e i grascini , accordaronsi infine con un pugno di ceci 
che il bottegaio rilasciò in pagamento. Era vescovo un mon- 

(1) Filippo Cordova, / Siciliani in Piemonte , § I. - Questo notevole 
lavoro, pubblicato primamente dall'autore a Torino nel 1852, è stato dopo 
il 1860 due volte riprodotto a Palermo. 



316 LA SICILIA 

signor Niccolò Tedeschi , benedettino di Catania , agguerrito in 
dialettica e teologia scolastica, vissuto in corte di Roma, su- 
perbo , intollerante , bisbetico ; e di quel pugno di ceci fece un 
caso enormissimo, quasi di manifesto attentato alle premi- 
nenze della Chiesa. I grascini rendeano spontaneamente i ceci ; 
ma non bastò allo sdegnoso prelato, il quale pretendea da' Giu- 
rati un autentico documento della violazione arrecatagli e della 
riparazione ottenuta , e contro que' poveri grascini scagliò suoi 
monitori! e quindi la scomunica maggiore. Il governatore lo- 
cale riferi quello scandalo al viceré in Messina; il prelato, a 
sostenere il suo fatto , spedì un canonico , ma il viceré fé' cac- 
ciare in carcere l' insolente inviato : gli scomunicati grascini 
ricorsero al Tribunale della Monarchia, che gli assolse prov- 
visoriamente a cautela {cimi reinciclentla) inculcando al vicario 
del vescovo di mandare gli atti per proseguirsi il giudizio. 
Non ci volle altro per mettere sulle furie il Tedeschi, il quale 
scrisse a Roma contro il Governo e contro il Tribunale, e poi , 
dando le spalle alla propria diocesi , accorreva colà di persona 
a far chiasso. Le relazioni tra la Curia Romana e Filippo V 
di Spagna si trovavano diplomaticamente interrotte a que'gior- 
ni : e i discorsi del Tedeschi , rappresentando e aggravando le 
esorbitanze del Tribunale , il disgusto de' diocesani di Sici- 
lia , e la sicura obbedienza della maggior parte fra essi ai 
cenni che fossero per venire da Roma , animavan la Curia ad 
entrar nella lizza. Ecco , adunque , il 16 gennaio del 1712 , 
una Circolare della Sacra Congregazione della Immunità Ec- 
clesiastica agli ascivescovi e vescovi di Sicilia contro l'abuso 
introdotto « da qualche Tribunale dell' isola » di concedere as- 
soluzione agli scomunicati dagli Ordinari , usurpando una po- 
testà devoluta unicamente alla Santa Sede. Ed ecco quella Cir- 
colare divulgarsi senz'altro per pubblico editto da' vescovi di 
Catania, di Girgenti e di Mazzara, in onta alla massima del 
previo reale exequatur , mentre l'arcivescovo di Palermo , il 
vescovo di Patti e il vicario di Monreale la mandavano all'Av- 
vocato Fiscale del Patrimonio , cui spettava autorizzarla ed 
ammetterla , e mentre l'arcivescovo di Messina , e i vescovi di 
Siracusa e di Cefalù stimavano dal canto loro volgersi diret- 
tamente alla Sacra Congregazione esponendo le pericolose con- 
seguenze a cui potea riuscire quell'atto. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 3l7 

Una discrepanza si palesava così nell'alto clero dell'isola. 
Il viceré Balbases , udito il caso de' tre prelati che si erano 
indotti alla pubblicazione illegale , consultò co' magistrati , e 
fu deciso di richiamarli al dovere , minacciando , al bisogno , 
il sequestro delle temporalità : il viceré scrisse , infatti , per 
ammonirli ; ma risposero che nella Circolare trattandosi di un 
punto dommatico concernente la salute de' Fedeli, non fosse in 
loro arbitrio negarle obbedienza e ritirare l'editto. Una di- 
chiarazione di sessanta teologi, sollecitata dal Governo, os- 
servò invano come la questione fosse essenzialmente giurisdi- 
zionale e non dommatica. Segui a 18 giugno un Breve di 
Clemente XI,checoirautorità pontifìcia approvava la Circolare, 
e scomunicava un canonico della Regia Cappella, delegato dal 
Giudice della Monarchia con alcuni uffìziali e soldati contro il 
vicario di Lipari , il quale continuava a mettere in iscompiglio 
quella Chiesa. Altro Breve diretto all'arcivescovo di Palermo 
gli faceva rimprovero dell' indugio messo alla pubblicazione ; e 
con nuova Circolare il Cardinale Paolucci , Segretario di Stato 
a Roma, uguale rimprovero moveva all'arcivescovo stesso, a 
quello di Messina , al vicario di Monreale , ed a' vescovi di Si- 
racusa, di Cefalù e di Patti. 

Dopo la resistenza di un anno cedevano tutti alla pressione 
romana e alla minaccia di sospensione a divinis • se non che , 
tolti i tre vescovi di Catania, di Girgenti e di Mazzara, non 
v' ebbe altri che osasse formalmente d' insorgere contro un 
regio Bando di aprile 1713 , per cui dichiaravasi nulla la pub- 
blicazione non autorizzata di atti della Curia di Roma, si per 
1 principii inerenti ad ogni società civile , e si pe' concordati 
e pe' diritti particolari della Corona di Sicilia. Il vescovo di 
Catania, monsignore Andrea Riggio, dichiarò, alla sua volta , 
nullo il Bando suddetto in termini ingiuriosi alla sovranità , 
chiamando « temeraria, orrida, scandalosa e perniciosa » la 
dottrina addotta per sostenere V exequatur . Altri disturbi ecci- 
tava nella propria diocesi , onde il viceré fu obbligato ad inti- 
margli lo sfratto. Egli fé' trascinarsi a forza nella nave , e 
pronunciò l'interdetto. Non però si procedette all'incamera- 
mento della Mensa, ma solo al sequestro parziale di alcuni 
effetti , e ciò a solo titolo di cauzione in un giudizio che si 
trovava pendente tra il regio fisco e la Mensa intorno a certe 

Arch. , 3.^ Serie , Tom. XIX. 21 



318 LA SICILIA 

francliigie pretese da questa per estrazione di derrate dal- 
l' isola. 

In virtù di asserto Breve pontificio del 17 giugno qualifi- 
candosi Delegato Apostolico per procedere contro coloro che 
aveano posto l'indicato sequestro, il vescovo di Girgenti, Ra- 
mirez, scomunicò i ministri tutti della Regia Giunta di Mes- 
sina, Anche a costui il viceré dovette a 16 agosto ordinare 
l'uscita dal regno, ed anch'egli proclamava e lasciava dietro a 
sé l'interdetto. Il vescovo di Mazzara, Castelli, per la integrità 
della vita e per non avere partecipato agli ultimi atti faziosi 
de'due colleghi, malgrado le sue idee in materia di regalie, fu 
tollerato e rimase. Non così l'arcivescovo di Messina monsi- 
gnor Migliaccio , che avendo dichiarato scomunicato vitando un 
innocente cavaliere perseguitato fuori della propria diocesi dal 
vescovo di Catania, fu eziandio invitato a partire, ma però 
non interdisse il suo gregge (1). 

Tale era lo stato delle cose quando la Sicilia passava a Vit- 
torio Amedeo: e, senza studio di parti, nessuno potrà negare 
che la provocazione e la sfida fosse al potere civile venuta 
dall'autorità ecclesiastica con una condotta aggressiva, violenta, 
contraria agli ordini e agli usi stabiliti da secoli. 



VII. 



Nel tempo corso fra i preliminari segnati ad Utrecht e l'ef- 
fettivo possesso preso da Vittorio Amedeo, la Curia Romana 
avea naturalmente profittato di quella specie d' interregno onde 
spingersi a passi più arditi , confidando che i vecchi governanti 
non contrasterebbero molto e che il nuovo finirebbe per adat- 
tarsi. Un duca di Savoia destinato al trono dell' isola pareva , 
più che un re di Spagna, facile a piegare ed a vincere; anzi 

(1) Sul principio di quelle vertenze si veggano Caruso , Discorso Isto- 
rico , art. V, pag. 139-157, e una Veridica relatione e confronto de' pro- 
cedimenti delle due Corti di Roma e di Sicilia , stampata a Palermo 
nel 1715, e quindi ristampata a Torino senza indicazione di anno e di tipo- 
grafia: la di cui prima parte trovasi inserita nella coli. Stellahdi, voi. II, 
pag. 9- 10. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 319 

nelle idee di Clemente XI una nuova pretesa entrava a com- 
plicarsi a quelle controversie giurisdizionali : la pretesa di una 
imaginaria sovranità sulla Sicilia, talché si sarebbe negato a 
riconoscere il novello principe finché non avesse costui doman- 
dato e ottenuto la corrispondente investitura. La signoria feu- 
dale de' Papi potea, più o meno, riferirsi a titoli antichi per Pu- 
glia e Calabria sotto i primi Normanni : per Sicilia non già ; 
nò la investitura concessa a Carlo di Angiò anche per l'isola, 
né i vincoli voluti imporre dalla Curia Romana nel 1302 e 
nel 1372 a due principi della dinastia Aragonese contro le leggi 
fondamentali del regno, ebbero qui a riconoscersi siccome 
buone e obbligatorie ragioni : e d' iùvestitura e di omaggio 
de' re di Sicilia non ebbe, giù da' Martini, a disputarsi più 
mai. Or però si contava sulle malferme condizioni del nuovo 
dominio, sugl'incerti umori del paese; e a que'giorni trovan- 
dosi in urto co'principali Potentati cattolici , intendeva la Curia 
sperimentare le sue armi sul più debole (1). 

Aveva, dunque, preso le sue misure in modo che poco innanzi 
l'arrivo del re dovesse essere presentato all'arcivescovo di Pa- 
lermo un Breve di Sua Santità , che , sotto pena di sospensione 
a dììTìnis incurrenda ipso facto, inculcavagli di adottare pro- 
cedimenti conformi a quelli de'diocesani di Catania, di Girgenti 
e di Messina. Con ciò volevasi costituire l'arcivescovo nella 
necessità di essere espulso dalla propria sede e dal regno, e 
nel caso quindi di fulminare l' interdetto ancor egli , si che 
potesse derivarne qualche grave imbarazzo al ricevimento del 
re, fors'anche qualche fomite ad un'aperta sedizione. Un altro 
vantaggio speravasi, ed era che non trovandosi presente l'ar- 
civescovo al giungere di Vittorio Amedeo, non si potesse dar 
luogo alle formalità e solennità indispensabili, tanto rispetto 
alla sagra del re , che alla convocazione del Parlamento e alla 
prestazione del giuramento di fedeltà. Se non che la barca ap- 
portatrice di quel Breve sommergevasi per fortuna di mare (2). 

(1) Roma . 21 ottobre e 2 dicembre 1713. Dispacci dell' abate Del Maro 
Doria al re. Presso Stellardi , voi. II, pag. 19-20, 21-24. 

(2) Dispaccio dello stesso, del 13 ottobre 1713. Questo dispaccio non va 
compreso nella raccolta dello Stellarci ; ma leggesi ( estratto dagli Ar- 
chivi di Torino) presso Carutti , St. cit., cap. XIX, pag. 376- e presso 
Caruso, op, cit., art. VI, pag 159. 



;120 L A S I e I L I A 

L'abate Del Maro Boria, regio incaricato a Roma, erasi 
proposto di tastare il terreno ; e , malgrado qualche amichevole 
dimostrazione del Cardinale Paohicci , ebbe a trovarlo assai 
duro (1). Venendo a raggiungere il re in Sicilia, il conte An- 
nibale Maffei avea, per volere di lui, veduto il Papa, il Segre- 
tario di Stato, il Cardinale Albani e don Alessandro Albani, 
nipoti di Clemente XI : e non gli erano mancate cortesi acco- 
glienze, ma fiutava nell'aria sinistri propositi (2). « Giornal- 
mente si accrescono » scriveva il Del Maro « i motivi di credere 
che, non ostanti le belle parole date dal Papa al conte Maffei, 
egli stia in imminente disposizione di portare allo estremo i 
consaputi impegni , e che sia già fissata la Bolla in odio della 

Regia Monarchia Sua Santità non si è vergognata di dire 

al Cardinale Acquaviva che tutte le notti le apparisce lo spirito 
del fu Cardinale Tommasi , il quale viene a stimolarla, sotto 
pena di dannazione , a distruggere la detta Regia Monar- 
chia» (3). A 13 ottobre eransi già promulgate lettere monito- 
riali contro il Giudice della Monarchia, monsignor INIiranda, 
e un certo Bugilo, suo delegato, decano della Metropolitana 
di Messina, nelle quali lettere accennandosi alla Monarchia, 
non si specificava altrimenti che « come asserto e supposto 
Tribunale » (4); dal Segretario di Stato chiamati a Roma i 
Procuratori Generali de'varì Ordini religiosi, erasi imposto 
loro di mandare istruzioni a'propri dipendenti in Sicilia per la 
rigorosa osservanza degi' interdetti nelle due diocesi di Catania 
e di Girgenti (5) : aggiungevasi un Breve consolatorio del Papa 
diretto a tre vicari generali di Girgenti, nominati, partendo, 
dal vescovo per surrogarsi l'un l'altro-, e successivamente ar- 
restati dal Governo anteriore, espresso il detto Breve in parole 
che sarebbero convenute a' martiri delle prime persecuzioni 



(1) Disp. cit. del 21 ottobre e 2 dicembre 1713. 

(2) Roma, 17 dicembre 1713. L'abate Del Maro al re. Presso Stel- 
LARDi, voi. cit. , pag. 24-27. 

(3) Ivi, 24 dicembre 1713. L'abate del Maro come sopra. Presso Stel- 
LARDi , voi. cit., pag. 27-28. - Il Tommasi era un porporato siciliano, morto 
Tanno innanzi in fama di gran dottrina e in odore di santità. 

(4) Disp. cit. del 17 dicembro. 

(5) Istruzioni mandate da' Procuratori Generali in Sicilia , presso Stel- 
L.\RDi, voi. cit. , pag. 73-74. 



SOTTO VITTORIO AMIIDEO J)I SAVOIA 321 

cristiane (1) ; e veniva , per ultimo , il divieto di pubblicarsi in 
Sicilia la solita Bolla della Crociata, pe'di cui proventi, destinati 
al mantenimento delle galere che doveano proteggere l' isola 
contro gì' Infedeli , militavano a favore di Vittorio Amedeo le 
stesse ragioni valse in prò de'precedenti sovrani (2). A rimet- 
tere un po'di calma nelle interdette diocesi il re (come innanzi 
toccammo") avea di buon'ora mandato colà delegati speciali: 
don Francesco Barbara, abate di Santa Lucia e regio Cappel- 
lano, in Catania, unitamente a don Ignazio Perlongo (3); in 
Girgenti il giudice della Gran Corte don Tommaso Loredano (4) : 
erasi con ciò limitato a qualche confinamento di preti e di frati 
più agitatori e più torbidi; ma sentiva le difficoltà crescenti, 
ed aveva assai volentieri accolto la offerta del Cardinale La Tre- 
mouille, il quale gli aveva esibito adoprarsi per mitigare e ti- 
rare il Papa a ragionevoli termini (5). A sollecitazione del re , 
nel senso di esprimere le conciliatrici sue brame, scrivevano 
al Papa e al Cardinale Paolucci l'arcivescovo di Palermo e gli 
altri vescovi presenti in Sicilia (6). Sventuratamente ^ofl3avano 
a Roma nel fuoco i tre vescovi esiliati. Tedeschi, Riggio e Ra- 
mirez ; de'quali il Del Maro ci dipinge quello di Lipari siccome 
« cabalista, astuto, ambizioso, maligno, impaziente di ridursi 
.a vivere sopra uno scoglio , e persuaso , ingarbugliando le cose , 
di fare gran sbalzi e riuscir Cardinale, dotto peraltro, disin- 
volto e cortigiano all'uso di Roma in grado supremo », quello 
di Catania « ignorante , borioso , violento , operante senza fine 
preciso », quello di Girgenti « assai dotto, ma rozzo e ostinato, 
e ad esso il Papa mostrava maggiore affetto e confidenza, e 
forse ne avrebbe fatto un Cardinale » (7). Formava eccezione 
l'arcivescovo di Messina monsignor Migliaccio, diverso da'com- 
jjagni, trascinato suo malgrado in quella condizione di esule 



(1) Caruso , op. cit. , pag. 160. 

(2) Lo stesso , pag. 161. 

f3) Disp. cit., del 24 ottobre 1713 , presso Stellardi, voi. II, pag. 35. 

(4) Disp. cit. , del 5 dicembre 1713 , presso Stellardi , voi. cit. , p. 44-45. 

(5) Palermo , 25 dicembre 1713, Il re all' abate Del Maro. Presso Stel- 
lardi , voi. cit- , pag. 132-134. 

(6) Caruso , pag. 168-169. 

(7) Roma , 10 dicembre 1713. L' abate Del Maro al re. Presso Stel- 
lardi , voi. II, pag. 130-131. 



322 LA SICILIA 

dal vescovo di Catania, di giusta e moderata natura, e che 
« non avendo messo l' interdetto nella sua diocesi, pareva avere 
dimostrato minor zelo per le pretese della Santa Sede, sì che 
era riguardato con altri occhi , e non era consultato , né chia- 
mato alle Congregazioni, né carezzato al pari degli altri » (1). 
Clemente XI ricusò di ricevere la lettera del re con cui gli 
dava notizia del suo incoronamento (2); e avendo il La Tre- 
mouille cominciato le sue pratiche perchè, si accordassero a 
Vittorio i soliti profitti della Crociata, il Segretario di Stato 
Paolucci gli manifestò avergli il Papa lasciato intendere , in 
maniera enigmatica, che lo avrebbe fatto si veramente che il 
re, com'era di dovere, si determinasse a prendere la investi- 
tura dalla Santa Sede (3). A 25 gennaio del nuovo anno 1714 
scoppiò il fulmine della scomunica contro il Giudice della Mo- 
narchia e contro coloro che aveano per parte del Governo re- 
cato la intimazione del bando all'arcivescovo di Messina e al 
vescovo di Girgenti. Il re divisava di spedire a Roma , per veder 
modo d'intavolare una trattativa diretta, l'abate don France- 
sco Barbara; ma il Cardmale Paolucci, sulla considerazione 
che si pensava di dover quanto prima scomunicare anche costui 
per la regia delegazione esercitata in Catania, dichiarava che 
non sarebbe ricevuto (4). Un Breve del 14 marzo, clandestina- 
mente diffuso nella diocesi di Girgenti , dichiarava emanato 
d'ordine di Sua Santità l' interdetto posto dal vescovo , e minac- 
ciava di censura i canonici che avevano eletto un Vicario Ca- 
pitolare ; quindi a 28 aprile seguiva una Circolare del Cardinale 
Paolucci a'prelati del regno che vietava di concorrere al dona- 
tivo straordinario votato dal Parlamento (5). Esitando il Giu- 
dice della Monarchia (lo spagnuolo Miranda) al colpo cascatogli 
addosso , il re non gì' impedi di partire ; si oppose anzi , per 
allora, ad una vigorosa protesta che contro gli atti di Roma, 
e a favore della inviolabilità dell' exequatur , consigliavano i 

(1) Ivi. E similmente nel citato dispaccio del 2 dicembre 1713. 

(2) Palermo, 24 dicembre 1713. Presso Stellardi , voi. I, pag. 94. - 
Caruso , pag. 164. 

(3) Roma , 4 gennaio 1714. L'abate Del Maro al re ; presso Stellardi , 
voi. II, pag. 135-137. 

(4) Roma, 4 marzo 1714. Presso Stellarci, voi. II , pag. 344 , nota-21. 

(5) Roma, 28 aprile 1714. Presso Stellarci, voi. Ili, pag. 197. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 323 

magistrati dell' isola (1) ; e, nel chiamare il Longo al posto del 
Miranda, gli die precise istruzioni di levare ogni appicco, nello 
esercizio della carica, a più o men fondate doglianze della Curia 
Romana (2). Il La Tremouille non lasci^iva d'altro canto d'in- 
sistere nelle insinuazioni pacifiche, onde il Paolucci veniva a 
scrivergli in nome del Papa non poter ammettersi negoziati 
sulle pendenze di Sicilia se non fissi i preliminari seguenti: 
richiamo de'vescovi e degli altri ecclesiastici espulsi; libera- 
zione degli arrestati ; rimozione degli ostacoli posti alla osser- 
vanza degl'interdetti: rimanendo, dopo questo, a pieno bene- 
placito di Sua Santità disporre e fare quanto credesse (3). Il La 
Tremouille , nel rimettere siffatta nota all'abate Del INIaro, la tem- 
perava colla dichiarazione che, giusta quanto aveva egli potuto 
udire dal Papa e da' Cardinali Paolucci ed Albani , la prima idea 
(giovandosi della fine del dominio de' re di Spagna in Sicilia) 
sarebbe stata di sopprimere addirittura il Tribunale della Mo- 
narchia; ma che, a riguardo di Sua Maestà, era il Papa de- 
clinato da tale proposito, e si uniformerebbe a'propri anteces- 
sori da cui erasi sofferto il Tribunale anzidetto, desiderando 
solo che dal re si aprisse una porta affinchè la corte di Roma 
fosse con onore potuta uscir dall' impegno (4). 

Il re , che aveva di proprio impulso richiamato intanto l'ar- 
civescovo di Messina, pregava il La Tremouille di formu- 
lare un progetto , il quale a 3 maggio 1714 era da costui con- 
segnato al Cardinale Albani: e riducevasi a ciò, che esso La 
Tremouille indurrebbe il re alla revoca degli atti seguiti in Si- 
cilia ove Sua Santità consentisse anche la revoca di quelli 
de'vescovi di Girgeuti e di Catania, e della stessa corte di 
Roma ; libero quindi il ritorno degli espulsi prelati , e il Papa 
concederebbe al re la continuazione della Crociata come per 
l'addietro. L'Albani indugiò a porgere una risposta definitiva, 
nel quale intervallo il Papa chiese il parere di una Congrega- 
zione straordinaria di Cardinali sul punto di dovere o no re- 
cedere dalla divisata abolizione della Monarchia : la Congrega- 
zione fu per un amichevole componimento ; non però calava 

(1) Caruso , pag. 164. 

(2) Palermo, 10 api-ile 1714. Presso Stellardi , toI. II, pag. 112-114. 

(3) Caruso , pag. 169-170 

(4) Lo stesso , pag. 170. 



324 LA SICILIA 

Clemente XI , anche dopo che Francia e Spagna si erano date 
a brigare per l'accordo. A 26 luglio la risposta fu che persiste- 
vasi nelle umilianti condizioni comunicate dal Paolucci al La 
Tremouille (1). Intermessa la pratica , non si ristette il La 
Tremouille dal ricorrere a un altro espediente : e propose 
a' vescovi espulsi il ritorno nel regno , accompagnati e racco- 
mandati da sue lettere al re , con che . di fatto , verrebbe a 
cessar l' interdetto. Il vescovo di Catania disse che ne parle- 
rebbe al Papa : il La Tremouille ne mosse al Papa discorso ei me- 
desimo. Clemente XI consultò la solita Congregazione , e que- 
sta fu anche allora favorevole alla pace : nondimeno si ebbe de- 
cisa manifestazione dal Paolucci che non potrebbe assentirsi il 
ritorno de' vescovi se non accettati gli altri articoli voluti da 
Sua Santità. Il re , lungi dal disapprovare l'opera del La Tre- 
mouille , vi aggiunse di suo la liberazione de' tre vicarii di 
Girgenti che tuttavia rimanevano in carcere (2). Ed anche in 
tutto ciò dovrà riconoscersi evidente come la durezza ed il 
torto stessero dal lato di Roma , una pieghevolezza spinta 
agli ultimi limiti da quello del Governo. 

VIII. 

Su'primi di aprile la reggia avea preso il bruno per la morte 
della regina Maria Luisa di Spagna, figliuola di Vittorio Ame- 
deo (3). Indi il re deliberava un viaggio a Messina per 1' in- 
terno dell' isola : lo avrebbe scortato il civile e militare suo 
sèguito, ma provvedeva perchè in assenza di lui continuasse 
in Palermo la giurisdizione ordinaria de'magistrati (4): e, nel 
noto e deplorato difetto di buone strade a ruota, la mattina 
del 19 usciva egli a cavallo da Porta Nuova, la regina e le 
sue dame in lettiga. Alla Bagheria smontarono al casino del 
principe di Butera , ove ammisero alla loro tavola le princi- 
pesse di Butera e di Cattolica (5). Battendo la via delle mon- 

(1) Caruso, pag. 172-179. 

(2) Ivi, pag. 180-182 

(3) MoNGiTORE , voi. Vili , pag. 203-205. 

(4) Palermo, 17 aprile 1714. Presso Stellardi , voi. II, pag. 403. 

(5) MoNGiTORE, VIII , pag. 202. - Giardina , pag. 77-78.* 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 325 

tagne, furono appena di passaggio in Catania. Giunsero a 
Messina il 2 maggio. 

Priva del suo Municipio fin dal tempo della reazione spa- 
gnuola del 1679 , e caduta sotto l'amministrazione del fisco , 
Messina non potè celebrare con pompe l'arrivo del re. Vittorio 
volle dar segno di compiere rispetto alla illustre e infelice 
città un atto di riparazione trascurato dal suo predecessore Fi- 
lippo V , il quale avrebbe pur dovuto mostrarsi indulgente 
verscj una rivolta condotta sotto gli auspicii di Luigi XIV suo 
avo; e con dispaccio dato il primo giugno rendeYa (concedeDa 
secondo la frase officiale) alla magistratura civica il titolo di 
Senato, talché gli Eletti nell'avvenire si chiamassero Giurati 
o Senatori, ed usassero toghe, insegne e onorificenze corrispon- 
denti : il Procuratore della città portasse nome di Sindaco, e la 
rappresentanza della città in Parlamento avesse luogo immediato 
dopo quella di Palermo (1). Se non che il governatore militare , 
sostituito nel 1679 all'antico Stratigoto , rimase qual'era ; ri- 
mase la Giunta incaricata di amministrare , co' beni degli an- 
tichi ribelli , anche il patrimonio e le rendite che non torna- 
vano al Comune. Per far cosa grata al minuto popolo, il re 
(lis|)0se che dalla detta Giunta, arbitra fra l'altre cose del pe- 
culio frumentario, si scemasse il prezzo del pane (2). Per gradire 
alla nobiltà , elesse in quella quattro Gentiluomini della sua Ca- 
mera (3). E con appositi ordini inculcava la conservazione e la 
osservanza del privilegio pel deposito e mercato della seta (4) , 
limitandolo però alle sole terre del distretto e costretto (o); dava 
norme precise pel buon servizio del porto, del Lazzaretto, della 
scala franca e del portofranco (6) : nel che secondava un'altra 
raccomandazione dell' ultimo Parlamento. 

(1) Presso Stell.\rdi , voi. I, pag. 280-281. 

(2) Messina, 1.° giugno 1714. Dispaccio presso Stellardi , voi. cit. , 
pag. 282-285. - Bando dato ivi a' 6 giugno del detto anno. Presso Stel- 
lardi , voi. III, pag. 87 

(3,1 Vitale, La Felicità in trionfo ec, pag 179. 

(4; Messina, 12 giugno 1714. Presso Stell.ardi . voi. Ili, pag. 105-lOG. 

(5) Ivi , 14 giugno 1714. Lettera del re al Senato di Palermo. Presso 
Stellardi , voi. cit., pag. 107. 

(6) Istru:rioni di S. M. al Guardiano del Porto di Messina, date ivi 
a' 15 giugno 1714. Presso Stellardi, voi. Ili , pag. 107-111.- Istruzioni di 
Lazzaretto , Scala e Portofranco della città di Messina. Ivi, 28 agosto 1714. 
Presso Stellardi, voi. UT, pag. 112-166. 



326 LA SICILIA 

Anche in conformità a' voti espressi dal Parlamento, il re, 
fino da' primi giorni del suo arrivo nella detta città, intendeva 
a favorire lo sbocco de' prodotti indigeni; ma le preoccupa- 
zioni dell'epoca si veggono risultare pur sempre da' provvedi- 
menti adottati (1), e poco stante, pel solito spauracchio delle 
carestie , si tornava a inibire la estrazione de' grani (2). Per la 
pubblica azienda, le regole applicate testé al Tribunale del 
Patrimonio estende vansi alla Regia Giunta di Messina (3). Circa 
alla sicurezza interna , Vittorio Amedeo scoteva lo zelo de' ma- 
gistrati , volendo che gli si mandasse nota degli scorridori di cam- 
pagna e de' relativi processi (4) : ed essendogli pervenuta notizia 
di due comitive , apparse l'una nel territorio di Licata, l'altra in 
quello di Monreale e Piana , ordinava che dove i Capitani lo- 
cali non facessero il debito loro consegnando nelle mani della 
giustizia i delinquenti , ne rispondessero colla propria persona 
e col rendere indenni i derubati (5). Efficace e giovevole esem- 
pio fu in proposito quello dato contro il principe di Mezzoìaso , 
imputato di ricettare banditi ne' propri suoi feudi. Ne le atti- 
nenze né il grado valsero a costui perchè non gli si to- 
gliesse , in castigo, il beneficio della Deputazione degli Stati, 
ossia della regia tutela cui si trovavano sottoposti i suoi beni 
a soddisfare i creditori e arrestarne i procedimenti giudiziarii (6); 
e perchè ei medesimo non fosse intimato a costituirsi prigione 
nel castello di Termini (7). Si pensava alle strade; ma era 
d'uopo ben altro che il raccomandare di nuovo a parecchi! Co- 

(1) Regolamento ed istrusloìte per V ufficio eli Maestro Portolano e 
per il governo de' regii Cariratoi, Messina, 13 maggio 1714. Presso Stei,- 
LARDi , voi. cit., pag. 75-83. 

(2) Messina , 6 luglio 1714. Ivi , pyg 97-98. 

(3) Messina, 27 agosto 1714. Ivi, pag. 21-33 

(4) Ivi, 12 giugno 1714. 11 re all'Avvocato Fiscale in Palermo. Presso 
Stellarci , voi. II , pag. 408-409. 

(5) Sotto la stessa data , il re al Tribunale della Gran Corte Criminale. 
Presso Stellardi , voi. I, pag. 233. 

(6) Messina, 10 luglio 1714. Pre.sso Stellardi, voi. 1 , pag. 224. -Pa- 
lermo , 4 settembre 1714. Ivi, voi. II, pag. 410. -Intorno all'origine e agli 
attributi della Deputazione degli Stati si vegga Orlando , Il Feudalismo 
in Sicilia, cap. XI, § VII. Palermo, 1847. 

(7) Biglietto del 10 luglio 1714, a firma del ministro segretario di Stato 
marchese di San Tommaso. Presso Stellarci , voi. II , pag. 466, nota II. - 
MONGITORE , voi. Vili, pag. 210. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 327 

mimi della linea marittima da Messina a Palermo di prestarsi al 
restauro, ordinando che nel termine di quindici giorni fossero 
ridotte tali da potervi correr la posta, e cosi mantenute sotto 
ammenda di onze duecento a carico de' Giurati (1). Con suc- 
cesso migliore sollecitavansi , invece , le costruzioni navali in 
Palermo, per cui si apprestavan legnami dal bosco di Marineo(2). 
Esperti ufficiali visitavano e risarcivano le fortezze : l'armamen- 
to, la belligera educazione dell'isola stava a cuore del re: q, 
lungi di mostrarsi neghittosa e restia, la Sicilia in quel tempo, 
anche fuori delle proprie sue sponde , forniva soldati all' Ordine 
militare di Malta (3) ; e il Parlamento chiedendo la creazione di 
truppe stanziali siciliane, sapea di far cosa popolarmente aggra- 
dita. L'effetto ottenuto diede prova di ciò che in più larga misura 
avrebbe potuto aspettarsi dalle buone disposizioni degli animi : 
in pochi mesi non tardarono a sorgere due compiuti reggimenti 
di fanteria regolare paesana. Dell'uno fu colonnello don Save- 
rio Valguarnera principe di Valguarnera, che lo avea reclutato; 
dell'altro, per la stessa ragione, don Ottavio Gioeni , figlio del 
duca di Angiò , il quale avea con onore militato in Ispagna : e 
presero quindi i nomi di Valguarnera e di Gioeni (4). La Com- 
pagnia di Guardie del Corpo, levata dal principe di Villafranca, 
a 6 luglio (mentr'era il re a Messina) facea di sé bella mostra 
cavalcando per le vie di Palermo (5). 

Veduta la Sicilia da presso, Vittorio Amedeo potè l'un di 
più che l'altro conoscere il pregio del recente acquisto: nelle 
condizioni esteriori di allora non doveva parergli assicurato 
abbastanza; ma importava tirarne il miglior frutto possibile, 
salvo a consigliarsi del resto secondo la fortuna e gli eventi. 
Desideroso di promuovere l'interesse e la utilità dello Stato, 
perchè interesse ed utile proprio, immedesimando lo Stato in 
sé stesso, e cercando risolvere e fare ogni cosa e provvedere 

(1) Messina, 24 maggio 1714. Presso Stellardi , vul III , pag 171. 

(2) Veggansi un dispaccio posteriore del re dato da Moncalieri, 28 no- 
vembre 1714 (presso Stellardi, voi. Ili, pag. 316), e le Istruzioni del 
Contator Generale Fontana al conte Holgaro , date più tardi in Palermo 
a 25 febbraio 1715 (ivi, pag. 52). 

(3) « On peut encore juger de la bravure de cotte nation par les vais- 
seaux et les galeres de Malte , dont tous les soldats sont Siciliens ». Apary, 
Mem. cit. , pag. 80. 

(4) GiARDiNA, pag. 82. (.5) Mongitore, voi. VIII, pag. 209. 



328 LA SICILIA 

ad ogni cosa da sé , nella politica interna il nuovo principe era 
un re del suo tempo, colle personali sue doti e coli* idea del 
potere sovrano quale da mezzo secolo e più in Luigi XIV s' in- 
carnava a Versailles. Senza recargli alcun torto, ci è lecito cre- 
dere che gli ordini rappresentativi trovati nell'isola, e de' quali 
i reami del continente europeo (e, dopo Emanuele Filiberto, il 
suo nativo Piemonte) si erano già sbrigati da un pezzo, non 
l'avessero ammiratore molto caldo e devoto ; ma , avvezzo in 
tanti anni di procellose vicende a navigare fra ben altre diffi- 
coltà ed altri scogli, non se ne dava troppo serio pensiero. 
I Siciliani non potevano a meno d' inchinarsi a quell'abilità 
incontestata, a quella indefessa sollecitudine che dagli affari più 
gravi scendeva alle inezie più esili : il bel parlare , il nobile 
aspetto, il contegno ch'ei procurava serbar d'ordinario mite e 
accostevole, sarebbero valsi eziandio a cattivargli confidente 
affezione ; se non che l'occhio degl' isolani - credeva sempre di 
accorgersi come i più cordiali sorrisi e le più spontanee ca- 
rezze non fossero per loro , ma per quelli che lo aveano d'oltre- 
mare accompagnato in Sicilia. È d'uopo anche dire che alla 
saviezza e serenità abituale, alla cortesia abituale di sembiante 
e di modi si frammettessero (per un singoiar contrapposto nel- 
r indole stessa di lui) certi sbalzi inattesi, certi foschi cipigli, 
certi bruschi e repentini rabbuffi : questa eccitabilità intempe- 
stiva di umori doveva, attraverso i casi della varia ed agitata sua 
vita, condurlo talvolta a veementi trasporti, ne'qiiali, egli si mi- 
surato e avveduto, si destro a simulare e dissimulare al bisogno , 
non giungeva a padroneggiare sé stesso; e ne avveniva che, 
anche fra gli antichi suoi sudditi , fosse più temuto ed obbedito 
che amato (1). Per sentimento della sua regia missione disposto a 
proteggere i deboli e gli umili contro le soperchierie ingiuste 
de'grandi, quella effettiva premura verso le classi più nume- 
rose e più misere non cercava tuttavia di apparire e mostrar- 
si : la incuria di una popolarità troppo facile potè sembrare 
disprezzo per la moltitudine, per la vile canaglia; e non avrebbe 
immaginato ricorrere a compiacenze che costan si poco , e una 
sola di cui , vent'anni appresso , potè a Carlo III Borbone gua- 
dagnare di colpo l'amicizia della plebe palermitana il dì che , 

(1) Carutti , op. cit , cap. XI, pag, 182. 



SOTTO VITTORIO AMEDI'.O DI SAVOIA 329 

giungendo senza, truppe , si contentò di fare il suo ingresso fra 
le armate maestranze della città. Buon massaio e anche avaro, 
avea (scrive il Botta) voluto in Sicilia usar forza al suo natu- 
rale (1) : da Messina donò alla cappella di Santa Rosalia a Pa- 
lermo una lampana di argento del prezzo di cinquemila scudi (2) ; 
ma de'dauari menati seco al suo arrivo una parte era stata 
assorbita dalle spese pel tragitto delle sue soldatesche, e più 
pel rinvio delle soldatesche spagnuole, a cui erasi obbligato 
per patto (3), una parte andò consumata per nutrire il codazzo 
che lo aveva seguito : rimanevano in cassa un avanzo che , al 
[)artire di lui;, si trovò nella somma di lire 468,387. 15. 10, 
lasciata come fondo di riserva per le occorrenze del suo regio 
servizio (4): e a' Siciliani, accostumati al bagliore de' viceré 
spagnuoli e de' lor nati^■i magnati , la parsimonia e la modera- 
zione del re dovea sembrare grettezza. La reggia non si apriva 
alle feste che avea lasciato sperare la sovrana presenza: ed 
egli, l'autore della Prammatica contro il lusso, mostravasi coe- 
rente a'propri precetti vestendo di semplice panno, senza pizzi 
e merletti , con una spada di acciaro brunito coperta all' impu- 
gnatura da una guardia di cuoio per non logorargli l'abito, 
servendosi di^una canna e di una tabacchiera modesta, e ri- 
ponendo tutto il suo sfoggio in quella enorme inanellata par- 
rucca (5). Grettezza potè anche riputarsi il profitto che dicevasi 
raccolto dal re nel fissare più alto il valore delle specie mone- 
tate introdotte da fuori, a cui erasi dato legai corso in Sicilia (G"). 
Grettezza ciò ch'era ragionevole studio per togliere il luogo a 
scialacquo di pubbliche spese, e per assicurare le pubbliche 

(1) storia d' Italia conthtuata da quella del Guicciardini , lib. XXXV I. 

(2) MoNGiTORE, vili, pag. 209. - Giardina, pag. 80. 

(3) Lettera del re alla regina di Spagna data in Palermo a 30 novem- 
bre ni3. Presso Stellardi , voi. I, pag. 70. - Si riscontrino inoltre la 
Convenzione stipulata a 16 ottobre di quell'anno in Genova tra il marchese 
(li Villamajor e il Contator Generale Fontana (ivi, pag 54-55), e una pro- 
lesta scritta a nome del re dal mai'chese di San Tommaso a 9 novembi'e 
dell' anno stesso in Palermo ( ivi , pag. 56 ). - Nel ristrfitto delle entrate 
e spese dell'ultimo trimestre 1713, presso Stellardi, voi. HI, pag. 233, 
si legge nella parte passiva: Nolito truppe Spagnuole L. 262,835. 7 4. 

(4) Presso Stellardi, voi. III, pag. 236, postilla al Bilancio del- 
l'anno 1715. 

(5) Carutti , op. cit. , cap. XXIV, pag 486. 

(6) MoNGiToRE, VII! , pag. 292. 



330 LA SICILIA 

entrate: se non che porgea fomite a rincrescimenti e susurri 
raffaccendar,>i di que'novelli arrivati, di quegli ospiti e funzionari 
novelli, e il loro invadere e il premere su'poteri legittimi del paese, 
come nel fatto di quel Contator Generale Fontana , sovrapposto 
al Tribunale del Patrimonio e alla Deputazione del Regno (1). 
Le cure dell'isola non distoglievano, in ogni modo, i pen- 
sieri di Vittorio Amedeo dall'avito Piemonte. Quivi le sue 
tendenze più intime , le memorie più care , i campi della passata 
sua gloria ; quivi il fondamento a' tradizionali disegni e alle 
tradizionali aspirazioni della propria famiglia. Malgrado i pre- 
liminari segnati a Rastadt, e la conciliazione imminente tra la 
Francia e l'Austria, l'Austria persisteva a non riconoscer lui 
stesso come re di Sicilia, non cessando da' nimichevoli indizi: e 
il pericolo che poteva da Napoli sovrastare all'isola, dal Milanese 
sovrastava al Piemonte. Desolati cosi a lungo dalla guerra, 
gli Stati di terraferma reclamavano anch'essi necessario ristoro. 
Ciò, dopo un anno quasi di assenza, sentiva Vittorio. Ciò 
sentivano e diceano altamente quelli fra i suoi cortigiani 
venuti seco nell'isola per ossequio, per dovere o curiosa va- 
ghezza, non con animo di fermarvisi a stanza, anelanti già 
all'aria e alle case natali. Il proposito di tornare a Torino era, 
dunque, entrato nel re; e fin dal giorno 5 di agosto aveva egli 
scritto all'ammiraglio inglese Wishart a Porto Maone ralle- 
grandosi dell'arrivo opportuno di due vascelli , che si sarebbero 
aggiunti alla squadra destinata a convogliarlo a Villafranca (2). 
Prima di allora , e in sèguito alle relazioni avute e alle corri- 
spondenze scambiate coli' ammiraglio Jennings , il re erasi da 
Palermo rivolto al Wishart il 21 marzo esponendo ciò che 
erasi fatto conoscere per mezzo del conte di Peterborough , 
quanto dire la necessità di tenere cinque vascelli almeno fra 
Palermo e Messina in momenti in cui, rispetto all'Impera- 
tore , il riposo dell' Italia e dell' isola non poteva riputarsi 
sicuro : aveva rinnovato perciò le sue istanze , affinchè i detti 
vascelli fossero qui il più presto possibile, pregando insieme 
l'ammiraglio a fargli di tempo in tempo sapere ove fosse il 

(1) MoNGiTORE , ivi, pag. 291-293 

(2) Si vegga la lettera risponsiva del Wishart data a Porto Maone , 
a bordo dal vascello il Rippon , il 12 settembre 1714 , presso Stellardi , 
voi. Ili , pag. 278-279. 



SOTTO VITTORIO AMEDEO DI SAVOIA 331 

resto (Iella flotta, onde, in caso di avvicinamento degl'Impe- 
riali, cliianiarla in aiuto; in caso poi di sua partenza dal- 
l' isola per tornarsene in Piemonte, se ne darebbe avviso, talché 
l'ammiraglio potesse intendersi colla persona eletta a gover- 
nare in di lui vece la Sicilia (1). L'ammiraglio rispose in data 
del 10 giugno aver i)rovveduto perchè i vascelli , il Crown di 
cinquantaquattro cannoni, il Fewersham di quarantadue, il 
Kinsliale di trentasei, insieme al Romneij e al Mennaid 
ch'erano ne' mari dell'isola, formassero il numero di cinque 
desiderato dal re (2). Adesso (il 28 agosto) il re da Messina ri- 
scriveva al Wishart ch'essendo sulle mosse per la terraferma , 
affiderebbe la Sicilia al conte Maffei. « Gli affari » dicea nella 
lettera « sono presentemente in calma, possono però da un'ora 
all'altra voltarsi.... Quando noi saremo a Villafranca, rinvie- 
remo a Porto jNIaone il capitano Scott con due de' vascelli sotto 
il suo comando, ritenendo il Kinsliale e un altro per riman- 
darli subito a Palermo (3) ». Fidava così nel continuato favore 
e nel continuato patrocinio dell' Inghilterra ; quand'ecco giun- 
gere un altro foglio dell'ammiraglio, col quale manifestava 
l'ordine ricevuto da' Reggenti di Londra di richiamare dalla 
Sicilia le navi tutte dipendenti dallo Scott (4) : foglio inaspet- 
tato e increscevole, sotto cui traspariva una improvvisa muta- 
zione della politica inglese per effetto della morte della regina 
Anna, della successione del re Giorgio I, della caduta del mi- 
nistro Bolingbroke e de' colleghi di lui, il conte d' Oxford e il 
duca di Ormond. 

Il dì primo settembre , con due galere della squadra di Si- 
cilia, arrivava da Messina a Palermo il conte Annibale Maf- 
fei , con dispaccio del 28 agosto eletto viceré e Capitan Generale 
del regno (5); il quale, sbarcato, si trattenne presso il Molo nella 
Quinta Casa de' padri Gesuiti (6). Il dispaccio recava dovere il 
re trasferirsi « per qualche tempo » in Piemonte; ma quest'ul- 
tima frase non mitigava i presagi e i timori che destava l'an- 

(1) Presso Stellardi , ivi , pag. 274. 

(2) Jjaia di Altea, a bordo del vascello il Rippon, presso Stellardt , 
ivi , pag. 275-276. 

(3) Presso Stellardi , ivi , pag. 277-278. 

(4) Lettera cit. del 12 settembre 1714, presso Stellardi, ivi, pag. 278-279. 

(5) Presso Stellardi, a'oI. I, pag. 136-138. 

C6) MoNGiTORE, Vili, pag. 211. - Giaroina, pag. 81. 



332 LA SICILIA EC. 

nuncio , e il paese ne restò penosamente colpito. Il giorno ap- 
presso , con altre galere e con vascelli inglesi e maltesi , giun- 
gea nella rada Vittorio in persona (1). Rimase a bordo , e quivi 
ricevette le visite de' nobili, de' magistrati , de' principali ec- 
clesiastici; l'indomani sceso per poco a terra, conducendosi al 
Duomo e quindi alla reggia, ove furono a baciargli le mani 
il Sacro Consiglio, il Senato e la solita nobiltà; e verso la 
sera, tra silenziosa mestizia della Capitale, tornò ad imbar- 
carsi (2). S'imbarcarono seco la siciliana Compagnia delle 
Guardie del Corpo e il siciliano reggimento di Valguarnera, 
rimanendo quello di Gioeni nelle guarnigioni dell' isola (3); di 
magistrati siciliani partiva col re l' antico Presidente della Gran 
Corte don Vincenzo Ugo , nominato Reggente di Sicilia a To- 
rino: vecchio ottuagenario che in quella cadente età induce- 
vasi all' inusato viaggio (4). Levatosi favorevole il vento, il na- 
viglio scioglieva le vele. 

Isidoro La Lumia. 

(1) MONGITORK , ivi. - GlARDlNA , ivi. 

(2) GiARDiN.i, pag. 82. 

(3) Lo stesso, ivi. 

(i) Dispaccio di nomina dato in Messina a 25 agosto 1714 , presso Stel- 
LARDi , voi. I, pag 211-212. - Costui mori poi decrepito a Palermo il 7 api'i- 
le 1722. MoNGiTORE, Diario ne'mss. della Bibl. Com. Qq C. 68, nella coli, del 
Dr Marzo, voi. IX, pag. 52. 



DELLE ANTICHE RELAZIONI 



VENEZIA E RAVENNA 



(Cont. , Veci. Tomo XVIII, terza Disp. , pag. 266, J 



Capitolo X. 



Amministrazione della colonia. - Il dominio su Ra- 
venna origine delle sconfìtte di Venezia nel 1508. 

- Ravenna è restituita ai Pontefici. - Decadimento 
di Venezia. - Ravenna e Venezia nel Regno d'Italia. 

Cenno sulle finanze. — Il Quattrino di Ravenna. - - I Romagnuoli sono esclusi dalla 
milizia. — Pubblica Sicurezza. — Capitano ad velila Eavennae (1451). — Si 
vieta r uso della maschera. — Il Giudice de' maìefizj (1470). — Niccolò Pasolini 
ottiene pel Comune i proventi delle condanne (H89). — Alcuni Ravennati ca- 
pitani negli eserciti veneti. — Il Dominio veneto si estende in Romagna (150HJ. 

— Guido Pasolini. — È presa Faenza. — Ripetuti contrasti fra la Repubblica 
e Papa Giulio II ( l.503i505 ). Tregua. — Lega di Cambray (1508). — Prime 
sventure dei Veneziani. — Rotta d'Agnadello. — I Pontilìcj riacquistano la 
Romagna. — Alessandro Pasolini li introduce in Faenza (1509). — Asse- 
diano la ròcca di Ravenna. — Come l' avessero dai Veneziani. — Pace fra 
il Papa e la Repubblica ( 1510 ). — Filippo Gordi , Pasolino Pasolini oratori 
di Ravenna a Papa Giulio (1509). — I Ravennati non vogliono soldati stra- 
nieri (1511). — Papa Giulio e '1 Cardinale Alidosio in Ravenna. — Statua <U 
Giulio rovesciata a Bo'ojTna. — Il Duca d'Urbino a Ravenna. — 1 erisce mor- 
talmente il Cardinale; Alidosio (24 Maggio 1511). — Morte dell'Alidosio. — Giu- 
dizj sopra di lui, — Suo teschio visibile a Ravenna. — La Santa Lega. — Ga- 
stone di Fois. — È ucciso in battaglia (11 Aprile 1512). — Grande uccisione 
nella giornata di Ravenna. — Virtù del Cardinale de' Medici. — Ravenna viene a 
patti. — È saccheggiata (12 aprile i. — Le cospirazioni per rimettere il governo 
dei Veneziani, vanno a vuoto (1523). — I Veneziani richiesti dal Comune man- 
dano genti a Ravenna contro gli Spagnuoli f l.'V27 ). — Il Rinuccini castellano 
rifiuta di ricevere i Veneziani. - Le milizie veneto, ucciso ii Rinuccini , s'impa- 
droniscono della ròcca. — I soldati veneti incrudeliscono. — Agostino Abbiosi 
orator del Comune a Venezia. — Si ristabilisce il Governo veneto. — Si chiede che 
i Rasponi siano mantenuti in bando. — Si ottien grazia per Antonio Artusmi. — 
II Papa richiede Ravenna. — Il re d' Inghilterra si adopera invano per fargliela 
restituire. — La restituzione di Ravenna è promessa al Papa da Carlo V nel trat- 
tato di Barcellona ( 1529) — Pace delle Dame. — Pace di Bologna fra il Papa 

Arch., 3.a Serie, Tom. XIX. 22 



finanze. 



:]3i DELLE ANTICHE RELAZIONI 

od i Veneziani (JS Dicembre 1529). — Amnistia <^eneral\ — Il governo papale 
si mostra mitissimo. — Nuova servitù d' Italia. — Anche Venezia decade ro- 
vinata dai possessi di terraferma, massime di quel di Ravenna. - Come 1 Ve- 
neziani tenessero la colonia nel modo opposto a quello con cui ogiji l' Inghil- 
terra regge le sue — Nota caratteristica del governo venato. — Non riusciva 
mai a proteggere i Raveimati dalle violenze d^' suoi cittadini e dei suoi sol- 
dati — La Signoria non osò mai cedere Ravenna perchè i Veneziani che aveano 
possessioni nel territorio non lo permettevano — Fortune di Venezia e di Ra- 
venna nelle età che seguirono. — Ravenna riunita al Regno d' Italia nel Giu- 
gno del l^5D. — 11 Conte Giuseppe Pasolini di Ravenna va a Venezia Commis- 
sario di Vittorio Emanuele li Re d'Italia, nell'Ottobre del li!66. 

I. Ravenna ebbe cosi dai Veneziani un governo un 
poco più ordinato e moralmente meno peggiore di quelli 
che lo precedettero. 
Cenno sulle Lo finanze pubbliche pare che fossero regolate dappri- 

ma secondo il seguente computo preventivo delle entrate 
e delle spese che il Doge Francesco Foscari indirizzò a Be- 
nedetto da Mula Podestà e Capitano il 18 Dicembre 1444, 
e che io riporto dal Codice veneto nella Biblioteca Clas- 
sense di Ravenna. 

.... Prceterea ad informai ionem vestram mittimus vobis hic insertwn 
computum unum in quo notati sunt introitus illius Civitatis et etiaìn 
taxa expensarum ibidem fiendarum supra quam taxam de cetero solvere 
et facere debeatis expensas praedictas siculi par ticular iter super computo 
predicto notatum est. 

Intrada de Rauenna. 



La Gabella per noi è affictata (Tassa fissa e distinta dalle 
eventuali). 

Datio del vin a spina 

Datio della copula 

Datio della mas.sina {Dazio sulla macinazione dei Cereali) 

Datio della beccaria 

Datio della pescarla 

Datio delle porte 

Per pascolo delle besf.e forastiere 

Datio zende {sic) pignoli et pigne 

Datio de legname da ovra 

Datio della conduta entrata de nini 

Datio della conduta entrata d'uva 

Datio de' centrati {Tassa sugli affari). 



Lire 


2500 


y> 


1600 


» 


1100 


. » 


1300 


» 


1200 


» 


860 


» 


660 


» 


4Sd 


» 


300 


>> 


33rj 


» 


- 325 


» 


180 


» 


260 



t'KA VENEZIA K UAVENNA 



335 



Datio de cerami et pelizarae 
Officio de le bolete 

Ollicio di 

Datio di fundinave 

Datio del passo di pmor (sic) 

Datio del passo de S. Get-vaso 

Datio del passo do S. Alberto 

Boleto de S. Alberto 

Datio de la taverna di Porto 

Intrada del sai se vende a grosso e menuto 

S.a 12918 (sic) 

Intrada de Rauenna dee dar resta netta de spese or- 
dinarie. 

Si>ESE DE Rauenna. 



Lire 



125 

150 

180 

42 

250 

275 

95 

70 

31 

300 



Lire 6687 



Per 3 comestabili a le porte page 5 a L. 25 al mese 

per cadauno , monta all'anno Lire 900 

Per page X de note a L. 2 per cadauna per 6 barisei 

con 1.0 omo a L. 4 per uno al mese all'anno » 240 

Per messer lo Podestà et Cap. de Rauena » 1680 

Per il suo Vicario ad 10 oro al mese » 284 

Per due officiali alla guardia » 144 

Per due faniei al dito Officio » 66 

Per 1 m.o al relogio (cioè per uno maestro all'orologio). » 55 

Per 1 campanar » 72 

Per 1 officiai al sai » 60 

Per 1 officiai alla Gabellota » 30 

Per 1 cavalier d.... da 1 noder et per piazar » 120 
Per el Tesorier el mese L. 12, per el med." in gabella 

L. 4, per el piazer L. 3, per trombetier L. 3, viene all'anno » 264 

Per due cauallari » 144 

Per 1 m " marangon >> 72 

Per 1 officiai de S. Alberto v> 18 

Per spese de caualari et coriei'i taxade all'anno '- 100 

Per spese di cere, oro, carte otlerte » 1000 

Per cittadini de Rauenna creditoiù de'concassi (sic) taxado » 50 

Al mese per..., tra loro » 600 

Per certo porto intrade » 687 

S.* 12918 (sic). 



Spesa de Rauena all'incontro dell'haver di; pagar, 
lanze 17 Romane in Rauenna 
Per lanza 
Pe\' Zentil de Fermo Conestabil 



3672 
3360 



3^6 DELLE ANTICHE RELAZIONI 

"\^entitrè sono i cespiti di entrata e ventidue i titoli di 
spesa : ma in questo prospetto incompleto le somme non 
tornano , ne si vede come con questi dati si calcolasse 
una rendita netta di lire 6687. Certo l'effetto non rispose 
in questo alle speranze, che il 26 Aprile del 1445, cioè 
circa quattro mesi dopo, i Veneziani (e a quanto pare 
sinceramente) si scusavano presso al Papa della occu- 
pazione di Ravenna tenuta per difesa del loro Stato e non 
per ambizione , « imperocché , come tutti capiscono , la 
« spesa che in essa facciamo è di gran lunga maggiore 
« all'entrata che ne ricaviamo » (1). 

A tempi quieti non pare che i Veneziani gravassero 
Ravenna con soverchi tributi , ma se alcuna pubblica ne- 
cessità li stringeva, ben riuscivano ad estorcere ai cit- 
tadini ciò che volevano , a spogliarli degli averi con poca 
giustizia e nessuna pietà. 

Il valor del danaro mutava di continuo e con esso la 
quantità del tributo. Per rappresentare quanto è possibile 
il valore della lira veneta di quel tempo con le lire mo- 
derne d' ItaHa , veggo preso spesse volte per norma il 
valore attribuito in quegli anni allo zecchino , che valeva 
circa lire venete 5, 10. Lo zecchino oggi corre intorno a 
L. 12 d'Italia che approssimativamente sogliono agguagliarsi 
a hre venete 24. 
I) Quattrino di Nol 1442 fu couiato il quattrino ovvero obolo di Raven- 

na , dove da una parte si vede di faccia S. Apollinare pa- 
trono di Ravenna , mezza figura che benedice in abito ve- 
scovile con la iscrizione intorno : s. apoli-raven. E dall'al- 
tra il leone di S. Marco chiuso da un cerchietto, e si legge: 

S. MARCUS VENETI (2). 



(1) Cap IX, IL 

(2) Vedi Padovan Ckcchetti. Nummografia Yenesiana, pag. 97. Laz- 
zari , Le monete dei 'possedimenti veneziani ec. - Venezia e le suv La- 
gune , I , II , 67. 



Ravenna. 



V\l\ Vll.NKZIA E RAVENNA 



Un magistrato supremo col nome di Podestà e Capi- 
tano era mandato dalla Signoria a governare Ravenna, 
la quale vide succedere in tale dignittà cinquantaquattro 
patrizj veneti. Questi furono: 

Nicola Memo e Vittore Delfino, Provveditoii il 17 Dicembre 1441. 
Giovanni Leoni , Pi-ovveditore il Febbraio 1443. 
Benedetto da Mula, Podestà e Capitano il 1 » Dicembre 1443. 



I ciiiquant.i- 
qua'tro Pode- 
stà e Capitani 
Veneti in Ba- 
veuna (1411- 
1500). 



Antonio Marcello 


18 Marzo 


1446. 


Andrea Leoni 


15 Marzo 


1447. 


Nicolò Sanuti, Provveditore. 






Stefano Trevisano, Pode.stà e Capitano 


il 3 Giugno 


1448. 


Maffeo Contarini 


5 Giugno 


1449. 


Domenico Biedo 




1450. 


Benedetto Venier 


3 Ottobre 


1451. 


Marino Malipiero 


27 Giugno 


1453. 


Bavide Contarini 


9 Dicembre 


1454. 


Lorenzo Soramo 


3 Gennaio 


1455. 


Pietro Giorgi 


30 Aprile 


1457. 


Marino Malipiero la 2. a volta 


8 Giugno 


1458. 


Giovanni Fallerò 


24 Febbraio 


1460. 


Vitale Landò 


25 Giugno 


1461. 


Pietro Grimani 


26 Ottobre 


1462. 


Giovanni Mocenigo 


26 Marzo 


1463. 


Giacomo Giorgi 


16 Agosto 


1465. 


Filippo Corrario 


7 Gennaio 


1466. 


Nicola Ginstinian 


31 Gennaio 


1467. 


Zaccaria Barbaro 


30 Agosto 


1468. 


Andrea Biedo 


16 Ottobre 


1470. 


Antonio Bandolo 


14 Dicembre 


1471. 


Francesco Biedo 


4 Maggio 


1473. 


Luigi de Legge 


16 Maggio 


1474. 


Pietro Barbaro 


7 Gennaio 


1475. 


Antonio Marcello 


22 Settembre 


1475. 


Nicola Leoni 


10 Luglio 


1476. 


Benedetto Soramo 


20 Gennaio 


1477. 


Onfredo Giustiniun 


29 Aprile 


1478. 


Nicola Buodo 


4 Settembre 


1479. 


Bernardo Bembo 


24 Febbrajo 


1481. 


Baldassare Trevisan 


13 Luglio 


1483. 


Batista Vallaresso 


12 Giugno 


1484. 


Giovanni Bonati 


15 Giugno 


1486. 


Marco Barbo 


14 Ottobre 


1487. 


Troilo Malipiero 


15 Dicembre 


1488. 


Marco Bragadin 


15 Dicembre 


1489. 


Girolamo Bonali 


22 Settembre 


1492. 



338 DELLE ANTICHE RELAZIONI 



Andrea de Legge 




8 Marzo 


1494. 


Andrea Zancani 




6 Luglio 


1495. 


Cristoforo Moro 




31 Ottobre 


1496. 


Lorenzo Giustinian 




23 Giugno 


1498. 


Luigi Venier 




6 Marzo 


1499. 


Francesco Capello 1 „ ,.x • 
/> • *^^ T,/ ] Provveditori 
Cristoforo Moro \ 




1499. 


Antonio Soranzo, Podestà 


e -Capitano il 


l 26 Settembre 1500. 


Cristoforo Moro la 2. a volt 


a. 


22 Novembre 


1501. 


Giorgio Vinciguerra 




2 Marzo 


1502. 


Leonardo Marcello 




29 Luglio 


15:3. 


Giacomo Trevisan 




9 Gennajo 


1504. 


Francesco Capello 




30 Marzo 


1506. 


Lorenzo Capello 




27 Ottobre 


1507. 


Luigi Marcello 




6 Luglio 


1508. 


Pietro Laudo | 
Francesco Marcello i 


V veditori 




1509. 


Luigi Marcello, Podestà e 


Capitano 




1509. 



Dai provvedimenti di pubblica sicurezza si vede chiaro 
che i Veneziani credevano difficile il governare la Ro- 
magna 

Terra ferace e popolo feroce (1), 

e che sempre andavano studiando nuovi modi per assicu- 
rare il loro dominio che seriiivano malsicuro ed incerto. 
E per togliere del tutto le armi di mano ai romagnuoli, 
vollero che i capi delle milizie rifiutassero tutti quelli che 
si fossero presentati per farsi scrivere tra i fanti , e 
perchè alcuni di Cotignola e de' luoghi vicini erano stati 
accettati, il 25 Febbraio 1451 fu scritto da Venezia che 
I Rcmagnuoii immantinente fossero licenziati, non possendo aliqualiter 

sono esclusi scribi fcicerc 7iec remittere sub dictis comestabllibus all- 
ùda milizia. , ,r^\ 

quem romagnoluni (2). 

(1) Terra ferax populusque ferox ac crede frequenti 

Terribilis , semperque furens civilibus armis. 

(Iter Julii Pnntificis Romani, per Hadrianura Card. Sancti Chrysogoni , 
1508). 

(2) Senato Mar. , Reg. 4. e. 31 t. 



FRA VKNEZIA E RAVENNA 



339 



trattare in altro studio che ho 
governi che la Romagna ebbe 



già in 
in quella 



Ed in Ravenna che i Veneziani custodivano non come 
città ma quasi come fortezza, vedemmo che i guardiani delle 
porte non solo non potevano essere cittadini . ma neppure 
imparentarsi con questi. 

Ogni maggior diligenza e severità era in pari tempo 
adoperata per impedire i delitti di sangue col terrore 
della pena , ma l'effetto poco rispose al buon proposito ; e 
di questo vorrei 
pronto, sui varj 
età. Ricorderò solo come nel 1451 moltiplicatisi i contrab- 
Ijandi, i furti, le uccisioni, ])er crescere la vigilanza fu 
nominato un Capitano ad retita Ravennce , con quindici 
uomini a piedi e quindici a cavallo, e che questa proposta di- 
scussa nella medesima seduta del 25 Febbraio 1451 , insieme 
a quella che comandava la espulsione de' romagnuoli dalle 
soldatesche , fu anch'essa approvata a voti unanimi (1). 

Il 24 Marzo 1463 il Doge Cristoforo Moro acconsentendo 
alla proposta del Consiglio Municipale vietava l'uso della 
maschera, che, tolta ad imitazione dei Veneziani, mira- 
bilmente serviva a nascondere gli uccisori (2). 

E dopo un lungo e rilevante carteggio col Podestà Gio- 
vanni Mocenigo {relate ad hoìiiicidas, fures etc.) (3) il 
6 Settembre 1464, il Doge Moro mandò a Ravenna un se- 
condo Capitano ad vetita, il quale fu poi aboHto nel 1470, 
quando i cittadini ottennero che la giustizia venisse am- 
ministrata per mezzo di un giudice de''nialeflsj. Questo 
giudice avea quaranta lire de^piccoli al mese , ed un pro- 
fitto sulle condanne , le quali pe' frequenti delitti facevano 
arricchire lui e portavano buona entrata alla Signoria. E pa- 
rendo che questa non si curasse più come per Io passato 
dei lavori edilizj necessarj alla città , nel 1489 essendo 
Doge Agostino Barbarigo , Nicolò Pasolini andato a Vene- 
zia dimandò che il Comune potesse esigere i danari delle 

(1) Senato Mar., Reg. 4 , e. 31 t. 

(2) Cod. Veneto , Bibl. Classense. 

(3) ma. 



Capitano ad 
aia 1451. 



Maschere 
tate. 



Giudice de' Ma- 
lefitj. 



Niccolò Pasolini 
ottiene pel Co- 
mune i danari 
delle condan- 
ne (USdj. 



340 



DELLE ANTICHE RELAZIONI 



Gurlino Tom- 
besi capitano 
negli eserciti 
veneti. 



condanne de' maleflzi per riparare le mura , cavare lo 
fosse ed acconciare le vie della città; ed il Consiglio dei 
Pregadi con deliberazione del 20 Agosto 1489 accordò que- 
sto privilegio, scrivendo in pari temjDO a Troilo Malipiero 
Podestà e Capitano , che vegliasse , acciocché que' danari 
non fossero dal Comune convertiti ad altro uso. 

In sul finire del secolo, malgrado l'antica legge che 
escludeva i romagnuoli dalle soldatesche , troviamo alcuni 
ravennati fra i capitani degli eserciti veneti. Cosi Gur- 
lino Tombesi nel 1495 pugnò con molto onore sul fiume 
Taro contro le genti di re Carlo Vili , incendiò le for- 
tificazioni dei Francesi a Novara, difese contro ai Fio- 
rentini la libertà di Pisa, e poiché Antonio Fabbri suo 
concittadino e capo del presidio veneto a Modone, cadde 
difendendo la città assalita da Bajazzette, il Tombesi fu 
mandato dalla Signoria contro ai Turchi ai quali ritolse 
molte isole dell'arcipelago greco. Mori poi a Ravenna il 
25 Aprile 1501 per le ferite riportate nell'assalto di Cefa- 
lonia, ed i Veneziani con pubblico decreto assegnarono 
un'annua provvisione a' figliuoli maschi di lui e dotarono 
di una libbra e mezzo d'oro le sue figliuole (1). 

(1) Il suo epitaffio fu trasportato dalla chiesa di S. Nicolò all'oratorio 
di S. Carlino , ed è questo : 

Tombesius Guirlinus erat patriaque Rhavennas 

Inclitus Eoo notus et hesperio 

Prcvfectus peditum fidus Venetique Senatus 

Robur erat Pisis extitit una salus 

Qui magnum Alcidem superasset et Hcctora durum 

Sed pater omnipotens traxit ad astra virum 

A. S. M. D. I. VII. K. Mail 

Ste. G. Fr. Aere suo P. 

Ant. Bonf. Car. 

Si ricordano ancora Cesare, Giacomo e Marco Grossi. Cesare fu gover- 
natore di varie fortezze di Lombardia, nel 1527 prese la rócca d'Imola e 
poi, già vecchio, si ridusse in patria con una annua pensione assegnatagli 
dalla Repubblica. Marco fu mandato nel 1509 con duecento cappelletti ve- 
neti contro Giulio II, combattè nello guerre del I5I2, fu capitano di caval- 
leria in quelle di Lombardia, primo sali all'assalto di Parma e fu ucciso 
combattendo presso Vicenza 



FUA VENEZIA E RAVENNA iJll 

II. Ridestavasi intanto fra Veneziani e Pontefici l'antico 
contrasto per il possesso della Romagna , che si fece poi 
ognor più accanito ne' primi anni del secolo decimosesto. 
Regnante Papa Alessandro VI il presidio veneto a Ra- 
venna fu cresciuto di mille fanti e cinquecento cavalli , 
fu preso Russi, si ebber le castella di Val di Lamone, fu 
assalita indarno Cesena. Persuasi poi da Guido Pasolini Guido Pasolini. 
che condusse la pratica e propose dare un qualche beve- 
vamo al Castelan (1) , (un tal Ramiro Spagnuolo che volle 
poi duemila scudi all'anno e la condotta di cinquecento 
cavalli ) , i Veneziani il 26 Novembre 1503 ebbero la rócca 
di Faenza (2). Ma non potendo avere la città, perchè il 
popolo invece di obbedire al Pasolini che l'avea esortato a 
venire incontro al Provveditore Cristoforo Moro col nome di 
Crispto e del Vanzelista Missier San Marco, corse invece 
alle armi per difendere il dominio del Pontefice , i Veneziani 
abbandonata quella impresa assalirono Fano , presero Ri- 
mini e Forlimpopoli. Ritornarono poi sotto Faenza, la quale, 
dimenticata dal Papa , abbandonata dai Fiorentini , battuta 
già dalle artigherie venete , divisa da una nuova congiura 
di Guido Pasolini per far entrare i Veneziani, a loro si Faenza presa 
rendeva il 19 Dicembre 1503, ottenendo una piccola prov- dai veneziani, 
vigione pel giovinetto Francesco Manfredi ultimo discen- 
dente degli antichi suoi principi. 

Papa Giulio chiede tosto la restituzione di Rimini e di contese coi 
Faenza (3) ; i Veneziani la negano , ma decidono di non ^^^*' 
prendere ne Imola , ne Forlì , ne altre terre di Romagna 
per non irritarlo troppo. E quando si avveggono che non- 
dimeno il Pontefice tratta una alleanza a' loro danni con 

(1) Vedi Marin Sanudo, Biarii , 28-29 Ottobre, e l.o Novembre 1503; 
riportati nelle Memorie Storiche della Famiglia Pasolini , Doc. IV. Si- 
SMONDi , Histoire des RepuUiques Italiennes , pag. 159, voi. VII. 

(2) Comm. XIX , pag. 26. 

(3) Per tutta questa parte di storia, vedi Secreta, pag. 106, 115, 
123, 128, 131, 138, 147 (3, 20, 29 Ottobre 1503) Cronaca Prudi alla Marcia- 
na, pag. 191. Comm., XIX, pag. 19. Sanudo, pag. 211, 289, 426 (19, 23 Di- 
cembre 1503) ec. ec. 



' 342 DELLE ANTICHE RELAZIONI 

Massimiliano imperatore e con Luigi XII re di Francia, 
mandano oratori a questi principi , dichiarando che non 
hanno già tolte queste città alla Chiesa ma « a quell'assas- 
sino , a quell'anima disperata del Duca Valentino » : voles- 
sero dunque persuaderne il Papa ed abbonirne l'animo. 
Ma fu indarno : che nel 1504 Papa Giulio con le più acerbe 
parole intimava ad Antonio Giustiniani oratore veneto la 
restituzione delle città di Romagna e , come al solito , non 
esaudito , quando poi gli fu annunziata la venuta degli 
ambasciatori veneti per fargli omaggio, neppur li volle 
vedere. - Che devozione è mai questa ? - esclamò il Papa. - 
Chi mi ha restituite le mie città ? 

I Veneziani , desiderosi di pace , offersero di restituire i 
possessi più recentemente acquistati, tenendo Faenza in 
vicariato. Pdspose il Papa che di quanto aveano usurpato 
in Romagna non avrebbe lasciato loro neppure una torre 
e che avea pur buona speranza di toglier loro innanzi di 
morire anche Ravenna e Cervia che tenevano da tempo 
più lungo, ma non meno ingiustamente di Faenza (1). 
Troppo debole per domarli a viva forza, il Papa si 
indusse poi a lasciarli in possesso di Rimini e di Faenza, 
ricevendo da loro Porto Cesenatico, Savignano, Santar- 
cangelo, e sei altre castella. Anno 1505. 

Ma questa fu tregua e non pace, che tre anni dopo 
Papa Giulio riusciva a collegare ed a voltare addosso ai 
Veneziani il re di Francia , Massimihano imperatore e 
Lega di Cam- re Ferdinando di Spagna. Questa fu la lega di Cam- 
^^^^- bray , prima impresa in cui dopo lo Crociate si accor- 

dasse quasi intera l' Europa civile ; lega formata come 
diceva il manifesto dell'imperatore (5 Gennaio 1509), 
« per far cessare le perdite, le ingiurie, le rapine i dan- 

« ni che i Veneziani hanno cagionato poiché era 

« necessario chiamare ciascuno a giusta vendetta per 
« spengere , come incendio comune , l' insaziabile cupi- 

(1) GuiCCIARDIxM , Liti. VL 



FRA VENEZIA E RAVENNA 



543 



« digia dei Veneziani e la loro sete di ingiusta domina- 
« zione ». 

E dividendo le spoglie luturc dei Veneziani, al re di 
Spagna furono assegnate le Puglie , a quello di Francia 
la Lombardia , all' imperatore il Veronese , al duca di Sa- 
voja il regno di Cipro, la Romagna al Papa. 

Ma il Papa mandò una notte Costantino Cominatcs 
epirota ad avvertire Giovanni Badoero orator veneto a 
Roma che la lega era fatta , ch'egli se ne sarebbe però 
staccato, se la Repubblica gli restituiva Rimini e Faenza. 
I Veneziani atterriti , cedere al nemico più debole non vol- 
lero , a disarmare gli altri non riuscirono , e gli apparec- 
chi di difesa furono tardi e sfiduciati. 

III. E di qui incominciano le sventure per Venezia. 
Scoppia nell'arsenale il magazzino delle polveri , un ful- 
mine apre la rocca di Brescia, una nave che portava a 
Ravenna diecimila ducati d'oro per le paghe dei soldati 
si perde in una fortuna di mare , e finalmente un incendio 
distrugge gli antichissimi e gloriosi archivj della Repubblica. 

E poiché tarda ed inutile riusci l'offerta di Rimini e 
di Faenza al Papa , i Veneziani continuarono ad assoldare 
nuove genti, ma non ragunarono più di un cinquemila e 
seicento inesperti soldati. I capi delle compagnie degli stati 
ecclesiastici, per le censure minacciate dal Papa, non si 
mossero. 

Il 15 d'Aprile i Francesi prendevano Treviglio, e il Papa 
fattosi animo, scagHava contro ai Veneziani il sacro fulmine 
della scomunica ( fulmine che a que' tempi cadeva con si 
spaventoso fragore) e proclamavasi impaziente di tingere 
del loro sangue tutte l'armi della Chiesa, se pure entro 
ventiquattro di non gli restituissero la Romagna coi frutti 
godutivi dal di della usurpazione. I Veneziani continua- 
rono a tener alta la fronte, ed il 14 Maggio ebbero la fa- 
mosa rotta di Vaila o d'Agnadello dove i fonti romagnuoli 
di Naldo da Brisighella fecero prova di valore mirabile e 
quasi tutti rimasero uccisi. 



Prime sventuro 
dei Veneziani. 



Sconfitta d'A- 
gnadello. 



3-11 DELLE ANTICHE RELAZIONI 

E Caravaggio , Bergamo , Brescia , Crema , Cremona , 
Pizzighettone e le fortezze di Peschiera si arresero ai 
Francesi, che in si breve tempo acquistarono quanto era 
loro assegnato dal trattato di Cambray ; sicché l'Ariosto nel 
Canto 33." 



« Vedete , dice poi , di gente morta 

« Coperta in Giaradadda la campagna 
« Par ch'apra ogni cittade al Re la porta 
« E che Venezia appena vi rimagna ». 



Allora si mosse anche Francesco Maria della Rovere , 
I Pontiticj in duce dell' oste papale e nipote del Papa. Die il guasto al 
Romaguii. coutado di Corvia , assali Brisighella , dove con crudele 
uccisione degli abitanti prese vendetta delle gagliarde 
fanterie di là partite a difesa dei Veneziani; s' impadroni 
di Solarolo, di Granarolo; ebbe Russi per accordo e poi 
Alessandro Pa- ancho Faonza per l'ajuto d'Alessandro Pasohni che levò 
solini li in- [i popolo a ruuiore e favori l' ingresso dell'esercito ponti- 
Faenza '" ficio. I suoi congiurati, formata /a sc^to dc' Compagnazzi , 
si raccoglievano segretamente nell' oratorio che è sotto 
la sagrestia della Cattedrale, dove solevasi riunire a' suoi 
spirituali esercizj la compagnia dei Battuti del Beato Nu- 
volone. Ma la cosa non procedette cosi alla cheta , pe- 
rocché venutone qualche sentore al Provveditore vene- 
ziano, egh con pubblico bando comandò che ninno più 
ardisse di girare armato e fece entrare in città tutta la 
cavalleria che era accampata nei dintorni. Lungi però dal 
trattenerlo egli accelerò il male , perché vedendosi scoperti 
i congiurati , tentarono in A-arj modi , specialmente col 
dare occasione a risse coi soldati , di metter nuovamente 
l'armi in mano al popolo , e durando il remore , procura- 
rono che alcuni putti correndo in piazza gridassero : Viva la 
Chiesa ! Queste voci suscitarono gran tumulto , che a que- 
ste, senza sapere d'onde venissero, accorsero tanti armati 



FRA vi:ni;zia k ravknxa .'U.") 

che in poco d' ora tutta la piazza luccicava e risuonava di 
ferri. Continuando poi le grida e crescendo il bollore degli 
animi , i cittadini , fatto impeto contro le guardie del Pa- 
lazzo, le sgominarono in un momento : il Provveditore per- 
dutosi d'animo si ritirò nella rocca , la quale guernita di 
scarso presidio, promise di arrendersi, se fra quindici dì 
non fosse soccorsa. Cosi il Pontefice riacquistò Faenza ed 
ebbe prigioniero lo stesso veneto Provveditore (1). 

Dopo questo , il Cardinale Alidosio , Legato Pontificio , 
donò ad Alessandro Pasolini , che era stato princijìale au- 
tore di questo fatto , molti beni che appartenevano ai Man- 
fredi antichi signori di Faenza, e Papa Giulio confermò 
la donazione. Intanto quel Guido Pasolini che nel 1503 
avea dato in potere dei Veneziani la rócca e poi la città 
di Faenza , caduto in mano dei pontiflcj , non fu mai più 
riveduto, ne mai si seppe novella alcuna di lui. 

Accostandosi poi il Duca d' Urbino a Ravenna , la città , 
al dire del Guicciardini, non fé' resistenza , e così- il Papa 
riacquistò facilmente il tanto sospirato possesso di Roma- 
gna dove ai Veneziani, più non rimaneva che la rocca di 
Ravenna. Il Duca mandò un trombetta ai Provveditori , 
ch'erano Pietro Laudi e Francesco Marcello, intimando la 
resa , ma il trombetta senza aver potuto ottenere udienza 
tornò indietro. 

Allora il Duca pose il campo alla Rotonda, di dove tentò Assediano 
più volte di espugnare la ròcca con le artiglierie , ma non prendono la 
riuscendo, incominciò l'assedio. Il 19 di Maggio ricevette 
dal Duca di Ferrara trentadue cannoni ; il presidio veneto 
ogni di era più sfiduciato , e la difesa non poteva essere 
né gagliarda ne lunga. 

Si narra che i Veneziani , disperate le cose loro , per 
non aver tanti nemici, deliberassero di cedere i dominj 



(1) Guicciardini, Lib. VII!, cap. II ; Tonduzzi, par. 3.a; e Memorie Slo- 
riche della Famiglia Pasolini, pag. 23-25. 



rócca di Ra- 
venna. 



:iU) J)HLLE ANTICHE KELAZIONt 

di terraferma , e che un Giacomo Caroldo fosse mandato 
in Romagna a restituire al Papa la fortezza di Ravenna 
[)urchè fosse data la libertà a tutti i prigioni , e che tutto 
il presidio ne uscisse con le artiglierie. 

Ma questa cessione narrata da contemporanei autore- 
volissimi come il Guicciardini ed il Machiavelli , non o 
poi ben provata da documenti , anzi il Sanudo ne' suoi 
Diaru (1), dice che il 18 Giugno 1509 fu proposto in Se- 
nato di scrivere ai Provveditori di Romagna di alzare le 
insegne papali e di ritirarsi, ma che il partito fu respinto: 
e che solo più tardi per mezzo del Cornare e del Grimani 
cardinali veneziani , fu fatta al Papa l'offerta della restitu- 
zione (2) ; e questo parrebbe più verosimile. E mentre il 
Papa ripetendo vieti lamenti prendeva tempo a risolversi , 
avvenne che il presidio veneto cede spontaneamente la 
rócca di Ravenna « de sorte che la Signoria di Venecia 
« restò ad un tratto spennacchiata non altrimenti che la 
« cornachia d' Isopo » (3). 

I Pontiflcj , violando i capitoli della resa , tennero dap- 
prima prigioni i governatori veneti , ne permisero che fos- 
sero portate via dalla ròcca le munizioni. Le navi venute 
a caricarle furono spogliate dal popolo , e '1 presidio , sal- 
vando ciò che potè, tornò a Venezia (4). 

Allora i cardinali Cornare e Grimani si misero attorno 
al Pontefice dicendogli che poiché la restituzione di Ra- 
venna e della Romagna era stata fatta entro il termine 
dei ventiquattro di , egli doveva togliere l' interdetto alla 
RepubbUca; ma Papa Giuho per timore de' troppo potenti 
alleati si rifiutava , dicendo che questa restituzione non era 
stata spontanea ne completa. Ne segui grande mormorio 



(1) VII! , pag. 227. 

(2 RoMANiN, Storia documentata di Venezia, pag. 217-218. 

(3) Storia di Milano di Giovanni Andrea Prato 1499-1519. [De rebv.s \[e- 
diolanensibus sui tempoì-isWed. Arch. Stor. Ita!., T. Ili, pag. 276. _- 

(4) Guicciardini, Lib. Vili. 



i''UA \i;nkzia R UAVIONXA .)4/ 

contro al Papa in Venezia, dove Lorenzo Loredan figliuolo 
del Doge andava dicendo che oramai erano da accettare 
le proferte di aiuto fatte dal Turco contro a Giulio non 
già Pontefice ma carnefice. Ma invece la Signoria mandò 
lettere al Papa , per le quali « lo pregava con grandissima 
« sommessione che si degnasse ammettere sei ambascia- 
« tori de' principali del Senato per ricercarlo supplichevol- 
« mente del perdono e della assoluzione » (1). 

Queste parole lusingarono Papa Giulio; udito il Con- 
cistoro , accettò le lettere , ed il 24 Febbraio del 1510 
ribenediceva la Repubblica nelle persone degli amba- 
sciatori veneti prostrati a' suoi piedi nel portico di San 
Pietro. 

IV. Cosi dopo avere obbedito per sessantotto anni ai 
Veneziani, Ravenna era tornata sotto il Pontefice, e per esso 
Obizzo Alidosi fu suo primo governatore, mentre a tutta 
la contrada , ancor chiamata Esarcato di Ravenna , era j^re- 
posto Francesco Alidosi Legato Pontificio e Cardinale di 
Pavia, il quale, richiesto da oratori del Comune, die licenza 
che si celebrassero di nuovo in Ravenna gli ufici divini 
impediti fin'allora dall' interdetto che avea colpito ogni 
terra soggetta ai Veneziani. 

Ad implorare poi il solenne perdono del Pontefice , fu 
mandato dal Comune quel Filippo Gordi (che fu poi sì mise- 
.ramente trucidato dai sicari nel 1513) e Pasolino di Ni- 
colò Pasolini, poeta e uomo d'armi come tanti gentiluomini 
italiani di que' tempi. E benignamente accolti dal Papa , 
essi seppero si ben dipingergli la miseria della patria loro 
appena liberata dal giogo dei Veneziani , l'ammirazione e 
l'affetto de' Ravennati per lui , la necessità di inaugurare 
con atto di generosità luminosa il principio del governo 
della Chiesa , che Papa Giulio lasciatosi commovere , con- 
cedette tutte le loro dimando, fra le quali quella che non 
la Camera Apostolica, ma il Comune di Ravenna per di- 



Pace fra i Ve- 
neziani ed il 
Papa (1510). 



Pasolino Paso- 
lini e Filippo 
Gordi oratori 
di Ravenna a 
Giulio II. 



(1) Guicciardini, Lib. Vili. 



venna. 



348 DELLE ANTICHE RELAZIONI 

ritto eli eredità acquistasse tutti i beni dei Polentani in- 
camerati già dal governo veneto (1). 

Ne qui so tacere come poi nel 1511 il Comune, fra le 
molte , facesse al Papa la dimanda « Che i soldati destinati 
alla custodia di Ravenna sieno italiani e non ultramonta- 
ni, e che la città non abbia obbligo ne possa esser mai 
costretta a ricevere ultramontani » (2). 

Le soldatesche straniere avevano dunque fama di più 
burbanzose e rapaci. Ma già si cominciava a sentire che 
come il francese ed il tedesco, uno ancora era o dovea 
essere anche il popolo italiano ; il Medio Evo era finito , e 
l'ombra della torre comunale più non segnava i confini 
della patria. 
Giulio II a Ha- V. Ma i primi anni del governo papale furono per 

Ravenna miseri e travagliati. Che nella primavera del 1511 
vide rifuggirsi in porto il naviglio veneto vinto e scon- 
quassato dalle navi che il Duca di Ferrara aveva sul Po , 
quindi giungere il Papa medesimo che atterrito dalle mosse 
dei nemici , era scappato da Bologna : poi il Legato Fran- 
cesco Alidosio fuggitone anch'esso per annunziare al Papa 

(1) Era tra questi il Molino pubblico fuori la porta San Marnante, dove 
leggevasi questa curiosa , memorabile e molto saggia iscrizione : 

Hieronymus Bonatus Praeses a fundamentis instauravit 

Institor Molenclinm^ius dih'genter molas et réliqua instrumenta 

Curato. Frumenta citra dolum malum et suprìiam md?'l?'gentiam 

Salvata et molita restituito , praeter cuppulam nihil exiniito 

Si quid dolo malo exemeris , triplum reddito 

XL nummimi exsolvito, collum et manus ambas 

In Colimibariwn conclusas per diem legitimam teneto 

Seu heus tu qui molenda frumenta contideris 

Edicto ne fidilo , nec oh id secu.rus aecedito 

Manus oculatas liabeto , et scito Institores Molendinarios 

Ex edicto puniri posse , non corrigi. M. CD. XCIII. 

Secondo il Fabbri che la riporta nelle sue Memorie Sacre, pag. 232, Co- 
lumbarium era una specie di berlina , di coppi a cui erano posti i mugnai 
frodolenti. 

(2) Kant., Mon. Rav. 



FRA VENEZIA E RAVENNA 349 

che per colpa del Duca d' Urbino suo nipote , giovinastro 

inesperto, l'opulenta città era perduta^ E pure egli. stesso 
n'aveva la iiiaj^gior colpa, perchè date le armi in mano 
ai partigiani dei Bentivogli ch'erano nell'oste francese, 
questi, in luogo di difendere le porte, le aprirono ai nemici. 
Era allora in Bologna sulla facciata di San Petronio una 
gigantesca statua di bronzo opera di Michelangelo e che 
rappresentava Papa Giulio in atto cosi fiero , che questi 
vedutala appena modellata , aveva detto : - Ma questa 
figura benedice o maledice? - Ella minaccia Bologna e 
l'ammonisce a restarvi fedele , rispose Michelangelo , sa- 
pendo quanto il Papa si compiacesse dell'aver riacquistata 
quella ricca e popolosa città. Ora poi , quasi a dileggio di 
questa baldanza, narrava il cardinale che entrati i ne- 
mici , ed infuriando il popolo contro ad ogni memoria 
della dominazione papale , quella statua era stata rove- 
sciata, messa in pezzi: la testa gittata, rotolata per i)iazza 
e data poi al Duca di Ferrara, che avendola chiesta in 
cambio di artiglieria, avea mandato un doppio cannone 
che per sei di aveva tirato contro la fortezza tenuta an- 
cora dagh ecclesiastici (1). 

E mentre il Papa per queste novelle si dibatte fra l' ira 
e '1 dolore , ecco si vede dinanzi il nipote Francesco Maria 
della Rovere , Duca d' Urbino , che venuto a Ravenna ed 
avvisato dai cortigiani della calunnia del cardinale , vuole 
scolparsi. L'ordine di questi fatti non è uguale in tutti 
gh storici. Certo è però che il Papa avea l'animo tanto 
gonfio ed infiammato dall' ira , che gli disse in sul viso 
ogni più acerrima contumelia, « e apparecchiandosi egli 
umilmente di rispondergli, noi volle udire e villanamente 
sei cacciò dinanzi » (2). 

Il giovane Duca partito così senza poter aprir bocca , 
si avviò a piedi con otto famigli alla dimora del cardi- 
nale , e r incontrò mentre ne usciva a cavallo di una 

(1) Mèmoires de Fleuranges, Tom. XVI, pag. 83. 

(2) Bembo, Lib. XI, pag. 298. 

Aroh., 3.a Serie, Tom. XIX. 23 



:)5{) 



DELLE ANTICHE RELAZIONI 



Uccisione del 
Cardinale Ali- 
dosio (1511). 



mula , senza porpora , con un mantello ed un cappello nero 
alla spagnuola. E procedeva in mezzo ad una sessantina 
delle sue guardie con Guido Vaina suo cognato , e seguito 
da numeroso stuolo di curiosi, si recava a desinare dal 
Papa nel convento di San Vitale. 

Il Duca entrò risolutamente con alcuno de' suoi fra i 
cavalli delle guardie, le quali riconosciutolo, per rispetto gli 
fecero luogo; ed avvicinatosi al cardinale come per par- 



largli in segreto, appena 



gli fu vicino 



abbrancò con la 



manca mano la briglia della mula ed impugnata la spada 
con la destra gli vibrò nel fianco un colpo cosi gagliardo 
che il cardinale stramazzò a terra. E tosto un Benedetto 
Giraldo detto Mandolfo, capitano di cavalleria che era al 
seguito del Duca , d' un colpo di scimitarra fé' balzare dal 
capo del cardinale un orecchio ed un brano di gota ; so- 
pravvenne Filippo Doria che lo percosse in più parti ; final- 
mente il Duca medesimo aggiungendo da capo colpo ai 
colpi e ferita alle ferite , trapassatogh il petto con la spada 
lo lasciò in terra quasi finito. Era il mezzodì del sabato 
24 Maggio 1511. 

E tutto avvenne cosi repentinamente ed inaspettata- 
mente, che, fosse sbigottimento, fosse rispetto o paura del 
Duca ch'era generale dell'esercito ecclesiastico e nipote 
del Papa , ne Guido Vaina , ne alcuna guardia dell'Ali- 
dosio si mosse , e il Duca con quel misurato passo col 
quale era venuto , tornò al suo albergo , dove , salito a 
cavallo, fuggi ad Urbino. 

Intanto il misero cardinale tutto grondante di sangue 
era stato portato da' suoi staffieri nella casa di Antonio 
Cavalli che era la più vicina , dove Altabella madre , e 
Caterina moglie di Antonio con pietose parole di conforto 
gli furono intorno per le lunghe ore della sua dolorosa 
agonia. Antonio Cavalli nella sua memoria manoscritta non 
fa menzione che della madre : il Cardinal di Pavia ferito 
dal Duca d' Urbino fu fatto portare da Messer Antonio 
Cavallo in casa sua et ivi morse ^ e mentre li era racco- 



FRA VENEZIA E RAVENNA 351 

mandato V anima da Madonna AUabella madre di Messe r 
Antonio con un Crucifisso in mano , lui pigliò il Crucifisso 
in mano dicendo ^nu volte propter peccata mea , propter 

PECCATA MEA. 

E cosi percosso come si è detto in sul mezzodi , il car- 
dinale fra acerbi patimenti continuò a vivere quasi sino 
a sera, quando dopo ripetuti segni di contrizione alle ore 
ventidue miseramente spirò (1). 

Non è certo che il Papa accorresse a confortarlo negli 
estremi momenti, solo si sa che due ore dopo la morte 
dell' Alidosio era già in via per Roma e che al nipote, 
che presto assolvette dall'omicidio, avea surrogato il car- 
dinale Giovanni dei Medici nel comando delle armi della 
Chiesa. 

Una piccola croce che oggi ancora si vede segnata so- 
pra una pietra, fu posta nel muro presso il quale F Alido- 
sio cadde ferito , e poi non sono molt'anni fu aggiunta 
una lapide dove si legge : 

Qui 

ferito a morte 

da Francesco Maria della Rovere 

Duca d' Urbino 

Cadde Francesco Alidosio 

Cardinale 

il 24 Maggio del MDXl 

Fremente di sdegno 

Giidio IL P. M. (2) 

(1) Vedi GiNANNi nelle Memorie Storiche della Famiglia Alidosia , 
pag. 94-96; Guicciardini, Tifone, Libro Vili; Fabri, Effemeridi sacre di Ba- 
verina; Antonio Maria Spelta, Istoria del Vescovi di Pavia, pag. 447 e seg.; 
Manzoni neW Historia Episcoporum Imolensium ; Carrari Vincenzo Sto- 
ria della Romagna (manoscritto) Tom. Ili, pag. 588; Leandro Alberti De- 
scrizione d" Italia pag. 264; Sansovino, Storia delle famiglie illustri d' Ita- 
lia; Paolo Masini, Bologna perlustrata pag. 197; Alfonso Ciacconio In 
lulio /7, pag. 1377; Ferdinando Ughelli ueW Italia sacra; Carlo Sigonio, 
Episc. Bonon., Tom. IV. pag. 221; Alidosio Vescovo di Bologna pag. 60; 
Matteo Vecchiazzani, Storia di Forlimpnpoli pag. 658; Vizzani, Storia di 
Bologna pag. 380 e Girolamo Rossi, Lib. VIII , pag. 658. 

(2) É del Cav. Filippo Mordani. 



352 DELLE ANTICHE RELAZIONI 

Giudizj sull'Ali- Il Guicciardini fa giungere l'Alidosio a Ravenna quel 

dosio. medesimo di che vi fu morto , e lo dice « Cardinale degno 

« forse per tanta dignità di non essere violato, ma de- 

« gnissimo per i suoi vizj enormi ed infiniti di qualunque 

« acerbissimo supplizio » (Lib. IX), 

E il Giovio : « Veramente vituperoso sacerdote e più 
« scellerato di tutti gli altri uomini , perchè egli fu che 
« col suo traditore e ribaldo ingegno acquistò quella rotta 
« a Giulio ed al Duca d'Urbino » (1). 

Finalmente anche il Bembo lo condanna come : « uo- 
« mo cattivo e di rea vita, appo il quale ne fede , ne re- 
« ligione , ne secura , ne casta , ne santa veruna cosa era 
« giammai » (2). 
Suo c-adavere. Il cadavoro dell' Alidosio fu sepolto nella basilica Or- 

siana, e quando nel secolo andato se ne disfece il pavi- 
mento per murare la chiesa cattedrale moderna, a due 
palmi romani dal pulpito lo si ritrovò, ma sciolto in 
fango perchè quel luogo era sottoposto all'acqua; il cra- 
nio solo era ben mantenuto con tutti i denti e con i segni 
delle profonde ferite. E nella biblioteca comunale di Ra- 
venna ognuno può ora vedere, come io vidi più volte, il 
teschio dell' infelice cardinale al quale auguro che il di- 
vino giudicio sia stato più benigno che non fu quello degli 
uomini. 

VI. Si pensi ora come si vivesse in Ravenna nel 1511 , 
dopo tanta atrocità di fatti e fra tanta commozione di 
cose. Ma questo non era per la città che il princìpio dei 
dolori, questi erano i segni forieri del temporale. 

« Oh 1 misera Ravenna ! T' era meglio 
« Ch' al nemico non festi resistenza , 
« Che a te dinanzi fosse Brescia speglio 
« Che tu lo fossi a Rimini e Faenza ! » 

come dice l'Ariosto. 

(1) Vita di Leone X. 

(2) T,ib XI pag. 299. 



FU A VENJ-:ZIA E RAVENNA 3o."J 

Che il 5 Ottol)ro di quel memorabile anno essendosi 
stretta la santa lega fra il re di Spagna , V imperatore , 
Enrico Vili d' Inghilterra , il Papa ed i Veneziani contro ai 
Francesi dominatori d' Italia e capitanati da Gastone di 
Fois, questi in poco d'ora per avere ricacciate ai loro monti 
le soldatesche svizzere calate in Lombardia, liberata Bo- 
logna dall'assedio dell'esercito spagnuolo ed ecclesiastico, 
rotti fra l'Adige e il Mincio i Veneziani e ritolta Brescia , 
acquisto il titolo di fulmine cV Italia, e questo fulmine 
dovea scoppiare e cadere ne' campi di Ravenna 

Accampatosi il 10 d'Aprile fra il Ronco ed il Montone Battaglia dì Ra- 
e trovandovisF diviso da Ferrara perchè i Veneziani erano '^^^^^ ^'^'^'' 
padroni del Po, « Messeigìieurs , disse a' suoi capitani, i:ous 
« zoyez le pays oii nous sonimes et coniment les vivres nous 
« defaillent. . . . Cette grosse ville de Ravenne nous fait 
« barbe d'ung coste, les ennemys soni à la portée dhmg 
« canon de nous. Veneziani e Svizzeri minacciano il Ducato 
« di Milano , il Re mi spinge a combattere , tutto pensato , 
« mi pare di dover dar battaglia » (1). 

Il dì seguente Gastone usci del quartiere che il sole 
era già levato , e vedendolo molto rosso : « Regat^dez Messe- 
« gneurs, disse a'cavalieri che avea intorno, camme le soleil 
« est roiige. E, Il mourra aujourdViui quelque prince ou 
« grani cappitaine , risposegli un tale Haubourdin , il fault 
« que ce soit vous ou le visroy » (2). Gastone ne rise, e 
raccomandato a' suoi l' onore della Francia , tutto armato 
( fuorché dal gomito al guanto a dimostrazione d' ardimento 
per amor della sua dama) si mosse e fu il primo uomo 
d'arme che rompesse la lancia contro i nemici (3). 

(1) Très joyeuse , plaisante et rècreative histoire compose'e par le loyal 
serviteur, de faicts, gestes, triomphes et prouesses du Bon Chevalier sans 
Paour et sans Reproche, gentil seigtteur de Bayart. (NouveWe CoUection 
de Mémoires pour servir à 1' Histoire de France, etc, par M. Michaud et 
PouJOULAT. Paris, 1837, pag. 576). 

(2) Ibid., pag. 577. 

(3) Mémoires du jeune adventureux Marechal Fleuranges. Tom. XVI, 
pag. 4. 



354 DELLE ANTICHE RELAZIONI 

E qui io non starò a descrivere questa tanto famosa e 
micidiale battaglia. 
Il Cardinale dei II Cardinale Giovanni de' Medici che fu poi Papa Leo- 

Medici, ne X, molto bene provò in quella giornata non come esperto 

capitano, ne come ardito cavaliere, ma come pietoso ec- 
clesiastico. Che trovatosi là dove più ferveva la mischia , 
rifiutò di porsi in sicuro , ed intrepido rimase in mezzo al 
pericolo confortando e raccomandando a Dio le anime di 
quanti gli morivano intorno. Ne volle mai arrendersi a 
cavalieri francesi, solo più tardi si indusse a darsi pri- 
gioniero a Federigo Gonzaga, perchè nobilissimo italian 
capitano (1). Era il cardinal de' Medici su d'un cavallo turco 
e r li Aprile del seguente anno nell'andare a S. Giovanni 
in Laterano a prendere la corona di Sommo Pontefice 
« Fecesi portare nella pompa » dice il Giovio « da quel me- 
« desimo cavai turco su '1 quale fu preso a Ravenna, il 
« quale avendo riscosso per danari dai nimici ebbe tal- 
« mente caro che dapoi fino all'estrema vecchiezza volle 
« che con gran dihgenza fosse pasciuto ». 

Sulla colonna eretta nel 1557 là dove cadde Gastone, 
e che in questo secolo fu trasportata sulla riva diritta del 
Ronco, si legge che gli uccisi furono quasi ventimila; nel 
Guicciardini solo diecimila. Terribile fu il macello fatto 
dalle artiglierie del Duca di Ferrara e per tutta quella 
giornata si combattè con tanto feroce accanimento , che 
uomini con le gambe mozze furono veduti continuare in 
ginocchio a rotare la spada. Spaventevole fu poi l'aspetto 
del campo coperto d'uccisi e di feriti quando nel silenzio 
della notte si udivano fra le tenebre le fioche grida 
de' morenti. 

L'Ariosto ci dipinge la miseranda strage , là dove dice : 

« Io venni dove le campagne rosse 

« Eran del sangue barbaro e latino 



(1) Giovio, Vita di Leon X ; Rossi trad. del Laiidoni. 



l'RA VENEZIA E RAVENNA 355 

« Che fiera stella dianzi a furor mosse, 
« E vidi un corpo a l'altro sì vicino 
« Che senza premer lor, quasi il terreno 
« Per molte mii?lia non dava cammino ». 



« Nostra salute, nostra vita in questa 
« Vittoria suscitata si conosce 



« Ma goder non possiam né farne festa 
« Sentendo i gran rammarichi e l'angosce 
« Che in veste bruna e lagrimosa guancia 
« Le vedovelle fan per tutta Francia » (1). 

E qui, continuando con l'Ariosto, aggiungeremo che 

« Quella vittoria fu più di conforto 

« Che d'allegrezza : perchè troppo pesa 
« Centra la gioja nostra il veder morto 
« Il Capitan di Francia e dell' impresa » ; 

Infatti ne fa pietà il vedere Gastone cadere fra gli ul- 
timi dopo che già la giornata era vinta. Che ostinatosi ad 
inseguire le fanterie spagnuole , ferito , rovesciato dal ca- 
vallo, i nemici gli furono addosso. Ne le tuez pasf Cesi 
notre visroij, le frère àvotre Royne! gridò Lautrec, ma 
troppo tardi ed invano. Le gentil prince se trouva si mal 
accompagna quHl y fiit tue, scrive Bajardo due di dopo ad Morte di Gasto- 
un suo zio (2) ed incolpa i cavalieri francesi che l'avean se- 
guito di non aver saputo campare da morte il loro principe. 
Qiioy que ce feust , le piovre seigneur y demeura, conchiude 
l'autor della vita di Bajardo, après avoir eu plusieures 
playes, car depuis le ruenton jusqii'au fronc en avoit qua- 
torze ou quinze et par la monstroit hien le gentil prince 
quHl n'avait pas tourné le doz (3). In un Codice intito- 
lato: Successi della Guerra d^ Italia massime di Venezia 

(1) e. XIV, St. 7. Vedi anche C. XXXIII, St. 35-41. 

(2) Laurent des AUemans. Escrit au camp de Ravenne ce 14 jour 
d'Avril, V. Histoire de Bayart. 

(3) Ibid. pag, 580. 



ne di Fois. 



356 DELLE ANTICHE RELAZIONI 

dal 1509 al 1513, descritti in lettere a diversi dal Ge- 
lini (1), una se ne trova scritta da Venezia il 30 Apri- 
le 1512 a M. Batista de Porti in Villa Verla, dove si de- 
scrive Gastone come giovinetto di ben formata persona, 
biondo di capelli , « di guardatura Regale et quasi divina » 
d'indole mansueta, cortese e liberale così che non era 
usato di assidersi a mensa se qualche amico non vi avesse 
invitato , com'era costume di quel Ciro Minore di cui parla 
Senofonte. E nella descrizione di Gastone e in molti par- 
ticolari della battaglia si accorda con gh altri documenti 
contemporanei. Aggiunge poi molti fatti leggiadri piuttosto 
che verosimiH , riferendo forse le voci che in que' giorni 
s'eran diffuse. 

La mattina del 13 d'Aprile, siccome scrive Bajardo 
nella lettera citata di sopra , duecento uomini d'arme par- 
tirono dal campo francese per accompagnare il corpo di 
Gastone a Milano « con tanto onore fune brio (dice il Prato) 
« che fu una meravigha inaudita ». Il suo corpo fu sepolto 
in Duomo accanto ai Duchi di Milano a mano sinistra 
dell'altare maggiore fra un pilastro e l'altro. Alle sue ese- 
quie fu cantata una canzone di Messer Diomede da Po 
riportata dal Prato nella quale si dej)lora che morte abbia 
colto il più bel frutto di Francia : 

« Nel più bel fior della sua verde etade ». 

Intorno alla tomba di Gastone furono appese le quindici 
insegne militari ed il vessillo pontificio preso alla battaglia 
di Ravenna. Ma tutto fu tolto il 5 di Luglio , quando , par- 
titi i Francesi da Milano « il bon Papa Julio volse le sue 
cose tolte et avelie » come dice il Burigozzo nel principio 
della sua cronaca di Milano dove racconta come gli Sviz- 
zeri ritornati dalla impresa di Francia entrarono in Duomo 
e strascinato giù il drappo d'oro che ricopriva la tomba 
di Gastone , no insultarono vilmente anche il cadavere che 

(1, Ardì. Com. Rat., Cod. P. N. 101, ei>. 12, e. 118. 



FRA VENEZIA E RAVENNA 



357 



fu poi nuovamente sepolto all'entrata del coro , non accor- 
dandosi in ciò pienamente col Prato nel quale si legge : 
« il di vigesimo quarto di esso mese (Luglio) da Sviceri 
« fu tirato suso il corpo suo con gran sprezzo, et corno 
« cane portato sul bastione al Castello : et ultimamente fu 
« reposto per alcuni discreti homini a S. Marta, dove di 
« presente giace ancora ». 

VII. I Ravennati paventando l'entrata dei vincitori in cit- 
tà , si arrendono salve le vite e gli averi , salvo il ventiquat- 
trovirato a tutela dei cittadini, salvi i privilegi conceduti 
dal Pontefice : lecito di portar fuori robe ed animali segnati 
con ima croce bianca, nessuno sarebbe entrato in città 
armato , salvo il Duca di Ferrara e Pandolfo Malatesta. Si 
obbligano poi a dare vettovaglie ai Francesi ed a pagare 
mille ducati d'oro. 

Marc' Antonio Colonna , che ancor tenea la rócca , avea 
dissuaso il Consiglio dal venire a patti , dicendo : « Come 
volete trattare con sicurezza co' Francesi assetati ora di 
vendetta e per natura loro impetuosi e sulfurei ? » E ben 
avea detto il vero, che essi pian piano penetrarono per 
le aperture fatte nelle mura dalle loro artiglierie, e la 
città ne fu tosto piena. Incominciarono i saccheggi , le vie 
le piazze , le case , perfino i monasteri e le chiese si em- 
l)irono di urli , di strida disperate , qua e là comparvero 
incendj ; già da ogni parte correva il sangue , e d'ora in 
ora crescevano le rapine e le violenze più sacrileghe e più 
feroci. 

Era questo sacco contro ogni ragione di guerra , con- 
tro al volere de' capitani che aveano avuto la città in fede : 
ed accorso la Palissa succeduto a Gastone nel comando 
dell'esercito francese , pubblicò un bando generale e s'ado- 
però quanto potè perchè si finisse il saccheggio , ma nulla 
valse. Saputo poscia come una mano di Francesi penetrati a 
viva forza in un monastero di monache stavano tormentando 
con ogni strazio quelle misere vergini, indirizzatosi colà 
con pochi armati che aveva obbedienti, (pianti Francesi 



Ravenna viene 
a patti coi 
Francesi. 



Saccodi Raven- 
na 12 Apri- 
le 1512. 



358 



DELLE ANTICHE RELAZIONI 



Cospirazioni a 
favore dei Ve- 
neziani, 1523. 



vi trovò dentro tutti fece immantinente impiccare per la 
gola alle finestre del monastero medesimo. Lo spettacolo 
di ben trentaquattro impiccati spaventò i soldati che a poco 
a poco tutti uscirono dalla città (1). 

Il sacco dato da' Francesi nel 1512 è uno de' fatti 
capitali della storia municipale di Ravenna, e gli storici 
cittadini di quella età ne lasciarono descrizioni piene di 
spavento e di prodigiosi racconti (2). 

Il Colonna quattro giorni dopo cedette la fortezza di Ra- 
venna. E rimase ne' Ravennati cosi grande odio pe' Fran- 
cesi , che fra l'altre grazie , chiesero poi al Papa che fosse 
demolito il convento di S. Mamante che avea servito di 
quartiere a quelle eflFerate soldatesche. 

I Francesi ebbero poi le città d'Imola, Forli, Cesena 
e Rimini. Ma già la fortuna lor mostravasi ognor meno 
benigna e l'esercito spagnuolo e pontificio rientrava in 
Ravenna nei primi di Giugno del 1512. I Francesi poi 
fino all'Agosto del 1516 non dettero pace all'Italia, quan- 
do la contesa incominciata sotto Papa Giulio II e regnante 
Luigi XII , terminò essendo Papa Leone X e re di Fran- 
cia Francesco I. 

Vili. In mezzo a tanti perturbamenti , gratissima rima- 
neva in Ravenna la memoria della pace goduta sotto la 
Signoria Veneta, la quale vi aveva molti amici, E nel 1523 
morto appena Papa Adriano VI, Ostasio Rasponi da un 
mercante bergamasco che viveva a Ravenna fé' dire alla 
Signoria Veneta che se mandava gente armata avrebbe 
potuto riavere la città. La Signoria disse che non l'avrebbe 
fatto , e '1 bergamasco , nascosta la risposta negativa entro 
una scatola d' odori , la consegnò per Ostasio ad un 
certo Scar sellino. Costui giunse a Ravenna quando il 
cardinal Giuho de' Medici era già eletto Papa col nome 
di Clemente VII , ed Ostasio veduto che non era tempo 
da tentare novità, tanto più che la notizia palesatasi a 

(1) Muratori, Annali, T. XI, pag. 'JT. 

(2) Rossi, Lib. VII. 



FRA VENEZIA E RAVENNA 



359 



Venezia s'era divulgata per Ravenna , gittó ogni colpa ad- 
dosso allo Scarsellino e andava dicendo d'avere già fatto 
scrivere al Papa su di questa pratica , egli poi non saperne 
altro perchè tutta era di Scarsellino. E lo dette nelle mani 
del governatore amico suo , dal quale fu mandato poi nella 
rocca di Faenza comandata da Francesco Teodoli , parti- 
giano del Rasponi. Poco dopo si udi che lo Scarsellino vi 
era morto per una caduta. 

Ma allorché Francesco Guicciardini venne a Ravenna 
come Presidente di Romagna , concedette un salvocondotto 
per scuoprire la cosa, ed interrogatone il mercante ber- 
gamasco, questi gli confessò che Ostasio gli avea dato 
quella commissione. « Se la cosa è vera » conchiude il Guic- 
ciardini (I) « bisogna che non mandassino a Roma le lettere 
« vere, ma ne facessino delle finte ed è da credere che 
€ facessino ammazzare Scarsellino nella rócca di Faenza , 
« che male si può credere altrimenti ». 

IX. Quando poi , presa e saccheggiata Roma , fatto 
prigioniero il Pontefice nel Maggio del 1527, le soldate- 
sche spagnuole infestavano la Romagna , i Ravennati non 
osando neppure di andare a raccogliere le mèssi già mature 
e temendo che gli Spagnuoli s' impadronissero della città , 
assoldarono in fretta alcuni armati, ed Agostino Ruboh 
capo del Magistrato , chiese aiuti a Francesco Guicciardini 
Legato Papale, il quale disse che troppi luoghi aveva da 
difendere e che non poteva guernire meglio Ravenna ; ma , 
secondo il Rossi , gli die lettere pel Vescovo di Pola perchè 
più facilmente ottenesse soccorsi dai Veneziani alleati del 
Papa ; lettere che il Rossi dice di avere cercato molto senza 
aver trovato mai (2). 

E '1 Ruboli andò a Venezia, e il Senato non potendo 
rifiutare al Papa gli aiuti, inviò a Ravenna cento cavalH 
con una lettera del doge Gritti che dichiarava di mandarli 
per conservare Ravenna al Pontefice. 

(1) Opere inedite. La Presidenza di Romagna, p. 107, 108. 12 Sett. 1524. 

(2) Pag. 692. 



Ravenna occu- 
pata dai Ve- 
neziani, 1527. 



360 DELLE ANTICHE RELAZIONI 

Ma da un passo del Guicciardini pare doversi inferire 
che egli non acconsenti mai a questa occupazione, e che 
i Veneziani colsero il destro per fare il loro vantaggio a 
danno del Papa loro alleato : « Avuta intelligenza coi guelfi 
« di Ravenna, mandativi fanti sotto colore di guardarla 
« per timore di quelli di Cotignola, appropriarono a s'è 
« quella città , ed ammazzato furtivamente il Castellano , 
« presero anche la fortezza, pubblicando volerla tenere a 
« nome di tutta la Lega , e pochi di poi occuparono Cervia 
« ed i sali che erano del Pontefice » (1). 

Castellano per il Papa era Andrea Rinuccini fioren- 
tino, \iomo accorto, il quale biasimava questi aiuti dei Ve- 
neziani, e per ciò venne in sospetto ai Ravennati quasi 
fosse comprato dagli Spagnuoli. Richiesto di cedere alle 
mihzie cittadine e veneziane la difesa della rocca, il 
Rinuccini per prender tempo disse si, ma voler prima 
certa quantità di danari. Il doge Gritti, informatone, ri- 
spose al ^Magistrato : « mandiamo ad Alessandro Gavardi , 
« uflciale delle paghe quattrocento monete d' oro perchè le 
« diate al Castellano se davvero vi consegnerà la fortezza. 
« E mandiamo costi Giovanni Tiepolo, il quale, se vi 
« piace, entrerà nella rócca dichiarando tenerla per il 
« Papa ». Ma indugiando il Rinuccini a consegnarla e 
crescendo il sospetto che fosse d'accordo con gli Spagnuoli , 
il Naldi capo delle milizie venete ed il Magistrato si con- 
sigliavano come impadronirsene per forza o per inganno, e 
disponevano intorno a quella molte guardie e spie. E queste 
lor condussero tosto ben legato uno che aveano veduto notte 
tempo uscir dalla rocca : interrogato , costui si palesò per 
un tal Davide , ravennate , mercante d'olio , pagato dal Ri- 
nuccini e da lui mandato quella sera a cercar aiuti con- 
tro i Veneziani da cui temeva un assalto. Allora , lasciate 
passare pazientemente tre notti, quando par verosimile 
che il Rinuccini aspetti l'arrivo de' rinforzi, fatte grandi 

(I) Lilj. XVIII. 



FRA VENEZIA I'. liAVI'.NNA 



361 



promesse a questo Davide e minacciatolo di morte se non 
obbedisce , lo mandano alla porta della rócca che si apriva 
sul Montone, facendolo seguitare da molti uomini d'arme. 
Il Rinuccini si desta, sentendo gente armata che si av- 
vicina, fatto il computo del tempo, crede che sieno i 
soccorsi aspettati. Impazientissimo corre in camicia al- 
l'entrata del castello , dove , riconosciuta la voce di Da- 
vide , avuta da lui la parola d'ordine , abbassa il x^onte , 
apre le porte. 

E sull' istante un Pier Girolamo d'Ancona , per ordine 
avuto dal Naldi, assalitolo, lo passa con la spada. Il Ri- 
nuccini ferito a morte si ritrae, e giunto alla cisterna 
che era nel mezzo del cortile interno della ròcca , senten- 
dosi venir meno , si appoggia al parapetto e cade ; i sol- 
dati veneti gli sono addosso, e l'onoratissimo castellano 
finisce di vivere prima assai che que' feroci , fra le liete 
grida che proclamano signora la Repubblica di S. Marco , 
finiscano di percuoterlo. 

Pier Girolamo, uccisore del Rinuccini, fatto capitano 
de' veterani , s' insignori poi insieme a Cesare Grossi della 
rócca d' Imola , ma fu ucciso mentre stava per entrare 
vittorioso in quella di Cotignola. Davide visse agiatissimo 
col ricco stipendio che i Veneziani gli assegnarono per 
tutta la vita. 

Imbaldanziti poi dalla facile vittoria , i soldati veneziani 
trascorsero a licenza tale , che il Magistrato ebbe ricorso al 
Nunzio Pontificio a Venezia, di dove il 25 Giugno del 1527 
partiva Bartolomeo Contarini con incarico di frenarli e di 
adoj)erarsi con ogni mezzo per la quiete della città (1). 

X. In sul finire del 1527 Agostino Abbiosi fu man- 
dato a Venezia per trattare vari negozi (2) : amene , di- 
lettevoh sono le lettere che di là indirizzava al Magistra- 
to e che tutte si conservano nell'archivio comunale di Ra- 
venna. 



Uccisione di An- 
drea Rinucci- 
ni castellano. 



Agostino Abbio- 
si oratore a 
Venezia 1527. 



(1) Senato Secreta, pag. 46. 

(2) Senato Mar. , Reg. XXI , e. 09. 



362 



DELLE ANTICHE RELAZIONI 



Si chiede che i 
Easponi sieno 
mantenuti in 
bando. 



Nel Febbraio del 1528 furono mandati oratori alla Si- 
gnoria con varie domande, per le quali si mirava a far 
rivivere tutte le leggi che aveano vigore prima del 1508 
quando la città era tenuta dai Veneziani, che delle cose 
istituite sotto il governo dei Papi ninna si voleva conser- 
vata tranne il bando , al quale i Rasponi erano stati condan- 
nati per opera di Francesco e poi di Giacomo Guicciardini 
suo fratello, quando erano stati Presidenti di Romagna. 
Udite con qual graziosa rettorica il Magistrato chiedeva 
il mantenimento di quella condanna: 

« Atteso ch'ogni mala radice se debe eradicar acciò 
« no7t pnlhdi et non contamini le bone herbe del Zardino, et 
« essendo notorio per longa et luctuosa experientia quanto 
« sia stato nocivo alla cita de Rauena la casada de'' Ra- 
« sponi, acciò prefata cita habia a viver in pace e unione 
« e non li sia dato occasione alli heredi delti offesi da 
« ditti Rasponi bramar et far vendeta , se supplica che 
« ditti Rasponi banniti et soi sateliti p)er li ministri di 
« Santa Chiesa non sieno remessi, ma quelle condenna- 
« tioni in omnibus habiano ad observarsi ne siano aliquo 
« modo retr alati ». 

Respondeatur « Che noi siamo desiderosi della quiete 
« di questa magnifica cita e però non siamo per smovar 
« alcuna cosa ultra quello è fin hora seguito ne la ma- 
« teria delti Rasponi >. 

« De parte 149 

« De non 7 

« Noìi syncere ^ (!)• 

« Non fuit ballottatmn. Ideo non fuit registratum ». 

Chiedevasi ancora che venisse distrutta la torre de' Ra- 
sponi in Savarna, quale « receptaculo di malfattori (2) 
« donde infinite fiate ne è seguita la morte di varj huome- 
« ni si cittadini come forestieri et mercatanti et clerici ». 



(1) Senato Mar. , Reg. XXI , e. 75. 

(2) Ibid. 



VR\ vi:n1':z[a i-: ravi:nna 363 

Ricordando poi i molti sagrificj fatti e '1 molto sangue e la grazia per 
de'cittadini sparso per l'ambizione e l'onore della Repub- Antonio Ar- 

, , . . _> , • 1 • 1 -li • . tusini. 

baca , 1 Ravennati chiedono per grazia che Antonio Artu- 
sini profugo, il quale por aver ferito nell'Agosto del 1517 
Obizzo Monaldini, era stato condannato nel capo (un po' in 
fretta a quanto pare) da Alvise Foscari incompetente a 
giudicarlo, perche capo delle milizie soltanto, mentre la 
giustizia era nelle mani dei giudici pontifìcii : Unde per 
debito de justitia e per cnnservation de quela cita et altri 
honesti respetti.... se suplica che Vostre Illustrissime Si- 
gnorie se degnino tal atroce sententia.... tagliar vel sal- 
tem suspender in tutto o in j^ai'te come a quelle 2JCi'ye'i"à 
esser piìi conforme alla justitia equità e per sattisfattion 
de quella Coraunità la quale hauendo fatto dono et holo- 
causto de tante anime et homini a Vostre Illustrissime 
Signorie, |5/^//a fìdutia ohtenerne ima per singular gratia , 
la quale iterata vice et genibus flexis huwiiliter domanda 
et supplica esser exaudìta (1). 

La Signoria restituì all'Artusini i beni confiscati e gli 
permise di dimorare a Venezia , ma quando nel Settembre n 
del 1528 si dimandò il suo ritorno per affidargli i negozi 
del Comune, la Signoria rispose alla carissima Comunità 
che per convenienti respetti non poteva consentire che 
FArtusini tornasse a Ravenna dove era stato giudicato 
reo di omicidio (2). 

XL Intanto il Papa , tornato libero , cominciò a scuo- Querele dei 
prire qualche cosa de' suoi pensieri e mandò l'Arcivescovo ^^pa. 
Sipontino a Venezia a lamentarsi che fossero state occu- 
pate e tuttora si ritenessero terre della Chiesa , ed a chie- 
dere al Senato che gli fossero quanto prima restituite le 
città di Cervia e di Ravenna. 

« Fu al Senato Venetiano grandemente molesta tale 
« richiesta del Pontefice » come dice il Paruta « perche 
« conosceva tale istanza fatta a tempo e con maniera cosi 

(1) Senato Mar. , Reg. XXI , e. 75. (2) Ibid. , e. 104 , i. 



Senato. 



364 DRLLE ANTICHE RELAZIONI 

« importuna » significare che il Pontefice voleva alienarsi 
del tutto da loro , mentre in molti era fermo proposito di 
non allontanarsi in modo alcuno dall'amicizia del Papa. 
Quistioni in Domcnico Trevisan tentò di persuadere il Senato a re- 

stituire le città al Papa provando che era cosa in se giu- 
sta ed alla Repubblica in mezzo a tanta incertezza di cose 
assai vantaggiosa massimamente per non inimicarsi i po- 
tenti alleati del Pontefice : « Ma di grazia » diceva « come 
« crediamo noi che il re di Francia o il re d' Inghilterra 
« sieno per intendere questa cosa che ricercati dal Pon- 
« tefice di fargli la consignazione di Ravenna e di Cer- 
« via r habbiamo negata o prolimgata ? La fortuna della 
« Repubblica non è ancora cosi ben formata dopo tante 
« procelle , che dobbiamo porci in questo pelago Fonza 
« temere nuovi pericoli ». I Senatori erano rimasti incerti 
e già si disponevano alla restituzione , quando Alvise Moce- 
nigo sorse a persuadere il contrario, dicendo fra l'altre 
cose : « per spazio di cento anni siamo stati legittimi e 
« quieti possessori di queste città ed una d' esse abbiamo 
« rinnovata e riedificata a nostre spese : le abbiamo rioc- 
« cupate quando il Papa era già partito dalla lega e po- 
« tremmo ora tenerle perchè devono essere nostre per non 
« restituirle mai. Ma si hanno a restituire queste città alla 
« Chiesa ? Facciasi , ma facciasi in tempo , in modo che 
« abbiamo qualche maggior sicurtà che la nostra pia in- 
« tenzione verso la Sede Apostolica porti sicuro effetto , in 
« modo che per questa consignazione si possa venire ad 
« una pace universale ». « Fece il parlare di questi » 
continua il Paruta « grande sospensione d' animo ne' Se- 
« natori inchinando chi all' una chi all' altra sentenza , e 
« finalmente fu deciso di rispondere al Pontefice che il Se- 
« nato era desideroso di pace e che mandava come amba- 
« sciatore per appianare tutte le altre difficoltà Gaspare Con- 
« tarini ». Ma questi ricusava la restituzione dicendo : Che 
la Repubblica avea occupato Ravenna e Cervia a richiesta 
de' governatori pontificj e clie tuttora come alleata del Pon- 



FRA VENEZIA R RAVENNA 365 

tefice le manteneva , nb poteva restituirle finché tanto in- 
certe erano le cose di Europa. 

Per tutto quell'anno, che era il 1528 « il Pontefice non Pratiche dei re 
cessò dalle solite sue instanze » per riavere Ravenna e Cer- ,' ""^"^'^p^"" 

i far riavere 

via, ed il re di Francia desiderosissimo di farselo amico, Ravenna ai 
mandò un oratore a Venezia per richiederle. Ma il Senalo ^^p^* 
rispose di avere avuta Ravenna da Obizzo da Polenta quan- 
do già da quattrocento anni non era più direttamente go- 
vernata dalla Chiesa , ed avere poi avuto Cervia per testa- 
mento di Domenico Malatesta con gravezza di molte opere 
pie; che tuttora continuava ad adempire la volontà del 
testatore , e che il far desiderare queste città al Papa era 
un mezzo per tenerlo in ufficio ^ cioè al dovere, ed impedire 
che si alleasse con V imperatore. 

E giunto a Roma , l' oratore francese andava pro- 
ponendo diversi modi per accomodare la cosa, o che si 
dessero quelle città in feudo alla Repubblica con qualche 
ricognizione come era stato fatto di altre terre della Chie- 
sa, ovvero si deponessero in mano al re di Francia per- 
chè ne facesse ciò che voleva. Queste proposte non erano 
né accettate né rifiutate del tutto dal Senato Veneto, il quale 
rispondeva ricordando i suoi meriti verso la Chiesa, dicendo 
di confidar molto che la prudenza di Papa Clemente avrebbe 
saputo trovare qualche onesto e ragionevole tempera- 
mento. 

L'anno seguente , continuando il pericolo di una guerra 
generale in Europa , i Veneziani (che nella guerra aveano 
già speso cinque milioni d'oro) , esortarono il Papa ad ado- 
perarsi quanto sapeva per impedirla, promettendo che quan- 
do si dovesse venire ad una pace universale , la Repubblica 
avrebbe mostrato il suo buon volere nella quistione di Ra- 
venna e di Cervia. Ma l'ambizione di dominare la Roma- 
gna era uguale nel Papa e nei Veneziani e per questi il 
possesso di Ravenna erasi fatto importantissimo, anche 
perché molti nobili veneti vi aveano possessioni vastissime 
di dove in quell'annate tanto scarse mandavano alla Domi- 

Arch. , 3> Serie , Tom. XIX. 24 



366 



DELLE ANTICHE RELAZIONI 



Enrico Vili 

d' Inghilterra 
tenta invano 
di fargliela re- 
stituire. 



Trattato di Bar- 
cellona. 



nante grandissima copia di grano. Questa esportazione 
che i cittadini volevano impedita, fu poi limitata, do- 
vendosi lasciare a Ravenna il grano che occorreva per la 
seminagione (1). 

Enrico Vili d' Inghilterra , per aver seco il Papa nella 
lega col Re di Francia contro Carlo V, prometteva di far- 
gli restituire Ravenna dai Veneziani , e '1 Papa sentendosi 
diminuito ne' danari, nelle forze e nella opinione univer- 
sale , aheno oramai dai contrasti , v' entrò a malincuore , 
persuaso che i Veneziani avrebbero trovati semj^re nuovi 
ed artiflziosi pretesti per mantenersi in Ravenna. Infatti , 
il re d' Inghilterra , desiderosissimo di amicarsi il Papa per- 
chè gli permettesse il divorzio con Caterina , invano mandò 
a Venezia due messi per tratiare della restituzione , e per 
quanto anche egli stesso per sue lettere dichiarasse di avere 
impegnata già la regale sua parola , nulla ottenne , e Ra- 
venna rimase dei Veneziani. 

Ma Analmente nel Trattato conchiuso a Barcellona fra 
Clemente VII e Carlo Y il 20 Giugno 1529, fu stabilito 
anzitutto che l' imperatore per pace o per guerra avrebbe 
persuasi e costretti i Veneziani a restituire al Pontefice 
le città di Ravenna e di Cervia. 

Poco dopo Teodoro Trivulzio comparve a Venezia con 
ordine del re di Francia di farsi consegnare Ravenna e Cer- 
via e di tenerle fino a tanto che per questo negozio non fosse 
trovato qualche accomodamento , dicendo che ciò era fatto 
per spingere il Pontefice a dichiararsi favorevole alla Fran- 
cia. Ma il Senato rispose che questa quistione doveva es- 
sere risoluta insieme a tutte l'altre nella conchiusione della 
pace universale : e perchè dubitava forte delle intenzioni 
del re di Francia , scrisse a Lodovico Fallerò ambasciatore 
in Inghilterra che ottenesse da quel re antico amico della 
Repubblica , che vegliasse acciò che nella dieta di Cambray 
nulla fosse macchinato a suo danno. 



(1) Senato Mar., Reg. XXI, e. 101 , i. 



FliA VENEZIA E RAVENNA 



361 



Il 5 d'Agosto dopo lunghi e segreti abboccamenti ira 
Luisa di Savoia e Margherita d'Austria, era conchiusa a 
Cambray la pace detta delle Dame tra Francesco I re di 
Francia e Carlo V imperatore. 

L' imperatore trovavasi già col Papa a Bologna per 
trattare la pace universale ; ma la quistione del possesso 
delle città di Romagna non era ancora definita coi Ve- 
neziani : e questi erano incerti e discordi , volendo gli uni 
che r imperatore come alleato comune terminasse il nego- 
zio, gli altri trattare col Pontefice medesimo sperando 
con qualche ricognizione alla Chiesa di poter mantenere 
Cervia e Ravenna, o di amicarsi il Papa cedendogliele di- 
rettamente. Prevalse l'opinione di trattare col Papa per 
farselo amico « ma essendosi trovata nel Pontefice la so- 
« lita durezza , il Senato , non volendo per alcun tempo 
« essere accusato che per suoi particolari interessi havesse 
« interrotto il ben comune della Cristianità e conturl^ata la 
« sperata tranquillità d' Italia , trattandosi di una pace 
« universale , assenti finalmente di restituire al Pontefice 
« le città di Ravenna e di Cervia , salve le ragioni della 
« RepubbUca » (I). 

E il 25 Dicembre di quel memorabile anno 1529 Papa 
Clemente e Carlo V in Bologna piena di popolo e di 
pubbliche feste fecero pace coi Veneziani i quali resti- 
tuirono Ravenna e Cervia al Pontefice, col patto che le 
private proprietà appartenenti ai sudditi veneti non fos- 
sero tocche , che fosse accordato universale ed assoluto 
perdono a tutti i cittadini che avessero cospirato o com- 
battuto a favore della Repubblica o che con parole o con 
fatti avessero offeso il Papa o l' imperatore : che final- 
mente nessun'altra restituzione fosse loro richiesta. 

Intanto, accorso tremante a Bologna, veniva il Ruboli a 
gettarsi a' piedi del Pontefice , ed implorando pietà mostra- 



Piice delle 
Diinrie. 



Pace di Bologna. 
Ravenna re- 
stituita al Pa- 
pa (1529;. 



(1) Paruta . pa^. 35"), 3r)G. 



308 



DELLR ANTICHE RELAZIONI 



Carlo V è coro- 
nato a Bolo- 
gna. 



Decadimento di 
Venezia. 



va le lettere dalle quali appariva che egli per consiglio 
del Nunzio pontifìcio a Venezia avea domandato aiuto alla 
Repubblica , e solo perchè come alleata conservasse la città 
alla Santa Sede. Ma il Papa accoltolo con molta benevo- 
lenza , lo trattenne a lungo e lo fe'cavaliere. 

E i Ravennati che timorosi aspettavano le vendette 
papali e andavano indovinando i nomi de'cittadini che per 
essere stati amici ai Veneziani avrebbero veduto impiccati 
alle forche , come videro invece salvo il Ruboli , ribene- 
detta la città con Breve del 24 Gennaio 1530, nel quale il 
Pontefice prometteva di avere i Ravennati tutti senza ac- 
cettazione di persone in luogo di fìgliuoli carlssbni (1), 
ed il governo in ogni suo atto mite e benigno, pieni di 
inusitata allegrezza, cessarono per un poco dalle ire di 
parte e divennero tutti concordi nella devozione al Pon- 
tefice. 

XII. E posando la corona del regno di Lombardia 
( 22 Febbrajo ) e poi quella dell' impero sul capo vittorioso di 
Carlo V, Clemente VII poneva il giogo sul collo dell' Italia, la 
quale se a Carlo Magno , se ad Ottone il Grande, imbarba- 
rita si ma tuttora gagliarda, avea contrastato allegando 
i diritti della Chiesa , i privilegi dei principi , le antiche 
franchigie delle sue città, ora invece rimaneva tutta in 
piena babà di Carlo V e poi sino ai giorni nostri soggetta 
alle preponderanze straniere. 

E Venezia medesima , dove s'era ridotta quanta forza e 
quanta grandezza rimaneva all' Italia , che popolata (al dir 
del Sanudo) di cento ottanta o cento novantamila abitanti , 
alla Lombardia soltanto vendeva ogni anno merci pel va- 
lore di due milioni e mezzo di ducati , ma che delusa 
nel vedere tutti i grandi commerci indirizzarsi all'Ame- 
rica, da gran tempo avea mutata la sua politica ed ado- 
perati i suoi tesori nel prepararsi uno stato in terraferma , 



(1) Arch. Comun. Rav., Prot. B 1530. 



FRA VENEZIA E RAVENNA 



309 



in questo stato dal quale sperava novella grandezza aveva 
trovato la fine dell'antica potenza. E questo si vede special- 
mente manifesto nel suo dominio di Ravenna che forse 
fu la città più lungamente desiderata, più caramente acqui- 
stata , più faticosamente mantenuta , più ostinatamente di- 
fesa e che, come spesso si vede nelle cose umane, fu 
l'origine della sua rovina. 

Ma lo stato di Venezia non era unione di popoli con- 
generi e concordi, Venezia non era la città capitale per 
accordo ed utilità delle altre, ma come la si designava 
negli atti pubblici, la Dominante. 

Cosi carpita Ravenna, i Veneziani, a poco a poco le tol- 
sero ogni autonomia municipale, cangiarono i suoi statuti , i 
suoi gloriosi monumenti conservarono od abbatterono a loro 
senno : usarono dei diritti , delle forze e perfino degli averi 
dei sudditi , vi mercanteggiarono , vi arricchirono a dismi- 
sura. Ma la misera colonia non aveva parte in questa prospe- 
rità, anzi ne era di continuo impoverita. E per ogni minima 
cosa bisognava mandare a Venezia oratori che incomin- 
ciassero col solito se siqyplica. Per questo i Ravennati ap- 
pena usciti di mano alla Signoria veneta, confessavano a 
Papa Giulio II di dover provvedere come potevano alla loro 
miseria perchè non erano usati a mercatura veruna (1). 
Contrario a quello di Venezia è l'esempio che ai giorni 
nostri ci dà l' Inghilterra rimasta proteggitrice piuttosto 
che dominatrice delle sue colonie , più o meno libere , ma 
ognora più popolose e fiorenti. 

Nondimeno il governo veneto era molto migliore nelle 
intenzioni che negli effetti. Cosi vediamo il Senato punire 
i cittadini veneti che senza essere consiglieri entravano 
ne' Consigli delle città soggette e li per forza o per astuzia 
imponevano il loro volere, e ci restano lunghe serie di 
provvedimenti contro le soldatesche venete del iiresidio di 
Ravenna. La Signoria le pagava, ma non riusciva ad ot- 



Come avesse 
governata la 
colonia di Ra- 
venna. 



(1) Fant., Man. Rav., toni. V, pag. 433, 12 maggio 1511. 



370 DELLE ANTICHE RELAZIONI 

tenere che abitassero il castello rispettando le case , le robe 
e le persone dei cittadini. 

Tutti gli atti crudeli ed inumani 

Ch'usasse mai Tartaro o Turco o Moro, 

Non già con volontà dei Veneziani, 

Che sempre esempio di giustizia foro , 

Usaron l'empie e scellerate mani 

Di rei soldati mercenarj loro. 

Io non dico or di tanti accesi fuochi 

Ch'arson le ville e i nostri ameni lochi (1). 

Checche adunque si dica del grande accorgimento di 
quel Senato e del misterioso potere del Consiglio dei Dieci, 
la nota caratteristica del governo veneto (e solo una mo- 
nografia come la presente formata in gran parte sui docu- 
menti autentici può rivelarlo) era di riuscire a tutto, 
fuorché a frenare i soldati ed i propri cittadini che vi 
abitavano e v' arricchivano col commercio de' grani , e che 
temendo la confìsca da un novello governo strepitavano, 
minacciavano i Senatori se cedendo alle querele del Papa 
e de' suoi alleati , abbandonavano Ravenna. 

Cosi per avere estesa una troppo avara dominazione 
in terraferma e specialmente in quel di Ravenna , i Vene- 
ziani si trovarono addosso tutta 1' Europa civile ne ebbero 
mòdo di ritrarre il piede dal temerario passo. Ben lo dice 
il Machiavelh nel suo Asino cVoro: 

« San Marco impetuoso ed importuno 

« Credendosi aver sempre il vento in poppa 

« Non si curò di rovinare ognuno. 
« Non vide come la potenza troppa 

« Era dannosa e come me' sarebbe 

« Tener sott'acqua la coda e la groppa. 
« Spesso uno ha pianto lo stato ch'egli ebbe 

« E dopo il fatto poi s'accorse come 

« A sua ruina ed a suo danno crebbe ». 

{V Ariosto, C. XXXVI, 3, 



FRA VENEZIA E RAVENNA 



371 



Infatti la fortuna dei Veneziani incominciò a volgere 
in basso, e d'allora in poi rinunciando all'antico ascen- 
dente nelle cose d'Europa essi si fecero cauti e prudenti 
conservatori non della grandezza , ma soltanto delle istitu- 
zioni loro che per dugentosettantasette anni riuscirono a 
mantenere, Anche nel 1797 col Trattato di Campo Formio 
Napoleone I \i mise nelle mani degli imperatori d'Austria. 

Ravenna rimase poi cosi scarsa di operosità, di ric- 
chezze e di popolo , che oggi ancora girando per le deserte 
sue vie, ne torna a mente malgrado nostro quel verso 
sfiduciato : 

Funditus occidimus, neque habet Fortuna regressum! (1) 

Nondimeno , per l'antica sua gloria il nome di Ravenna 
è conosciuto appo ogni gente erudita e civile. Convengono 
molti a contemplare i mosaici, i marmi, i sarcofagi delle 
sue basihche, avanzi quasi unici di una età che lasciò si 
poche vestigia in Europa ; ma nulla ha Ravenna che 
tanto commova il viaggiatore, suscitandogli nell'animo 
vive immagini dei tempi che furono, quanto il nome e 
l'aspetto delle vetuste sue tombe. Questo provò il Grego- 
rovius nel 1863 quando per una via silenziosa e remota 
discese nella chiesa de' SS. Nazario e Celso , dove ri- 
schiarata da una fiaccola vide in mosaico l' immagine del 
Redentore giovinetto senza barba , quale appunto lo rap- 
presentavano i primi Cristiani; dove tre grandi sarcofagi 
marmorei da quattordici secoli racchiudono le ossa di Galla 
Placidia imperatrice figha di Teodosio Magno, e quelle di 
Costanzo e di Onorio II imperatore romano ; sicché egli non 
esitò poi di scrivere che questa chiesetta sotterranea era 
uno de' più notevoli monumenti del mondo (2). E la Rotonda 
di Teodorico che segna il passaggio fra l'età dei Romani e 
quella dei Barbari , sorge ancora intatta , isolata in mezzo 



Venezia e Ra- 
venna nelle 
età che segui- 
rono. 



(1) ViRG., Aen., Lib. XI. 

(2) Wanderjahre in Italien von Ferdinand Gregorovius. Vierter 
Band. Leipzig, Brockhaus , 1871. 



372 DELLE ANTICHE RELAZIONI 

agli orti che sono fuori le mura. Anche la triste signoria 
degh imperatori di Costantinopoli ci torna a mente dinanzi 
all'avello dell' Esarca Isacio, che par dimenticato presso una 
porta della basilica di S. Vitale. Finalmente in luogo men 
remoto , rifatto tre volte in cinque secoli , conosciuto anche 
dal popolo , e di recente aperto , onorato , ripulito alla me- 
glio , troviamo il sepolcro di Dante , poeta e quasi profeta 
del rinascimento della civiltà in Italia. 

E quanto alle antiche relazioni di Ravenna con Venezia 
non potendo ne ritrovare il principio , dovemmo risahre allo 
studio delle origini delle due città che vedemmo non contem- 
poranee, ma certo consimih : vedemmo ancora come tali re- 
lazioni divenissero ognor più frequenti , si moltiplicassero in 
mille guise, come Venezia a poco a poco riuscisse di far sua 
Ravenna nel 1441 , come la restituisse nel 1509 a Giuho II 
e ripresala poi, la abbandonasse per sempre nel 1529. 

E d'allora in poi cessa ogni speciale relazione fra Ve- 
nezia e Ravenna (1) , la quale più o men volentieri rimase 



(1) Aggiungerò che nel 1553 Tomaso Giannotti Ramponi medico raven- 
nate di molto grido e soprannomato il Filologo, riedificò quasi a sue spese 
la Chiesa di S. Giuliano di Venezia coi disegni di Iacopo Sansovino e di 
Alessandro Vittoria. La facciata fu eretta tutta a spese del Rangoni « e serve 
« più di monumento a lui che a mostrare l'ingresso del tempio santo di 
« Dio. E infatti sulla porta è seduta la immagine di Tomaso fusa in bronzo 
« dal Vittoria come si vede appiè della statua ove il prefato artista lasciava 
« il nome, e negli intercolumnj di fianco sculte sono due iscrizioni dettate 
« dallo stesso Tomaso ebrea l'uua , greca l'altra , e nelle quali si dice aver 
« egli composto molti libri di varia scienza , aver trovato egli il modo di 
« protrarre l'umana vita oltre a 120 anni , aver eretto del suo questa fab- 
« brica , aver egli con la sapienza sua resi illustri i ginnasi di Bologna, 
« Roma, Padova, il che mostra tutto peccar di superbia, questi segni e 
« questi caratteri offendendo cosi la maestà del luogo santo » (Vedi Ve- 
nezia e sue Lagune). Questo Rangoni dal doge Girolamo Prioli fu fatto 
cavaliere e Guardiano grande della scuola di S. Marco : visse ottanta quat- 
tro anni , « e vivo e morto ebbe onori a cui non giunse (come scrive il 
« Mordani) nessun ravegnano né prima né dopo di lui ». Fu sepolto con 
pubblica pompa di esequie nella chiesa di S. Giuliano. Ma la gloria di cui 
in vita pareva tanto superbo, non ebbe molto durevole dopo morto; e '1 
Mordani ito a Venezia nel 1858 scrive di se stesso clie « questa volta fu sol- 
« lecito e diligente nel cercare le memorie de' suoi illustri concittadini, e del 



FRA VENEZIA E RAVENNA oiò 

sotto al dominio dei Pontefici , che per mezzo di Cardinali 
Legati , Presidenti , Legati e Pro-legati la governarono sino 
al 13 Giugno 1859, quando partito il Pro-legato Achille 
Maria Ricci, Ravenna già insorta volle congiungersi alle Ravenna e ve- 

j5 Tj. !• nczia nel Re- 

provmcie unite a preparare il novello Regno a Italia. ^^^ ^, ^j^jj^ 

Il quale non fu poi compiuto che nel Giugno del 1866, 
quando gli Austriaci sgomberarono da tutte le provincie 
venete , e cosi fini per Y Italia la triste età delle prepon- 
deranze straniere. 

Il Conte Giuseppe Pasolini di Ravenna , Senatore , no- 
minato Commissario di re Vittorio Emanuele II nella città 
e nella provincia di Venezia , vi giungeva il 20 d' Otto- 
bre 1866, e poscia che in virtù del plebiscito anche Ve- 
nezia fu riunita all' Italia , v' instaurava il governo na- 
zionale. 

E lieto d' avere scorto nel caro nome paterno un 
nuovo ed ultimo anello fra le due città delle quali mi sono 

« Rangoni prima che degli altri : ma gli recò dolore grandissimo il sentire 
« che le ceneri e Tossa di lui erano state disperse ; e ne vide la vuota urna 
« nel cimitero che fu de' Padri Soraaschi appresso Santa Maria della Salute. 
« In assai chiese cercò i dipinti di Matteo Ingoli che in Venezia condusse 
« quasi tutta la vita e vi mori. E nel palazzo dei Dogi ammirò i bassi rilievi 
« di marmo parlo dove sono Amori che portano lo scettro di Giove e la spada 
« di Marte, lavoro greco di gran bellezza , trasportati da Ravenna quando i 
« Veneziani ebbero la sign Tia della città. Rivide la chiesa e '1 cenobio di San 
« Michele di Murano dove stette il Passi (scrittore mordacissimo) allorché , 
« esperto e disingannato delle cose umane, volle ridursi alla quiete e al si - 
« lenzio del chiostro. Rivide nella Riva degli Schiavoni la casa che fu del Pe- 
« trarca . ricordando ch'ivi, nel 1364 il grand'uomo raccolse ad ospizio il gio- 
« vane Malpaghini e gli fu più che maestro amico e padre amorosissimo 
« [Appendice alle Prose, pag. 69-70) ». 

« Matteo Ingoli pittore ravennate , uscito dalla scuola di Luigi dal Friso, 
« di un pennello tutto precisione, tutto industria» (Vedi Venezia e le sue 
Lagune}, dipinse in S. Giovanni e Paolo, la gran tela dell'ara massima 
rappresentante la Ascension di Maria e una gloria d'Angeli recanti la Cro- 
ce : in 5. Sebastiano, sei quadri che rappresentano azioni di S. Anna e la 
Vergine sua figlia, opere assai languide e deperite: in 6'. Luca, un S. Fi- 
lippo in abiti sacerdotali : il dipinto ò sulla porta della sagrestia. 

Ricorderemo da ultimo col Mordani che il ponte sul quale Fra Paolo 
Sarpi fu ferito di pugnale e lasciato per morto , tolse il nome di Ponte 
Biedo da una famiglia ravegnana. 



374 DELLE ANTICHE RELAZIONI EC. 

studiato di descrivere le antiche relazioni , con esso prendo 
commiato da'miei lettori Veneziani e Ravennati (se pure 
n'avrò) , pregandoli che in grazia di quello mi perdonino 
se sol con si povera ed imperfetta fatica ho saputo mo- 
strarmi erede dell'affetto a Venezia e della devota solleci- 
tudine per la mia terra natale. 

Fonte air Erta, 4 Dicembre 1872. 

Pietro Desiderio Pasolini. 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Studii Lelterarii di Giosuè Carducci. Livorno 
per Francesco Vigo, 1874. 

Non tutti per avventura coloro che tengono il Carducci 
per un caldo e robusto poeta (quale che delle sue diverse ma- 
niere piaccia prescegliere), sapranno esser lui un critico di 
letteratura profondo, sottile, diligente quanto pochi altri che 
abbia l' Italia. Noi che scriviamo conoscemmo il Carducci fino 
dalla prima sua gioventù, e possiamo attestare quanto larghi 
ed assidui fossero i suoi studii sulla storia italiana civile e 
letteraria , e come fin d'allora manifestasse certi suoi inge- 
gnosi disegni sulla determinazione dei varii periodi di nostra 
letteratura, disegni che in quel tempo (1857) e in un giovane 
come lui, mostravano una disposizione non comune alla critica. 
Più tardi egli allargò ed ampliò i suoi studii, li estese alle 
letterature straniere, conobbe i critici tedeschi e, senza con- 
traddire nella sostanza a quelle sue prime congetture e quasi 
direi divinazioni , si fece della nostra letteratura un concetto 
più sicuro e più universale. In lui ci pare che si trovino riu- 
nite molte doti , che mentre costituiscono l' eccellente critico , 
di rado trovansi congiunte in un uomo solo ; e per verità ap- 
parisce nel Carducci si la cognizione estesa e particolareggiata 
delle letterature antiche e moderne, si la pazienza nel consul- 
tare e il criterio nel debitamente apprezzare gli antichi codi- 
ci, si la perizia della lingua e dell'arte, si finalmente il gusto 
fine e squisito nel distinguere le diverse maniere degli stili, 
e le più segrete bellezze degli autori. Queste doti fanno sì 
che, non ostante certe sue idee e persuasioni ferme e radi- 
cate, dalle quali molti e noi pei primi dissentiamo, egli si 
serbi nella critica più imparziale di tanti altri meno dotti di 
lui. Il meglio dei suoi lavori di critica letteraria è raccolto. 



376 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

con giunte e miglioramenti di grande importanza, in questo 
bel volume del Vigo. Contiene quattro lunghe operette tutte 
qual più qual meno degne di nota e di studio ; onde ci sembra 
ben fatto darne qui un succinto ma chiaro ragguaglio, tr£it- 
tandosi di materie che colla storia letteraria abbracciano in- 
sieme anche la civile, per quello stretto legame che l'una al- 
l'altra congiunge, e però ben si confanno alla natura di que- 
sto periodico. 

La prima dissertazione intitolata. Dello svolgimento della 
letteratura nazionale è divisa in cinque discorsi, suddivisi poi 
essi medesimi in diversi paragrafi. Invece di dare l'indice di 
questi discorsi, ci proveremo a raccogliere brevemente il pen- 
siero dell'autore, valendoci quasi sempre delle stesse parole 
di lui. 

Fallita l'aspettata distruzione del mondo e varcato il fatai 
termine del Mille, si desta nell'Europa una vita nuova, co- 
minciano la nuova civiltcà e le nuove letterature. Come due 
astri guidavano la societcà umana per la età di mezzo, il papa 
cioè e r imperatore ; così due erano i principii più generali di 
quella civiltà letteraria comune a tutta l'Europa, l'ecclesiastico 
e il cavalleresco. L' Italia ebbe di proprio i comuni e l'elemento 
romano e popolare. La idea religiosa chi la riguardi nel movi- 
mento letterario si porge molto complessa, ma più specialmente 
si manifesta per due guise d'azione e con due forme : ascetica 
ed ecclesiastica. Nella sua parte ascetica il cristianesimo rimane 
orientale, e ritiene la immobilità , e impone l'annegamento del 
finito neir infinito e dell' uomo in Dio : nella parte ecclesiastica 
si fa romano , ed appropriandosi quale retaggio le tendenze 
universali e le tradizioni eclettiche dell'impero, trasforma a 
sua foggia il paganesimo sensuale delle genti latine e il paga- 
nesimo naturale delle germaniche , per servirsi dell' uno con- 
tro l'altro e vicendevolmente modificarli. Di faccia alla Chiesa 
sorge la barbarie, o, diciam meglio, la società di conquista, 
rappresentata nella civiltà e nella letteratura cavalleresca. Ma 
l'elemento cavalleresco , per quanto diversamente si modificasse 
nelle sue molteplici congiunzioni al genio paesano , fu straniero 
e importato fra noi; 1' ordine feudale da cui moveva e a cui ri- 
tornava la poesia cavalleresca , rimanendo fra noi senza un cen- 
tro monarchico nazionale, fu ben presto sopraffatto dall'elemento 



RASSEGNA BIBLIOCtRAPICA ../ / 

indigeno e cittadino con cui per gran parte si fuse : il perché 
non ebbe mai l' Italia né cavalleria vera nò vera poesia caval- 
leresca , della quale attinse le materie e le forine al di fuo- 
ri , per trasmutarle e rimaneggiarle. Intanto all'ombra della 
Chiesa, un terzo elemento nelle contese tra pontefici e im- 
peratori sorse , terzo e più vero potere , fin allora sconosciuto 
ed oppresso; e chiamavasi il popolo. Quel p()p(jlo che altrove 
rimaso terzo stato aiutò i monarchi a snervare ed abbat- 
tere il clero e la nobiltà , qui all'ardita opera procede primo 
e solo. E come egli era in effetto il risvegliato elemento ro- 
mano , così l'opera sua di civiltà é essenzialmente pratica , e il 
movimento ideale é di restaurazione e continuazione delle tra- 
dizioni antiche. Ora la storia di queste tre varie o forze o 
elementi, l'ecclesiastico, il cavalleresco e il nazionale è la sto- 
ria della letteratura italiana. 

Posto cosi il fondamento al suo lavoro, passa il Carducci 
nel secondo discorso a svolgerne le fila. Mostra come il primo 
periodo della nostra letteratura fosse tutto latino, il che doveva 
essere qui più che altrove, perchè la Chiesa avea consacrato l'idio- 
ma dell'antico impero, aiutata in questo suo intendimento dallo 
stesso principio popolare , il quale e nella scuola conservava la 
tradizione classica, e con le leggi e con le forme del reggi- 
mento mirava tuttavia a Roma, la cui grande immagine stié 
sempre dinanzi agli occhi degl'Italiani, gli confortò schiavi, 
gì' inanimò ribelli, liberi gì' illustrò della sua gloria radiante 
di fra le ruine , come la fiammella della lampade mortuaria, la 
quale raccontasi si serbasse viva a traverso i secoli nella tomba 
della fanciulla romana figliuola del grande oratore. Distingue 
poscia un secondo periodo lombardo , quando il settentrione 
della penisola diventò primo campo alle battaglie del risvegliato 
elemento romano; e dà le ragioni per cui i monumenti lette- 
rari di cotesto paese si manifestassero tutti da prima e quasi 
tutti anche di poi, in lingua provenzale; facendo vedere che 
quella coltura fu coltura straniera. Distingue un terzo periodo 
che è il siculo , che s' incastra per il tempo nel periodo lom- 
bardo, e si serve d'un dialetto che fu veramente idealizzato 
a idioma letterario , o che almeno molto influì e contribuì nella 
lingua letteraria , tanto che da Dante e dal Petrarca si dà 
a' Siciliani l'onor del primato di tempo, che par diflacile con- 



378 RASSEGNA BIBLIOGRAFirA 

trastare;, nella volgar poesia ; e tuttavia anche il periodo siculo 
è nazionale solo nelle forme esterne e non in tutte. La poesia 
cavalleresca finisce in Lombardia e in Sicilia senza eredi. Bo- 
logna posta fra Lombardia e Toscana, raccolse in sé le tradi- 
zioni delle due più gloriose popolazioni italiane. Per amore 
del Guinicelli , riconosciuto novatore solenne sin da' coetanei e 
salutato padre da Dante , al quarto periodo della nascente let- 
teratura , che é periodo di transizione e che si estese ad altre 
regioni dell' Italia mediana, rimane e rimarrà l'aggiunto di bo- 
lognese. Bologna, la madre degli studi, prima senti l'arte, 
e prima all'arte sposò la scienza; divinando gli spiriti e le 
forme della grande letteratura che era per venire. Qui l'au- 
tore , dopo aver notato come quando si determinava fra noi il 
proprio e vero rinascimento letterario, la nativa e legittima 
arte del medio evo andava scadendo in Francia e in Germania ; 
prende a considerare quanta parte dell'elemento cavalleresco 
ed ecclesiastico si assimilasse il principio popolare e nazionale. 
L'epopea romanzesca non divenne europea e popolare se non per 
la intromissione e la mezzanità del principio religioso. Maggiori 
vestigi lasciò e più si apprese alle menti quella parte che di 
natura sua è più universale e comune : la lirica individuale ca- 
valleresca. Ma più efficace e di più durevole impressione fu 
in Italia l'opera del principio ecclesiastico, massime per ca- 
gione dei due nuovi ordini religiosi, i Francescani e i Domeni- 
cani; ai quali corrispondono due forme d'arte mistica, la vi- 
sione e la meditazione. Nel terzo discorso , l' autore ci mostra 
la letteratura nazionale stabilita in Toscana e più specialmente 
in Firenze , si per il dialetto più puro , elegante e regolare de- 
gli altri italici , si perchè gli altri stati d' Italia non aveano più 
quel vigore e queir indipendenza che sullo scorcio del se- 
colo XIII godeva Firenze. In questa erano allora tutti i diversi 
elementi della vita nuova italiana: e i termini del primo origi- 
nale periodo si riscontrano agevolmente e naturalmente nella 
storia fiorentina, dal 1282 al 1378, dalla istituzione de' priori 
al tumulto de' Ciompi. In questo tempo tre generazioni diverse, 
tre diversi popoli passano sulla scena del comune : il popolo 
vecchio dei cittadini grandi o antichi , i quali avevano stabilita 
accettata la constituzione dell' 82: il popolo nuovo, la bor- 
ghesia più piccola e l'avventizia del contado , che tiene il 



IlASSF.GNA lilHLlOdKAPlCA ■ 370 

campo dopo il 93 e specialmente dopo il 1301 : il popolo minuto 
la plebe che si fa avanti dal 1343 al 78. Dante rappresenta 
il popolo vecchio. Egli prese dalla parte più severa dell'ante- 
riore generazione la poesia lirica, la prese e compenetrò 
di dottrine scolastiche i)er sollevarla a un ideale im materiato 
di meditazione e contemplazione mistica; e sorto in uno di 
que' momenti storici, in cui la religione prende quasi il carat- 
tere della nazione, e la nazione quel della religione, egli fu 
r Omero di cotesto momento di civiltà , chiudendo a tempo con 
un monumento gigantesco l'età dell'allegoria. Ma tali momenti 
presto passano : perciò avvenne che della Divina Commedia , 
rimanendo vivo tatto quel che è concezione e rappresentazione 
individuale, fosse già antica fin nel trecento la forma primi- 
genia , la visione teologica : perciò Dante non ebbe successori 
in integro. Il Petrarca rappresenta quella parte più eletta dei 
popolo nuovo che sorse intorno a Giano della Bella o poco 
dopo di lui : egli nelle sue liriche scoprì in sé e rivelò l'uomo; 
l'uomo del medio evo a cui la natura ha ricominciato a rifa- 
vellare dai libri degli antichi , 1' uomo del medio evo in con- 
trasto tra la materia e la forma , tra il senso e lo spirito, tra 
il cristiano e il pagano. Il Boccaccio plebeo, bastardo e con 
sangue parigino dentro le vene, il gran distruttore dell'amore 
cavalleresco e dell'ideale monastico, è il più sicuro rappresen- 
tante di quel popolo grasso del secolo XIV che fini di ricoprire 
con la sua alluvione il popolo vecchio e l' Italia del secolo XIII : 
egli fece le sue prove in tutti i generi, ma riesce solo quando 
scende al reale ; quando rappresenta il sensuale. Il Decamerone 
fu opera d'opposizione contro il principio cavalleresco ed eccle- 
siastico. Da questi tre grandi uomini muove il Rinascimento , 
e nelle opere loro è in germe il fiore lussureggiante dell'arte 
nel cinquecento. Mentre la poesia dell'altre genti d'Europa ebbe 
oltre le forme un contenuto nazionale , la poesia italiana , tar- 
diva come la nazione , non ha un fondo nazionale ; la Com- 
media, il Canzoniere, il Decamerone sono per il contenuto più 
presto europei, cristiani o umani, che non italiani. Nel discorso 
quarto passa l'autore al quattrocento, che egli considera come 
secolo di passaggio al cinquecento : l'opera de' tre grandi scrit- 
tori del trecento era sfcita, più che altro, individuale, e to- 
scano r istrumento e la materia : occorreva che l'opera stessa 



380 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

da individuale divenisse comparativamente sociale, e l' impronta 
letteraria di toscana si facesse italiana. Il movimento letterario 
nel trecento fu parziale , generale nel cinquecento: il processo 
fu nel trecento toscano, italiano nel cinquecento. Il quattro- 
cento, meglio quell'età critica della nostra letteratura che 
corre dal tumulto de' Ciompi alla seconda cacciata de' Medici, 
dal ristabilimento dei papi in Italia e dal primo affermarsi 
delle signorie in principati regionali, fino alla calata di Car- 
lo Vili, dal 1378 al 1494, presenta due periodi nettamente di- 
stinti: il primo, nella storia politica, è dello scisma e dei 
condottieri; nella letteraria, è del dissidio fra l'italiano e il 
latino e della poesia popolare; il secondo, nella storia poli- 
tica, è della confederazione ordinata e dell'equilibrio; nella 
letteraria, è il rinascimento della vita italiana nella forma 
classica. Il ritorno all'antichità, operato nel quattrocento, e 
del quale alcuni vorrebbero dar l'onore ai Greci sfuggenti di- 
dinanzi alla ruina ottomana, e nel quale altri veggono un fu- 
rore intempestivo che venne a interrompere il filo delle tradi- 
zioni nazionali nell'arte , e impedi lo svolgimento ulteriore del- 
l'originai medio evo, è per il Carducci non altro che la 
continuazione e l'esplicazione necessaria del moto di restaura- 
zione del risvegliato elemento romano. Se il secolo decimoquinto 
non ebbe nei primi cinquanta o sessanta anni scrittori italiani 
degni di nota, pure accanto alla corrente un po' mista e non 
troppo abbondevole della letteratura dotta, seguita dalle sor- 
give del duecento e trecento a devolversi il bel fiume della 
popolar letteratura, la quale, in disparte dalle tre grandi opere 
classiche del trecento, onde solo accettò certe forme e colori 
di stile, ebbe largamente coltivati, oltre le novelle e leggende 
in prosa, i tre generi della poesia: la lirica, T epica, la dram- 
matica. Lo studio dei grandi modelli dell'antichità doveva essere 
il mezzo onde gli scrittori delle varie regioni italiche riuscis- 
sero a fare italiana la toscanità nazionale di Dante , del Petrar- 
ca, del Boccaccio. Ciò si preparava , ma la fusione , la trasfor- 
mazione non era ancora avvenuta. La nuova letteratura del 
quattrocento rimase letteratura della confederazione. E come 
la confederazione ebbe specialmente tre centri , in cui si raccol- 
sero le forze minori, Napoli pel mezzogiorno, Milano pel 
settentrione, Firenze pel mezzo; cosi tre scuole o tre capitali 



Rassegna iuiìlkjcìkakica -'^^l 

ebbe la letteratura della confederazione; Napoli con isloggiu 
d'erudizione e lussuria di forma monarchica; non Milano che 
troppo poco aveva nel Bellincioni e nel Visconti ed era riser- 
bata centro a un posteriore rinnovamento, ma Ferrara co' suoi 
duchi già ospiti deri trovatori, con le sue tradizioni signorili e 
l'aria magnifica e cavalleresca; e Firenze in ultimo, sempre 
democratica per una parte, per l'altra contemperatrice dei di- 
versi elementi nell'arte, a quel modo che nell'ordine politico 
era col Medici conservatrice dell'equilibrio. Napoli colla sua 
accademia pontaniana promuove e coopera, anche più di Roma, 
al movimento di restaurazione dell'arte classica e della poesia 
latina. Ma il Fontano non presenta che una sola sembianza 
del Rinascimento: questo nel concetto suo più nobile, come i-i- 
sorgimento del naturalismo ideale, fu tentato in Firenze per 
Lorenzo, il Poliziano e il Pulci. I due primi ritornarono e ri- 
chiamarono l'arte e lo stile alle nobili tradizioni del treceniM 
per quanto, e non era poco, rimaneva in esse di vivo, e in 
'quelle chiare fresche e dolci acque riforbirono la poesia popo- 
lare dall'attrito plebeo. Il terzo nella massa informe del- 
l'epopea di popolare sollazzo, impresse il suo individuale sug- 
gello : senza lasciarsi assorbire dall'argomento , egli inter- 
venne co' sentimenti suoi all'opera epica, vi mescolò i suoi 
intendimenti, che erano a punto i sentimenti e gli intendi- 
menti della borghesia italiana del tempo. Intanto Matteo Bo- 
iardo , nell'aristocratica Ferrara , prendeva a rinnovar l'epopea 
signorilmente con l' intenzione a un' ideale artistico. Egli sa- 
rebbe , senza il Tasso , il primo e l' ultimo vero cavaliere della 
poesia italiana: certo, è il solo cavaliere della prima età del 
Rinascimento. In tutta questa letteratura nulla dell' elemento 
religioso, il quale, contro il prevalente Rinascimento, insor- 
geva con un ultimo tentativo di ascetica reazione in persona 
di Girolamo Savonarola, il quale volle tentare una riforma re- 
ligiosa , senza sentire che la riforma d' Italia era il Rinasci- 
mento pagano e che non era più possibile rivocare il medio 
evo su la fine del secolo XV. La quinta età della letteratura 
nazionale , 1' età del perfezionamento nella copia ordinata , nella 
ricca e baliosa eleganza, nell'armonica varietà, nell' unità con- 
cettuale delle forme, si svolge appunto dal 1494, l'anno della 
prima invasione straniera, con l'uscire del Sannazaro e del 
Arch. , 3» Serie, Tom. XIX. 25 



:]S2 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Bembo a dittatori del nuovo gusto e formatori della lingua 
nelle regioni del settentrione e del mezzogiorno , con l'apparire 
del maggior poeta, l'Ariosto, e del maggior prosatore, il Ma- 
chiavelli. La maturità è circa il 1530. Il movimento fecondo 
seguita fino al 1559, l'anno della pace di Castel Cambresis clie 
apri nella penisola l' età delle signorie straniere, avvalorate dal 
diritto europeo; e si può tenere clie venisse mancando circa 
il 1565, un anno dopo la chiusura del concilio Tridentino. Il 
carattere più rilevatamente storico ed estetico della letteratura 
del cinquecento e l'unità nel classicismo della forma e nella 
italianità della lingua. Il processo di assimilazione era compito, 
dell'assimilazione della materia indigena e medioevale col clas- 
sicismo rinato ; e le idee e le forme ne avean preso un atteg • 
giamento nuovo. Ma il popolo nel secolo XVI si ritrasse quasi 
volontario dall' intervenir più come autore nel lavoro lettera- 
rio , e , per quel che gli rimase di vita , fece la secessione nel 
campo de' dialetti; infatti la letteratura de' dialetti, ricchissima 
negli ultimi tre secoli e più originale in molte parti che non 
la nazionale , incomincia dal cinquecento. Il cinquecento non fu 
veramente poetico, ma fu artistico: ebbe l'intuizione del reale 
neir universo e l' idealismo dell'arte nella vita , e in questa ella 
cercava il riposo da quella , e ambedue erano il portato neces- 
sario dello svolgimento anteriore e si addimostrarono , più che 
altrove, insigni nelle opere di Niccolò Machiavelli e di Ludo- 
vico Ariosto , nei quali pare che si raccolga e rifletta tuttociò 
che sparsamente fu il pensiero e l'arte italiana in quella età 
grande e triste. La singolarità dell' uno consiste nel sentimento 
artistico di trattare e considerare la politica in sé e per sé 
senza riguardo a un fine immediato, e nell'astrarre dalle ap- 
parenze parziali del presente transitorio per meglio imposses- 
sarsi del reale eterno e immanente e assoggettarselo. Nel- 
l'Ariosto la poesia è fine a sé stessa : egli è fra i poeti italiani 
(luello che più veramente fece ciò che i moderni dicono l'arte 
per l'arte : non ebbe secondi fini : egli intese di fare un ro- 
manzo da dilettare e maravigliare la generazione fra cui vive- 
va. L'arte per l'arte è la fine della poesia popolare e nazionale 
e sociale che voglia dirsi; quindi la poesia fu sopraffatta dal 
burlesco in tutti i suoi generi, e il fatto del Machiavelli e del- 
l'Ariosto che, l'uno storico l'altro epico, pur si incontrano 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 3S:l 

nella commedia, dà ragione, più assai che ogni lungo discor- 
rere , di quel secolo e di quella letteratura. Ma l' Italia invece 
di buone commedie ebbe un altro poema, un poema eroico e 
religioso, la Gerusalemine IWei-ata. Il rinnovamento cattolico 
che la Chiesa tentò opporre alla riforma protestante, la mi- 
naccia che veniva alla civiltà europea dall' Impero ottomano 
lornivano il tempo opportuno, e il Tasso potè sorgere poeta e 
ilei rinnovamento poetico e della civiltà cristiana. Egli è l'erede 
legittimo di Dante Alighieri; è il solo cristiano del nostro Ri- 
nascimento ; del quale per altro partecipa tanto , che il sensua- 
lismo neir opera sua si mescola al misticismo : di questa du- 
plicità, di questa discordia egli porta innocente la pena, e se 
ne accora tanto che ne impazza. Il grido molle e straziante 
dell'elegia che pur fra gli accordi della tromba epica gli pro- 
rompe dal cuore mesto e voluttuoso, lo annunzia il primo in 
tempo de' poeti moderni. E, cosi in disaccordo com'egli era 
col tempo suo, potè raccogliere in sé gli estremi spiriti della 
cavalleria e della religione. E fu l'ultima prova. Terminata 
l'età del sentimento e della fantasia, ed esaurito anche l' idea- 
lismo artistico, come avrebbe potuto l'Italia seguitare ad espan- 
dersi nella riflessione, nell'osservazione, nell'indagine del pen- 
siero, lo dicano il Telesio, il Bruno, il Vanini. Oramai dopo 
la pace di Castel Cambresis e il Concilio di Trento , l' Italia , 
non potendo altro, sfoga il bisogno del dubbio dell'investiga- 
zione e della disamina intorno la materia de' fatti , e la storia 
di politica patriottica diviene erudita e critica. Intanto la poe- 
sia e l'arte emigravano alle altre genti latine, alle giovani e 
vittoriose nazioni di Spagna e di Francia: nella prima delle 
quali il principio religioso , e nella seconda il cavalleresco e 
feudale doveano fare la miglior prova d' una letteratura catto- 
lica e monarchica. Mentre l'Europa creava il dramma, l'Ita- 
lia sopraffatta e prostrata dagli stranieri non potè avere un 
teatro, ebbe per altro due opere drammatiche originali e sue, 
V Aminta e il Pastor fido. Il dramma pastorale e mitologico fu 
la materia propria della musica : cosi la poesia evaporò in Ita- 
lia, e restò la musica, sola arte che le rimanesse dopo il se- 
colo XVI e sola sua gloria per troppo tempo di poi. La sua 
grande letteratura, la letteratura viva, nazionale a un tempo 
ed umana, con la quale ella conciliò l'antichità e il medio 



oSl RASSEGNA BIBLIOtìRAFlCA 

evo e rappresentò romanamente l'Europa innovata, tìni col 
Tasso. 

Tali sono le idee principali di questa prima dissertazione, 
sufficienti j crediamo, a farla conoscere ed a invogliare di leg- 
gerla in fonte. Come esame diligente e profondo di fatti , come 
sapienza di partizione, come giusto accoppiamento di analisi e 
di sintesi, ci pare che queste idee sieno diffìcili a combat- 
tersi, almeno in generale. Si può bene diff'erire dall'autore 
nella stima che egli fa di certi fatti. Il cristianesimo , per esem- 
pio, egli lo crede non artistico, anzi di per sé stesso nemico 
dell'arte e, come ascetismo puro, lo appella unamahittia. Il che 
mostrerebbe, se non e' inganniamo , un concetto un po' ristretto 
parziale dell'arte, perchè, se è vero che il cristianesimo rup- 
pe quella concordia che la civiltà pagana aveva alla meglio 
stabilita fra la carne e lo spirito, fra il reale e l'ideale, onde 
potrebbe per questa parte sembrar meno artistico; è anche 
vero che esso ristabili tal concordia in una sfera più alta , non 
più neir uomo solo ma nell' uomo elevato Ano a Dio , e cosi . 
acquistando grandemente nel concetto morale , dovette rendere 
l'arte più nobile, più ampia e anche, tutto considerato, più 
bella. Il cristianesimo non è nemico della civiltà ; esso anzi si 
appropriò , come il Carducci stesso ha notato , moltissime parti 
della civiltà antica: ma in quelle non sì fermò , aspirando sem- 
[)re a qualche cosa di più perfetto, onde introdusse nel mondo 
r idea di un immancabile progresso della civiltà stessa. Il Car- 
ducci è anche dì parere opposto a coloro che maledicono al Ri- 
nascimento pagano, come causa che mancasse il naturale svol- 
gimento della letteratura cristiana; e crede che quel Rinasci- 
mento fosse necessario ed originale nel jìopolo italiano, erede 
delle tradizioni latine. Noi siamo con lui nel rendere onore a 
questa splendida eredità antica, dalla quale l'Italia non puu 
separarsi, se non vuol perdere ogni carattere proprio, e per("> 
non malediciamo al Rinascimento; ma riconosciamo, coi suol 
avversarli, che l'arte allontanatasi troppo dal cristianesimo 
clie la vivificava, e ciò a causa della corruzione grande dei 
costumi, si ridusse ad una vuota forma, e perdette efficacia e 
vera bellezza, non avendo jìotuto all'idea cristiana, sostituire 
altra cosa che ne tenesse le veci. Ma, stando al solo-ftitto, 
conveniamo con lui clie_, mancata la fede viva del medio evo, 



RASSI^(1>;a JilUJ.LOdJiAFlCA 385 

l'Italia non potea avviarsi per altra via da quella dove si 
mise. 

La seconda dissertazione tratta Delle ì'iriie di Dante Ali- 
[ihieri. E un'analisi diligente e sapiente della vita e dei senti- 
menti di Dante nella sua gioventù (sulla quale l'autore ci pro- 
mette di scrivere un'opera maggiore), e delle diverse maniere 
di lirica che a quelli corrispondono. Nulla è trascurato ; tutto 
é collocato al suo luogo con grande maestria ; si tien conto degli 
studi precedenti e, all'occorrenza, si correggono e si accresco- 
no : sicché la storia della lirica dantesca e il legame che unisce 
le minori opere del Poeta alla Divina Commedia acquistano , 
per questo discorso, molta luce. Duolciche la brevità dello spazio 
ci impedisca di fare anche di questo scritto una lunga e mi- 
nuta analisi ; ma non possiam tenerci dal riportare una parte 
della conclusione, dove l'autore riepiloga le sue idee principali. 
« Dante adunque incominciò come titti i rimatori dell' età sua, 
prendendo l'ispirazione e il motivo dalla poesia d'amore cavai' 
leresca. Se non che e la tempra dell' animo e le condizioni de- 
gli affetti suoi e le circostanze dei tempi dettero alla sua li- 
rica qualche cosa di estatico e di solenne , un afflato mistico 
in somma; sotto il quale la materia prima di quella poesia, 
che era la trattazione cavalleresca dell'amore, venne del tutto 
rimutata e assunse nuova forma. Ma dopo la morte di Beatrice 
l'ardore dei sentimenti giovanili fino allor contenuto divampò 
in fiamma, e la poesia ne divenne reale espressione di passion 
naturale. Di che col procedere degli anni e degli studi penti- 
tosi e come vergognando, il poeta trasmutò quell'ultima sua 
poesia a rappresentazione simbolica dell' amor della scienza , 
e quindi passando al dottrinale puro e alla lirica propriamente 
gnomica divenne il cantore della rettitudine; sin che dalla 
filosofia procede alla teologia, e dalla donna gentile ritornò a 
Beatrice ». Cosi il Carducci, tenendosi con savio avvedimento 
nel giusto mezzo, serba il dovuto riguardo, e al senso lette- 
rale e al senso allegorico delle due donne : secondo il senso 
letterale , Dante abbandona la memoria della sua donna per 
correr dietro ad altre donne (e questo senso è vero e storico): 
secondo l'allegorico. Dante abbandona gli studi teologici per 
darsi ai filosofici, e questo senso è trovato dal poeta per con- 
giungere ingegnosamente il Conmfo colla Vita nuova, e nobi- 



386 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

litare col simbolo la memoria di quell'amore che distolselo da 
Beatrice. Che se la spiegazione del Carducci non toglie affatto 
via le difficoltà gravi e forse insolubili intorno al legame fra 
le due opere , certo però è la più ovvia e naturale che fin ora 
abbiamo veduta. 

Non meno importante nel suo genere é la dissertazione che 
segue, Dello, raria fortuna di Dante. Semhrsi mossa da alcune 
parole del Camerini, che l'autore riporta: « Un libro curioso 
e non ancora fatto, sarebbe quello della varia fortuna di Dante». 
Ma è da dolersi che questo scritto non vada oltre il secolo XIV, 
anzi oltre il Petrarca; poiché, per copia e curiosità di noti- 
zie, per imparzialità di giudizi, per viva pittura di que' tempi 
e dì quegli uomini, riesce gustoso e profittevole molto a leg- 
gersi: vi trovi le relazioni letterarie fra il poeta e Giovanni 
del Virgilio, il dolore che suscitò in tutti la morte di Dan- 
te, la guerra mossa alla sua memoria da Cecco d'Ascoli, 
le accuse date dalla Curia romana al poeta per cagione 
del libro De Monarchia, le notizie su' primi commentato- 
ri, le questioni sull'autenticità del commento attribuito a 
Pietro , e , per tacere di altre minori cose , i cenni sugli ammi- 
ratori e imitatori di Dante, fra i quali il Carducci si ferma 
sui due più grandi, che sono il Petrarca e il Boccaccio. Contro 
r opinione del Foscolo e del Cantù , ma con molta abilità , purga 
la memoria del Petrarca dalla taccia d' invidia che le vien data, 
ricavandone le prove dalla nota lettera stessa del cantore di 
Laura, lettera che il Carducci traduce di nuovo maestrevol- 
mente. E tanta poi l'amenità e varietà delle digressioni e 
de' motti con cui l'autore infiora l'argomento, che il lavoro 
piglia l'attrattiva di un romanzo, senza però nuocere alla si- 
curezza e alla copia dell'erudizione. Piace anche sommamente 
vedere nello scrittore la giusta venerazione al sommo poeta , 
senza cader nell'idolatria, né fardi lui un personaggio ideale ; 
e a noi specialmente piace il tributo d' onore eh' egli rende al 
Petrarca contro coloro i quali, com'egli dice, sacrificano il Pe- 
trarca suir ara di Dante ( pag. 320 e seg. ). 

L'ultima dissertazione é intitolata: Musica e 2''0esia nel 
mondo elegaìit3 italiano del secolo XIV: tema curioso e im- 
portante, e in gran parte nuovo. Dopo avere indicatole de- 
scritto i tre principali codici musicali di quel tempo, il pa- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 387 

latino di Modena, il regio o imperiale di Parigi, e il lauren- 
zlano palatino di Firenze, dà il nome e, quando può, le notizie, 
di molti antichi musici, fermandosi specialmente su Francesco 
Landini : entra poscia nella poesia popolare che era il soggetto 
di quella musica, e tesse la storia del madrigale antico, mo- 
strandone la differenza dalle pastorelle francesi e provenzali, 
determinandone la natura primitiva, e illustrandolo con nu- 
merosi esempi nelle sue varie maniere; da quella pastorale 
fino a quella morale e politica. Anche qui l'argomento è reso 
ameno, oltre agli esempi numerosi che di per sé stessi ralle- 
grano, con digressioncelle e motti, e qui forse con un po' d'ec- 
cesso d'inopportunità. L'autore poi ci fa sperare di voler con- 
tinuare la trattazione, discorrendo anche delle altre specie di 
poesia popolare antica. E veramente sì questo come gli altri 
scritti contenuti nel presente volume più che contentarci con 
quello che hanno , ci infondono un acuto desiderio di quello che 
promettono o aspettano : infatti il primo discorso non è che 
un succinto sommario di un bellissimo libro che il Carducci 
potrebbe e dovrebbe fare , intitolandolo , presso a poco , Storia 
della letteratura nazionale in Italia. Il secondo si fonderebbe 
molto acconciamente sopra la Storia della gioventit di Dante , 
che è anch'essa nelle intenzioni dell'autore. Il terzo scritto 
resta incompiuto , e per quanta parte ! E il quarto , per esser 
bene apprezzato e gustato , avrebbe bisogno di far parte d' una 
Storia della poesia popolare italiana nei primi secoli della 
Letteratura. Auguriamo al Carducci lena e quiete per colorire 
tanti bei disegni, ai quali non sapremmo chi altri in Italia 
avesse dalla natura e dagli studii maggiore attitudine , poiché 
egli, oltre alla pazienza necessaria, e in un poeta non comune, 
di accumulare e ordinare molti fatti ; oltre alla critica né cor- 
riva , né distruttrice , e generalmente parlando , assai impar- 
ziale; possiede quella rara dote di rappresentare con vivacità 
i tempi e gli uomini antichi e, benché si lasci talvolta offu- 
scare, secondo il vezzo del tempo, dal frasario troppo scientifico 
malamente metaforico usato dai critici moderni, pure dà a 
conoscere che ha studiato bene i classici antichi e che , quando 
vuole, può scrivere nobilmente ed efl3cacemente. 

Raffaello Fornaciari. 



388 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Nuovi Documenti per la Storia delta Casa di Savoja. - Charles 
communales du pays de Vaud de l'an 1214 à l'an. 1527 , 
par Francois Forel , Président de la Société d' Histofre 
de la Suisse Romande. Lausanne, Georges Bridel, 1872; 
pag. Lxxiii-366, in 8vo. 

Che dalle Società di Storia, propagatesi in questi ultimi 
lustri con una .urande rapidità ed un'emulazione nobilissima in 
tutto il mondo incivilito, abbiano di già ottenuto meravigliosi 
frutti le nazioni che le videro istituire , e lustro vivissimo i 
governi che le promossero e le aiutarono, non vi ha chi 
r ignori , poco meno chi osi porlo in dubbio ; che l'opera pa- 
ziente poi e coscienziosa di tanti cultori di storia, oltre di 
tornar proficua al paese ed alla contrada , a cui vantaggio con- 
sacravano essi le fatiche , getti ancora , e non di rado , luce 
copiosa sulla storia delle città e nazioni circonvicine , ce ne sta 
in prova la collezione di carte sul paese di Vaud , fatta venire 
in luce nelle Memorie della Società di Storia della Svizzera 
Romanda , e dovuta alle solerti ed intelligenti cure del Presi- 
dente di quel dotto consesso, Francesco Forel. 

Il quale avendo inteso a raunare un cospicuo numero di 
concessioni, fatte nel medio evo dai feudatarj ai comuni com- 
presi in quella porzione dell'elvetica contrada , dovette di ne- 
cessità mettere in luce novelli documenti riflettenti l' illustre 
Casa Sabauda, che per ben tre secoli esercitò il suo dominio 
in quel nobile ed alpestre paese, e che avendo in ogni temp.) 
congiunto le sue sorti con quelle del suo popolo . è riuscita a 
rendere impossibile allo storico lo scriver dell' uno , senza ri- 
ceverne essa ad un tempo e lustro e decoro. 

Né questo interesse ad arricchire la storia d'una dinastia , 
un di cui discendente riusciva , non ha guari , a ridonare con 
felice ardimento l' Italia a sé stessa , si ha a ritener punto ac- 
cidentale ; imperocché a tacere della pubblicazione degli Statuts 
de Pierre de Savoie sur la procedure et les notaires, riferen- 
tisi al 1264, e del Recueil des lettres entre le Pape Felle 
(Amedeo Vili) et son fì's au sujet de la ligue de Milan ^noi\ 
mancò, negli scorsi anni, tra i dotti di quel consesso elvetico , 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 389 

olii con costanza ed ai-dorc (lcp:ni d'enconiio , prendesse a faro 
pazientissime indatrini sull'orij^ine di detta reale schiatta. E men- 
tre r illustre Conte Luigi Cibrario , con quella perspicacia e 
con quel criterio storico , di cui ha saputo improntare i suoi 
libri, seppellendo la rancida ipotesi, vaahe .••.alata dal Guichenon , 
di dare un'origine germanica alla Casa di Savoia, con poderosi 
argomenti ne focea riviver altra più probabile , già emessa da 
Ludovico della Chiesa, e riusciva a provare, che gli antenati 
(lei duchi di Savoja doveansi riguardare, almeno per diuturno 
incolato , italiaui, l'egregio barone svizzero Federico de Gingins 
La Sarra , colla sua opera les Bosonkles , si accingeva a dimo- 
strare, doversi riguardare invece 1' Umberto Biancamano come 
l'ultimo rampollò dei Bosonidi , fondatori della dinastia di 
Provenza o Bassa Borgogna (1). 

Da cosi vivo impegno e da tanto lode voi gara per parte degli 
Elvezj a fine di snebbiare le origini d'una regale schiatta, nella 
quale l' Italia ripone tanto giustamente le sue speranze , non 
solo avranno a trar vantaggio gli studj storici delle due na- 
zioni, si bene verranno ad accrescersi le simpatie fra due 
liberi e Imitimi popoli, riuniti come si trovano da comuni 
vincoli di tradizioni e di affetti. 

La sottomissione del paese di Vaud ai Conti di Savoja, ri- 
monta ai primi anni del secolo XIII, e comincia coU'acquisto 
del castello di Chillon , fatto oggetto d' un prezioso lavoro per 
parte del Wulliemin nel 1863. Verso la metà del secolo , grazie 
all'accorgimento del conte Pietro II , la giurisdizione si sten- 

(1) Ecco quali sarebbero . secondo il De Gingins , gli antenati di Um- 
berto. 

BOSONE 

re di Provenza , 879. 

Luigi III 
il Ricco , Imperatore , 02S. 

! 
1 
Carlo Costantino 
Principe di Vienna, 961. 



r ^ 

RICCAKDO, UMBERTO 

dalle biancha mani 



390 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

deva pressoché sopra tutte quelle contrade , dette dai Sabaudi 
Signori Patria Vaiteli, la quale abbracciava l'attuale cantone 
di Vaud (all' infuori di Vevey/ di Villanuova e del distretto 
d'Aquila) ed una grande porzione del cantone di Friborgo. 

Si è su questo tratto di territorio, che noi vediamo com- 
parire nell'aprile del 1214, il nome del conte Tommaso I, prin- 
cipe valoroso ed intraprendente, il quale abbracciando nella sua 
mente arditi concetti , e mirando ad alzare a grandi imprese 
la sua famiglia, rivestito dell'importantissima dignità di Vi- 
cario Imperiale, cominciò ad intromettersi, come paciere, nelle 
discordie , sorte fra il vescovo di Ginevra ed il Conte di quella 
città, ed estendendo quindi il suo cupido sguardo nelle liguri con- 
trade , intese a far suo prò delle dissenzioni scoppiate fra Ge- 
nova e le liguri città di Ventimiglia, Albenga e Savona, le quali 
come liberatore lo accoglievano dentro le loro mura. 

Di questo Conte si hanno le franchigie , accordate agli uo- 
mini del borgo di Villanuova nell'aprile del 1214, ed é la prima 
di quelle carte comunali , dalle quali il paese di Vaud attinge 
una delle principali sorgenti del suo antico diritto, di quel 
diritto non scritto {.jiire non scripto), che si appellò buon 
uso , buona consuetudine, costuma. Intorno a queste franchigie, 
concesse in quei giorni dai conti di Savoja ai comuni , così 
scriveva l'illustre Leopoldo Galeotti in questo periodico: «Era 
dovunque la stessa voglia di emanciparsi , lo stesso amore per 
le franchigie scritte , la stessa bramosia di governarsi con 
magistrati e leggi proprie. Non sapevasi allora immaginare un 
modo diverso per ridurre i nobili alla eguaglianza civile, né 
altra guarentigia per salvarsi dalla prepotenza feudale. Non é 
possibile il determinare le relazioni giuridiche che stabilivansi 
per tali carte di privilegi e di libertà, tra il comune che le 
otteneva e il principe che le accordava. ... ci basti il notare 
che Casa Savoja favori la emancipazione comunale che era la 
forma onde la società di allora si moveva e progrediva. La 
favorì concedendo ultroneamente carte di libertà alle città vas- 
sallo; la favorì pigliando la difesa aperta dei comuni contro i 
Baroni ; la favori innalzando come suo stendardo la croce bianca 
in campo rosso. Questa politica inaugurata e seguita dai prin- 
cipi di Savoja, giovò alla loro potenza, tanto per deprimere 
l'arroganza baronale, quanto per ampliare lo Stato ». 



RASSEGNA I!1BL10(.KA1'1CA 391 

Dei fip:liu()li di Tonunaso non si ha in qiiosta raccolta, che 
il nomo del debole ed infermiccio Filippo I, nella concessione 
di franchigie , largite il 1.» marzo del 1274 agli abitanti di Pe- 
ney. Amedeo V di lui nipote e successore , appare nella con- 
ferma delle libertà fotta alla città e borghesia di Moudon , nel 
settembre del 1285 : nella promessa da lui fotta il 15 agosto 1291 
agli abitanti di Payerne , di rispettare le proprietà e la costuma 
della loro terra; nelle franchigie accordate il 10 luglio 1293 
alla città di Nyon , il 20 settembre 1294 a quella di Villanuova 
ed il 18 maggio 1314 a quella di Aquila. 

Ludovico I poi di lui fratello, qui meritevole di speciale ri- 
cordo per esser egli riguardato come lo stipite dei conti di Sa- 
voja signori di Vaud, fu investito della signoria di questa con- 
trada nel 1284; ed un accordo stretto nel 1286 fra lui ed il 
fratello Amedeo V , stabilisce che al signore di Vaud spetti 
il luogo di Pierre-Chàtel. Di lui però non abbiamo che la me- 
moria delle concessioni fatte nel 1293 agli uomini di Grandcour ; 
al qual proposito è doveroso per noi l'avvertire qui una grave 
inesattezza, in cui è incorso l'estensore di questi documenti. 

Egli indicando con un solo Louis de Savoje, tanto chi con- 
cedeva le già dette franchigie di Grandcour, come chi, nel 1316, 
veniva licenziato dal signore di Blonay ad erigere un castello 
ed una villa franca nel luogo di Vaulruz, fa nascere il dubbio, 
trattarsi d'uno stesso individuo; e tal dubbio si converte in 
certezza, allorché in un documento del 1321 si trova scritto 
Louis II de Savoje. L' ignorarsi fln'ora l'anno della morte del 
primo signore di Vaud , potea giustificare una tale incertezza ; 
dacché però l'eruditissimo illustratore dei fasti sabaudi, Do- 
menico Promis , si faceva ad asserire in un recente suo scrit- 
to (J), doversi tal successo assegnare all'anno 1302, é chiaro 
che si abbia a riferire al conte Ludovico II la carta del 1316. 

Pare che questo Principe si trovasse in condizioni finan- 
ziarie assai povere , vedendolo più volte a sollecitare dai vas- 
salli e dai sudditi sussidii straordinari, non soliti a concedersi , 
se non allora quando l'erario non bastava alle spese. Ed in gra- 

(1) Monete di zecche italiane , nel volume VII della Miscellanea di 
Storia Italiana, pag. 813, edita per cura della R. Deputazione di Storia 
patria in Torino , nel 1869. 



392 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

zia fippimto (rim grazioso sussidio di sei grossi tornesi per 
fuoco j consentitogli dagli abitanti di Moudon (1328), nel con- 
fermar loro, die egli facea le libertà, concesse già da Ame- 
deo V, aggiungeva ancora il privilegio di non poter esser 
tratti In gudizio fuori della loro terra. Consimili soccorsi gli 
vennero accordati nello stesso anno da quelli di Yverdun e di 
Romond; e similmente ne li contraccambiava il conte Ludo- 
vico II, largheggiando con loro di novelle franchigie. Ed al- 
lorquando nel 1346 egli concedeva in isposa ad Azzone Visconti 
la figliuola Caterina, partoritagli dalla consorte Isabella di 
Chàlons , la città di Moudon venne di bel nuovo in ajuto con 
nn dono di cinquecento lire di Losanna, quamvis ad haec mi- 
nime tener etar , cosi dice il documento. 

Con Lodovico II però dovea spegnersi la linea maschile dei 
Savoja conti di Vaud, essendo stato trucidato nel 1339 in una 
contesa , l'unico suo figlio Giovanni. Inviato questi incautamente 
dal padre come mediatore fra i popolani ed i nobili della città 
di Bi^rna, in fiere discordie fra loro, trascinato da quello spi- 
rito ardente, che lo avea fatto segnalare fra i valorosi in 
più fatti d'armi avvenuti in Fiandra, in Savoja ed in Italia, 
venendo meno ai consigli del genitore, il quale aveagli 
commesso di ristringersi a farla da paciere, tirato dalle solle- 
citazioni lusinghiere dei nobili a schierarsi nelle file della loro 
fazione , cadeva vittima delle picche bernesi , il 21 giugno di 
detto anno. Fu quello un colpo fatale al cuore del povero pa- 
dre, il quale vedea spegnersi cosi la speranza di successione, 
e cui non tardò ad aprirsi precocemente il sepolcro. 

Appare qui quanto giovi alla rettificazione della cronologia 
di queste grandi famiglie la pubblicazione di tali documenti; 
imperocché mentre tutti gli istoriografi ed illustratori della 
dinastia sabauda (non escluso l'ora lodato esattissimo Dome- 
nico Promis) assegnano all'anno 1350 la morte del conte Lu- 
dovico II, risulta invece dalla carta inscritta a pag. 112, doversi 
essa riferire agli ultimi giorni dell'anno 1348, o tutto al più 
ai primi dell'anno che segue. 

Il 29 gennaio infatti dell'anno 1349, Isabella di Chàlons 
di lui moglie, confermando a nome suo ed a quello della sua 
figliuola Caterina le solite franchigie agli uomini di Moudon, 



UASSMOXA i;ii;i.i(j(iKAi-i(A :i'-'-"l 

si dice : r elicla iiicUtae reco/'daciionis domini Ludovici de *S'«- 
baudia (X). 

E questa Caterina , già vedova di Azzone Visconti, e quindi 
di Raul conte di Eu, in qualità di erede universale, nel 1358, 
interviene a Moudon col suo terzo marito Gup-lielmo conte 
di Naniur, per conferaiare i privilegi di molte terre alla 
sua giurisdizione soggette. E nella qualità di erede di Lodo- 
vico II vende e trasmette nel 1359 , al suo congiunto il conte 
Amedeo VI tutti i diritti sul paese di Vaud (2) , cessando cosi 
la dominazione dei Savoja conti di Vaud , i quali pel corso di 
quindici lustri avevano signoreggiato in queste contrade , ed 
aveano aperte zecche a Nj^on sul lago di Ginevra ) per cui 
ebbero controversie col vescovo di quella città) ed altre a 
Pierre-Chalet. Una considerevole porzione delle monete in quei 
luoghi battute, vennero illustrate non ha guari dall'illustre 
Proniis. 

Amedeo VI novello signore avea con speciale sollecitudine 
curato l'impresa di far ritornare al rappresentante primitivo 
il paese di Vaud, perchè a senso del Gallenga « la nobiltà Vau- 
dese era comparsa sempre cospicua nelle file di Savoia in tutte 
le sue guerre. Che anzi 1' alto coraggio e le brillanti qualità 
d'alcuni di quei signori avrebbero potuto cagionare qualche 
inquietudine ai loro Principi, se la più parte di quelle fami- 
glie non fossero venute meno, per circostanze naturali, o 
non fossero state spinte dal proprio ardore a prodigare la vita 
e l'avere in lontane e fruttuose intraprese ». 

Fu sua premura adunqie di visitare quelle città, terre e 
castelli; e a Romond, a Valenza, a Cleez , a Rue, a Nyon , 
Yverdun, a Moudon riconfermarvi l'antiche libertà, ed in occa- 
sione della venuta in Italia dell' imperatore Carlo IV , vistosi 
sussidii riceveva da alcune di quelle popolazioni. 

Ma morto nel 1383 nella funesta spedizione di Napoli, e 
succedutogli Amedeo VII suo figliuolo, si ebbero a lamentare 
ben dolorosi giorni per causa delle dissensioni, che scoppla- 

(1) Chartes Communales du pays de Vaud , pag. 112. 

(2) Nella carta di conferma di libertà fatta da Amedeo VI agli abi- 
tanti di Romond si legge : « In terra et baronia Vuaudi , qtiam haro- 
niam et terrarn Vuaudi dieta, domina Katerina vendicionis iitulo in- 
nos et nuper transtulit. Cliartes, pag. 112. 



394 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

rono fra il novello conte e la propria madre. Narra il Cibra- 
rio , che Amedeo VI , soverchiamente tenero verso la moglie , 
con insolito esempio , nel suo testamento del 27 febbraio 1383 , 
lasciasse ad essa oltre alle terre, che costituivano la sua dote, 
l'amministrazione vera di tutto lo Stato, intimando ai sudditi 
di obbedirla come obbedirebbero a lui. Ma benché Amedeo VII , 
protestando di voler rispettare le intenzioni del padre, venisse 
ad accordi nell'anno stesso colla madre sua, nondimeno non 
tardò ad incontrare con essa ben gravi dissidii, che si con- 
vertirono in guerra; onde è che si hanno di questa princi- 
pessa molti atti di governo fatti da sola, senza che in essi sia 
nominato il conte Ainedeo VII. Ed il Cibrario che fu il primo 
a dar notizia di questo fatto , fino allora non avvertito (1) , tro- 
verebbe , se vivente, una conferma della sua asserzione in que- 
ste parole, che Bona di Borbone contessa di Savoja premette 
ad una dichiarazione fatta in favore della città d'Yverdun (13S7) : 
in guerra existente ùiier nos et dictiim /ìllum tiostrum (2). 
A questi funesti dissapori , cagione di tante lagrime e lutti ai 
poveri sudditi , poneva termine la convenzione stretta fra ma- 
dre e figlio il 2 maggio 1391; ma il 1.» novembre dell'anno 
stesso Amedeo moriva con sospetto di veleno (3). 

Di tal modo alla minorità e al debol regno di Amedeo A''II , 
succedendo ora la reggenza e la tutela di Amedeo Vili , di- 
sputata tra l'avola Bona di Borbone , e la madre Bona di Bezzy . 
andavasi afiìevolendo il credito, che la Casa di Savoja avea 
già acquistato nelle provincie subalpine. Il primo atto però , che 
ci viene innanzi nella nostra raccolta, riferentesi al giovine 
Conte , del 20 dicembre 1398 , e racchiudente la conferma delle 
franchigie fatta agli abitanti di Moudon , chiamati a parlamento 
sulla piazza della chiesa di S. Maria, ci reca come al grido di 



(1) Cibrario, Operette e frammenti storici. FìvQmQ , Lemonnier , pa- 
gina 6. 

(2) Charles Cominunales etc. , pag. 184. 

(3) Un lapsus calami si offre a pag. 203 di dette Chartes Commu- 
nales., leggendosi ivi : 1398, 16 dicembre - Amedée VII , comte de Savojc 
conferme de nouveaules franchiges et libertés de la vili': de Nyon. - Come 
poteva confermare le franchigie nel 1398 il conte Amedeo VII, se già 
era morto nel 1391 ? 



RASSEGNA lUlìLIOORAFfCA 39.*) 

viva Savoja prestassero essi al loro Signore il dovuto giura- 
mento di fedeltà (1). 

È stata questa una particolarità , che ha fermata la no- 
stra attenzione , e che ci ha fatto riguardare come primo anello 
della gloriosa catena di tradizioni storiche questo grido : Vira 
Savoja. Il quale elevato alla presenza del giovine principe, 
che doveva essere il primo dei Duchi di questa dinastia ,. tro- 
vava ancora un eco in quella memoranda giornata di S. INIar- 
tino, che preparava ad un suo discendente la fulgida corona 
di re d'Italia. 

Amedeo Vili che per 1' estinguersi del ramo di Acaja (1418), 
vide allargarsi colla annessione del Piemonte lo Stato, governò il 
paese di Vaud per mezzo di Ludovico suo primogenito , il quale 
vediamo a far leve ( 1435 ) , a ricevere sussidii ( 1437 ) ed a con- 
fermare franchigie (1439). Tra questi sussidii vuol essere ri 
cordato quello accordato dal paese di Nyon, in subventi onem 
doiis inclitissime Margarite de Sahaudia regine lerusalem et 
Sicilie figliuola del Duca, che andava sposa di Luigi III 
d'Angiò. Che Amedeo poi, non ostante il suo ritiro all'eremo 
di Ripaglia, e l'abbandono delle redini del potere al figliuolo 
Ludovico, creato luogotenente, ripigliasse talora il supremo 
potere, è chiarito dal documento 88. Il 5 novembre dell'anno 1439, 
venendo egli acclamato dal Concilio di Costanza Sommo Pon- 
tefice, ed assumendo il nome di Felice V, non depose né il 
titolo , né le attribuzioni ducali ; imperocché il giorno 7 del 
seguente dicembre, a lui rivolgendosi gli abitanti di Nyon e 



(1) Crediamo pregevol cosa riferire qui le testuali parole del giuramento . 
« Nobiles , burgenses , habitatores et incole dicti loci de Melduno et ge- 
neraliter tota universitas hominum loci ipsius in nostri presentia exi~ 
stentium , nominibus eorum et quorumcumque absentiiim loci ejusdem 
ville et castellarne predictorum, promiserunt prò se et eorum posteri- 
tatibiis quibuscumque , nobis et nostris successoribus quAbuscumque per- 
petuo , ac ad sanata Dei Evangelia juraverunt digitos eorutn indices 
ad cehim erigentes et dicent^s imanimiter vocibus aìtis et itcralis 
VIVA Savoya esse boni et legales , fidelf.s et obedientes erga nos et no- 
stros legitimos successori^s ncc non jura nostra fideliter agnoscere et 
judicare una cuni ballivo nostro Waudi seu castellano nostro dicti 
loci , quando et quofiens casus exegerit et fuerit opportunum^ serratis 
tamen consuetudinibus et franchesiis ante dictis etc. Datf-m et actum 
Melduni in platea ante ecclesiae Beate Marie dicti loci etc. ». 



398 }IASSE(tXA BlBl.lUGHAFlCA 

recandogli un'offerta di duemila liorini^ con preghiera dac- 
cordar loro alcuni privilegi , quantunque nell' indirizzo fatto 
dai petenti si leggano i titoli dovuti ad un papa e ad un duca . 
nel rescritto però non avvi il benché minimo cenno, che si 
riferisca alla suprema dignità spirituale di cui era stato rive- 
stito (1). Di che conviene inferire , che il papeggiare ( per 
dirla col Balbo ) non gli era d' ostacolo al regnare. 

È questo i" ultimo atto di Amedeo YIII , al quale segue 
tosto il nome del suo fratello naturale Umberto, detto il Ba- 
stardo di Sacoja. Figlio illegittimo di Amedeo Vili, dopo aver 
menato la sua vita in molte delle fazioni guerresche di quei 
tempi, e d'essere stato fatto prigioniero nella battaglia di Nicopo- 
li, ritornato ai paterni lari, imitando l'esempio del fratello Ame- 
deo, innamoratosi egli pure della quiete del chiostro, divenne uno 
dei più munifici benefattori della abbazia d'Altacomba. Siccome 
a lui erano stati assegnati in apppannaggio i feudi di Monta- 
gny, Grandcour, Cudrefln, Estofier e della città di Romont, 
di quest' ultima noi troviamo la conferma delle franchigie , da 
esso fatta il 10 maggio del 1440. 

Per tutti gli altri feudi poi del paese di Vaud vediamo inter- 
venire l'autorità del duca Ludovico, e quindi quella del suo 
tìglio Giacomo signore di Romont (^1467). Il quale per avere 
combattuto nelle file dei Borgognoni , essendosi attirato l' odio 
de' Bernesi, ed essendo stato da loro battuto ad Hericourt , 
vide il paese di Vaud divenir preda delle loro terribili inva- 
sioni (1474). 

E questa importante porzione di territorio svizzero sarebbe 
stata fin d'allora staccata dai dominii del duca di Savoja, se 

(1) Riferiremo qui alcune parole dell' indirizzo ed alcune del rescritto : 
« Humiliter exponitur sanctitati et excelsitvdini vestre, parte nobi- 
lium , burgensium, incolarurn et hahitantium ville ^ oppiai, seu burgi de 
Nyviduno in patria vestra Waudetc. Sic merito sanctitas ei excelsitvdo 
•cestro, aageler ; quibus adsit Deus etc. - Amedeus dux Sabaudie , Cha- 
blasii et Auguste princeps marchio in Italia , comes Pedemontiwn ^ Ge- 
bennensis , Valentinensis et diensis dilectis castellano etc, visa littera 
annexa maturaque per consiliaros noslris super contentis in ea prc- 
ìiabita deliberatione etc. , precipimus et mandamus quatenus ipsam litte- 
rarn inconcusse observetis etc. Datura Ripallie , die septima decembri.'ì , 
anno domini millesimo quatercentesimo trigesimo nono. Per dominum . 
prcseniibus dominis priore Ripallie Claudio de Saxo , Francisco deJìus- 
siario , Amedeo Championis , Lamberto Odint ti , Ludovico de Chevelliilo. 



RASSKGNA BIBLIOGRAFICA ^\)7 

uel congresso di Friborgo (14 agosto 147G) non si fosse sta- 
bilito, che la corona di Vaud venisse restituita alla dinastia 
di Savoja (escludendone in perpetuo il conte di Romont) e non 
potesse in verun tempo staccarsi dai domimi della Casa, ovvero 
concedersi in appannaggio. 

Si è in virtù di questo trattato , che nel 1478 il 20 febbraio 
i Deputati di Iolanda di Francia , Duchessa di Savoja, vedova di 
Amedeo IX il beato, tutrice del figliuolo Filiberto I, promet- 
tono agli abitanti di Nj'on, che la Duchessa a nome loro, non 
che a quello del minorenne figliuolo, si farà a confermare le anti- 
che franchigie « aussitót qiCelle vlendra prendre personelle- 
meni possession du pays de Vaud » (1). 

E questa conferma delle libertà al paese di Vaud la troviamo 
fatta il 28 marzo 1490, dal duca Filiberto; il quale nel giorno 13 lu- 
glio dello stesso anno , si fa ad aflrancare e liberare il luogo 
d' Yverdun per sei anni , da ogni contribuzione , sussidio, o dono 
qualsivoglia coli' intendimento di prestare aiuto a quella popo- 
lazione che nelle ultime guerre ebbe arsa e rovinata la terra , 
onde potesse ristorarla o rifabbricarla (2). Ma venendo egli 
precocemente a morire in Lione nel 1482, e succedutogli il 
fratello Carlo, che non toccava ancora i tre lustri, lasciava 
in angosciosa trepidazione tutti i sinceri amici di questa dina- 
stia. ]Nè ad onta della ferma ed energica tempra di cui die 
saggio il giovinetto , mancarono d' avverarsi le tristi previ- 
sioni ; poiché sei anni dopo moriva spento di veleno in Pine- 
rolo. Di lui si hanno nella raccolta quattro documenti; ed un 
solo di Bianca di Monferrato sua moglie e di Carlo Giovanni 
loro figlio. 

Questi morendo di soli sette anni , lasciava il trono al 
prozio Filippo II, di cui non viene in quest'opera fatto ricordo. 
Di Filiberto II però e di Carlo III suoi figliuoli ultimi signori 
di quelle contrade, vengono inserite alcune carte. Due che si 
riferiscono al duca Filiberto II, sono dell'anno 1498, e non 

(1) Chartes communales etc. , pag. 295 

(2) Chartes etc. « Ut villa et suburbia Yvrrduni riedificentur et gen- 
tibus populentur, volentes erga ipsos nostros porrigere manus adjuvan- 
tes , ex nostra igitur certa scientia motuque proprio etc. , eximimus af- 
franchinius et liberamus videlicet eos qui in eodem loco Yverduni et 

suhurbiis ejusdem habitabunt etc. » , pag. 295. 

Arch. , 3." Serie , Tom. XIX. 26 



n9S RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

raccliiudono che la consueta conferma di francliigie al paese 
di Vaud; di Carlo III invece vengono primi i privilegii con- 
cessi il giorno 8 novembre del 1515 agli archibugieri della 
città d'Yverdun , ed in particolar modo al Re , che questa so- 
cietà soleva eleggersi ogni anno in ludis et exerciis Indorimi 
arcus , colomHne et bcdiste (1). La solita conferma della fran- 
chigia a tutte le contrade é posteriore di due anni. Del 1.» di- 
cembre 1527 sono le libertà da lui concesse al luogo di Pa- 
yerne, e con queste si chiude nobilmente la memoria della 
Casa di Savqja in questi alpestri e liberi paesi. La politica 
incerta e vacillante del buon Carlo IH, dovea portare nuovi 
frutti ; i suoi Stati vennero preda dei due contendenti Carlo V 
e Francesco I, fra i quali erasi posto mediatore; -ed il forte 
paese di Vaud , che era stato sempre un inesauribile vivajo di 
prodi soldati, cadde in potere del Cantone di Berna l'anno 1536. 

Sono questi i documenti, che noi abbiamo presentato quasi 
in iscorcio ai leggitori , e che potrebbero fornire nuovi criteri 
agli egregi Gingins La Sarra e Verdeil, amorosi illustratori del 
paese di Vaud. Ma siccome non può bastare (come si danno a 
credere taluni) la pubblicazione di documenti per c[uanto sien 
dessi importanti, se non s' infonde sopra di essi, come sopra 
di cosa morta, l'alito della vita, perchè allora scambierebbesi 
il mezzo col line; cosi il signor Forel non si stette pago alla 
paziente opera d'editore, ma oltre di far precedere alla pub- 
blicazione delle carte, raccolte con tanto zelo, una dotta intro- 
duzione, ottenne dalla cortesia dell'illustre professore Carlo 
Le Fort, un copioso saggio di osservazioni sulle carte comu- 
nali, che venivano in luce, e sui loro rapporti colle franchi- 
gie dei paesi circonvicini. 

Ed in queste osservazioni venendo riassunta, come in una 
sintesi, tutta quella mole di particolari, che emergono dalle 
diverse carte, si ottenne che ad un' opera intrapresa sotto il 
modesto aspetto di erudizione, rimanesse pur sempre il sug- 
gello dello spirito filosofico dell' età in cui venne licenziata 
alle stampe : imperocché di tanti documenti cronologicamente 
disposti, dopo d'aver esaminatele ragioni proprie ad ognuno, 

(1) Chartes communales , pag. 358. 



RASSEGNA BTRIJOCRAPirA oO!) 

intese di ridurre a leggi più generali , le leggi particolari che 
li governano. 

Avverte inlatti assai giustamente il chiarissimo Le Fort, che 
se tali carte offrono documenti di valore grandissimo per la storia 
del paese di Vaud, racchiudono pure un inestimabile valore 
scientifico , come quelle che possono servire allo studio compa- 
rato del diritto e delle istituzioni comunali del medio evo. Impe- 
rocché il comune incontrandosi in quest' epoca nella più parte 
delle contrade d'Europa, mentre rivela una medesima fase della 
civilizzazione, offre nondimeno dei gradi successivi di sviluppo. 
E di tale sviluppo , sopra d' un fondo quasi identico , si possono 
veder disegnati tratti particolari , contrassegnanti dei gruppi 
distinti di franchigie e di costituzioni comunali; gruppi che 
rispondono in generale a regioni geografiche . a comuni d' ori- 
gine nazionale e a dinastie di principi o signori. 

E fra questi gruppi, uno che arieggia di certa fisionomia 
particolare di famiglia, si è quello formato da tutte le carte 
di franchigie del paese di Vaud, soggetto alla schiatta di Sa- 
voja. La quale nel concedere tali libertà, seppe talora accor- 
tamente allontanarsi da certe sue formole abituali, afl3ne di 
tener conto della posizione geografica e degli antecedenti po- 
litici dei paesi di cui veniva in possesso. E qual giudizio possa 
trarsi dall' esame attento e spassionato di tali documenti , lo 
impariamo dalle parole istesse del Forel, che lo inscrive 
nella introduzione : « On voit par ce qui précède, que le Pays de 
Vaud a joui sous la maison de Savoje d'ime liberté relative- 
meni assez grande , soit par Veffet du développement des fj^mi- 
cìiises mmiicipales , soit à cause de ce genre de me puUique , 
epa caractérise les pays d'Etats. On sait que celle forme de 
constilution , qui a toujours ftxé Vattention des puUicistes , a 
produìt d'excellents resultats chez tous les peuples qui l'ont 
conservée, et notammeni en Anglelerre. Cet état de liberté 
du Pays de Vaud , est demontré par tout l'ensemble de l'histol- 
re , et en particidier par le bon accord , qui n'a cesse de 
regner entre les Princes de Savoje, et leurs sujets de ce 
pays ». 

Caro e prezioso elogio, se si pone mente al dotto ed indi- 
pendente scrittore che 1' ha pronunziato. 

Girolamo Rossi. 



400 RAJìSEGKA BIBLIOGRAFICA 



Della rivoluzione protestante ; Discorsi storici di Ercole Ri- 
cotti. Roma-Torino-Firenze , Ermanno Loescher, 1874; 
Voi. in 8vo di pag. vii-566. 

Rintracciare le cause che diedero origine alla rivoluzione 
protestante, indicare gli effetti che ne derivarono, sia comples- 
sivamente rispetto alla civiltà europea, sia particolarmente nelle 
principali contrade dell' Europa continentale , ecco l' argomento 
delle lezioni che l' egregio professore Ercole Ricotti impartiva 
a scelto e numeroso uditorio nell' Ateneo torinese negli anni 
1S69 e 1873, e che ora compaiono in luce. 

Argomento a dir vero importante assai e che domanda a 
chi lo tenta e fino acume ad esercitar la critica nell' intelli- 
genza dei grandi avvenimenti, e naturali disposizioni a trar 
vantaggio del prodigioso lavorio d'analisi, onde cosi lumino- 
samente s' alza il nostro secolo. Né tali doti bastano , a senso 
nostro , richiedendosi ancora , che lo scrittore sia in grado d' im- 
porre silenzio alla proprie passioni, sia risoluto di servire unica- 
mente alla verità, e sia disposto perciò ad incontrare le ire 
di tutti coloro che la osteggiano. 

Vuoisi in una parola e moderazione e coraggio, l'una per 
tener librata e ferma la bilancia, l' altro per pronunciare schietti 
ed inappellabili i giudizìi; compito senza dubbio irto di diffi- 
coltà , ma al quale fiducioso si sobbcircò lo scrittore , come egli 
stesso da bel principio ci confessa : « Conosco la gravità del- 
l' argomento che è reso più delicato e difiicile da passioni ar- 
denti. Io avrei certamente potuto dispensarmi dall' aggiungere 
questo volume ai molti da me pubblicati , ma in faccia al- 
le ardue questioni che agitano o sono per agitare l' umanità , 
mentre stanno in cimento gli interessi vitali del progresso ci- 
vile e del cristianesimo , il silenzio potrebbe venire imputato 
piuttostochè a modestia, a viltà. Prevedo che queste mie pa- 
gine mi susciteranno oppositori, perchè altri le troverà so- 
verchie ed altri troppo scarse. Ad ogni buon fine protesto che 
intendo dire né più né meno né diversamente di quanto dico, 
e molto meno aspiro a scalzare le credenze in (^ui nacqui. - Ma 
l'affetto mio a'progressi indeclinabili dell'umanità mi costrinse 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 401 

a parlare schietto, come si addice aonest'uomo, e breve come 
conviene alla vastità del tema ». 

Come il Ricotti sia riuscito in questa ardua impresa, dirà 
altri di noi più idoneo ; noi ci restringeremo a dare un' esatta 
recensione del libro , che per la gravità della materia trattata , 
per la veste filosofica onde s'informa, per la chiarezza e no- 
biltà del dettato , è destinato a produrre una profonda impres- 
sione in tutti coloro che prenderanno a svolgerne le pagine. 

L'opera si divide in nove libri, suddiviso ciascuno in un 
determinato numero di discorsi. - E questa spartizione del vasto 
tema in tanti discorsi , che si potrebbero appellare lezioni , 
darà un saggio del metodo seguito dall'illustre insegnante, il 
quale contenendosi sempre fra quei limiti che il genere dida- 
scalico ed oratorio prescrivono, riesce nello scopo non solo 
di manifestare l'abito scientifico della sua mente, ma quello al- 
tresì d' indurlo nella mente altrui, aiutato come egli è dalla 
parola facile e propria e dal fraseggiare rapido e concettoso. 

I due primi libri sono destinati allo studio delle cause , che 
ingenerarono in Roma ed in Germania quella rivoluzione pro- 
testante, in cui si devono cercare i principii delle rivoluzioni 
inglesi del 1648 e 1688 , generatrici della formola della monar- 
chia costituzionale rappresentativa, e nella quale si trovano 
pure i germi della ben più tremenda rivoluzione di Francia , 
cui deve l'Europa il dono dell'eguaglianza civile. Tali cause 
erano riposte nella declinazione dell' autorità morale dei papi , 
prodotta dallo scisma d'occidente, dal vergognoso dispotismo e 
dai disordini d' ogni maniera di cui era venuta centro la Sede 
del papato ; di che la necessità d' una riforma religiosa , confes- 
sata dai più illustri sacerdoti per dignità , santità , e dottrina , 
chiesta dai concilii di Costanza e di Basilea, trovò un corag- 
gioso banditore nello sventurato fra Girolamo Savonarola, pri- 
ma che sorgessero e Lutero e Calvino e Zuinglio. 

Quando in un civile consorzio però si comincia a dissentire 
nel vero religioso, è impossibile non ne seguano perturbazioni 
e non ne rampolli un'anarchia d'idee, la quale trova la sua 
estrinsecazione nei rivolgimenti civili. - Ed a narrare questi 
rivolgimenti che sono appunto le guerre feroci sorte per dis- 
sensi religiosi, sono assegnati altri cinque libri (ventisei di- 
scorsi) , facendosi capo dalla Germania , dove per opera di Mar- 



402 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tino Lutero avendo preso a sfasciarsi le credenze ; per esage- 
razione del principio del IWero esame, con generale sgomento 
de' principi e de' popoli, scoppiarono le selvaggie sollevazioni 
degli Anabattisti. 

E furono questi eccessi appunto, che fecero piegare Lu- 
tero a cercare il suo appoggio nei principi,, anziché nella 
mobile moltitudine, onde è che egli moriva prima di veder il- 
potente imperatore Carlo Y a muovere le armi contro i pro- 
testanti , cioè r anno stesso in cui si apriva il Concilio di Tren- 
to (1542) , lasciando sul suo conto i contemporanei ed i posteri 
divisi in due opposti pareri. « Di mezzo a queste contradizioni 
(scrive il Ricotti) stette il vero Lutero di carne ed ossa. Ebbe 
sommo zelo per ciò che egli reputava la verità , coraggio in- 
trepido per proclamarla, ingegno e dottrina più che mediocre 
a difenderla, attività infaticabile a propagarla, e grande auste- 
rità di costumi con disinteresse : sicché s' accontentò sempre dei 
modici stipendii di professore e lettore di Vittemberga. Ma 
alcune di queste virtù portate all' estremo davano talvolta negli 
eccessi. Infatti il suo animo naturalmente vivo ed impetuoso , 
quando era agitato dalla passione, si scagliava per cosi dire fuori 
di se medesimo ad atti e parole violentissime , che infiammavano 
i nemici e atterrivano i seguaci , e varcavano i confini del giu- 
sto, senza osservare né anche quelli della decenza. Laonde la 
sua fiducia nelle proprie opinioni spesso tenea dell' arroganza , 
il suo coraggio nell' esporle della temerità , la sua fermezza a 
mantenerle dell'ostinazione, e il suo zelo a confondere gli av- 
versari del furore , che esalava in torrenti d' ingiurie e buffo- 
nerie , senza badare alla porpora regia di Enrico Vili , né alla 
fama letteraria di Erasmo. - Né Lutero ammetteva repliche , nò 
dava quartiere a chiunque pensasse diversamente di lui, - si po- 
trebbe allegare in sua scusa, che tale era l'uso dei tempi e 
massime dei dotti , e soprattutto in Germania. Ma se quella scu- 
sa potrebbe forse valere per un uomo mediocre, non si può 
ammettere per un uomo così altamente collocato. Bensì si po- 
trebbe osservare, che un'indole più dolce e maneggevole, non 
avrebbe fatto impressione sufl^cente , e che se invece di Lutero , 
si fosse avventato contro Roma un Melantone , pieno di dubbi 
e transazioni , non avrebbe fatte le rivoluzioni , e sarebbe stato 
facilmente oppresso , certamente non avrebbe seco trascinato le 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 403 

moltitudini, che vogliono partiti recisi e non apprezzano né 
comprendono le mezze tinte Del resto la morte di Lu- 
tero nulla mutò le condizioni religiose e politiche della Ger- 
mania. Il solco era stato fatto, e l'umanità continuò a proce- 
dere per esso , senza accorgersi quasi della sua scomparsa. Ma 
il suo nome rimase per sempre nei fasti della storia ». 

Noi trapasseremmo i confini imposti all'economia d'una 
rivista , ove meglio che profilare , volessimo dare un compendio 
di quest'opera; né d'altra parte lo scegliere tra tanti avve- 
nimenti ugualmente grandi e femigerati , è tanto agevol cosa. 
Il libro quarto a cagion d' esempio incomincia con un rapido 
ma felicissimo bozzetto storico sulla Prussia ; e dai primi ten- 
tativi di evangelizzazione fatti da S. Adalberto arcivescovo di 
Praga , al monaco Cristiano , che chiama a convertire le con- 
trade i cavalieri dell' ordine teutonico ; dallo scioglimento di 
quest' ordine , che dà vita allo stato di Prussia , in parte lute- 
rano , fino all' istituzione del titolo regio , si percorre in brevis- 
simo corso un importante periodò di storia , la quale torna di 
speciale interesse ad ogni leggitore italiano per il bene ideato , 
parallelo fra la monarchia prussiana e la Sabauda ;, con cui si 
chiude il primo discorso. Alzate in fatti quasi contemporaneamen- 
te alla dignità regale, destreggiandosi fra grandi potenze, ed av- 
vantaggiandosi delle loro emulazioni , benché cattolica l' una 
e protestante l'altra, trovansi ambedue alla testa del principio 
nazionale dei due paesi , ed attendono a distruggere e l' impero 
ed il potere temporale dei papi , sole reliquie che ci restino • 
dell' evo medio. Dopo un cenno sulle mutazioni religiose avve- 
nute nella Livonia, nella Scandinavia e nella Svizzera Tede- 
sca, si presenta Giovanni Calvino, alla cui vita, ai cui studii 
ed ai cui intendimenti non pare troppa cosa la concessione di un 
intero discorso , che si chiude con queste parole : « Lutero col 
mantenere la Gerarchia e le forme esteriori del culto avea 
adattato la sua chiesa ai paesi governati monarchicamente ; Cal- 
vino , col sopprimere la Gerarchia e le forme esteriori del culto 
adattò invece le sue credenze a paesi o governati a repubblica 
desiderosi di libertà; quindi più del Luteranesimo vi si in- 
sinuò e vi produsse mutazione ». 

A tante e cosi inaudite novità , non potea certo restare estra- 
neo il paese di Francia, dove cosi potente, ricco e numeroso 



401 RASSEtxNA BIBLIOGRAFICA 

era il clero, e dove né meno grandi ed estesi eransi manife- 
stati gli abusi. - Ma all'opera ed agli sforzi dei novatori , ener- 
gicamente si opposero il Parlamento e la Sorbona, facendo 
brillare di tetra luce i roghi , a cui venivano condannati i dis- 
sidenti , ed introducendo nel Regno l' Inquisizione (1557). Le 
idee però si fecero più vive da questa resistenza, e si feconda- 
rono col sangue dei giustiziati; onde è che se gli scritti di Ra- 
belais , di Marat e di Ramus avean preparato la via ai dissi- 
denti, le novelle dottrine di Calvino, dimorante a Ginevra 
diedero un gravissimo crollo alle religiose credenze. La Francia 
si divise allora in due campi , il cattolico capitanato dai Guisa , 
il protestante guidato dai Borboni. Fra essi attese ad aver vita 
propria un terzo partito detto dei concilianti , ed i nomi di un 
Montmorency e del famoso cancelliere L' Hopital basteranno a 
far chiara 1' onestà e la rettitudine de' suoi intendimenti ; ma 
la strage di S. Bartolomeo contro gli Ugonotti e l'assassinio 
del Duca e del cardinale di Guisa contro i cattolici, diranno 
meglio d' ogni parola come ignominiosamente si dibattesse in 
quelle strette il potere regio. 

In Italia invece più che rivoluzioni , non si ebbero che 
vani tentativi ; repugnava in fatto allo scetticismo diffuso allora 
in tutta la penisola, l'abbracciare novelle credenze; né era 
consono all'immaginosa indole de'suoi abitanti il poter far ameno 
della pompa e della esteriorità del culto , per la qual cosa non 
molti furono i proseliti; ma in questi (cosa degna di conside- 
razione) forniva pure il suo contingente il sesso femminile; 
essendo a noi venute non meno famose di un Bernardino 
Ochino, d' un Carnesecchi, d'un Campanella e d'un Giordano 
Bruno, una Renata duchessa di Ferrara, un'Olimpia Morati, 
una Giulia Gonzaga e una Vittoria Colonna. 

Sono racchiuse nel settimo libro le persecuzioni religiose 
nei Paesi Bassi e nella Spagna , e quivi la grandezza degli av- 
venimenti, è riflessa dalla grandezza dei personaggi che vi 
operano; Carlo V e Filippo II, Margherita di Parma ed il 
Granvella, ma più famigerato fra tutti il truce Duca d'Alba. 

Dopo la rassegna di cosi luttuosi conflitti, per causa delle 
novelle credenze scoppiate in tante parti d' Europa, molto op- 
portunamente si trovano esposte in un libro le riforme che 
la Chiesa Cattolica dopo il Concilio di Trento, per operai' un 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 405 

Ijinazio di Loiola, di un Gaetano Tliiene e di un Carlo Rorro- 
iiieo portò a se stessa. Ma allorché tali salutari riforme si an- 
davano compiendo per mezzo di conciliazione , già per divorzio 
eransi operato quelle di Lutero , di Zuinglio e di Calvino. 

Coraggiosi ed intrepidi operai nel rimarginare le larghe 
piaghe, aperte nel seno della Chiesa Cattolica, mostraronsi 
nella loro istituzione i Gesuiti , ed al loro zelo ed alla loro 
abnegazione rende ampia giustizia lo storico. Come potea egli 
tacere però della degenerazione loro cominciata ad apparire sotto 
il generalato del Vitelleschi (1615-1645), della declinazione 
rapidissima in cui andarono via via precipitando nello scorso 
secolo ? Il libro quarto risponde a quest' obbligo , e nel percor- 
rere le ragioni, per cui il Ricotti asserisce aver la Compagnia 
di Gesù arrecato in quest' ultimi tempi segnalati danni ai veri 
progressi della Chiesa Cattolica , sente il lettore tutta la forza 
di una severa e stringente requisitoria. 

Volgendo ormai l'opera al suo termine, andremo rintrac- 
ciando colla guida dell'egregio scrittore le conseguenze pro- 
dotte dalla rivoluzione protestante; conseguenze che si verifi- 
carono neir ordine religioso , nell' ordine intellettuale e nell' or- 
dine sociale e politico. Secondo lo storico, questa rivoluzione 
avrebbe ingenerato nell' ordine religioso due buoni effetti ; cioè 
avrebbe obbligato la Chiesa Cattolica a ritornare verso i pro- 
prii principii , mediante le riforme , ed avrebbe posto un' argine 
potente all'incredulità, col costringere le menti a considerare 
a fondo le questioni religiose ed a vederne l'importanza. 

Ma se scarsi e disputabili furono i vantaggi recati nell' or- 
dine religioso , non furono né scarsi né dubbiosi quelli recati 
nell'ordine intellettuale; imperocché colla proclamazione del 
principio del libero esame , surrogandosi all' autorità 1' esperi- 
mento e l'osservazione, il raziocinio ed il calcolo, tante vie 
si spalancarono alla verità , quante furono le menti che ci vol- 
lero attendere. 

Adottato neir ordine religioso e scientifico questo principio , 
non tardò molto ad essere applicato ùell' ordine sociale e poli- 
tico; e la rivoluzione francese del 1789 non solo prosegui l'im- 
presa di conquistare i diritti politici per tutti i cittadini, ma 
cominciò quella di conquistare l'uguaglianza dei diritti civili; 
e l'appello al voto universale neìpleUsciti a cui ricorrono oggi 



406 RASSE(tNA BIBLIOGRAFirA 

e Principi e Nazioni in congiunture solenni , è un omaggio reso 
al principio di libero esame, tradotto nella vita politica della 
umanità; perchè implicitamente vi si riconosce in ciascun cit- 
tadino la partecipazione alla sovranità nazionale e la capacità 
di disporne. 

Sono queste le conclusioni del libro di cui abbiamo preso a 
distendere una rivista, o diremo meglio ci siamo accinti a dare 
uno sbiadito disegno; cliè non vorremmo restasse offesa dalla 
mediocrità del ritrattista la bellezza dell' originale. 

Girolamo Rossi. 



Carlo Matteucci e V Italia del suo tempo. Narrazione di 
NicoMEDE Bianchi, corredata di documenti inediti. - To- 
rino, fratelli Bocca, 1874; pag. ix-595. 

Il titolo prenunzia una Storia politica, ed è ben tale questo 
nobil volume. Chi ha cognizione della Storia documentata della 
Diplomazia europea in Italia dall'anno 1814 al 1861 edita in 
otto volumi a Torino, troverà di somma importanza questa Nar- 
razione che col nome di Matteucci tassi innanzi a trattare 
della successiva politica del nostro paese fino alla morte del 
fisico illustre. La tratta il Bianchi da par suo , dando notizie 
curiosissime de' maggiori uomini del tempo e degli sforzi de' pi- 
loti abili a condurre sana e salva la nostra nave fra marosi 
imperversanti e scogli spaventevoli. Il suo soggetto ingegna- 
vasi di sua parte trepidando spesso, e quando la sua A'-oce 
non valeva, cedeva e ponevasi virtuosamente alla direzione 
d'altrui, ma inerte non mai, né mai smesso dell'animo, sem- 
pre operoso sino alla fine, non fortunato di aver veduto il 
compimento d'un' Opera che prima temeva disastrosa, poi ca- 
lorosamente avrebbe spinta innanzi, ma in fiducia quasi sicuro 
eh' essa era alla meta. 

Scrivere della Vita di un amico e non lasciarsi condurre 
dalla forza partigiana dell'amore, non è agevole compito; il 
Bianchi era tanto intimo del Matteucci che questi diedegli tutte 
le sue carte, e gli amici suoi prontissimi lo aiutarono del re- 
sto. Il Matteucci è in questo volume rappresentato a'perfe- 



RASSEGNA HlHLIOGRAFirA 407 

zinne come iioino, come scienziato, come cittadino e come po- 
litico, il Ibrte e il debole suo nò dissimulati, nò e-agerati; 
la sua somma bontà e la somma sua scienza, l'ardor sommo 
di educare la nazione, e l'educazione aiutare coli' istruzione 
quando n'ebbe potestà, e suo gran dolore di non aver potuto 
compiere l'attuazione de' suoi vasti disegni quando quella po- 
testà gli fu tolta, sono dipinti mirabilmente dallo scrittore. 
Chi conobbe come noi il Matteucci non saprebbe desiderare 
più . e trova giustizia di lode per la prudente bravura ; chi noi 
conobbe , pensiamo che il magno volume una volta preso fra 
mano piacevolmente se lo divori. Il primo periodo, quel della 
scienza, passa fra la maraviglia e la gloria degli sforzi di un 
giovanissimo uomo a rubare alti segreti alla natura, onde ne 
stui)iscono i provetti sapienti, e quando i casi conduconlo nel- 
l'amare la patria quanto la scienza, il suo biografo attratto 
dalla forza di quel che ha innanzi si fa storico della nazione, 
tenendo a braccio l'illustre suo soggetto. Liberamente il Bian- 
chi giudica i fatti pei quali discorre; le sue sentenze costrin- 
gono il lettore a guardarsi d'intorno, e s'ei si guarda convien 
che riconosca la presenza dei tanti veri sentenziati, e plaudi- 
sca deplori secondo che il filosofo scrittore deplora o plaude. 

Quel che si fece in questi anni per compir la nazione tutti 
sappiamo , ma i mezzi divinati pochissimi seppero , né alcuno 
ne disse. Ne espone il Bianchi più che pochi, e tuttavia ne 
tien sotto velo, non gli parendo ancor tempo di toglier via 
tutto intero il drappo che il gran quadro copre; ma lascia 
intendere a chi ha fior d'intelletto quanto d'artifizio siasi do- 
vuto usare per camminare fra pericoli di precipizi , e arrivare 
incolumi e ammirati al punto in cui siamo. Non tutti seguita- 
vano il duce, e qualcuni anzi gli sbarravan la via, perchè mu- 
tasse gli arcani consigli , ma poiché sol colpevoli d' ignoranza 
in esuberanza d'amor patrio non li maltratta lo storico, anzi 
li scusa. 

Condotto il suo soggetto dall'opera dello scienziato, del 
politico e diplomatico , a quella dell' educator pubblico , il Bian- 
chi , qual discorse con cognizione di materia dove parlava delle 
scoperte del Matteucci, tale convenne dove espose a uno per 
uno i bisogni dell' istruzione e della educazione del popolo ita- 
liano, e non n'ebbe innanzi soltanto argomenti di pratica allora 



408 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

che ebbe cattedra in Collegi di Governo, ma altresì in quel- 
l'uffizio in cui uomini e cose vedonsi al nudo. Ond' è che non 
mutatesi per nulla le condizioni della infelicità dell'insegna- 
mento, se anche l'apparato si estenda con grandi spese per 
ogni verso , egli non si ritiene dal deplorare l' irremediato ma- 
lanno. Colà dove rende una lettera di Massimo d'Azeglio il 
qual vedeva venir su quella generazione presuntuosa di gio- 
vani che diventati uomini non sapeva che cosa avrebbero sa- 
puto fare, e aggiungeva che « innanzi tutto bisogna creare 
« uomini, e gli uomini si fanno con una educazione forte e se- 
« vera, avvezzando i ragazzi ad ubbidire, riconoscendo la pro- 
« pria inferiorità, e non fabbricando dei dottrinari che si cre- 
« dono il mondo averlo fatto loro » , il Bianchi fa questa giu- 
stissima chiosa : « Disgraziatamente questo è un gran male 
« che affligge l' Italia. Un tempo , la rendevano vana e ciarliera 
« schiera di giovani poetanti; ora la offendono e la tormen- 
« tauo torme di giovani politicanti che sfringuellano giudizii 
« e che lacerano riputazioni, senza coscienza, senza pudore, 
« senza riguardo a ci(') che fanno o che non sanno ». Matteucci 
avrebbe voluto metter la briglia agli scapati, ma sen morì di- 
silluso , che cogli strumenti che aveva fra mano potesse mai 
farsi nulla di buono ; un suo carteggio con me finisce per averne 
disperazione. 

In tutto questo volume il Bianchi rende molte giustizie ad 
uomini insigni calunniati dal volgo dei politicanti, e special- 
mente al terzo Napoleone , senza dissimulare quel che poteva 
parer torto e non era che piegato da gravissimi argomenti, 
personaggio sventurato che molti beni arrecò al proprio paese 
e n' ebbe sì triste guiderdone ; per l' Italia fermagli anche in 
questo volume la debita gratitudine il Bianchi come fermògliela 
assolutamente nella Istoria che ho citato in principio di questo 
annunzio , e della quale fu fatta estesa rivista nelle puntate di 
questo Archivio. 

Dell' operosità del Matteucci sta in fine del volume testimo- 
nio una nota cronologica de' suoi lavori scientifici; del suo 
animo buono e del suo patriottismo rigurgitano documenti in 
ogni foglio di quella. Nel Matteucci ha fatto rilevare molto 
opportunamente per questi giorni , il Bianchi , quanto di reli- 
gione albergasse insieme alla scienza eh' era pur molta e al 



RASSEGNA r.IlUJOGRAFICA 409 

patriottismo nazionale che non ora da meno ; certo era grande 
ma tanto pura e degna dell'uomo che ha fede di avere origine 
da Dio, da dover avere dispetto in sentir chi pur dovrebbe 
aver giudizio ricisamente volerla sbandir dalla pubblica educa- 
zione. Da molto tempo non si è veduto un libro biografico sì 
ben nutrito ; vero è che se l' uomo fu grande , furono ben più 
grandi i tempi in che visse, se anche non furono compiuti. 
Il Bianchi tenendo in quelli il buono ed illustre Matteucci 
non poteva che onorarlo al sommo del merito, e trattando la 
gloriosa materia al modo col quale 1' ha trattata , non poteva 
non aumentare a sé stesso il plauso della Nazione che già gli 
ebbe resa per gli otto volumi della Storia della Diplomazia 
europea in Italia, che con quello che detto è in questa bio- 
grafia rendono assai desiderato il nono. 

L. SCARABELLI. 



Lorenzo de' Medici il Magnifico von Alfred von Reumont. 
Lipsia^ Duncker e Humblot, 1874. - Due voi. di xxiii e 60G, 
XVIII e 604 pag. , 8vo grande. 

Uno scrittore esce dal consueto annunziando il proprio lavoro : 
facendolo, io non ho altro scopo se non di rendere conto del modo 
con cui ho tessuto il mio e di accennare a varie cose che a tal 
lavoro possono servire e d' illustrazione e d' aumento. Se per la 
seconda volta un estero s'appiglia a trattare un argomento, 
cui sarebbe da desiderarsi esperta mano italiana, ciò si spiega 
per la qualità del medesimo , che è tale da destare dovunque 
e sempre il più vivo interesse. Tutto ciò che in oggi offro alla 
mia patria, io lo devo all'Italia. Cosi fu del mio predecessore 
inglese. Allorquando , quasi ottant' anni fa , Guglielmo Roscoe 
pubblicò quel libro , il quale finanche in Italia acquistò meri- 
tata popolarità, al dilà delle schiere degli eruditi facendo co- 
noscere Lorenzo il Magnifico e il suo tempo, egli , dipingendo 
l'uomo, giovossi del quadro lasciato da Niccolò Valori di lui 
coetaneo, mentre il Machiavelli additògli l'andamento generale 
(lolla storia, il Fabroni gli prestò i documenti, il Bandini , il 



410 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Tiraboschi ed altri lo resero capace della storia delle lettere, 
di cui egli poi giudice competente, quantunque qualche volta 
troppo benevolo , ricercò con diligenza moltissimi monumenti , 
sin allora sparsi, in parte poco noti o dimenticati. L'assunto 
mio è stato facilitato dagli Italiani , anzi ho trovata preparata 
la materia. Gli assidui studi mercè i quali dal tempo del Ri.scoe in 
qua , e maggiormente da una trentina d' anni , si stanno inve- 
stigando e pubblicando le storiche fonti, i numerosissimi la- 
vori speciali dedicati a qualunque parte delle storie fiorentine 
ed italiane, e non meno alle cose- locali, hanno fornito dei 
materiali , la cui copia è tale da avermi resa difficile più d' una 
volta la scelta , e vieppiù il non oltrepassare i limiti impostimi 
dalla natura e dallo scopo dell' opera composta per V estero , 
mentre più facile mi sarebbe riescito il largheggiare che il 
restringere. La giudiziosissima scelta dal Fabbroni fatta dei 
documenti degli Archivi fiorentini , non si è non potuto arric- 
chire mediante nuove indagini in questa inesauribile miniera , 
il cui adito ormai è reso facile dai savi ordinamenti^ e per 
ogni genere d' aiuti volenterosamente prestati. Sotto questo 
rapporto ancora, ho durato fatica a limitarmi a ciò che con- 
veniva a libro destinato ad andare per le mani di molti. Non 
so se coir uso di carte edite quanto inedite mi sia riescito di 
comporre il quadro della politica italiana dei due decenni pre- 
ceduti alla grande catastrofe , la quale , imprimendo a tale po- 
litica indole tutto diversa col mutare le sorti della penisola, 
la spinse nel vortice d' un movimento , in cui l' Italia , divisa 
e debole in mezzo a potenze di più in più procedute nella via 
dell'unificazione, rimase conquassata e non più di sé padrona. 
In ogni modo spero di avere dimostrata, colle proprie parole 
di Lorenzo il iMagniflco e con quelle di uomini che erangli 
d' attorno, la verità di ciò che di lui scrisse Alessandro de' Pazzi 
suo nipote, dipingendone la quasi incredibile operosità. Quanto 
quest'uomo lavorasse a mantenere, negli • anni maturi suoi, 
un' apparenza di pace e di concordia tra gli Stati d' Italia , con 
un papa debole , mal fermo e subitaneo qual' era Innocenzo Vili, 
con due principi astuti, infidi e pronti a sacrificare agli inte- 
ressi alle passioni del momento qualunque riguardo come 
erano re Ferrante e Lodovico il Moro, con una Repubblica 
male disposta contro Fipenze e tenuta sempre in guardia per 



RASSRfiNA niP.I,I()(lRAFirA 411 

noinplicanze estranee alle cose italiane quale era Venezia : ciò 
risulterà, se io male non m'appongo, dagli estratti di nume- 
rosi documenti. Ma non si giungerà a formarne giusto e pieno 
concetto se non colla pubblicazione, di già divisata, del car- 
teggio del Magnifico, corredato d'una scelta tra le carte indi- 
rizzate a lui ; pubblicazione colla quale la Deputazione di Storia 
patria, di già colla stampa maestrevolmente condotta delle 
Commissioni di Rinaldo degli Albizzi benemerita , sarebbe per 
acquistare nuovi titoli alla riconoscenza degli studiosi. 

]>sella storia letteraria ancora , gli anni ultimi decorsi sono 
stati fecondi di ottimi lavori speciali , mentre a quella dell' arte 
.^ii studi negli Archivi aprirono si può dire nuovo campo , 
nel quale ogni di si continua a fare ubertosa raccolta. Ho do- 
vuto limitare il mio discorso a ciò clie maggiormente si deve 
all'opera o all'incoraggiamento de' Medici. Ma l'influenza da 
Cosimo, Piero e Lorenzo spiegata è stata tale da abbracciare 
(|ualunque ramo, di maniera che, senza escire dai confini d'un 
lavoro biografico, ho potuto tentare di comporre un quadro 
delle condizioni di Firenze quanto alle varie discipline ed arti 
congiunto a quello dei costumi. Colla narrazione storica, sic- 
come è naturale, si unisce quella delle mutazioni avvenute 
nelle istituzioni politiche. Sarò contento, se il lavoro non si 
reputa troppo inferiore all'assunto. Lorenzo de' Medici, quale 
me r ha mostrato l' esame coscienzioso dei fatti e per quanto 
si poteva dei motivi, non somiglia al ritratto in oggi ancora 
da molti accettato per vero. Ma malgrado i non lievi difetti 
suoi , egli rimane e rimarrà sempre il rappresentante più sin- 
golare ed insieme più simpatico di un periodo brillante e ricco 
d' utili insegnamenti , e tra gii uomini politici , non ostante le 
sue oscillazioni, il più abile, più sincero e finalmente più ita- 
liano. 

Tanto mi è parso dover dire d' un libro , col quale ho inteso 
porgere alla patria di Lorenzo il Magnifico nuovo pegno di du- 
revole affetto, e di riconoscenza per gli innumerevoli benefici 
dovuti al soggiorno in Toscana , dove giunsi giovine passando- 
vi gli anni miei più felici. 

L'opera va divisa in sei libri. Il primo, che in certo modo 
serve d' introduzione , tratta di Firenze e dei Medici sino alla 
morte di Cosimo il Vecchio. Il secondo abbraccia il tempo di 



412 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Piero il Gottoso e i primi anni di Lorenzo, mentre il terzo 
racconta i fatti della Congiura dei Pazzi e della guerra con 
Roma e Napoli. Il quarto libro mostra i Medici nelle loro re- 
lazioni colle lettere e colle arti , e va diviso in tre sezioni , di 
cui la prima comprende la letteratura del tempo di Cosimo, 
la seconda l'epoca di Lorenzo, la terza essendo dedicata alla 
storia artistica. Il quinto libro sviluppa il progresso della su- 
premazia Medicea , aiutato dai pericoli corsi negli anni 1478-1479, 
colla mutazione degli ordini interni nell'aprile 1480, colla 
guerra ferrarese, colle relazioni di papa Innocenzo Vili nei 
primi tempi suoi e con Luigi XI e la reggenza succedutagli, 
avvenimenti e affari cui tengono dietro le difficoltà venute dalla 
guerra dei baroni, la mediazione del Magnifico tra il Papa e 
Ferrante, la guerra di Sarzana, matrimoni e morti in fami- 
glia , finalmente la posizione presa da Lorenzo rimpetto ai 
moti di Romagna e di Perugia, ed ai vicini di Toscana, Lucca, 
Siena e Orsini. Nel sesto libro si discorre degli ultimi anni di 
Lorenzo. Alla descrizione delle condizioni pubbliche della città 
verso il 1490, fa séguito quella del modo di vivere delle classi 
agiate e del popolo , poi l' altra della casa e della famiglia Me- 
dicea, mostrando il capo di essa quale era nella vita intima e 
domestica. La narrazione delle trattative pel cardinalato di Gio- 
vanni de' Medici precede a quella degli sforzi onde impedire 
nuova rottura tra papa e re. I sintomi d' opposizione nell" or- 
dine morale conducono ad esporre i principi dell' operare del 
Savonarola; la narrazione delle feste per la pubblicazione della 
dignità cardinalizia del figlio viene seguita d'appresso da 
quella degli ultimi giorni del Magnifico. Quattro sono le Appen- 
dici, cioè una brevissima Cronologia dei principali avvenimenti , 
le Genealogie dei Medici , Pazzi , Soderini , Visconti-Sforza , 
un ragguaglio sulle discordi narrazioni della morte di Lorenzo , 
e Notizie letterarie sulle fonti ed altri materiali serviti a com- 
porre il libro. Riguardo a questi , chiedo licenza di aggiungere 
le seguenti osservazioni. 

Non prima di aver terminata la stampa e d' essere tornato 
in Italia, mi venne dato di esaminare tre volumi invano ri- 
cercati, e solo da poco tornati all'Archivio di Stato, donde 
per servire allo studio d'un alto personaggio, anni fa erano 
stati levati, e poi, senza colpa di chicchessia, smarriti nel 1859. 



llASSEG^*A HIBLIOdRAFrcA i\?> 

Sono ì « Ricordi di lettere scripte per Lorenzo de' Medici co- 
minciate (jnesto dì xxv di marzo 1477 » , i quali , non senza 
lacune, arrivano alla di lui morte , per continuare poi sino al 
25 ottobre 1494. Non ho bisogno d' accennare , quanto mi avrebbe 
^t;-iovato questo registro, che ^ servendo in certo modo di guida 
per le numerose filze dell'Archivio Mediceo piene di minute di 
Lorenzo , di sovente supplendo alle lacune di queste , giorno per 
giorno nota il carteggio si pubblico che jirivato , spesso indicando 
brevemente la materia, ma perlopiù col solo indirizzo , notando se 
la lettera è stata dettata da Lorenzo ovvero scritta dai cancel- 
lieri , dal Dovizi, dal Michelozzi, facendo conoscere dove il Magni- 
fico soggiornava in quel dato tempo. Per esempio, nel 1477 l'in- 
contriamo dal 3 al 5 e poi agli 8 di maggio al Poggio a Calano , 
dal 24 al 28 a Pisa , il 27 luglio a Cafaggiuolo , il di 19 agosto in 
Mugello (Trebbio?), a dì 24 di nuovo a Cafaggiuolo, il 1.° set- 
tembre a Dicomano, il 29 al Poggio, il 14 ottobre a Pisa, 
il 29 nuovamente al Poggio e cosi di séguito. Da questo regi- 
stro apparisce vie più chiara la di lui prodigiosa operosità. Ne 
arreco pochi esempi. Al 25 ottobre 1477 spettano quindici 
lettere , all' arcivescovo Rinaldo Orsini , a Gio. Lanfredini , 
a Gio. Tornabuoni , all' ambasciator Veneto a Roma , a Marino 
Tomacelli a Napoli, a re Ferrante, a Prinzivalle di Gennaro 
confidente di Alfonso di Calabria , ad Alberigo Carafa , a Vir- 
gilio Malvezzi a Bologna ed altri, finalmente a Cristofano 
di Gallese bargello. Del 9 febbraio 1478 sono venti lettere , 
tra di esse le raccomandatizie per Gherardo Giandonati e 
Andrea del Fede spediti a Napoli , al re . ai principi , ai Conti 
di Maddaloni, di Fondi, di Venafro, a Alberigo Carafa, Ca- 
millo Pandone, Carlo Toraldo ec, lettere che servono a di- 
mostrare vie più, quali fossero in quella corte le relazioni di 
Lorenzo. Non arrecherò già fra le testimonianze dell' operosità 
diluì le molte lettere scritte in varie circostanze , a modo d'esem- 
pio dopo la morte di Giuliano e dopo quella di Madonna Lu- 
crezia annunziata a' dì 25 marzo 1482 con ventisette lettere a 
principi, signori ed ambasciatori, o le ventuna lettere spedite 
il dì 22 marzo 1487 « con lo adviso del parentado facto dalla 
Sta di N. S. con meco, et con l' adviso di havere io mari- 
tato la Loisa mia terza figliuola a Giovanni di Pierfrancesco 
de' Medici mio cugino ». Giacché in siff'atti casi e in molti altri 

Arch., 3 a Se7-ic , Tom. XIX. 27 



414 RASSEGNA BIBLIOOtR AFICA 

( COSÌ ai 27 novembre 1489 si spediscono non meno di ventitré 
raccomandatizie al papa e ai cardinali per Niccolò Michelozzi ) 
si tratta di copie di cancelleria mutatis mutandis. Ma giornal- 
mente occorrono lettere di qualunque genere, cominciando da 
questioni d'alta politica, e scendendo alle raccomandazioni di 
contadini e di negozianti ebrei , di che fanno fede le filze 
dell' Archivio Mediceo. Per ciò che spetta a cose pubbliche , 
trovo una singolare notizia in data degli 11 dicembre 1485, 
notizia la quale suppongo stare in relazione colla misera guerra 
di Sarzana. Dopo una lettera al conte di Pitigliano « confor- 
tandolo a cavalcare sanza dilatione , dandoli adviso della espe- 
ditione del resto delle genti dì fanti et delle genti di Lom- 
bardia » , segue una a Baccio Ugolini , dal Magnifico adoperato 
per qualunque genere d'affari, « che advertisca el sig. Ver- 
ginio (Orsini) et il conte di Pitigliano che quanti mercatanti 
fiorentini trovono li svaligino, et massime . . . . ( lacuna) et in 
questo usino diligentia sanza riguardo ». 

Di cose personali e di famiglia, abbiamo vari ragguagli. 
Peccato che nei giorni procellosi dell'aprile 1478 ci sia una 
lacuna. Le lettere finiscono col dì 25 , poi segue una nota : 
« Qui di sotto e nell'altra seguente carta debbono ire ricordi 
di lettere scripte in sul caso del tumulto quando fu morto in 
Sta Liperata Giuliano de' Medici a chi Dio habbi perdonato 
per sua pietà », ma la carta rimane vuota, non ricomincian- 
dosi se non il 1." maggio con lettere alla Signoria di Venezia 
e a Gio. Lanfredini allora in quella città , « per le novità 
successe nel caso di Giuliano », seguite poi dalle numerosis- 
sime cui di sopra accennossi , al re di Francia e re Renato , 
a cardinali e principi, tra di essi il di 5 « al conte Girolamo 
a Roma ». Dalla partenza -di Lorenzo per Napoli sin al ritorno 
a Firenze , 5 dicembre 1479 - 17 aprile 1480 , e' è una lacuna. 
Non posso fare a meno di ripetere nel presente luogo , che di 
questa andata divenuta tanto celebre nella storia, si è voluto 
oltreraodo esagerare il rischio. Se ne conoscono ora tutti i par- 
ticolari, pel carteggio Milanese, per i dispacci Estensi, per 
i ricordi di Filippo Strozzi il vecchio e di Francesco Guic- 
ciardini, e per gli storici non troppo lontani dagli avveni- 
menti, dal confronto dei quali risulta il pericolo maggiore 
essere stato interno, giacché come racconta il GuicciaVdini , 



RASSEGNA P.1P.L[0(1RAPICA 415 

« il popolo cominciò forte a mormorare dello stato pre- 
sente, e molti uomini da bene mal contenti a destarsi e par- 
lare di fare mutazione ». [ Ricordi di famiglia, Opere ine- 
dite X, 16.] Dei giorni 6 e 7 giugno 1481 sono le lettere 
spettanti alla congiura del Frescobaldi , a messer Guid' Anto- 
nio Vespucci a Roma « dandoli adviso del caso occorso qui 
contro la persona mia», a re Ferrante « riferendosi a quello 
gli dirà Piero di Lutozzo (Nasi) sopra il caso di quello tra- 
ditore di Batista Frescobaldi e compagni ». Del 13 settembre 1481 
sono le lettere a Lodovico il Moro, al Duca d' Urbino , a Gio- 
vanni Bentivoglio, Roberto da Sanseverino ec. per far parte 
del matrimonio della figlia Lucrezia con Iacopo Salviati. Di già 
accennossi alle lettere in occasione della morte della madre e degli 
sposalizi di due figlie. A di 30 gennaio 1483 Lorenzo annunzia a 
Luigi XI la prossima partenza per P'errara onde assistere al 
Congresso di Cremona , al quale egli stava per recarsi secondo 
lettera a Bernardo Rucellai scritta a Ferrara 17 febbraio. 
Da Cremona egli ai 28 febbraio, autorizza Galeotto ^lanfredi 
a rimettere in libertà Guglielmo de' Pazzi, dandone avviso il 
dì 2 marzo alla sorella Bianca, e scrivendo al cognato mede- 
simo quattro giorni in appresso. [Nell'Arch. Mediceo esiste 
la lettera del Manfredi dei 25 febbraio , con cui annunzia tenere 
ad ulteriore disposizione presso di sé a Faenza Guglielmo — 
quasi cinque anni dopo la congiura ! ] 

Durante il soggiorno di madonna Clarice a Roma, 1487-1488 , 
conclusi i matrimoni di Maddalena e di Piero , non venne meno il 
carteggio. Ai 9 dicembre Lorenzo scrive, « che veduta Alfonsina 
(Orsini) et facti i convenevoli, li parrebbe che Piero se ne 
ritornasse qui col vescovo (d'Urbino) e Iacopo Salviati ». Il 
giorno dopo : « a mona Clarice per una cosa d' importantia » , 
e ai 9 Marzo 1488 , « che del ritorno et stare suo mi rimetto 
a Lei ricordjindo quelle ragioni che mi movevano al fermarsi 
lei qualche tempo ancora a Roma ». Al mese di marzo 1489 
appartengono le molte lettere, in parte di già pubblicate in- 
turno alla dignità cardinalizia conferita a Giovanni : quelle 
spettanti ai benefizi ecclesiastici di lui sono proprio innu- 
merevoli. A dì 6 agosto 1491 , troviamo una lettera « a 
monsignor Giovanni nostro, che advisi del male di messer 
Giulio (figlio di Giuliano) et secondo l'adviso suo o si man- 



410 RASSEGNA BIBLIOGIIAFICA 

derà a Passignano un medico o si farà venire qui messer 
Giulio » , donde risulta die i due cugini ,, rimasti sempre ami- 
cissimi, stavano allora insieme nella celebre badia Vallom- 
brosana di Val di Pesa concessa in commenda al maggiore 
dei due. Seguono le feste per la proclamazione del cardinalato. 
A di 22 febbraio 1792, si scrive a Giovanni Cambi, « pel pesce bi- 
sogna per la prima domenica di quaresima per la solennità di 
Monsignore nostro »; sei giorni dopo a Alessandro Bracci 
« che faccia fare trenta torte al Colonna et le mandi qui più 
presto si può ». Ai 10 di marzo, « allo Imbasciatore nostro 
(a Roma) dandoli adviso come Ms.'""' nostro ha preso questo 
giorno (veramente il di 9) l'habito del cardinale, et con quanta 
letitia di tucta questa città entrassi drento ». Povero Lorenzo ! 
non gli venne dato d' assistere nemmeno alle feste in casa , 
in quei giorni d'onori da lui tanto desiderati — e caro pagati. 
A di 20 marzo si scriveva « al Cardinale nostro (a Roma) 
del miglioramento di Lorenzo » , il 27 a Gio. Cambi « per quel 
medico che viene da Napoli », il 31 a Niccolò Michelozzi, « advi- 
sando come sta Lorenzo ». A dì 8 aprile poi, dopo lacuna di 
due giorni : « a Monsignore nostro - dectò Piero - a Ser Nic- 
colò Michelozzi a Napoli , a Cosimo Sassetti in Francia, dando 
adviso della morte di Lorenzo ». 

Molte sono le lettere intorno agli aflari finanziari , come si 
sa imbrogliatissimi , massime quei delle ragioni di Lione e di 
Brugia. A dì 13 novembre 1484, troviamo lettera a Lionetto 
de' Rossi (marito della sorella naturale di Lorenzo) a Lione, 
« risposta a più sue lettere, confortandolo a levare il nome 
(dei Medici) della ragione ec. , innanzi la fiera di Pasqua ». 
Ai 18 dicembre, si scrive a Giovanni Tornabuoni, « che pa- 
rendoli le cose del banco bavere bisogno della presenza sua, 
per qualche tempo resti a Roma, ma che non passi marzo, e 
che Piero (andato a Roma coll'ambasciata per l'elezione di 
Innocenzo Vili) si potrà accompagnare collo Scala ». Nel gen- 
naio 1486, s'incarica Pier Antonio Bandini d'un accomoda 
mento con Tommaso Portinari riguardo alla ragione di Bru- 
gia, di cui si chiede copia del bilancio, scrivendosi nuovamente 
al Portinari in data dei 23 luglio, « esortandolo allo assesto 
delle cose tra lui e Lorenzo ». A dì 23 dicembre del medesimo 
anno Gio. Battista Ridohì viene spedito a Napoli « al governo 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 417 

della ragione » , raccomandato al Re , ai principi , al Madda- 
loni. Fontano ed altri. Ai 21 aprile 1488, s'indirizzano non 
meno di diciassette lettere a Carlo Vili, al duca, alla duchessa 
e al cardinale di Borgogna, al Du Bouchage (monsignor di 
Bucciaggio) interessato nella banca Medicea ec, a proposito 
della ragione di Lione e di Francesco Sassetti,- della cui morte 
si scrive il 1." aprile 1490 al medesimo Du Bouchage , al Com- 
mines ed altri, raccomandando loro la predetta banca, gover- 
nata poi da Cosimo Sassetti e Lorenzo Spinelli. Il carteggio 
con Filippo de Commines pubblicato dal Kervyn de Letten- 
hove, e il suo contegno dopo morto Lorenzo, quale risulta 
dalla memoria di Enea Piccolomini sulla sorte della libreria 
Medicea , di più la condotta del Balassat dopo l'entrata di Car- 
lo VIII in Firenze, raccontata dall' istesso Commines, pur troppo 
dimostrano come rimanessero male soddisfatti i creditori esteri 
delle banche. 

Riguardo ad affari domestici, molto rimane da spigolare 
oltre tutto quello che di già si è cavato dalle minute. I bar- 
beri , falconi e sparvieri naturalmente occupano un posto 
distinto. Essi sono costantemente in giro, sino a cinquanta 
falconi alla volta. I cavalli vengono da Alessandria e dalla 
Barberia, ovvero da Napoli donde di continuo mandansi rega- 
li. Nel 1484 e 1490, c'imbattiamo nelle compre e nei trasporti 
di vacche lombarde, con raccomandatizie ad Ercole d'Este, a 
Lodovico il Moro ec. Varie lettere del 1490-1492, spettano ai 
lavori nella tenuta dAgnano presso Pisa, al padule di Calci 
ed altro. A di 2 luglio 1491 , si scrive a Venezia , « per raso 
per due giubboni per Lorenzo », come mai non ve n'era a 
Firenze? Molte sono le lettere di ringraziamento per roba 
mandata ; cinghiali , pesce , olio vergine ec. ; altre trattano 
di regali spediti. Ai 16 giugno 1489, si manda a Anna di 
Beaujeu (madama di Belgiù) « una ampolla di balsamo ». Al 
Gran Soldano si manda un letto, al Papa l'ultimo di feb- 
braio 1492, spedisconsi « due fiaschi di Greco , del quale , quando 
satisfacci a S. S. , se ne manderà una soma ». Non mancano già 
le lettere che riguardano uomini ed opere di lettere e d'arti. 
A dì 7 settembre 1481 , Lorenzo scrive a Bernardo Bembo man- 
dandogli due sonetti. Ai 31 dicembre 1485 , avvisa Lodovico il 
Moro « che fa soprasedere l'imprimere la Sfortiade vulgare 



418 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

(trad. dal Landino) et che li manda il Morgante ». Ai 12 feb- 
braio 1488 , « al conte della Mirandola , ringratiandolo dell'Apo- 
logia mandata », lettera inclusa a Lorenzo Spinelli in Fran- 
cia, di cui non saprei come conciliare la data colla storia di 
quella famosa scrittura. Dei 2 maggio 1489, è una lettera a 
Noferi Tornabuoni a Roma, autorizzandolo a pagare sino a 
100 ducati un Plauto antico; dei 3 agosto 1491 un'altra, «che 
cerchi d' bavere certo libro d'auctorità greco che ha el vescovo 
(sic) d'Arli ». A di 5 ottobre dell' istesso anno Lorenzo rac- 
comanda il Calcondila a Gian Galeazzo Sforza, Lodovico il . 
Moro ec. , mentre tre mesi dopo raccomanda Matteo Franco al 
cardinale di Sant'Anastasia e all'arcivescovo d'Arles. A di 
1.° agosto 1485, prega Luca Fancelli (M.'" Luca da Settignano) 
a Mantova di spedirgli il modello della chiesa di S. Sebastiano 
di quella città. Segue il carteggio , in parte stampato , col mede- 
simo del 1490-1491 riguardo all'andata sua a Napoli a' servigi del 
duca di Calabria dopo la morte di Giuliano da Maiano. Del 27 no- 
vembre 1490 è una lettera a Baccio Pontelli , « che porti o mandi 
alcune medaglie et corgnuole antique che ha a Lorenzo per 
vederle ». Ai 4 febbraio 1492 si scrive a Ascanio Sforza per 
Antonio del Pollaiuolo, agli 8 marzo a Castelfiorentino per Da- 
rio Ghirlandaio. Per « maestro Isac organista » troviamo in 
data dei 15 ottobre 1489 raccomandatizie a Innocenzo Vili, a 
Franceschetto , al Lanfredini, e più volte raccomandansi so- 
natori d'organo a Pistoia, Prato e altrove. 

I volumi dai quali levo le presenti notizie , contengono an- 
cora; oltre a vari ricordi di già pubblicati dal Gori nel Pro- 
dromo della Toscana illustrata e dal Fabroni , le note dei libri 
e di altri oggetti prestati agli amici, note che servono di sup- 
plemento a quelle dei registri della guardaroba Medicea serviti 
al Cibrario , al Del Lungo ed A. , e che ci somministrano nuove 
prove della esattezza proprio fiorentina presieduta agli affari di 
casa. A pag. 422 del voi. II , narrai come nelle famiglie doviziose 
esisteva l' uso di prestarsi a vicenda o di prestare a persone che 
assumevano uffici ragguardevoli, argenterie ed altro nelle oc- 
casioni solenni. Incontriamo molti ricordi di simil genere. Ne 
cito alcuni. « A M. Piero ÌNIinerbetti, va vicario a San Gio- 
vanni, si prestò a dì 30 di maggio 1480 un nappo, uà boc- 
chale e 6 tasse d'argento. Il bocchaleè della Biancha ». « A Ber- 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 419 

nardo di Giovanni lacopi , va podestà di Pisa, si prestò a dì 
28 d' ottobre 1480 12 tasse d'ariento , 6 dello scriptoio et 6 che 
porta Lorenzo seco ». « Al Rosso da Soinmaia, portò Pieroz- 
zo, si prestò a di iiliimo di luglio 1482, 12 tazze con l'arme, 
2 acquiere , 6 saliere col guscio ». « Io Andrea d'Alamanno 
de' Medici ò auto in presto, per Bernardo mio fratello, taz- 
ze 6 ad ariento, pulite, con orlo d'oro, mezza grandezza, che 
detto Bernardo porta secho , che va vichario di Vicho Pisano, 
questo dì 12 d'ottobre 1489 ». Cosi di seguito a Filippo Giu- 
gni, Lorenzo Davanzati, Piero Nasi, Luigi della Stufa, Dio- 
nigi Pucci, Francesco Gaddi, Antonio Boscoli ed altri. Anche 
alla Signoria prestavansi simili oggetti. « A la Signoria di 
Firenze, portò Agnolo mazziere, si prestò a dì 27 di luglio, 
12 tazze a spicchi, 4 nappi, 12 tondi e 12 quadri con l'orlo 
dorato ». Notavansi anche gli oggetti consegnati a madonna 
Clarice, e all'istesso Lorenzo, quando andava in villa, o ai 
bagni, a Pisa ec. I codici erano sempre in giro , massime presso 
Angelo Poliziano, poi presso Bernardo Michelozzi, Bernardo 
Dovizi, Pandolfo Collenuccio, Bernardo Rucellai, Giorgio An- 
tonio Vespucci, Marino Tomacelli, Demetrio Calcondila, Ve- 
spasiano libraio. Braccio Martelli ed altri. Tra i lettori troviamo 
anche Piero. « A Piero di Lorenzo de' Medici si prestò, dei libri 
di Giuliano , a di 17 detto ( ottobre 1481 ) la Rethorica vecchia e 
nuova di Tullio, testo antiquissimo coperto di verde in mem- 
brana ». Qualche volta e' imbattiamo nelle ricevute : « Io De- 
metrio Chalcondyla, confesso haver avuto duo libri da presto 
del Magnilico Lorenzo de' Medici sopra il Timeo 1' uno è coperto 
di corio roso , l'altro di biancho tuti dua in charta bambacina. 
A di 3 d'octobre 1491 ». Fra i libri ve n'erano anche appar- 
tenenti a M. Lucrezia; per es., un Tolomeo e un Salustio. 
Notavasi sempre il giorno in cui venivano restituiti. Non solo 
a coloro che stavano in città prestavansi libri : si spedivano 
anche a Roma e altrove, mentre se ne avevano da varie par- 
ti , da Ferrara , da Urbino ec. Ancora alla fine di gennaio 1492 
a Guidubaldo di Montefeltro chiedevansi e rimandavansi co- 
dici della ricca libreria dal suo padre formata. 

Ora altro non mi rimane se non di accennare ad alcune 
cose particolari. A pag. 381 del I volume ho espresso il dub- 
bio che si abbia da cercare sin dal 1465 le cause di discordia 



420 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tra Medici e Pazzi. La legge del 1476 riguardo ai testamenti, 
dal Guicciardini ricordata nel cap. IV della Storia fiorentina, 
e nei Ricordi di famiglia , loc. cit. pag. , 43 , pare che escluda 
tale supposizione; ma confesso che allora mi rimane oscuro il 
significato di un passo nella lettera da me citata del Pulci 
dei 22 aprile 1465, stampata dal Roscoe e da S. Bongi. In- 
torno all'ambasciata del Comminesnel 1478, voi. I, pag. 428 e 
seg. , l'Archivio Milanese oltre ai documenti noti ne contiene 
altri, i quali fra breve verranno resi di pubblica ragione dal 
Kervyn de Lettenhove. A pag. 601 del voi. II, ho accennato 
al dispaccio, col quale Gio. Angelo Talenti e Fil. Sagramoro 
danno avviso alla duchessa Bianca dell'arrivo dell'ambascia- 
tore francese , cui andarono incontro i rappresentanti degli al- 
leati con molti cittadini e gente d'arme , con Lorenzo il Ma- 
gnifico e Lorenzo di Pierfrancesco suo cugino. La visita del 
Commines , tornato da Roma, al campo (voi. I, pag. 451 ) ebbe 
luogo ai 10 12 agosto. Dei negoziati tra il medesimo e Lo- 
renzo da una parte (nei documenti il nome del Commines tro- 
vasi sempre posto al primo luogo) e gli inviati dall'altra, ne- ^ 
goziati più interessanti per Milano che non per Firenze (voi. I , 
pag. 432), trattano ampiamente i dispacci milanesi contenenti 
le osservazioni di Lorenzo. Nelle sue Memorie, il Commines, 
non mai dimentico del proprio interesse, ricorda i regali fat- 
tigli nella sua partenza. Secondo il Sagramoro, il valore del- 
l'argenteria mandatagli dalla Signoria era di 4 in 500 ducati, 
cui Lorenzo aggiunse dei gioielli per 300 altri in circa, men- 
tre le spese di trattenimento montavano a 12 ducati il giorno. 
A pag. 440 del I voi., ho citata la lettera ai 21 luglio 1478 
dal Comune indirizzata a papa Sisto IV, lettera irreverente e 
poco adatta a mitigare l'animo del pontefice in un affare , in 
cui molte si, ma certo non tutte le colpe erano da parte sua. 
Il sig. C. Gioda, ripubblicando tale lettera nel volume poco fa 
escito col titolo: MachiaveUi e le sue opere (pag. 462), « per- 
chè sappiano bene (gli Italiani) quale sdegno eccitava nel petto 
de' loro maggiori chi tramava dal di fuori contro la sicurezza 
e la dignità dello Stato , anche posto che questi fosse papa » . 
cita il libro dell'Artaud sul Segretario Fiorentino, « che pel 
primo quasi (!) la pubblicò », mentre dieci anni prima del- 
l'Artaud, cioè nel 1823, dietro all'edizione procuratane da 



RASSEGNA BIRTJOORAFirA 421 

Sir Fr. Egerton, erasi stampata nella traduzione fiorentina 
delle Illustrazioni alla vita di Lorenzo aggiunte dal Roscoe, 
cui lo scrittore francese dice non averla conosciuta. Al eh. 
Giuseppe Palagi, diligentissimo nel raccogliere ed illustrare 
documenti di storia fiorentina, vado debitore di aver cono- 
sciuto or ora una lettera (di pagg. 15 in 4to, scrittura mi- 
nuta a due colonne in pergamena) scritta poche settimane dopo 
la congiura de' Pazzi : Magnifico ac singularissmio viro dno 
Laurentio de Medicis fr. Antonius de Vercell. ord. min. 
óbserv. — ex loco nostro Seti. lero . apud Volaterras die XXI 
ìnadii , lettera piena di citazioni , precetti di scrittori sacri e pro- 
fani pel vivere e governare. Il medesimo possiede un libretto 
in cui sono registrati i beni, possessi, le entrate ec. del mo- 
nastero degli Angeli di Firenze , con note di vario genere , 
catalogo dei libri ed altro, di Don Guido di Lorenzo d'Anto- 
nio fiorentino, a richiesta di Lorenzo il Magnifico, di cui era 
confessore, nel 1484 eletto a priore di detto monastero, di- 
gnità da lui conservata sino al 1497, anno nel quale la rinun- 
, zio per le cagioni esposte da D. Gregorio Farulli a pagg. 66-67 
della storia di Santa Maria degli Angeli stampata a Lucca 
nel 1710. Anche da questo libretto risulta come Lorenzo con- 
servasse a quel luogo sacro , già ricco di memorie e ora con 
tanti altri sparito , il favore dimostratogli dai suoi maggiori. 
A pag. 3 si legge : « Angora intercedente il Magnifico Lo- 
renzo de Medici per noi , obtenemo dal comune di Firenze nel 
MCCCCLXXXVII a dì 27 d'agosto per anni X stala 6 di 
salina et stala quattro di sale ec. » E a pag. 5: « 1490. Ancora 
fatta la Santa Pasqua della Santissima Resurrezione Lorenzo 
Magnifico de Medici ogn'anno ci dà per lo amore di Dio uva 
[uova?] et cacio: volsi avere memoria andare per esse. Et per 
San Giovanni sempre ci dà pesci, oltre a denari e limosine 
che ci dà tutto l'anno. Tanto da Dio et dallo strumento suo 
Laurenzio ogni cosa abbiamo ». Non ho bisogno d'aggiungere , 
come in questo monastero, nel quale Cosimo il vecchio e il 
di lui fratello conversavano col Traversari , i bisnipoti del primo 
attendevano a studi di filosofia. Approfitto della presente occa- 
sione per ricordare la maschera di Lorenzo, esistente nella 
residenza della Società Colombaria , maschera già dorata , la 
quale presenta le fattezze evidentemente distorte dalla crudele 



422 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

malattia , e senza nessun dubbio è servita e pel busto oltre la 
grandezza naturale , la cui forma sta presso il Sig. March. 
Gino Capponi e che nella stampa pubblicatane dal Roscoe mala- 
mente porta il nome del Buonarroti , e più ancora pel ritratto 
dipinto dal Vasari che si vede nella Sala della Scuola Toscana 
agli Uffizi, ritratto inciso dal Morghen e dal Calamatta, da 
ambidue non troppo fedelmente , il primo avendone ammollita , 
l'altro esagerata l'espressione. Al disotto della predetta ma- 
schera si legge , con ordine delle righe sbagliato , la seguente 
terzina : 

Mentre chel visse tutto in pace el tenne 
Che dopo morte el mondo andò sozopra 
Morte crudel chen questo corpo venne. 

Faccio fine a questo già troppo lungo discorso. Limitando 
nella mia opera le citazioni allo stretto bisogno, ne ho pure 
omesse che avrebbero giovato. Cosi per es. , dove si tratta dei 
pericoli corsi dallo « Stato » dei Medici durante il soggiorno di 
Lorenzo a Napoli (voi. I.pag. 485 segg. , 491 segg.) avrei dovuto 
accennare alle parole del Guicciardini (loc. cit. , p. 46) risguar- 
danti Iacopo suo zio. Parlando (voi. II, pagg. 24 e 431) dei 
drammi sacri, si sarebbe voluto far menzione della copiosa 
raccolta di Alessando d'Ancona. Di questo genere , pur troppe 
saranno le mancanze , delle quali chiedo perdono ai lettori , 
sperando in ogni modo che presso di loro ancora a me var- 
ranno « il lungo studio e '1 grande amore ». 

Firenze, 28 maggio 1874. 

Alfredo Reiuaiont. 



SUPPLEMEiNTO DECIMO 

ALLE 

NOTIZIE BIBLIOGRAFICHE 

DKI LAVORI l'i BULICATI IX GERM VNIA 

SULLA STORIA D'ITALIA 

COMPILATE 

DA ALFREDO Umm 



Firenze, Maggio i87i. 



(Vedi Archivio Storico Italiano, Serie III, voi. XII , parte I.) 



ARNETH , Alfred von , Joseph II und Leopold von Toscana. Ihr Brief- 
wechsel von 1771 bis 1790. ( Giuseppe il e l.eopoldo di 'i o- 
Dcana. Il loro carteggio dal I93I al 1990. ) Vienna, 1872. 
2 voi. ; 8vo. 

BAHR, .1. C. F. , Zur Geschich'e der Wegflihrung der Heidelberger lii- 
bliotek nach Rom ini Jahre 1623. (Rioonlo risguardantc la tra- 
slocazione della biblioteca di Hcidelberga a Homa nel- 
l'anno «083. ) Heidelberga , 1872 ; Svo. 

Vedi BiBLioGRAFLV agli articoli Theiner, Wilken. 

BARTSCH Vedi Dantk. 

BAUR Vedi Dante. 

BAYER , Victor, Die Historia Friderici III imperatoris des Enea Silvio 
de' Piccolomini , Praga , 1872. 

Alla storia di Enea Silvio spetta la memoria di H. Markorap": 
Verhaltniss des Kò'nigs Georg von Bohnicn zu, Papst Pìus II. 
1462-1464. (Delle relazioni tra Giorgio l'odlebrad re di Boc- 



424 SCRITTORI TEDESCHI 

mia e Papa Pio II. ) Vedi Forschungen zur teutschen Ge- 
schichte , voi. VIII. 

BERNAYS, Jacob, Fior ile giu'in renascentis latinitatis. Bonna, 1849, in4to. 
Programma dell'Università di Bonna pei natali di Federigo 
Guglielmo IV re di Prussia. Contiene le seguenti sei lettere , con 
brevi note e correzioni del testo. - 1. Dante Alighieri ai Fio- 
rentini 1311, vedi Torri, Epist. di D. A., pag. 36-42. - 2. Fr. 
Petrarca a Cola di Rienzo « de capessenda liberiate » , Let- 
tere varie XLVIII. ( Fracassetti, Lettere di Fr. P. , voi. V, 
pag. 397 segg.). - 3. Id. a Carlo IV imp. sulla falsità del privi- 
legio austriaco. Senili XVI, 5. (Fracassetti, Lett. sen. , voi. II, 
pag. 490 segg.) - 4. 5. Ermolao Barbaro e Giovanni Pico , Vedi 
Politiani Epist., lib. IX, 3, 4,5. - 6. Angelo Poliziano a lac. 
Antiquario sulla malattia e morte di Lorenzo il Magnifico, ib., 
lib. IV, 2. 

BETHM.INN , L. C, Nachrichten ùber die von ihni fiir die Monumenta 
Germaniae benutzten Sammlurt gen von Handschriften und 
Urkunden Italiens. I. Der Kirchenstaat. (Notizie sulle colle- 
zioni da lui per le llonumenia beriuaniae adoperate di 
manoscritti e di docuiucnti in Italia. Parte I. Lo Stato 
della €liieNa. ) 

Nell'Archivio della società per la Storia medioevale di Ger- 
mania pubbl. da G. H. Pertz (Vedi Bibliografia all'art. Mo- 
numenta ) voi. XII. Le presenti notizie , compilate nel 1854 , 
sono lavoro postumo del benemerito Bethmann, immaturamente 
tolto agli studi storici. 



BILLITZER , J. , Geschichte Venedigs von seiner Griindung bis auf die 
neueste Zeit. ( Sìtorla di Teuezia dalla fondazione sin ai 
tempi moderni. ) Trieste , 1S71 ; Svo con 12 tav. fotolitograf. 

BLUHME , Fr. , Die Mundschaff Nach Langohardenrecht. (il diritto del 
mundio nella Ijegislazione Lonjsobarda.) 

Dissertazione inserita nella Zeitschrift fiir Rechtsgeschichte , 
voi. XI, pag. 375-401. Tratta dei varj generi del Mundius. 
1. Mundius delle donne , esercitato dal padre e dagli agnati , 
ovvero dal marito e dagli affini , coi diritti e doveri dei mun- 
diadores. 2. Mundius di patronato , dei liberti di ambo i sessi. 
3. Mundius del re , e di diritto privato qual surrogato alla tu- 
tela di famiglia , e di diritto pubblico quale tutela dei forestieri 
domiciliati nelle terre longobarde , delle chiese e di coloro i quali 
erano entrati neWobsequium cioè nel servizio della corte di un 
re o duca. I luoghi e degli editti dei re e di documenti più re- 
centi della legislazione longobarda trovansi dovunque citati in 
questo diligente lavoro. 



SULLR STOUIK ITALIANE 42.") 

Della bella dissertazione del Bluhme : La Gens Langobar- 
dorum e la sua provenienza (Bonna, 1868; vedi Arch. Stor. 
Ital. , Serie III, voi. IX, Part. II, pag. 145 segg. e Suppl. IX) 
esiste una traduzione italiana dell'avv. Achille Gennari di 
Pavia ; Milano , 1873 , la quale lascia da desiderare quanto alla 
interpretazione dell'originalo. 

I5LUIIME , Fr., Ein Erlass dcs Kaisers Lothar vom Jahre 84G. (Editto di 
Lotario imiioi-atoro dell'anno !»4tt. ) 

Nel medesimo giornale e volume pag. 257-267. Editto a pro- 
posito della gente d'arme, scarae , destinata per l'Italia e se- 
gnatamente per Roma, allora , sotto il pontificato di Sergio II, 
e dopo l'incoronazione di Lodovico II figlio di Lotario (844) 
preda dei Saraceni nell'agosto dell' 846. 

BOCK , C. P.,Die Reiterstatue des Ostgothenkom'gs Theodorich. (La 
»ii»tua equestre di Teodorico re de^li Ostrogoti.) 

Dissertazione contenuta nei Jahrbìicher des Vereins von 
Alterthumsfreunden im Rhe inlande , fase. L, Bonna, 1872. 
Risposta all'opuscolo di H. Gri.mm sul medesimo argomento , di 
cui nel Suppl. IX delle presenti Notizie. - Ultimo lavoro del- 
l'eruditissimo autore, tolto ai vivi a Friburgo ai 18 Ottobre 1870. 
(Intorno a Cornelio Pietro Bock, nato in Acquisgrana il di 8 Giu- 
gno 1804, "Vedi Annuaire de l'Acade'mie royale de Belgique, 1872.) 

Del medesimo argomento, ma con conclusioni ben diverse 
trattano Giorgio Dehio e Guglielmo Schmidt , l'uno e l'altro nei 
Jahrbiich'^r fiir Kunst loissenschaft di A. de Zahn (vedi questo 
nome) , il primo nel voi. V, pag. 176-186 , il secondo nel voi. VI , 
pag. 1-51. Lo Schmidt conclude col Bock per l'identità delle 
statue di Ravenna e d'Acquis-rana , a malgrado delle incertezze 
cui dà luogo la descrizione di Walafrido Strabone, in ogni modo 
tutt'altro che accurata , e crede il monumento opera italiana , 
mentre il Bock inclina ad attribuirlo a un artefice bizantino. 

Vedi Bibliografia all'art. Bock. 

BOEHM , \V. , Hat Kaiser Maximilian im J. 1511 Papst icerden vrollen ? 
Bine kritische Unterrsuchung. (Massimiliano imperatore ha 
egli voluto farsi eleggere papa nel 1511? Esame critico.) 

Berlino , 1873 ; 8vo. 

Vedi Bibliografia agli art. Aschbach, Jager. 



BOEHMER , Eduard, Romanische Studien. Ileft I. Zu italienischen Dich- 
tern. (.>!>tiidj romanci. Fuse. 1. Intorno a poeti italiani.) 

Halle , 1871 ; 8vo. 

Pubblicazione periodica destinata a contenere dei saggi su i 
vai-i rami della filologia e letteratura delle lingue romanze, cioè 
dell'italiana (esclusa la letteratura Dantesca, la quale in Ger- 



426 ?^f!RlTTORl TEDESCHI 

luiinia ha l'organo suo ueirAnnuario della Società Dantesca), 
di quelle della penisola iberica e della francese colle loro dira- 
mazioni. 11 I fase, di pag. 162 , contiene : 1. Carlo Witte , In- 
torno alle poesie di Michelangelo Buonarroti (pag. 1-60), dis- 
sertazione nella quale, oltre alla parte fìlologico-critica, in cui 
si tratta anche dell'edizione procurata da Cesare Guasti, e della 
critica non sempre fondata ne benigna fattane da H. Grimm 
{Ueber Kìmatler und Kunstwerke , voi. I, pagg. 97 segg. ) 
si espone l' indole del Buonarroti qual poeta , discorrendo an- 
cora delle di lui relazioni con Vittoria Colonna e , in parte 
per mezzo di essa , coi primari partecipanti a quel movi- 
mento di riforma, il quale ai tempi di Clemente VII e mag- 
giormente in quei di Paolo III nella Chiesa Cattolica cercò di to- 
gliere al protestantesimo tedesco la sua ragione d'essere col 
rimediai^e ai mali pur ti'oppo cresciuti , contro ai quali del pari 
che contro all'eterodossia venne poi convocato il sinodo Triden- 
tino. Il presente saggio offre le versioni di molte poesie di M. 
Angelo. - 2. Giusto Grion, Il codice Vaticano X.» 3793 di poe- 
sie italiane. Si tratta del Cod. da Fr. Trucchi malamente detto 
« Il libro Reale » , già posseduto dal card. Bembo e probabil- 
mente acquistato in Firenze dal di lui padre , codice di cui re- 
gistransi le 997 poesie dovute a 93 scrittori del Dugento. Lavoro 
arido, inquantochè non contiene se non la prima riga di ciascuna 
canzone ossia sonetto , ma pure utile pel confronto colle cose 
stampate. - 3. C. Witte , Chiaro Davanzati , poeta contempo- 
raneo a Dante di cui il predetto Codice contiene molti versi. - 

4. E. BoEHMER , Il Cantico del sole di s. Francesco d'Assisi , 
nuova recensione coU'aiuto dei quattro codici Parigino (Mazari- 
niano), Assisiano (presso Fanfani nella trad. dei Poeti france- 
scani deir Ozanam) , di Busseto e di Cortemaggiore serviti ai 
P. Affò. La pi'esente stampa divide il cantico in versetti secon- 
do le assonanze del dettato. ( Del medesimo argomento trattò 
l'autore nel giornale Damar is , Vedi Not. libi., suppl. VIII). - 

5. E BoEHMER , Prose di Fra lacopone da Todi, contenute in 
due codici parigini registrati dal Marsand ( I, 202. II, i9 ) , 
con osservazioni sui mss. , sulle edizioni e traduzioni dei di lui 
scritti. - 6. C. Witte , Versione della poesia di Fra Girolamo 
Savonarola : Che fai qui core. 



BRAUN , F., Die Tage von Canossa unter Heinricli IV. (i giorni di 
Canossa sotto Arrigo IV.) Parte I ; Marburgo , 1873 

BRESSLAU , H. , Die Kanzlei Kaiser Conrads II. Mit neubearbeiteten 
liegesten und drei ungcdruchten Urkunden. ( l.a Canceilcriu 
ili Corrado 11 iinpcraturo eoa nuovo regesta e tre doeu- 
uiend inediti.) Berlino, 1869; 8ro. 



srr,i.i-; stoiuk iTALiANf; i27 

II presente volume si compone di due parti , siccome già dal 
titolo si conosco. La pi-ima tratta della- Cancelleria di Corra- 
do II ( 1027-104()) dei documenti dalla medesima esciti e dei loro 
segni caratteristici ec. , mentre la seconda contiene le Regesta 
quanto più si può complete. I documenti spurj vengono indicati 
in fine. Le carte inedito spettano agli anni 1025 , 1031 , 1038. 

BRJi-^GIOR, Th. , De formulae concordiae Ratisbonensis origine atqnc in- 
dole. Halle, 1870 , 8vo. 

Dissertazione prò licentia docendi , dell'autore dello scritto 
sul card. Contarini , di cui si tratta nel Suppl. IX alle presenti 
Notizie. 

Vedi Historische Zeitschrift dì H. v. Sybel . voi. XXV pa- 
gine 230 segg. 

Del medesimo argomento trattano : 
Hergang, K. Th. . Das Rcligionf!gesprach zu Begensburg im 
J. Id41 und das Regrnsbv.rger Buch. (il colloquio di Raiì- 
sltona nel 1541 e il liiiro Kaflsbonensc. ) Casse! , 1853. 

Sphaefer, H. , Be libri Ratisbonensis origine atque hisloria. 
Benna, 1870. 

Tra gli scrittori cattolici moderni , i quali maggiormente 
occuparonsi di questa materia importantissima , sono da an- 
noverarsi il DoLLiNGER nel III voi. dell' opera sulla Riforma 
(1848) e F. W. Kampschulte nella Storia di Gio. Calvino, 
voi, I , Lipsia , 1869. 

Al Brieger devesi inoltre la dotta memoria sopra Giovanni 
Gropper, di Soest in Westfalia, sommo teologo occupato di molto 
nei colloquj tenuti collo scopo di ravvicinare le due parti reli- 
giose , morto a Roma nel 1558, nella Enciclopedia di Ersch e 
Gruber, Sezione 1, volume XCII, pag. 218-242 (Lipsia, 1872). 

P.BOCKHAUS Vedi Scharpff. 

CARRIÈRE Vedi Schnaase. 

COHN, L. Ad. , Kaiser Heinrich II. ( Arrigo II imperatore.) Halle, 1867; 
8vo. 

CROWE , J. A. , und G. B. CAVALCASELLE , Geschiclite der italieni- 
schen Malerei. Teutsche Originai- Ausgabe von D. Max Jor- 
dan. (!<>loria flciia iiitfiira ittiliaiia. Kdix. «rig. feiiosca. ) 

Voi. IV, in due parti, voi. V, parte I. Lipsia, 1871-73; 8vo 
con 17 incisioni in legno. 

Intorno ai primi tre volumi vedi Suppl. IX alle Notizie bi- 
bliogr. - La prima parte del IV voi. tratta delle scuole Umbra 
e Senese del quattrocento , la parte seconda dello Spagna e de- 



428 SCRITTORI TEDESCHI 

gli altri Perugineschi posteriori e dei Senesi dei primi decenni 
del cinquecento, donde si giunge ai Fiorentini, i quali usciti 
dalla scuola di Andrea Verrocchio prepararono il passaggio dal 
quattrocento al cinquecento , Lorenzo di Credi e Piero di Cosi- 
mo , succeduti da Fra Bartolommeo, dairAlber'tinelii e Bugiar- 
dini , da Franciabigio e dal Sogliani , da Ridolfo Ghirlandaio ed 
Andrea del Sarto. La prima parte del voi. V è dedicata alla 
pittura Veneziana nel trecento e quattrocento, da lacobello del 
Fiore alla scuola di Giovanni Bellini. 

CZo'rNIG, C. von , Das Land Gorz und Gradisca mit Einschluss xoìi 
Aquileja, (Il contado di Gorizia e Gradisea inclusa .%qui- 
leja. ) Vienna , 1873 ; 8vo con mappa. 

Vedi il cenno di Cesare Cantù , Arch. Stor Ital. , Ser. Ili, 
tom XIX , pag. 152. 

DAHN, Felix, Theodorich und Odovacar. 

Articolo inserito nella Allgemeine Zeitung , 1872. 
La vasta opera del medesimo autore (ora professore nell' Uni- 
versità di Monaco): Die Kò'nige der Germanen (l re dei 
Germani) si è terminata coi volumi V e VI, pubblicati in Erbi- 
poli nel 1870-71 e contenenti la storia politica dei Visigoti e la 
loro costituzione sino alla caduta del loro regno nelle Spagne , 
e la storia degli Svevi nella penisola Iberica. 

BASTE. Alla letteratura Dantesca spettano i seguenti lavori, per lo più 
di non gran mole , in parte lezioni accademiche. 

Baur, G. a. L. , lìoetius und Dante. Lipsia, 1873. 

Feuerlein , E., Dante und die beiden Confessionen. (Me- 
moria inserita nella Historische Zeitschrift di H'. v. Sybel, 
voi. XXIX, 1873. 

Petzholdt , Julius; Bibliographia Dantea ab a. 1865 m- 
coata. Dresda, 1872. 

Pfleiderer , R. , Dante's GottUche Comòdie nach Inhalt 
und Gedankengang ubersichtlichdnrgr.stdlt. Mit biographischer 
Einleilxmg. Stuttg., 1871. 

Preyer, W., Dante's Matilda. Monaco, 1873. (Ristampato 
dai Sitzungsberichte della R. Accademia delle scienze di Baviera). 

RiCHTER , D. , Dante u,nd die Gò'ttliche Comódic. (Nei 
Teutsche Blalter , ottobre 1873.) 

Stedefeld, G. F., Die christlich gcrmanische Weltanschau- 
ung in den Werken der Dichterfììrsten Wolfram von Eschen- 
bach, Dante und Shakspeare. Berlino, 1871. 

Scartazzini , J. A., Virgil im Mittelalter. '!<ie]la. Allgrmei- 
ne Zeitung, 1873, Nura. 217, 218. (A proposito del libro di D. 
Comparetti. Non s'ha bisogno d'aggiungere che il citato arti- 
colo dell'erudito Dantofilo di Coirà si diffonde ancora sopi'^a ar- 
gomenti estranei alle cose dantesche. ) 



SULLE STORIE ITALIANE 429 

WiTTE, Cari, Lord Vernon's Dante. Nella AUgemeine Zei- 
tung, 1871, Num. 217,218. 

» Intorno alla versione della Divina Commedia di Fr. Not- 
TER, nella Allg. Zeitung , 1S71 , Num. 323. (Di questa versione 
in terza rima, il I volume, l'Inferno, pubblicossi a Stuttgar- 
da, 1871 , il II contenente il Purgatorio e il Paradiso , nel 1872. 
Si è ultimata anche la traduzione di W. Ivrigar , coi' disegni dì 
G. Dorè. Vedi Stippl. JX alle Not. bihUograf. - Della tradu- 
zione di C. L. Kannegiesser si è pubblicata la quinta edizione 
rivista sull'esemplare lasciato dall'autore da Carlo Witte, Lip- 
sia, 1873, dell'altra dello Streckkuss la nona ristampa. 

A Carlo Witte devesi la pubblicazione dell'Annuario della 
Società Dantesca , il cui terzo volume ( intorno ai due primi ve- 
di Suppl. IX alle Notizie bibUograf.) uscito col titolo : Jahr- 
huchder teutschen Dante- Gesellschaft , III Band. Lipsia, 1871 
8vo , contiene i seguenti lavori : 

J. A, ScARTAzziNi, Storia dello sviluppo interno di Dante. 
G. SCHUNDELEN, Teologia e Filosofìa dantesca. H. Delfk, della 
relazione in cui il Convito sta colla Divina Commedia e delle 
epoche nello sviluppo di Dante. J. E. Erdmann, la Scolastica, 
la Mistica e Dante. E. Boehmer , Matelda. G. F. Stedefeld' 
Idee dantesche dello Stato, del Cristianesimo e della Chiesa, g! 

B. Giuliani, Dante spiegato con Dante, Inf. XXXII, 1-123 (in 
italiano). C. Witte , Rime in testi antichi attribuiti a Dante 
(in Italiano). C. Bartsch , la Poetica di Dante- A. Reumont , 
Roma al tempo di Dante (con pianta). T. Paur, Immanuel e 
Dante (intorno a quell'Immanuel Ben Salomo , poeta ebreo 
creduto amico dell'Alighieri, di cui occuparonsi nuovamente tra 
altri, A. Geiger in: Poesie giudaiche delle scuole spagnuola ed 
italiana - nella Biblioteca popolare israelitica, voi. Ili, Lip- 
sia , 1856 - e M. E. Stern : Tofet und Eden oder die Divina 
Commedia des Immanuel Ben Salomo aus Rom-, Vienna, 1865). 

C. Witte, Sopra un codice della Di v. Comm. e del cemento di 
lac. della Lana asservato a Francoforte sul Meno (in Italiano). 
E. Boehmer , Dante e Parmenide. Le altre cose contenute nel 
volume riguardano la bibliografìa dantesca, i Dantofili tedeschi 
Huber, Ruth, Bàhr ultimamente defunti, ec. 

Del testo della Divina Commedia è uscito il primo volume 
dì edizione corredata d'ampio cemento di G. A. Scartazzini ; 
Lipsia , 1874. 

Nel 1871 diedesi compimento all'edizione critica della Mo- 
narchia (vedi Suppl. Vili alle Notizie bibliografiche): Dantis 
Alligherii de Monarchia libri tres mss. ope emendati per 
Carolum Witte. Halle, 1863-71 , 4to ; edizione ora in seguito a 
nuove cure ripetuta col titolo: D. A. de Monarchia l. Ili, 
codd. mss ope emendati per C. W. Editio altera; Vienna, 1874. 
Lxxxiv e 144 pagg. , 8vo. Le copiose Prolegomena danno ragio- 

Arch., 3.a Sene, Tom. XIX. 28 



430 SCRITTORI TEDESCHI 

ne dello scopo , della composizione e dell'origine del libro , della 
storia, dei codici, delle stampe e traduzioni del medesimo, ri- 
petendo riepilogando in parte ciò che il Witte di già molti 
anni fa aveva esposto intorno a tali materie , di che si è tenuto 
discorso anche neW Archivio Storico e nelle edizioni posteriori 
delle opere minori del Fraticelli , nel cui secondo volume col 
titolo : « In qual tempo fu scritto da Dante il trattato della 
Monarchia , Nota del prof. C. "Witte » si legge ciò che l'auto- 
re delle presenti Notizie bibliografiche , riassumendo le idee 
esposte dal Witte, scrisse nelVArch. Stor., Appena., voi IX, 
pag. 602-608. (Vedi Bibliografia, pag. 301 e Suppl. Vili allo 
art. Dante.) I codici , enumerati pag. lvii segg. sono : L'Am- 
brosiano del XV secolo , quello di Middlehill ora Cheltenham 
(Phillips) del secolo XIV, il Feliniano di Lucca del secolo XV, 
quello del Museo nazionale ungherese di Buda-Pest del medesi-_ 
mo secolo, il bellissimo Mediceo-Laurenziano dell' istessa età, 
il Magliabechiano del secolo XVI, il Palatino-Vaticano della fine 
del trecento , il Marciano del trecento. Un'aggiunta desideratis- 
sima alle Prolegomena si è la nota dei: Loci auctorum in li- 
bris de Monarchia citati, ha. varietas lectionum trovasi notata 
sotto al testo. 

Vedi Allgemeine Zeitung 1874, num. 92. 

Della Monarchia, dopo le versioni di Basilio Gio. Herolbt, 
Basilea, 1559 e di C L. Kaxnegiesser , Lipsia, 1845, si è pub- 
blicata nuova traduzione col titolo : Dante Alighieri v'ber die 
Monarchie ilbersetzt und mit einer Einleitung versehen von 
Br. Oscar Hubatsch. Berlino, 1872. Il testo di cui servissi il 
traduttore è quello della prima edizione del Witte , intorno alla 
quale vedi Theologisches Literaturblatt , 1871, Num. 19. 

D.KNDLIKER, C. , u. MÙLLER, J. J., Liudprand von Cremo'na und sci- 
ne Quellen. Untersuchungen zar allgemeinen Geschichte der 
Jahre 888-967. n. Chr. (Liudprando Ciemonese e le di lui 
fonti. Indagini per servire alia storia universale degli an- 
ni 888-»6S.) Lipsia, 1871, in 8vo. 

Forma parte delle Indagini sulla Storia del medioevo ( Un- 
tersuchungen sur mittlern Geschichte) pubbl. da M. Bùdinger, 
voi. I. 

Vedi E. DÙMMLER, Zum Liudprand von Cremona . nella 
Historische Zeitschrift voi. XXVI , pag. 273-281. 

Vedi Bibliografia, pag. 149 all'art. Kupke. 

BER ITALIENISCBE RAUBZVG wider Rom im September 1870. Kriegs- 
geschichte der Occiipation durch die Piernontesen. Von einem 
Augenzeugen. (La spedizione italiana contro Roma nel set- 
tembre ISSO, storia militare dell'occupazione fatta dai Pie- 
niontesi(i Da un testimone oculare.) Munster , 1870, 8vo. 



SULLE STORIE ITALIANE 431 

Tra gli opuscoli che trattano del medesimo argomento, sono 
da citarsi : 

Stolberg, a, Graf zu ^ lìoms Septembertage im J. 1870, Soest, 
1870. 

HuRTER, H. V., Ber Raubzug nach Rom in seiner Bedeutwng 
fiir die katholische Welt. Vienna, 1870. 

DEHIO Vedi BoCK. 

DELFF Vedi Dante. 

DER KRIEG IN ITALIEN, 1859. Nach den Feldacten und andern authen- 
tischen Quellen bearbeitet durch das K. K. Gcneralstabsbureau 
fùr Kriegsgeschichte. ( l.n caiupa;;na d'Italia del 1859, de- 
scritta secondo le carte ufficiali ed altri autentici docu- 
menti dalla coniiuiMsionc dello stato maggiore per la sto- 
ria militare.) Vienna, 1872, voi. I, 8vo , con mappa e tre 
piante di combattimenti. 

DOBBERT, E., Ein Sculpturwerk Raffaels in St. Petersburg. (Un'ope- 
ra di scultura di Raffaello a Pietroburgo.) 

Articolo contenuto nella Allgemeine Zeitung 1872, N.o 313. 
A proposito della memoria : L'enfant mori porte par un dau- 
phin , groupe en marbré attribuè à Raphael , par M. de .GuÉ- 
dÉonow. Pietroburgo, 1872, con due fotografie. Si tratta di quel 
putto morto portato da un delfino, di cui parla Bald. Castiglione 
in lettera in data di Mantova, 8 maggio 1523, e che allora cre- 
deva trovarsi presso Giulio Romano; inciso nella collezione dei 
marmi ristaurati dal Cavaceppi, 1768, già in possesso del Ba- 
rone Breteuil , poi nella raccolta di Lyde Brown, passato 
nelle mani dell' Imperatrice Caterina II , e collocato inoggi nel- 
r Eremitage. A Dresda se ne vede un gesso nella raccolta di 
Raffaello Mengs. Al pari del Giona della Cappella Chigiana in 
Santa Maria del popolo, anche questo gruppo comunemente 
credesi di mano del Lorenzetto. - Vedi Passavant Raffaello da 
Urbino, I, 250; II, 438; III, 185, 321. 

Dell'opusculo del Sig. de GuédÉonow tratta un articolo in- 
serito nei Jahrbucher fiir Kunstwissenschaft di A. v. Zahn, 
ann. V, pag. 269-272. 

Vedi Bibliografia , pag. 353 all'articolo Hase. 

» Veber den SUI Niccolò Pisano' s und dessen Ursprung. (Sullo 

stile di micc. Pisano e l'origino del medesimo.) Mona- 
co, 1873, 8vo. 

DOVE , A. , Die Doppelchronik von Reggio und die Quellen Salimbene's. 
( La doppia Cronaca di Reggio e le fonti di Fra iSalimbene.) 

Lipsia , 1873 , 8vo. 



432 SCRITTORI TEDESCHI 

Il ms- della biblioteca Estense di Modena, donde il Mura- 
tori , nell'ottavo volume degli Scriptores trasse il Memoriale 
potestatum Regiensium , dall'AFFÒ, Bòhmer e altri creduto del 
Salimbene , comprende due opere tra loro distinte , il Liher de 
temporibus, fol. 1-88, eia Chronica imperatorum, fol. 89-122. 
Secondo il nostro autore , Fra Salimbene , entrato a pasqua 
del 1271 nel convento dei Minori di Reggio, mettendosi verso 
il 1282 a comporre la sua Cronaca, si sarebbe servito della com- 
pilazione del Liber de temporibus fatta da altro frate del mede- 
simo convento, ovvero dei materiali di esso, cioè di un esem- 
plare di Martino Polono della terza redazione , di un'altra Cro- 
naca generale composta nell'epoca dell' interregno, e degli annali 
urbani di Reggio, i quali giungevano all'anno 1273. Per gli anni 
1273-1281 esso avrebbe adoperato i materiali preparati da quel 
frate , tra di essi due vite dei pontefici , mentre per gli anni 1282 
segg. la di lui Cronaca avrebbe servito all'autore del Liber de 
temporibus a completare il suo lavoro. La Chronica imperato- 
rum, sarebbe stata composta poi maggiormente coU'aiuto della 
cronaca del Salimbene , la cui parte mancante , fin al 1267, si 
può supplire colla detta Chronica. Tra le altre sorgenti di fra 
Salimbene l'autore cita una copia (di Crema) del Chronicon di 
Sicardo vescovo di Cremona (Muratori , voi. VII ) supplita in 
fine , e una storia delle crociate monferratina, la quale narra gli 
avvenimenti in oriente sin verso l'anno 1207. Sin dall'anno 1282 
fra Salimbene è del tutto originale. 

Ved. 0. Hartwig nella Historische Zeitschrift di H. v. Sy- 
BEL , voi. XXXI , pag. 489 e seg. 



DUDIK, B., Erinnerungen aus deno Feldzwge 1866 in Italien. (Ricordi 
della campagna italiana dpi 1666.) Vienna, 1870, 8vo. 

L' ultima parte di questi Ricordi tratta degli atti diplomatici 
ed altri documenti degli Archivi Veneti già mandati a Gratz 
nella Stiria, i quali dopo la cessione del Veneto all'Italia vennero 
riconsegnati alle autorità austriache. Risulta da questa enume- 
razione, tali carte essere consistite quasi esclusivamente in ciò 
che riguardava 1 diritti all'Austria già competenti, e la storia 
del Friuli , di Gorizia , dell' Istria e Dalmazia ec. L'autore Bene- 
dettino ed archivista imperiale , durante la guerra , trovossi 
addetto al quartier generale dell'Arciduca Alberto , e il libro 
sopracitato venne composto colle lettere allora da lui indirizzate 
alla Gazzetta ufficiale Viennese. 



DÙMMLER, E., Gesta Herengarii imperatoris. Beitrìige zur Geschichte 

Italiens im Anfange des X. Jahrhunderts. (Ci. B. l. éìussì 

sulla storia d'Italia al principio del X secolo.) Halle,18'71, 8vo. 

Vedi Theologisches JJtcraturhlatt di Bonna, 1871 , num. 23. 



SULLE STORIE ITALLVNK !.'>;> 

DTj MMLER , E. , Urkunden der italienischen und burgicndischen Konige 
aus den Jahren 888-947. (Diplomi dei ro d'Italia e di Bor- 
gogna a. «SS-043. ) 

KeìÌQ Forschungen zur teutschen Geschichte, voi, X (1870), 
Sono 27 documenti. 

» Anselm der Peripatetiker nehst andern Beitragen zur Life- 
raturgeschichte Italiens im eilften Jahrbundert. (AnHcliuo il 
Peripatetico con altri sassi illuNtrutivi della sforili l:'t(e- 
raria d' Italia neir XI secolo.) Halle, 1872, 8vo. 

» Ermenrici epistola ad Grimoldum archicapellanum ex codice 

S. Galli. Halle , 1873 , 8vo. 

ERDMANN Vedi Dante. 

FALLOUX Vedi Lorenz. 

FEUERLEIN Vedi Dante. 

FICKER, J., Forschungen zur Reichs-und Rechtsgeschichte Italiens. (.«siu- 
dj sulla Storia della Co.stit azione e del diritto ia Italia. ) 

Voi. Ili e IV; Innsbruck, 1871-73, 8vo. 

Vedi Suppl. IX alle Notizie bibliografiche. Al quarto Volume 
contenente il Codice diplomatico, manca per ora la seconda parte. 

» Das Testament Kaiser Heinrichs VI. (li testamento di Ar- 

rigo VI Imperatore.) Vienna, 1871, 8vo. 

Dai Sitzungsberichte dell' I. Acc. delle .scienze di Vienna. 

Vedi WiNKELMANN. 

> Ueber die Datirung einiger Urkunden Kaiser Friedrichs II. 

(Sulla data di alcuni documenti di. Federigo 11 imp.) Vien- 
na 1872, 8vo. 

T> Ueber die Entstehungsverhultnisse der Constitutio de expedi- 

tione romana, (intorno all'origine della Costituzione do 
expedltiono romana.) Vienna , 1873 , 8vo. 

Dai Sitzungsberichte dell'I. Acc delle scienze di Vienna. 

FIETZ, Chr. , Geschichte Berengars II. Markgrafen von Ivrea Kò'nigs 
von Italien. (Storia di Berengario 11 d'Ivrea ro d'Italia.) 

Lipsia, 1870, 8vo. 

Dissertazione inaugurale. 

FISCHER, H., Geschichte des Kreuzzugs Kaiser Friedrichs I. (Storia 
della crociata di Federigo I imperatore.) Lipsia , 1870, 8vo. 
Vedi Riezler nel Suppl. IX. - Vedi Herrig , Prutz. 



434 SCRITTORI TEDESCHI 

FORSTER, Ernst, Geschichte der italienisdieìi Kunst. (Storia dell'Arte 
in Italia.) Voi. II e III; Lipsia, 1870-72, 8vo. 

Il secondo volume dell'opera (Vedi Suppl. IX alle Not. M- 
bliograf.) abbraccia il decimoterzo e decimoquarto secolo ; il 
terzo procede sino alla fine del quattrocento. Frattanto si è di 
già inoltrata nel cinquecento l'altra opera dell'autore, la quale 
contiene i monumenti della pittura italiana in incisioni a con- 
torno {Denkmale italienischer Molerei) , il cui primo volume 
procedendo dalle pitture di Pompei e da quelle delle Catacombe 
sino a Simone di Martino senese , pubblicossi a Lipsia nel 1870. 

•» Della relazione in cui le scuole pittoriche fiorentina e se- 

nese del Trecento stanno con ciucile contemporanee del- 
rUniliria e della Marca d'Ancona. 

Memoria inserita nella Allgemeine Zeitung , 1872, Num. 86, 
88 , 90 , 92 

FRANZ, Adolf, M. Aurelius Cassiodorius Senator. Ein Beitrag zur Ge- 
schichte der theologischen Literatur. (m. Aur. Cassiodoro 
.Senatore. i§>aggio per servire alla storia della letteratura 
teologica.) Breslavia, 1872, 8vo. 

Pili che nella vita politica di Cassiodoro, il presente opu- 
sculo si occupa nella di lui operosità letteraria, e maggiormente 
cogli studi dal medesimo introdotti nei monasteri , ragionando 
in particolare del monastero Vivarium in Calabria e della scuola 
ivi fondata , dell' insegnamento e della suppellettile letteraria , 
degli studi biblici e delle opere di C, tra le quali primeggia la 
Historia tripartita , dall'aut. sottoposta ad esame critico che 
ne dimostra le parti deboli. Un elenco degli scritti di C. e delle 
edizioni dei medesimi , e il catalogo della libreria di Vivarvwn 
(presso Squillace) vanno aggiunti al testo. 

FRIEDBERG, Emil., Die Grensen zwischen Kirche und Staat und die 
Garantien gegen deren Verletzung. Historisch dogmatische 
Studie mit Berucksichtigung der teutschen und ausserteut- 
schen Gesetzgehungen und einem Anhange theils ungedrucJder 
Actenstù'che. (« confini tra Chiesa e Stalo e le garanzie 
contro alla trasgressione dei medesimi. Studj slorico-dom- 
matici con riguardo alle legislazioni germaniche ed estere, 
corredati di documenti in parto inodifi.) Tubinga, 1872, 8vo. 

Volume di 956 pagine , composto dall'autore della disserta- 
zione : De finium inter ecclesiam et civitatem regundorum 
ludicio quid mediiaevi doctores et Icges statuerint ; Lipsia, 1861. 
( Vedi Bibliografia all'art. Friedberg.) Il Friedberg si è fatto 
notare nuovamente per l'asprezza e lo spirito d'intollerante nomi- 
cizia con cui combatte la costituzione fondamentale della Chiosa 
Cattolica sotto colore di far valere i diritti del potere laicale. Ton- 



SULLE STORIE ITALIANE 435 

denza viepiù manifesta anche nella nuova edizione procurata dal 
Dove del manuale di Gius canonico del Richter, mentre tengono 
la parte cattolica il Phillips nella continuazione della sua grande 
esposizione del Gius canonico (Kirchcnrecht, Voi. VII, parte II ; 
Ratisbona, 1872), interrotta dalla morte dell'autore, e F. Walter 
nella decimaterza edizione del Lehrbuch des Kirchenrechts cu- 
rata da H. Gerlach; Bonna, 1871. 

FRIEDRICH, Joh. , Der Reichstag zu Worms im JaJire 1521. NacJi den 
Briefen des pòpstlichen Nunlius Hieronymus Aleander. (E,a 
dietu «li TY'oriiiuzia ncITanno f531, secondo lo lettore di 
Girolamo Aleaodro nunzio ponlifieio.) Monaco, 1871, 4to. 

Stampato a parte dalle Memorie della classe storica della 
R. Accademia delle scienze di Baviera, voi. XI. - Sforza Palla- 
vicino si servì delle lettere dell'Aleandro per la Storia del Con- 
cilio Tridentino , e sulle di lui traccio F. Mùnter nei Bcitrage 
zur Kirchengeschichte , 1798, scrisse la Geschichte der Nuncia- 
tur Hieronymi Aleanders auf dem Reichstage zu Worms 1521. 
L'autore della succitata memoria confrontò nel 1869 , nella bi- 
blioteca di Trento la copia delle predette lettere (Codd. Maz- 
zetti), colle quali egli rifa la storia della nunziatura, dal Mùn- 
ter troppo a svantaggio dell'Aleandro colorita. Le lettere, che 
sommano a ventisette, trovansi stampate in fine della memoria, 
e servono ad illustrare viepiù la storia di questa Dieta, nella 
quale venne decisa la separazione di gran parte della Germania 
dall'ubbidienza della S. Sede. 

Trattò nuovamente della Dieta di Wormazia : Walz , 0.,der 
Wormser Reichstag im J. 1521. und scine Besiehungen zur 
reformatorischen Bewegung , nelle Forschungen zur teutschen 
Geschichte, voi. Vili. 



GAMS , P. B. , Series episcoporum ecclesiae catholicae quotquot inno- 
tuerunt a S. Petro apostolo. Ratisbona , 1873 , 4to. 

Volume di pag. xxiv e 963 , il quale contiene un Orhis 
christianus , il catalogo dei Vescovi della Chiesa cattolica, 
nell'ordine seguente: Pontefici romani, cardinali- vescovi cogli 
antichi vescovi delle diocesi ora annesse alle suburbicarie , Spa- 
gna , Portogallo , Asia orientale , Stati Americani , Inghilterra 
coir Irlanda e Scozia (escluso l'episcopato dopo la riforma del 
Cinquecento) , Belgio , Olanda , Germania , Danimarca , Norve- 
gia , Svezia, Polonia dei due riti, Ungheria e Stati annessi, 
Grecia , Asia occidentale, cioè patriarcato d'Antiochia, Cipro, 
patriarcato di Costantinopoli , diocesi d'Asia, patriarcato di Ge- 
rusalemme e sedi unite d' Oriente , Australia , Affrica in varie 
sezioni , Francia , Italia colle seguenti sezioni : Stato della Chiesa, 
Toscana, Parma, Modena, Corsica, Regno Lombardo-Veneto 
Regno Subalpino , Napoli , Sicilia. In opera si vasta , sono ine- 



436 SCRITTORI TEDESCHI 

vitabili errori di vario genere, pure ne è incontestabile l'uti- 
lità. L'autore, Benedettino della provincia bavara. si fece cono- 
scere colla Storia ecclesiastica della Spagna e coll'edizione da 
lui procurata delle lezioni di storia della Chiesa del Mòhler , 
autore della Simbolica e della storia di S. Atanasio. 



GFRORER, A. F. , Geschichtc Venedigs von seiner Grundv/ng bis zum 
lahre 10S4 (Storia di Venezia dalla sua fondazione sin al- 
l'anno «OS4.) Gratz, 1872, 8vo. 

Forma la prima parte (di xv e 608 pag.) dell'opera : Storie 
Bizantine {Bysantinische Geschichten) , pubblicate dietro ai 
manoscritti lasciati dall'autore (Vedi Bibliografia ec. pag. 85 
all'art. Gfròrer) dal di lui scolaro I. B. Weiss , professore di 
storia neir Università di Gratz nella Stiria. L'autore tratta del- 
l'epoca più oscura della storia Veneta , di quella cioè che corre 
dalle origini incertissime sino al dogato di Vitale Faledro , nel 
quale avvenne la morte di Roberto Guiscardo , vincitore nella 
battaglia navale contro i Veneti presso l' isola di Corfù nel 1084. 
Assunto principale dell'opera si è il chiarire le condizioni inte- 
riori della città e dello stato , e le relazioni d'una parte coli' Im- 
pero bizantino , d'altra parte coli' Impero occidentale. Questioni 
sino ad oggi non risolute, ne anche dopo le indagini fatte 
maggiormente ai giorni nostri , indagini compendiate dal di- 
ligentis.simo Romanin , il quale ha posto un termine al'e molte 
false opinioni sparse da scrittori e nazionali ed oltramontani. 11 
Gfròrer , di non comune erudizione nella storia della Chiesa non 
meno di quel che ei-a nella politica , ha cercato di valersi ugual- 
mente degli scrittori ecclesiastici e degli annalisti e storici la- 
tini e bizantini come parimenti dei diplomi spettanti all' Oriente 
e all'Occidente d'Europa , e non gli si potrà contestare il merito 
di aver diffusa nuova luce, segnatamente su quella parte dell'ar- 
gomento che ne ha maggior bisogno, sulla posizione cioè in cui 
la città adriatica e il di lei popolo trovaronsi coli' oriente ; que- 
stione di non scarso interesse, inquantochè nel periodo di cui si 
tratta si ha da rintracciare la genesi di relazioni quanto dure- 
voli importantissime , sotto il punto di vista non solo politico- 
commerciale , ma anche dell' incivilimento. Mentre dalla di lui 
opera risulta evidente l'autorità dell' Impero greco sullo stato 
Veneto essere stata piìi efficace di quel che si suole supporre , 
non si può se non revocare in dubbio il giudizio dell'autore sulla 
misura e sui confini di tale autorità, mentre si dovranno sotto- 
porre a nuovo